Leghe bracciantili

Rutilio Ricci (1873-1928), fondatore della prima lega nel Copparese (Ponte S. Pietro, 1899) e segretario sindacale mandamentale dal 1900 al 1920 Rutilio Ricci (1873-1928), fondatore della prima lega nel Copparese (Ponte S. Pietro, 1899) e segretario sindacale mandamentale dal 1900 al 1920 Pagine di storia del movimento popolare nei comuni del Copparese 1895-1945, a cura di Werther Brina e Giordano Bottardi, Ariano Polesine, Tip. Artigiana Stampa 1971

L’organizzazione di classe più diffusa nel Ferrarese ottocentesco fu la “lega” bracciantile. Come nel caso dei primi sindacati nell’industria, l’organizzazione rurale metteva “in lega” i lavoratori, letteralmente li univa, con espressione analoga alle unions britanniche. L’unità era infatti premessa indispensabile per dar vita alla “resistenza”, cioè al conflitto con le controparti per ottenere migliori condizioni di lavoro: data la migliore posizione strutturale del padronato, ogni divisione in seno al mondo del lavoro, in particolare in occasione degli scioperi, avrebbe condannato al fallimento le rivendicazioni. A differenza del sindacalismo di mestiere, nelle campagne le leghe non raccoglievano i lavoratori con una determinata qualifica o di un certo stabilimento, ma organizzavano i braccianti di un ristretto territorio, che solitamente coincideva con una “parrocchia”, un borgo, una frazione.

Prima del 1914 – ma per la storica debolezza dell’industrializzazione il discorso vale fino agli anni Cinquanta del Novecento – il movimento operaio ferrarese fu dominato dalle organizzazioni bracciantili: la campagna egemonizzò la città e le strutture sindacali (in larga maggioranza rurali) furono prioritarie rispetto a quelle politiche (urbane, poiché mobilitate dalle scadenze elettorali e animate da esponenti dei ceti medi). Gli intellettuali socialisti del capoluogo dovettero costantemente confrontarsi con gli organizzatori sindacali e politici delle altre realtà urbane (artigiani, maestri, tecnici, ma anche avvocati e possidenti) e con gli stessi “capilega”, che costituivano le massime autorità nei borghi bracciantili. Le leghe ferraresi furono centrali nella formazione del sindacalismo nelle campagne italiane e per mezzo secolo diedero un contributo essenziale alla vita della Federterra. Le leghe, tuttavia, non erano semplicemente un’organizzazione sindacale. Costituivano infatti il centro della vita delle comunità rurali: raccoglievano la totalità della manodopera, maschile e femminile, erano legate al circolo socialista e alle cooperative (ma spesso avevano contribuito a fondare il primo e promuovere le seconde), ispiravano molte reti associative e ricreative. Il “contromondo” bracciantile imperniato sulla lega si identificava nella “casa del popolo”, sede di organizzazioni e associazioni, spazio di emancipazione, anche culturale, e di socialità.

Non esistono studi dettagliati sulle origini delle leghe bracciantili e sulla formazione della dirigenza locale: le organizzazioni poi confluite nella Federterra si formarono dopo i grandi scioperi del 1901, ma sulla base di un quindicennio di conflittualità crescente. I braccianti erano abituati a forme di lavoro collettivo – ad esempio le squadre retribuite a cottimo – che in certe occasioni prefigurarono gli elementi di base del sindacato di classe. A partire dagli anni Ottanta i democratici si impegnarono nella costruzione di associazioni, specialmente cooperative di lavoro, per ovviare alla disoccupazione, che rappresentarono un primo momento di organizzazione: il “Consolato operaio” sorto nel 1887, ad esempio, invitava i lavoratori delle campagne a formare leghe, come testimoniano i resoconti pubblicati dalla «Rivista», organo dei radicali. Lo stesso ruolo, con limiti analoghi, fu assolto nel decennio successivo dai socialisti. In particolare, la tendenza a disattendere i patti conquistati negli scioperi del 1897 spinse i socialisti ferraresi ad impegnarsi nella promozione delle leghe nelle campagne, osteggiati da un arco politico che andava dai moderati ai radicali ai cattolici, che cercarono di opporre alle organizzazioni di classe più moderate Unioni professionali. Le leghe nacquero dall’esperienza di organizzazione informale durante gli scioperi e vennero poi formalizzate attraverso percorsi che comprendevano solitamente una conferenza socialista e l’apertura delle iscrizioni, a volte separate per uomini e donne, a volte “miste”, allargate cioè alla presenza di braccianti non avventizi (gli “obbligati” a impiego annuale), comunque tese a riunire il maggior numero di forze di lavoro in un dato territorio.

Nel maggio del 1901 la lega di Bondeno, che come le altre organizzazioni dell’Alto Ferrarese aveva inizialmente aderito alla già esistente federazione mantovana, organizzò il primo congresso ferrarese delle organizzazioni bracciantili. Il ruolo dei bondenesi non si spiega solo con la prossimità alla realtà mantovana, la campagna più avanzata d’Italia per lotte e organizzazioni, ma anche con un peculiare percorso: i grandi lavori di sistemazione idraulica avevano concentrato masse di braccianti e dato vita sin dal 1887 ad agitazioni, stimolate anche dalla presenza sui cantieri di braccianti organizzati forlivesi. L’effervescenza sociale rianimò e radicalizzò l’associazionismo locale, anche per l’influenza dei socialisti della Bassa modenese, guidati da Gregorio Agnini: i lavori del canale Burana, ad esempio, furono contraddistinti per tutti gli anni Novanta da vertenze e conflitti. Va segnalato, infine, che nell’aprile del 1901 era sorta la Consociazione ferrarese fra proprietari e conduttori di fondi, l’organizzazione padronale, popolarmente detta l’“agraria”.

Con il congresso di Ferrara nacque così la Federazione provinciale delle leghe di miglioramento, con statuto ricalcato sul modello mantovano, di chiaro orientamento socialista e dotata di un proprio organo di stampa, «La Scintilla». Raccoglieva 56 leghe, talora robuste, come quelle di Copparo (900 iscritti), Bondeno e Berra (entrambe forti di 800 membri) o Formignana (750), talora ridotte, come la lega femminile di Boccaleone di Argenta (100) o quelle di Saletta, Ambrogio o Francolino (con soli 60, 50 e 25 membri, tutti maschi). A parte le organizzazioni copparesi, le leghe non entrarono a far parte della Camera del Lavoro, sorta a Ferrara nel giugno successivo ed egemonizzata dalla sinistra non socialista: vi confluirono a partire dalla primavera successiva. Nel frattempo i grandi scioperi dell’estate del 1901 avevano dimostrato la forza e l’utilità delle organizzazioni bracciantili: nuove leghe si aggiunsero alla federazione, che raddoppiò i propri affiliati, arrivando a contare oltre 30.000 iscritti.

Il 1901 aveva chiuso la fase “spontanea” della conflittualità nelle campagne: l’età giolittiana vide un rafforzamento dell’organizzazione di classe, ma anche ricorrenti divisioni ispirate da strategie alternative. Per la peculiare polarizzazione sociale della provincia, il Ferrarese fu l’epicentro del conflitto nelle campagne italiane del primo Novecento. Lo scontro fu duro e frontale: a lotte imponenti guidate dalle leghe per migliorare le condizioni di lavoro e garantire un salario a tutti i lavoratori si opposero i tentativi degli agrari di ridurre e dividere la massa bracciantile, anche con strategie antieconomiche, in un crescendo di radicalizzazione non privo di ricadute violente (boicottaggi, sabotaggi, scontri con i crumiri e con le forze dell’ordine). In questo contesto, il radicamento del sindacalismo rivoluzionario fra i braccianti ferraresi, attraverso la mediazione dei “capilega” locali, si dovette anche alla capacità di quel gruppo dirigente di assecondare le loro esigenze concrete e non solo, come si è sostenuto, a elementi ideologici o a promesse “estremiste”.

Dopo le conquiste su salario e orario del 1901 le leghe dovettero fronteggiare un’articolata controffensiva padronale che erose le basi dell’organizzazione appena costruita, evidenziandone le difficoltà di manovra di fronte alla fermezza degli agrari e all’intervento repressivo dello Stato, ma anche le divisioni (nel Copparese si era formata una federazione separata, più radicale). Ai congressi del 1902 e del 1903 si dovette prendere atto della crisi della Federazione, evidente nel forte calo degli iscritti (da 161 a 81 leghe federate, per 21.000 iscritti), nel dilagare della disoccupazione e nelle difficoltà a rilanciare le lotte. La vicenda di Portomaggiore del 1903 sembrò aprire nuove prospettive: a fronte delle ricorrenti strategie di espulsione degli avventizi, le leghe riuscirono a contrattare un “imponibile”, cioè un numero minimo di braccianti impiegati nei lavori su una determinata superficie di terra (nel caso dell’accordo portuense, due per versuro, cioè uno ogni quindici ettari circa). Ma a parte il caso portuense, nel 1904 in provincia non esistevano più contratti e, nonostante l’autonomia operativa concessa alle leghe locali e il rientro dei copparesi nella federazione provinciale, la campagna di scioperi durante la mietitura venne sbaragliata, anche per la protezione assicurata dalle forze dell’ordine alla “libertà del lavoro”, cioè all’afflusso di crumiri dal Veneto o da Comuni vicini. Il fallimento dello sciopero generale del 1904 portò ad un crollo degli iscritti e della conflittualità: l’anno successivo la Camera del Lavoro passò sotto la direzione del sindacalismo rivoluzionario, che fece di Ferrara uno dei principali laboratori delle sue strategie.

La nuova dirigenza, che controllava anche gran parte delle leghe bracciantili, dovette elaborare una nuova linea, in un serrato confronto con le esperienze discusse in seno alla Federterra, la confederazione nazionale guidata dai socialisti riformisti dalla quale le leghe ferraresi non si staccarono mai. Per evitare ritorsioni e crumiraggi i braccianti tentarono di controllare il mercato del lavoro locale e di definire le regole del collocamento al di là dell’arbitrio dei “caporali” degli agrari. Il problema centrale della disoccupazione, aggravato dopo la svolta del secolo dalla crescita demografica e dalle scelte padronali, spinse le leghe sul terreno di un egualitarismo radicale: il “collocatore”, sulla base delle esigenze delle famiglie e delle capacità dei singoli, stabiliva i turni di assunzione. Una risposta simile riguardò le proposte di “compartecipazione”. Al tentativo di legare una parte dei lavoratori all’azienda con la concessione di piccoli appezzamenti di terreno ove coltivare canapa (da vendere) e mais (per la sussistenza), le leghe dovettero opporre una strategia flessibile. Come per le “giornate”, con la proposta della gestione sindacale della distribuzione dei terreni a compartecipazione si evitavano fratture nel fronte bracciantile e si soddisfava un’esigenza di sicurezza di reddito o alimentare molto sentita dai lavoratori. Le lotte argentane del 1906-7 unirono l’intero fronte contadino e produssero una soluzione di compromesso con un ufficio di collocamento misto che gestiva lavoro e la compartecipazione, mentre nel 1911 il “lodo Taddei”, dal nome del prefetto dell’epoca, ribadì su scala provinciale aumenti salariali per obbligati e avventizi, commissioni arbitrali e un compromesso sul collocamento. Per aumentare il numero di “giornate” che spettavano a ciascun lavoratore le leghe richiesero a Stato ed enti locali programmi di lavori pubblici, specialmente di bonifica, e cercarono di estendere l’“imponibile” di manodopera. Attraverso l’organizzazione e l’allargamento dello spettro delle rivendicazioni (istruzione, igiene e sanità, assistenza sociale) si cementava così un’identità di classe per le comunità bracciantili, che non nutrirono, a differenza di altre situazioni rurali, nostalgie di ritorno alla proprietà della terra, se non in forma collettiva.

Attraverso scissioni e riunificazioni organizzative e una costante polemica con i socialisti riformisti, i sindacalisti rivoluzionari guidarono i braccianti ferraresi in durissime lotte: le adesioni alle leghe, risalite a 27.000 sin dal 1906, confermarono l’unità e la forza del bracciantato ferrarese, ma gli esiti continuamente messi in discussione dall’agraria e la sconfitta finale del 1913 mostrarono i limiti di una strategia locale. La resistenza a oltranza, basata sulle capacità di sacrificio di lavoratori affamati, non poté avere ragione del crumiraggio e dell’intervento delle forze dell’ordine, mentre si ponevano i problemi della solidarietà interna al movimento operaio e del rapporto con le altre figure sociali rurali (mezzadri, affittuari, coloni, piccoli proprietari). Dopo la sconfitta, il movimento operaio ferrarese tornò sotto l’egemonia riformista, ma fu più che altro il segno della delusione: l’indebolimento dell’organizzazione fu evidente nella chiusura della «Scintilla» e nello scioglimento della Camera del Lavoro provinciale, poi nella ridotta adesione di una provincia “ribelle” ai moti della “settimana rossa”. In quello stesso 1914 si registrò tuttavia una grande affermazione elettorale del socialismo ferrarese, mentre anche a livello locale le dirigenze del movimento operaio si dividevano sull’intervento in guerra. La direzione della ricostituita Camera del Lavoro venne infine affidata al ravennate Gaetano Zirardini, al cui nome sarebbero state legate le importanti conquiste bracciantili del dopoguerra.

MN, 2011

Bibliografia

Giuliano Procacci, Geografia e struttura del movimento contadino della Valle padana nel suo periodo formativo (1901-1906), «Studi Storici», 1, 1964, pp. 41-120 (poi in Id., La lotta di classe in Italia agli inizi del secolo XX, Roma, Editori Riuniti, 1970); Teresa Isenburg, Investimenti di capitale e organizzazione di classe nelle bonifiche ferraresi (1872-1901), Firenze, La Nuova Italia, 1971; Alessandro Roveri, Dal sindacalismo rivoluzionario al fascismo. Capitalismo agrario e socialismo nel ferrarese (1870-1920), Firenze, La Nuova Italia, 1972; Franco Cazzola, Manuela Martini, Il movimento bracciantile nell’area padana, in Storia dell’agricoltura italiana in età contemporanea, a cura di Piero Bevilacqua, III, Mercati e istituzioni, Venezia, Marsilio 1991, pp. 733-798; Guido Crainz, Padania. Il mondo dei braccianti dallOttocento alla fuga dalla campagne, Roma, Donzelli 1994.

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