Scioperi

Sezione di Massafiscaglia della Federterra, Operai! E' il primo maggio, manifesto, 29 aprile 1903 Sezione di Massafiscaglia della Federterra, Operai! E' il primo maggio, manifesto, 29 aprile 1903 Archivio storico del Comune di Massafiscaglia

Lo sciopero, una forma di conflitto sociale centrata sull’astensione collettiva dal lavoro, si diffuse in Europa, a partire dal Regno Unito, nel corso dell’Ottocento. Anche se esistono testimonianze precedenti, in Italia la pratica dello sciopero, ancora considerata alla stregua di un reato, cominciò a presentarsi più frequentemente dopo l’Unità e venne depenalizzata solo con il codice Zanardelli del 1889. La direzione di statistica cominciò a registrare gli scioperi a partire dal 1878, ma fino alla svolta del secolo i dati sono lacunosi e approssimativi. Restarono inoltre difficoltà nella registrazione degli scioperi nelle campagne.

Il primo sciopero di cui si abbia notizia a Ferrara fu quello di cinquanta garzoni panettieri che incrociarono le braccia per dieci giorni fra maggio e giugno del 1881: dalle scarne notizie delle statistiche ufficiali si apprende che chiedevano un aumento di salario e ottennero una “transazione”, cioè un compromesso. Quattro anni dopo venne registrato il primo sciopero rurale, ad opera di una cinquantina di non meglio identificati “contadini” di Casaglia, probabilmente braccianti, dato che chiedevano un aumento di “mercede”, forse sollecitato dal contemporaneo movimento mantovano e polesano della boje. Di lì a pochi mesi, nell’agosto del 1885 scesero in sciopero seicento operai delle saline di Comacchio: bastò loro un giorno di inattività per ottenere una paga migliore. Le statistiche non menzionano invece il primo caso di sciopero con risvolti politici, riportato dalla stampa locale: nel corso di una breve agitazione durante la mietitura, nel giugno del 1888 una trentina di braccianti sventolò addirittura una bandiera rossa nei possedimenti dell’azienda Valle Gallare. Anche al di là dei casi citati, il movimento degli scioperi era ancora episodico, ma si intensificò nei cantieri di bonifica fra Copparo, Ferrara e Bondeno. All’inizio del decennio successivo il numero complessivo degli scioperanti si andò ingrossando: oltrepassò il migliaio nel 1890, ancora nei cantieri di bonifica del Centopievese, poi sfiorò i tremila nel 1891, per la prima grande vertenza dei mietitori di Massafiscaglia, Copparo e Ostellato, conclusasi con arresti, un processo e diverse condanne. Appoggiato esternamente dai socialisti e dai democratici, ma non sostenuto da alcuna organizzazione, questo sciopero non ebbe seguito e le agitazioni tornarono ai livelli del decennio precedente, anche per effetto delle repressioni crispine. Prima del 1897 si segnalarono giusto le lotte nelle risaie argentane del 1893 e le continue vertenze nei cantieri per la bonifica di Burana, nel Bondenese.

Il 1897 fu l’anno della svolta: l’ondata di scioperi che si diffuse in tutto il Ferrarese segnò la fine dell’egemonia paternalistica sulle campagne. Undicimila braccianti, uomini e donne, diedero vita a un’agitazione che perdurò per un mese, incontrando la solidarietà dei boari e, in generale, delle classi subalterne. Quell’esperienza rappresentò, con le lotte del Bolognese, il fulcro degli scioperi in Italia. La repressione, con intervento dell’esercito, arresti, processi e condanne, non impedì di ottenere aumenti salariali e l’impegno a stendere nuovi patti colonici, per la prima volta scritti. Il 1898 fu punteggiato di piccoli scioperi, che si concentrarono soprattutto nella bonifica di Burana e nei lavori di roncatura nell’Argentano, per un totale di oltre duemila scioperanti, scesi poi sensibilmente nei due anni successivi, quando si intensificarono però nei lavori legati alle nuove attività saccarifere, dai contadini addetti alla sarchiatura e alla pulitura delle barbabietole, fino a manovali e muratori impegnati nella costruzione dei grandi zuccherifici del capoluogo, e ancora meccanici, ramai e facchini degli stabilimenti di Pontelagoscuro.

La tormentata congiuntura politica della “crisi di fine secolo” vide una lenta sedimentazione ideale e organizzativa, che maturò definitivamente nel 1901, con la formazione della Federazione delle leghe bracciantili e la Camera del Lavoro. Dopo una serie di scioperi spontanei primaverili, durante l’estate una nuova ondata scosse il Ferrarese: a partire dai lavori di mietitura e fino a quelli invernali circa 72.000 lavoratori in gran parte braccianti avventizi organizzati in decine di leghe (ma anche obbligati e boari), scesero in lotta in tutta la provincia con una coesione e determinazione impressionante. Nel Copparese, ad esempio, scioperarono oltre 18.000 lavoratori, mentre da dicembre gli obbligati portuensi rimasero in lotta per 81 giorni di fila per difendere gli accordi strappati nell’estate. Come quattro anni prima, si trattò del conflitto sociale più ampio d’Italia e interessò la maggioranza della popolazione contadina della provincia. I tentativi della Società Bonifica Terreni Ferraresi di rompere il fronte dello sciopero, con l’uso di masse di crumiri piemontesi, romagnoli, veneti e mesolani protetti dalla forza pubblica, sfociarono nell’eccidio di Ponte Albersano, presso Berra (27 giugno), che suscitò una vasta eco, un dibattito parlamentare e pressioni dello stesso Giolitti sull'agraria ferrarese. Agli accordi di giugno, con mediazione prefettizia che estese il lodo di Portomaggiore, si unirono nell’autunno quelli con la SBTF: a Tresigallo per la prima volta un patto fu discusso in contraddittorio e introdusse un primo embrione di imponibile di manodopera. Alla fine l’agraria fu costretta a venire a patti con le leghe e concedere aumenti salariali, diminuzioni di orario e aumenti delle quote di trebbiatura e mietitura, ma negli anni successivi passò al contrattacco cercando di disgregare, con ogni mezzo, la massa bracciantile e riuscendo a metterne in crisi le organizzazioni. L’annullamento dei patti costrinse a nuove mobilitazioni nel 1902, quando incrociarono le braccia quasi diecimila braccianti, specie nel Copparese e nel Portuense. La tensione rurale calò nel 1903, con circa 5.000 scioperanti, ma a Portomaggiore i boari contrattarono un patto che favoriva il bracciantato, ad esempio abolendo lo scambio di opere fra coloni (la “zerla”) e definendo più precisamente l’imponibile (cioè il rapporto fra superficie e avventizi da impiegare). La centralità delle campagne non deve far trascurare l’alto livello di mobilitazione nelle industrie e nei cantieri di bonifica che videro in media circa 2.500 scioperanti l’anno fra 1901 e 1903.

Come nel resto d’Italia nel 1904 la conflittualità si riaccese: calò a un migliaio negli altri settori, ma vide 20.000 braccianti (un quinto degli scioperanti del Regno) lottare per riaffermare tariffe e orari conquistati nel 1901 e per una redistribuzione della compartecipazione, reintrodotta dagli agrari per dividere il fronte sindacale. Disoccupazione, crumiraggio e repressione sancirono una sconfitta complessiva che portò a compimento la crisi delle leghe ferraresi. Lo sciopero generale nazionale di solidarietà del settembre incontrò riscontri disordinati nel Ferrarese e, salvo nell’Argentano, limitati ad una sola giornata. Nel 1905-06 si toccarono i punti più bassi degli scioperi rurali (tre vertenze in tutto). Si segnalò solo l’isolata esperienza di Argenta, ove fra 1906 e 1907 migliaia di braccianti, boari e mezzadri diedero vita, sotto la nuova direzione sindacal-rivoluzionaria, ad uno scontro durissimo che vide l’emigrazione temporanea di centinaia di bambini affidati alla solidarietà del movimento operaio di mezza Italia, ma riuscì ad imporre il ruolo delle leghe nella gestione del collocamento e della compartecipazione, ulteriormente ribadito con nuovi scioperi nel 1910. La repressione spense un analogo focolaio nel Copparese. Nel mentre i conflitti negli altri comparti, specie nelle costruzioni e nei lavori di sterro, risalivano nel quadriennio 1905-1908 alla media di oltre tremila scioperanti per anno. La conflittualità nel resto delle campagne si mantenne tuttavia bassa anche nel triennio 1908-10, quando si registrarono piccoli scioperi, che coinvolsero in media un migliaio di lavoratori rurali. Analogo riflusso segnò i conflitti “industriali” nel quadriennio 1909-12, con un solo rialzo nel 1911 a quasi tremila scioperanti.

Le campagne ferraresi tornarono ad essere uno dei centri della conflittualità sociale in Italia nel corso del 1911, quando scioperarono 98.000 fra avventizi, obbligati e boari. A febbraio si riempirono le piazze delle cittadine della provincia con la richiesta di lavori pubblici, mentre alla mietitura l’obiettivo del collocamento di classe spinse allo sciopero i lavoratori agricoli dell’intera provincia, che tornarono ad incrociare le braccia ancora nell’autunno a fronte dell’arroccamento dell’agraria: alla fine il “lodo Taddei” prefettizio concesse sostanziosi aumenti salariali, ridusse l’orario degli obbligati e introdusse commissioni arbitrali, mentre la questione del collocamento restò in sospeso. La tensione rimase alta nei due anni successivi, quando incrociarono le braccia 16.000 e poi 38.000 lavoratori delle campagne. Nel 1913 gli scioperanti ferraresi costituirono la metà di quelli dell’Italia intera: a Massafiscaglia si aprì una durissima vertenza attorno all’istituzione di un ufficio di collocamento, durata otto mesi e condotta da entrambe le parti con estrema determinazione. La sconfitta dello sciopero generale di solidarietà, l’intervento di crumiri e i primi cedimenti di gruppi di lavoratori estenuati sancirono la fine dell’egemonia sindacal-rivoluzionaria, ma consegnarono questioni aperte e rivendicazioni al dopoguerra.

Nel complesso, stando alla documentazione ufficiale, nel giro di trent’anni si registrarono oltre 500 scioperi nel Ferrarese, ma furono in gran parte concentrati nell’età giolittiana: metà delle vertenze riguardarono l’agricoltura, un terzo le industrie, soprattutto del capoluogo, e circa un sesto i cantieri di bonifica e altri lavori di scavo e sterro, mentre del tutto episodici furono gli scioperi nei servizi. La centralità delle campagne risalta ancor più se si considera il numero dei lavoratori coinvolti nelle agitazioni: quasi il 90% dei circa 330.000 scioperanti nel trentennio (300.000 dal 1901) erano braccianti avventizi o fissi (ma anche, in proporzione minore, boari e coloni), ai quali vanno aggiunti 22.000 braccianti dei lavori di bonifica e simili e 17.000 operai industriali o manovali edili.

MN, 2011

Bibliografia

Ministero dell’Agricoltura, Industria, e Commercio - Direzione generale della Statistica, “Statistica degli scioperi avvenuti nell'industria e nell’agricoltura”, Roma, 1892-1904 (per gli anni 1878-1901); Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio - Ufficio del Lavoro, “Statistica degli scioperi avvenuti in Italia”, Roma, 1906-1916 (per gli anni 1902-1913); Ministero dell’Agricoltura, Industria, e Commercio, “Bollettino dell’Ufficio del Lavoro”, 1904-1914; Teresa Isenburg, Investimenti di capitale e organizzazione di classe nelle bonifiche ferraresi (1872-1901), Firenze, La Nuova Italia, 1971; Alessandro Roveri, Dal sindacalismo rivoluzionario al fascismo. Capitalismo agrario e socialismo nel ferrarese (1870-1920), Firenze, La Nuova Italia, 1972.

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