Democratici

Un opuscolo di propaganda democratica Un opuscolo di propaganda democratica Collezione privata

Gli anni Trenta e i primi anni Quaranta dell’Ottocento sono molto importanti in chiave storico-politica perché se, da un lato, l’immagine della nazione si solidifica e si impone in modo uniforme a tutti coloro che credono nel suo riscatto, dall’altra cominciano a manifestarsi con evidenza le divisioni sulle progettualità politico-costituzionali, che assumono anche forme organizzative distinte. Accanto alla corrente moderata-neoguelfa l’altra principale espressione del movimento nazionale è quella democratico-mazziniana. Per quanto il campo democratico sia attraversato da un molteplice sistema di reti settarie (come quelle europeiste e comuniste ispirate da Buonarroti) è certo che dal 1831, proprio l’anno in cui a Ferrara scoppiano le rivolte di stampo liberale contro il governo pontificio, la figura di Giuseppe Mazzini si impone con la forza della sua predicazione politica e della sua rete organizzativa, la Giovine Italia. Ferrara aveva dato i natali al conte Alessandro Bonacossi, patriota che dopo aver aderito ai princìpi giacobini, è in Francia propugnatore dell’ideale repubblicano e successivamente, come direttore a Marsiglia di un foglio antimazziniano, deciso sostenitore di una cospirazione europea di vasto raggio in grado di soggiogare anche i princìpi ispiratori delle insurrezioni italiane.

Dopo il biennio 1848-49, mentre Cavour coglie una serie di successi e il Piemonte costituzionale consolida il proprio prestigio di Stato liberale, l’opinione democratica vive una stagione difficile, indebolita dalle recriminazioni e dalle polemiche interne sulla conduzione della rivoluzione quarantottesca. Si contano diverse posizioni. Da chi sostiene la necessità di costruire una federazione di repubbliche democratiche (Giuseppe Ferrari, Carlo Cattaneo) a chi punta sulla strada di una rivoluzione nazionale (Pisacane). Mazzini invece resta fedele al suo pensiero prerivoluzionario, propugnando l’organizzazione di più insurrezioni che avrebbero portato poi alla convocazione di una costituente. Di quei tempi si ricordano a Ferrara almeno un paio di eventi significativi: la costituzione del battaglione dei “Bersaglieri del Po”, composto da 155 patrioti che si fa onore nella prima guerra d’indipendenza; la fucilazione dei patrioti mazziniani Succi, Malagutti e Parmeggiani (avvenuta il 16 marzo 1853), condannati per alto tradimento, in quanto membri di un comitato patriottico che, il 27 maggio del 1852, effettua un lancio di volantini durante un balletto al teatro Comunale.

Dopo l’unità di Italia le prime elezioni politiche vedono una sostanziale predominanza del “gran partito liberale”, ma il quadro è destinato a mutare nelle tornate successive, amministrative e politiche, quando si fa largo una sinistra moderata e democratica, sostenuta dalla Società Democratica Unitaria Ferrarese, dalla Società di Mutuo Soccorso degli Operai, che sostiene il programma elaborato su scala nazionale da Saffi, incentrato sul suffragio universale e sull’istruzione elementare obbligatoria e gratuita. Rapida e affascinante si dispiega poi sul territorio, in periodo elettorale, una grande battaglia intellettuale appoggiata dagli organi di stampa locali come «La Gazzetta ferrarese» e «L’Eridano», che si pone a pieno titolo nel dibattito tra destra e sinistra.

A Ferrara, nel periodo post-unitario, l’uomo più intraprendente in campo democratico è, senza dubbio, Severino Sani, un ex garibaldino che, pur non avendo mai combattuto le guerre risorgimentali, diviene capo della “Società reduci dalle patrie battaglie”, facendone strumento delle proprie fortune elettorali. La formazione di un partito democratico si innesta da un lato sulla prevalenza elettorale della sinistra (per anni nei quattro Collegi elettorali del Ferrarese, l’unico deputato eletto dalla Destra risulta Mangilli), dall’altro nella linea antimoderata assunta dai molti liberali che nel periodo precedente avevano combattuto il governo pontificio. Sani è un abilissimo interprete della doppiezza politica, spaziando in modo spregiudicato tra alleanze e opportunismi: rappresentante del partito democratico-radicale che si oppone ai moderati liberali, avrebbe poi tentato la strada dell’alleanza con gli antichi avversari e infine avrebbe favorito l’inserimento dei cattolici per ostacolare i socialisti e le nuove tendenze democratiche, rappresentate da Ercole Mosti, che si era staccato dal suo partito. Nel 1877 Sani è consigliere e assessore nel Comune di Ferrara, allora guidato dal sindaco Anton Francesco Trotti, un ex ostaggio degli austriaci nel 1849, molto amato dai ferraresi. Il Consiglio comunale, costituito da una maggioranza di liberali moderati, alle elezioni del 1875 vede eletti, secondo consuetudine, anche candidati della lista opposta, detta di conciliazione. Dopo le elezioni parziali e l’elezione di un Consiglio a maggioranza democratica, viene infine eletta una giunta tutta democratica, che vede tuttavia una frattura nel 1878 quando tre assessori, Adolfo Mayr, Ignazio Scarabelli e Gaetano Forlani, si dimettono dalla giunta comunale. Sani tuttavia avrebbe mantenuto l’incarico, dimostrando indifferenza verso la coerenza politica. La cosa non gli impedì di essere, l’anno successivo, tra i rappresentanti del partito progressista al congresso regionale di Bologna. Sempre nel 1879 la caduta del governo Cairoli provoca forti contraccolpi tra le fila democratiche, che nell’ex garibaldino pavese avevano intravisto l’espressione più alta della democrazia in uno stato unitario monarchico. A Ferrara, mentre Scarabelli si ritira progressivamente dalle scene, Sani diviene incontrastato leader dei democratici radicali. Di fronte alla trasformazione del sistema elettorale (ai Collegi uninominali viene sostituito il sistema dello scrutinio di lista e nel frattempo l’elettorato sale da mezzo milione a due milioni di votanti), Sani intuisce l’esistenza di uno spazio politico e promuove l’alleanza fra radicali e sinistra “storica”, che culmina nella composizione di una lista (Carpeggiani, Seismit-Doda, Sani) che avrebbe sconfitto quella dei moderati alle elezioni politiche del 1882. Eletto alla Camera, Sani siede nel gruppo dell’estrema sinistra, confermando il suo radicamento elettorale con la successiva rielezione nel 1886. Rafforza il proprio potere attraverso una rete di rapporti clientelari, una grande iniziativa imprenditoriale e un equilibrio di poteri che lo porterà, in alcuni casi, ad appoggiare candidati moderati contro i democratici-radicali in altri collegi della provincia, pur di trarre vantaggi – cioè l’appoggio liberale – nelle elezioni del suo Collegio. Un’altra abile mossa di Sani è quella di guadagnare l’appoggio dei cattolici e delle gerarchie ecclesiastiche, sfruttando il proprio ruolo di esattore delle decime della Mensa arcivescovile. Successivamente il potere di Sani si indebolisce, anche a causa di una serie di scandali e di opposizioni interne, scaturite da gruppi di giovani che avevano fondato, tra l’altro, il Circolo Radicale Operaio.

Tramontato definitivamente il “sanismo”, il filo delle politiche democratico-radicali è ripreso dal conte Ercole Mosti. Proclamata la natura borghese del partito, lo mantiene tuttavia aperto alle collaborazioni a sinistra, anche con i socialisti. Le elezioni comunali di Ferrara del 1902 lo vedono eletto in Consiglio comunale e rappresentano l’avvio di una folgorante carriera che lo avrebbe portato alla vittoria alla testa dei partiti popolari.

LR, 2011

Bibliografia

Alessandro Roveri, Dal sindacalismo rivoluzionario al fascismo: capitalismo agrario e socialismo nel Ferrarese (1870 – 1920), Firenze, La Nuova Italia, 1972; Sinistra costituzionale, correnti democratiche e società italiana dal 1870 al 1892, Firenze, Leo S. Olschki, 1988; 1892-1992. Il movimento socialista ferrarese dalle origini alla nascita della repubblica democratica, a cura di Aldo Berselli, Cento, Centoggi editore, 1992; Davide L. Mantovani, Liberali, radicali, socialisti. La battaglia delle idee, ivi, pp. 49-60; Davide L. Mantovani, Le elezioni a Ferrara dall’Unità allo scrutino di lista, «Ferrara Storia», 1, I (1996), pp. 19-26.

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