Ceti medi rurali

L’agricoltura ferrarese all’inizio del XIX secolo presentava aspetti contraddittori e diversificati. A causa di fattori quali la fertilità e la natura dei suoli, la prossimità a valli, paludi e fiumi a regime minaccioso, si potevano distinguere tre aree: le “terre vecchie”, nelle quali era diffusa la conduzione a boaria; il “confine bolognese”, dove si era stabilita la mezzadria; il “Centese”, con l’istituto originale della “partecipanza”. All’inizio dell’Ottocento, ma soprattutto durante il periodo napoleonico con la confisca dei beni della Chiesa e del clero e la vendita di queste proprietà, andò intensificandosi l’uso del patto di boaria a scapito della mezzadria, dell’affittanza e della piccola proprietà, che erano il tipo di conduzione maggiormente utilizzato sulle terre da secoli prosciugate e appoderate e contraddistinto da un caratteristico complesso di appezzamenti di terra, di edifici di abitazione e di servizio (stalle, pollai, porcili, forno, pozzo, tettoie, ecc.), di dotazioni tecniche e strumentali, di forze umane ed animali.

Nel corso dell’Ottocento tale equilibrio appariva consolidato e assumeva le caratteristiche di un vero e proprio modello economico-agrario.

In questi poderi venivano coltivati oltre ai cereali anche il mais e la canapa. Nell’ambito dell’azienda agricola si allevavano il baco da seta, le api, le pecore, si lavoravano il lino e la canapa, si producevano pane, insaccati, burro e formaggi, vino.

La relativa autosufficienza dell’azienda agricola tradizionale, pur nel quadro di crescenti e sempre più strette relazioni con il mercato, era anche il prodotto di un preciso equilibrio dei rapporti agronomici e delle singole funzioni: all’unità di superficie (il “versuro”), corrispondevano precise quantità di animali da lavoro e una soglia minima di forza-lavoro umana, cioè di unità lavorative familiari da impiegare nei lavori campestri e nella cura della stalla durante il corso dell’annata agraria. Questo equilibrio, sempre precario, consentiva di sfamare il gruppo familiare inserito nel fondo, ma richiedeva, nei momenti di punta del lavoro agricolo o per le operazioni più faticose legate alla coltura della canapa, il lavoro salariato (avventizio o annuale) di braccianti, giornalieri o di castaldi.

Nei fondi condotti a mezzadria a colonia parziaria e a compartecipazione, i conduttori avevano tutta o parte dell’iniziativa e della responsabilità nella conduzione dell’azienda, con ogni rischio che ne derivava: guadagnavano se l’annata era buona o, al contrario, si indebitavano con il proprietario, che manteneva comunque il potere decisionale sulle terre concesse agli affittuari.

Secondo la statistica del prefetto Giacinto Scelsi, pubblicata nel 1875, nella provincia di Ferrara su una superficie catastale di 251.952 ettari si contavano 116.607 ettari di terreni seminativi, 41.795 ettari di prati naturali e pascoli, 5.693 ettari di prati artificiali. Il resto della superficie censita era occupato dall’acqua: almeno 33.555 valli dolci da canna o da strame e circa 50.800 ettari di valli salse da pesca o utilizzate per scolo delle acque.

L’Inchiesta Agraria Jacini rilevò una ripartizione tra piccola, media e grande proprietà terriera in questo modo: nel circondario di Ferrara vi erano circa 18.000 piccole proprietà suddivise su oltre 16.100 ettari, con un valore pari a oltre 20.566.340 lire. Nel Centese il numero delle piccole proprietà ascendeva a oltre 7.260, per un’ampiezza totale di 6.540 ettari e un valore pari a 5.793.543 lire; a Comacchio il numero di piccoli possessori di terra era di 2.597 unità, estese su 12.985 ettari per un valore di 8.866.807 lire. In tutta la provincia l’estensione della piccola proprietà ascendeva a 27.832 unità, suddivise su circa 35.600 ettari, con un valore di oltre 35.200.000 lire.

Per quanto riguarda la media proprietà, a Ferrara questa era pari a 2.456 unità, suddivise in circa 49.000 ettari, con un valore di oltre 62.400.000 lire. A Cento, le medie proprietà erano pari a 535, estese per oltre 6.400 ettari, con un valore di circa 5.680.000 lire. Nel Comacchiese la media proprietà aveva una consistenza di 373 unità, estesa su circa 12.000 ettari, con un valore pari a oltre 8.400.000 lire. Quindi, nella provincia di Ferrara il numero complessivo di medie proprietà ammontava a 3.364, disposte su oltre 67.800 ettari, con un valore complessivo di oltre 76.530.000 lire.

La grande proprietà a Ferrara contava 345 ditte, disposte su circa 81.000 di terreno, con un valore di oltre 103.000.000 di lire. Nel Centese le grandi proprietà erano 31, estese su circa 6.900 ettari, con un valore di oltre 6.170.000 lire. Nel circondario comacchiese, queste erano 73, estese su oltre 19.880 ettari e valevano oltre 13.581.000 lire.

Riassumendo, nella provincia la grande proprietà con particolare diffusione nel Ferrarese centrale, dominava su circa 108.000 ettari (il 50,8%). Essa aveva una consistenza di circa 500 ditte e un valore di oltre 122.900.000 lire, mentre la media proprietà, che occupava il 32,3%, era diffusa specialmente nel Centese; la piccola proprietà, che in provincia era pari al 16,9%, era diffusa soprattutto nel Centese e nel Comacchiese. Inoltre, nella stessa provincia, col passare degli anni si ebbe un’alternanza di contratti a mezzadria con patti di compartecipazione e boaria, sia sulle terre vecchie, sia sulle terre nuove bonificate. Questi ultimi rapporti agrari meglio rispondevano alle esigenze delle nuove colture e dei nuovi macchinari utilizzati per le bonifiche e per le coltivazioni. Infatti, la possibilità dei nuovi proprietari di acquistare le terre demaniali, del clero o le terre frazionate dei nobili, portò a forme di speculazione che intervennero negativamente sulle condizioni di vita dei lavoratori della terra.

Il contratto di boaria prese sempre più piede anche nelle zone dove era diffusa la mezzadria, la piccola e media proprietà, trasformando, negli anni, i contratti agricoli in rapporti precari e al limite della sussistenza. Per decenni nelle campagne ferraresi si assistette ad un lento, ma inesorabile cambiamento e le classi contadine conobbero un graduale processo di proletarizzazione, in atto già da diversi decenni, sin da quando iniziarono a diffondersi i contratti di lavoro salariato. Così, quando nel 1887 le organizzazioni operaie iniziarono gli scioperi per chiedere un miglioramento delle condizioni di lavoro e salario nei cantieri delle bonifiche, a questi si associarono anche le categorie agricole che fecero fronte comune per chiedere la revisione dei contratti agricoli di boari, compartecipanti, coloni e mezzadri. Il fronte comune tra operai e coltivatori si diffuse soprattutto nel basso Ferrarese, dove i contratti di boaria erano stati adattati alle particolari condizioni dei nuovi ambienti bonificati, con suddivisioni fondiarie del doppio versuro, ovvero oltre i 60 ettari, e l’utilizzo di manodopera salariata e avventizia proveniente soprattutto dal Ravennate e dal Polesine. In questo periodo gli scontri furono duri, ma anche e volte inefficaci, perché tra operai e classi agricole non si creò sempre concomitanza di intenti. Mentre nelle fabbriche e nei cantieri gli operai poterono arrivare a migliori condizioni di lavoro, non fu così per i contadini che videro addirittura peggiorare il loro stato. Inoltre, la crisi agraria di fine secolo mise in ginocchio l’agricoltura padana, ferrarese inclusa. A causa della contrazione dei prezzi del frumento e degli alti canoni d’affitto, molti piccoli proprietari furono costretti ad indebitarsi e a frazionare i loro appezzamenti. Mezzadri, coloni, fittavoli, infine, finirono per lasciare le proprie terre e diventare boari o, più drammaticamente, braccianti avventizi e manovali dei lavori di bonifica.

L’aumento della massa bracciantile e la rottura delle antiche consuetudini paternalistiche portò all’aumento della conflittualità nelle campagne ferraresi, mostrando tutte le discrepanze di uno sviluppo agricolo trainato dalle opere di bonifica, che aveva portato ad abbandonare le forme contrattuali coloniche, radicalizzato i patti di boaria e prodotto una massa di avventizi in cerca di lavoro.

MC, 2012

 

Bibliografia

Atti della Giunta per l’Inchiesta agraria e sulle condizioni delle classi agricole, Relazione finale Jacini, appendice Bertani, vol. XV, Roma, 1885; Pietro Niccolini, Ferrara agricola. Cenni storici e statistici, Ferrara, Taddei, 1926; Luigi Preti, Le lotte agrarie nella valle padana, Torino, Einaudi, 1955; Mario Zucchini, L’agricoltura ferrarese attraverso i secoli. Lineamenti storici, Roma, Volpe, 1967; Franco Cazzola, Storie delle campagne padane dall’Ottocento a oggi, Milano, Bruno Mondadori, 1996.

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