Industria

La raffineria ferrarese-ligure di Pontelagoscuro, cartolina La raffineria ferrarese-ligure di Pontelagoscuro, cartolina collezione privata

Il processo di industrializzazione del Ferrarese si realizzò in ritardo rispetto ad altre zone dell’Italia settentrionale. In un contesto economico eminentemente basato sull’agricoltura, lo sviluppo del settore era ostacolato dalla assenza di qualificate classi mercantili e imprenditoriali, dalla quasi assoluta mancanza di fonti energetiche e di strutture idonee al trasporto delle materie prime e dei prodotti lavorati, dalla scarsità di scuole professionali per un’adeguata formazione tecnica e industriale.

Le statistiche napoleoniche testimoniavano una modesta presenza di attività manifatturiere nel capoluogo, esclusivamente rivolte a soddisfare il fabbisogno del piccolo mercato urbano e di pochi centri limitrofi; grave ostacolo all’espansione commerciale era poi il pessimo stato in cui versavano le vie di comunicazione. I laboratori artigianali si limitavano a una conceria di pelli, una fabbrica di rosolio, una saponeria, una bottega di cappelli e qualche pastificio. Era poi segnalata, non senza un certo disappunto, l’assenza di stabilimenti per la lavorazione della canapa, prodotta in grandi quantità e con ottimi risultati qualitativi nel Ferrarese e soprattutto nel Centese. La più importante realtà manifatturiera si trovava a Comacchio, dove circa trecento persone erano impegnate, almeno quattro mesi l’anno, nelle attività di cottura e marinatura delle anguille che, insieme all’estrazione del sale marino, avrebbero caratterizzato per tutto il XIX secolo l’economia della cittadina lagunare, evolvendosi progressivamente dalla dimensione artigianale ad un più maturo statuto industriale.

Agli inizi dell’Ottocento comparvero i primi sporadici opifici a ridosso del Po e del Volano, principali vie fluviali che garantivano l’approvvigionamento idrico e la facilità di trasporto delle merci. L’esperienza più significativa di questa fase fu quella del saponificio sorto a Pontelagoscuro nel 1812 per iniziativa del triestino Carlo Luigi Chiozza. Il cavaliere Luigi Turchi, entrato come dipendente, diventò ben presto comproprietario dello stabilimento e ne fu direttore per circa quarant’anni, durante i quali la ditta raggiunse i più maturi risultati. L’attività proseguì fino agli anni Venti del Novecento con un grande successo coronato dalle esposizioni internazionali e da un raggio di esportazioni in tutti i continenti, senza che venisse mai meno la natura familiare dell’azienda, pur intessuta di elementi capitalistici che le garantirono sempre alti livelli di competitività sul mercato.

Fino agli anni Quaranta il quadro economico ferrarese rimaneva pressoché costante, con modeste attività manifatturiere e qualche novità: una fabbrica di vetri e cristalli del piemontese Giovanni Battista Brondi e una di cremor tartaro (un agente lievitante) fondata nel 1829 da Costantino Bottoni. Realtà industriali più significative sorsero a partire dalla metà del secolo, articolandosi principalmente nella meccanizzazione di attività artigianali legate all’agricoltura e nello sviluppo manifatturiero dell’industria di trasformazione delle produzioni primarie, spesso ancora legata ad una dimensione artigianale. Nel 1847 sorse un mulino a vapore per la macinazione dei cereali nel borgo di San Luca, a circa un chilometro dalla porta Reno; frutto di una società cui aderivano Giuseppe Devoto e Giovan Battista Borromei, esso divenne operativo nel 1856 e presto la responsabilità della dirigenza fu lasciata a Pietro Bergami che arricchì lo stabilimento con macchinari della ditta Schlegel, officine e un panificio. Nonostante l’efficienza e la buona organizzazione garantite dagli eredi, l’attività molitoria dell’edificio si estinse alla fine dell’Ottocento. Nel 1857 fu inaugurato, in località Quacchio, il canapificio della società in accomandita Agricolo-Industriale fondata dal conte Achille Magnoni e dal professor Massimiliano Martinelli; dotato di macchine provenienti dalle officine Schlegel di Milano e dalla ditta Roberts-Mc Adam di Belfast, ebbe buoni ma effimeri risultati che provocarono il rapido fallimento dell’impresa.

Mentre si manifestavano questi primi tentativi di insediamento industriale di piccola dimensione, il territorio ferrarese entrava nell’epoca delle travolgenti trasformazioni fondiarie e produttive indotte dalla grande bonifica meccanica che, con l’applicazione su larga scala delle macchine a vapore, strappò al dominio delle acque vastissime aree. I nuovi latifondi disponibili a basso costo attirarono velocemente gli interessi delle grandi società capitalistiche che ne intuirono le possibilità di investimento e di sfruttamento industriale connesso alla trasformazione in loco dei principali prodotti agricoli. Per tutta la seconda metà dell’Ottocento gli interessi imprenditoriali si spostarono nei terreni liberi ad ovest della città, “fuori la Porta Po”, dove notevoli erano i vantaggi offerti agli opifici dalla presenza dello scalo ferroviario. Trovarono qui insediamento, a partire dagli anni Settanta dell’Ottocento, le fornaci Hoffman dei fratelli Zamorani, alle quali nel 1900 si affiancò uno stabilimento ceramico con notevoli macchinari, la cui laboriosa ed efficiente attività proseguì, tra fasi alterne, sino alla fine degli anni Venti del secolo successivo. Il settore dei laterizi era d’altronde piuttosto rilevante se, nell’ultimo trentennio dell’Ottocento, si registrava la presenza di fornaci anche a Copparo, Migliarino, Argenta, Cento, Sant’Agostino, Codigoro, Lagosanto e Portomaggiore.

Nel contesto economico ferrarese tardo ottocentesco fu importante il ruolo dell’industria tessile. Due erano gli opifici cittadini che, dagli anni Settanta, con una manodopera quasi esclusivamente femminile, raggiunsero notevoli risultati: la laneria e setificio Reggio e il maglificio Hirsch. Entrambi producevano articoli di qualità destinati alla vendita su tutto il territorio nazionale e all’estero. Il successo più lusinghiero nel settore spettava tuttavia alla canapa, il cui mercato interno ed internazionale in espansione fu la vera novità dell’economia ferrarese. Nella seconda metà dell’Ottocento si affermò, accanto alle tradizionali attività di filatura e tessitura della fibra, la fabbricazione di spaghi e cordami per la marineria, l’agricoltura, gli imballaggi, i materassi, le sellerie e i calzaturifici. Grande importanza ebbe sicuramente il canapificio Sinz che, aperto nel 1873 nell’attuale via San Giacomo di fronte alla stazione ferroviaria, fu per oltre cinquant’anni la più importante fabbrica di manifattura canapicola della città. Dopo una grave crisi negli anni 1911-13, l’attività si trascinò verso un periodo molto difficile, coerentemente con la fase di recessione del mercato nazionale della canapa negli anni Venti e Trenta per l’arrivo di fibre più concorrenziali. Lo sviluppo dell’industria canapicola avvenne in misura più intensa nel Centese, dove decisiva fu l’attività del Linificio Canapificio Nazionale detto “Al Fabricon”, sorto nei primi anni del Novecento, per iniziativa del cavaliere Callisto Govoni, un pioniere nel settore. La canapa trovò qui il suo habitat ideale e, per l’ottima resistenza e morbidezza, fu coinvolta in un grande flusso di esportazioni che, giungendo grazie al “canalino” sino al porto di Venezia, si irradiava verso Germania, Inghilterra e Impero asburgico.

Alla fine dell’Ottocento, accanto al settore tessile, quello saccarifero fu per il Ferrarese il secondo principale ambito di sviluppo industriale. L’introduzione della barbabietola da zucchero nelle campagne modificò sensibilmente l’assetto economico locale e incise profondamente sul rapporto tra la conformazione del territorio e gli insediamenti industriali che si disseminarono in quasi tutta la provincia. Il primo opificio sorse per volontà del piemontese Francesco Cirio a Codigoro nel 1898; seguì, nel settembre 1900, lo Zuccherificio Agricolo Ferrarese, grazie alla laboriosa attività del professor Adriano Aducco che, per superare gli aperti contrasti fra industriali e proprietari terrieri, aveva fondato una cooperativa di agricoltori che lavoravano direttamente il prodotto delle proprie terre. Per iniziativa dei signori Bonora, Massari e Zanardi venne poi eretto, nei pressi della stazione ferroviaria, lo zuccherificio e raffineria Bonora, operativo dal 1901. In pochi anni sorsero gli stabilimenti Schiaffino-Roncallo (1899), la raffineria Ferrarese-Ligure (1901) e lo zuccherificio Gulinelli con le annesse distillerie; ad eccezione di quest’ultimo, tutti gli altri vennero assorbiti nel giro di pochi anni dall’Eridania, confermando la pluriennale saldatura fra il capitale saccarifero genovese e quello agricolo locale.

L’attività saccarifera si intensificò maggiormente a Pontelagoscuro, a ridosso della linea ferroviaria Ferrara-Padova, dove erano garantiti trasporti facili e rapidi, l’ausilio di quelli fluviali e l’approvvigionamento idrico necessario alla lavorazione delle barbabietole. L’ottimale condizione di scalo ferroviario e navale interno consentiva al piccolo paese di svolgere una funzione di interscambio commerciale di primaria importanza per l’economia agraria ferrarese. Investimenti esogeni di ingenti capitali trasformarono rapidamente il villaggio in un polo industriale di livello europeo. Le speranze alimentate dall’industria saccarifera in una prospettiva di miglioramento economico ed occupazionale vennero presto deluse: nel primo decennio del Novecento, il decollo industriale del Ferrarese, limitato al settore saccarifero, era ancora assai lento. L’incapacità di iniziativa economica locale, la mancanza di una solida tradizione industriale e di esperienza tecnico-organizzativa del ceto imprenditoriale, unitamente alla povertà di infrastrutture e alla fuga dei capitali all’esterno della provincia, impedirono al Ferrarese di partecipare al grande progresso che, in età giolittiana, avrebbe interessato l’industria tessile, chimica e meccanica nell’Italia settentrionale.

RF, 2011

Bibliografia

Filippo Maria Deliliers, Cenni statistici della provincia di Ferrara raccolti dalla Camera di commercio, Ferrara, Taddei, 1850; Alessandro Roveri, Dal sindacalismo rivoluzionario al fascismo. Capitalismo agrario e socialismo nel ferrarese (1870-1920), Firenze, La Nuova Italia, 1972, pp. 135-147; Archivio storico dell’Industria Italiana, Le condizioni industriali della provincia di Ferrara 1890, riedizione promossa dall’Unione degli Industriali della provincia di Ferrara, Bologna, Licausi, 1982; Franco Cazzola, Alle origini della prima industrializzazione ferrarese: Pontelagoscuro e il Po, in Il Lago-Scuro Ponte per la Città, a cura di Marica Peron e Giacomo Savioli, Ferrara, Arstudio, 1987, pp. 63-80; Centro Etnografico Ferrarese, Il tempo delle ciminiere. Censimento fotografico del patrimonio storico industriale della provincia di Ferrara. Parte prima: 1800-1920, a cura di Roberto Roda e Giovanni Guerzoni, Padova, Interbooks, 1992.

 

 

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