Rivolte popolari

Pel rincaro del pane, "Gazzetta ferrarese", 30 aprile 1898 Pel rincaro del pane, "Gazzetta ferrarese", 30 aprile 1898 Biblioteca Comunale Ariostea - Ferrara

Il lungo XIX secolo vede il passaggio dalle proteste popolari tipiche dell’Età moderna a forme di conflitto sociale centrate sul lavoro e organizzate in maniera permanente. In genere le modalità non disciplinate, non riconosciute o non vincenti di azione popolare sono state derubricate a “rivolte” e spesso attribuite alla semplice “fame”, trascurando così il ruolo delle relazioni sociali fra le classi e delle idee di giustizia che le legittimano. Il Ferrarese offre un buon catalogo di esempi, dalle semplici “dimostrazioni” a vere e proprie insurrezioni che contestano violentemente l’ordine politico e generano uno scontro aperto con la forza pubblica. I diversi episodi e tipologie hanno suscitato un interesse diseguale fra gli studiosi e in questa sede si possono indicare solo i contorni di un terreno ancora in larga parte da dissodare.

Se nel 1796 l’arrivo dei francesi non suscitò mobilitazioni urbane, salvo la ribellione di Argenta e Lugo, nelle campagne le insorgenze anti-napoleoniche misero in costante difficoltà i nuovi amministratori. Da Ariano, dal Copparese e dal Centese bande di insorgenti facilitarono la riconquista austriaca del 1799. Dopo il ritorno di Napoleone, i loro membri alimentarono la renitenza alla leva e nutrirono forme di banditismo, evidenziando così la vulnerabilità delle nuove istituzioni: a Migliarino fu stroncata una rivolta contro la coscrizione, Crespino si ribellò ai francesi nel 1805 e due anni dopo l’archivio del Comune di Ostellato venne distrutto in un’incursione di “briganti” che incendiò il municipio. Nell’estate del 1809 il tentativo di introdurre una tassa sulla macinazione dei cereali unì le campagne ferraresi in un unico moto di rivolta che si spinse fino all’assedio del capoluogo.

Dopo i sussulti rurali antigiacobini, negli anni della Restaurazione lo scenario della protesta ritornò in città, nelle forme dei “moti” liberali e nazionali. La rivolta urbana, quando assume carattere politico e coinvolge almeno una parte delle classi dirigenti, ha goduto di maggiori attenzioni storiografiche. Il ruolo di Ferrara nei movimenti liberali e nazionali è cruciale, per la diffusione delle “sette” (carboneria, massoneria), favorita anche dalla posizione di confine fra Austria e Stato Pontificio, che, fra l’altro, porta anche alla presenza di numerosi patrioti relegati dal governo papale.

Nel febbraio 1831, un lunedì di mercato il popolo di Ferrara circondò il Castello e questo fu sufficiente a scongiurare il ricorso all’intervento della truppa, ad avviare la formazione di una guardia nazionale, all’instaurazione di una giunta e, infine, dopo la cacciata del legato, un governo provvisorio. Il capoluogo fu imitato subito dai centri della provincia, come Argenta e Copparo, ma l’esperienza risultò di breve durata. In poco più di un mese di governo si registrano anche tumulti dettati dal malcontento popolare e tentativi separatisti dalla Romagnola, dal Centese e da Comacchio. Negli anni successivi la repressione e il consolidamento della guarnigione austriaca nella Fortezza alle porte della città impedirono che la crescente ostilità divampasse in episodi di aperta rivolta collettiva. Come nel 1831, nemmeno nel 1848 si segnalarono scontri e l’adesione alla Repubblica romana ai primi del 1849 poté convivere con la presenza militare asburgica. Dieci anni dopo, le stesse condizioni resero piuttosto ordinata la transizione ai governi provvisori del 1859 e quindi al Regno d’Italia.

L’iniziativa risorgimentale, tuttavia, suscitò scarsa eco nelle campagne, diffondendosi nei centri minori, ma non superando la barriera di classe che separava patrioti e ceti rurali. Dopo l’Unità segnali di insofferenza lambirono il territorio provinciale, prima con una diffusa renitenza alla leva e poi, all’inizio del 1869, con la protesta centese contro la nuova tassa sul macinato: bande di contadini armati invasero la cittadina e presero d’assalto la sottoprefettura e il municipio, incendiando mobili e carte. Qualche anno più tardi i progetti di prosciugamento delle valli suscitarono apprensioni nelle popolazioni, che si vedevano tolte, con la privatizzazione dei beni comunali e la conseguente fine degli usi civici, fonti essenziali di sostentamento. La vendita di valle Volta a un solo acquirente lacerò la comunità di Massafiscaglia: nella seconda metà degli anni Settanta, a causa di ripetute proteste e di una tenace opposizione popolare, i lavori di bonifica della valle vennero più volte rinviati e infine avviati solo sotto la sorveglianza della cavalleria. Nel corso degli anni Ottanta emerse invece la gravità del problema della disoccupazione bracciantile, acuta soprattutto nei mesi invernali e alleviata solo da lavori pubblici, dal 1886 assunti direttamente dai lavoratori stessi organizzati in forme cooperative. Al punto più grave della crisi agraria, l’impennata dell’emigrazione fu accompagnata da una serie di rivolte locali di braccianti che chiedevano lavoro: nel 1889 si ebbero assalti ai forni e assedi ai municipi (per esempio ad Argenta) e la scena si ripeté ancora negli anni successivi, come a Comacchio nel 1892.

In quella congiuntura nacque anche l’organizzazione di classe e si diffusero gli scioperi, a partire dalle aree di bonifica, specialmente nel Bondesano e nel Copparese. Il 1897 segnò una svolta, con una sorta di sciopero generale spontaneo su scala provinciale, che vide la saldatura fra braccianti e boari. Da quel momento le forme della rivolta si legarono più strettamente agli scioperi e alle organizzazioni del nascente movimento operaio (leghe, partito socialista, camere del lavoro, cooperative, case del popolo). Ne è simbolo la festa del Primo Maggio, che nell’appello del Circolo socialista di Ferrara, doveva essere non una “rivolta”, bensì una “rivista delle forze vive proletarie”.

Un esempio del nesso fra agitazioni e organizzazioni di classe è dato dai moti del Novantotto. Alla fine di aprile a Ferrara una manifestazione che chiedeva il ribasso del prezzo del pane fu repressa militarmente, con diversi feriti e una cinquantina di arrestati, subito processati. Di lì a pochi giorni anche ad Argenta i lavoratori scesero in piazza. In entrambi i casi le amministrazioni furono costrette al calmiere, mentre il prefetto vietava assembramenti e riunioni in tutta la provincia e scioglieva molte associazioni socialiste, procedendo anche ad arresti di noti dirigenti. Nelle settimane precedenti manifestazioni di braccianti disoccupati avevano avuto luogo in molti paesi a sud di Ferrara, da Codifiume ad Ospital Monacale, da Poggio Renatico a Portomaggiore. In quelle successive l’agitazione si propagò lungo il corso del Po, ad esempio a Bondeno e ad Ariano, con la richiesta di lavori di bonifica, mentre alcuni boari di Gambulaga venivano processati e condannati per uno sciopero ad oltranza. Dopo l’esplosione del 1901, scioperi e proteste si susseguirono sempre più frequenti, fino alla rivolta di Comacchio attorno alla pesca nelle valli e al grande sciopero di Massafiscaglia del 1913. Nel giugno 1914, mentre la Romagna era attraversata della “settimana rossa”, il Ferrarese aderiva allo sciopero generale di protesta. Chiusi i negozi, fermi i treni e i tram, vennero tagliate anche le comunicazioni telegrafiche e telefoniche fra capoluogo e provincia, con atti di sabotaggio e danneggiamento: i “ciclisti rossi” di Quartesana, ad esempio, abbatterono tutti i pali delle linee fino a Masi Torello. Quest’ultima prova di forza del movimento operaio ferrarese rappresentò il preludio alla conquista socialista del Consiglio provinciale e di gran parte dei Consigli comunali: di lì a poco, l’ingresso in guerra segnerà la “rivincita” della città e delle sue classi dirigenti sulle campagne e sui braccianti.

MN, 2011

Bibliografia

Valentino Sani, Le rivolte antifrancesi nel ferrarese, «Studi storici», 2, 1998, pp. 473-494; Stefano Cammelli, Al suono delle campane. Indagine su una rivolta contadina: i moti del macinato (1869), Milano, Angeli, 1984; Teresa Isenburg, Investimenti di capitale e organizzazione di classe nelle bonifiche ferraresi (1872-1901), Firenze, La Nuova Italia, 1971; Alessandro Roveri, Dal sindacalismo rivoluzionario al fascismo. Capitalismo agrario e socialismo nel ferrarese (1870-1920), Firenze, La Nuova Italia, 1972; Delfina Tromboni, Primo maggio tra festa e lotta nella Ferrara di fine secolo, in 1892-1992. Il movimento socialista ferrarese dalle origini alla nascita della Repubblica democratica. Contributi per una storia, a cura di Aldo Berselli, Cento, Centoggi, 1992, pp. 61-68.

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