Cattolicesimo politico

Giovanni Grosoli Giovanni Grosoli

Anche Ferrara, per quanto Legazione dello Stato pontificio, visse il proprio momento neoguelfo. Si trattò di anni segnati da importanti eventi politico-religiosi e da forti contrasti ideali. Nel cosiddetto “ventennio francese” si erano delineate le ragioni del dissidio tra rivoluzione e cattolicesimo, tra concezione di uno Stato che tendeva ad affrancarsi dall’investitura divina e una Chiesa che continuava a considerarsi indipendente dal riconoscimento dell’autorità terrena. Si erano colti i segni di un nuovo orientamento della politica che tendeva a ridurre la funzione direttiva della Chiesa nella società civile. Di questa aria nuova si era resa consapevole parte della cultura cattolica locale, che oscillava tra una sorta di illuminismo cattolico e le prime avvisaglie dell’ultramontanismo. Il fiorire degli ordini religiosi, la ricostruzione della Compagnia di Gesù, l’intensa partecipazione del clero e del laicato alle Missioni popolari accreditavano l’immagine del pontefice come reggitore della Chiesa e dei popoli in cui essa era insediata. Fu Carlo Odescalchi, patrizio romano, il primo vescovo dopo la restaurazione (1823-25). Al suo episcopato sono da ricondurre un’attenzione particolare su tutte le scuole pubbliche e private di qualunque genere di istruzione e una carità verso le popolazioni povere. In questo modo, la Chiesa denotava forti interventi di rafforzamento morale non rinunciando a una forma di azione politica di controllo e orientamento delle masse povere. Le problematiche incontrate da Odescalchi furono ereditate anche dal suo successore, Filippo Filonardi (1826-34) che vide a Ferrara il sorgere di un attivismo politico destinato a sfociare nella rivolta popolare del febbraio 1831. Successivamente, con l’episcopato di Gabriele della Genga Sermattei (1834-43) e di Ignazio Giovanni Cadolini (1843-50), ci fu un’apertura alle istanze cattolico-liberali. I primi moti libertari cominciavano infatti a delineare quella che sarebbe diventata la lunga stagione del risorgimento italiano. Il vescovo Luigi Vannicelli Casoni (1850-77) fu una voce autorevole dell’intransigentismo cattolico e l’antesignano di forme moderne di apostolato sociale. Sotto il suo episcopato, che abbraccia un periodo ampio e molto importante per la storia del risorgimento, in ottemperanza al non expedit di Pio IX, i cattolici ferraresi non si impegnarono direttamente nelle diverse tornate elettorali, ma non rinunciarono a un’ampia opera che potremmo definire prodromica dello sviluppo del cattolicesimo politico ferrarese.

In questo contesto, tra le figure di maggior spicco del cattolicesimo politico ferrarese occorre ricordare senza dubbio personaggi come l’avvocato Luigi Borsari (Ferrara 1804-1887). Borsari, laureatosi con il massimo dei voti a Bologna, nel 1824 rientrò a Ferrara, dove esercitò con successo l’avvocatura. Vinta la cattedra di diritto romano, fu nominato il 18 settembre 1845 professore presso la Pontificia Università e le sue lezioni riscossero grande successo tra gli studenti. Di ferma fede cattolica, ma di sentimenti liberali, fu favorevole all’atteggiamento assunto da Pio IX nei primi due anni di pontificato, ma ben presto si rese conto dei limiti delle riforme governative e criticò vivacemente la prudenza del governo pontificio in materia di riforme e, in particolare, la legge sulla libertà di stampa che giudicò insufficiente. Fu eletto deputato di Ferrara il 18 giugno 1848, e si fece notare per i suoi interventi in favore della concessione della parità di diritti agli israeliti scrivendo anche un opuscolo, La questione israelita, dedicato a d’Azeglio che per primo aveva sollevato la questione. Pronunciò inoltre discorsi contro l’inerzia del governo nei giorni in cui Ferrara veniva minacciata dagli austriaci. Convintosi che a causa delle reciproche rivalità, i principi regnanti in Italia non avrebbero mai stretto un’alleanza in funzione antiaustriaca, rassegnò le dimissioni da deputato. Ritornato a Ferrara, fece parte della magistratura cittadina che il 6 maggio 1849 si rifiutò di riconoscere la restaurazione del governo pontificio. Abrogata dal nuovo delegato pontificio la parità concessa agli israeliti, Borsari non esitò a prendere apertamente posizione contro il nuovo provvedimento. Fu per questo che il Consiglio di censura l’1 aprile 1850 lo dichiarò decaduto dalla cattedra universitaria e da ogni altro impiego. Dopo la guerra del 1859 fu chiamato da D’Azeglio, commissario governativo per le Romagne, a diventare ministro di Grazia e Giustizia. Rifiutò, accettando il posto di consigliere di Corte d’appello a Bologna dove fu anche professore di diritto civile e deputato per il collegio di Argenta (1860).

Camillo Laderchi (Faenza 1800 - Ferrara 1867), fu da subito favorevole a un graduale accordo tra religione e libertà, tra sentimento religioso e sentimento patrio, tra dottrina della Chiesa e libere istituzioni. Laderchi, nobile faentino, aderì in gioventù alla Carboneria, finendo presto nelle mani della polizia austriaca. Durante i processi di Milano del 1821, per inesperienza e paura, fece dichiarazioni che costarono la vita a un suo professore dell’Università di Pavia, Adeodato Ressi. Conseguita la laurea in giurisprudenza a Bologna, si trasferì a Ferrara. Nella sua città d’elezione, per il suo schietto cattolicesimo e per la moderazione dei suoi principi liberali, ottenne l’insegnamento di Diritto Romano e di Filosofia del Diritto all’Università. I suoi svariati interessi culturali e il prestigio guadagnato negli ambienti culturali nazionali lo misero in contatto con eminenti personalità della cultura cattolico-liberale italiana ed europea (Manzoni, Pellico, d’Azeglio, Montalembert, Overbeck). Laderchi si professava liberale e non mancava di sottolineare i vincoli che limitavano la democrazia del suo tempo (l’aristocrazia del censo, delle capacità, della nascita) e ad auspicare il superamento di questi limiti nel progressivo allargamento dell’elemento democratico in seno al governo delle nazioni. Solo il cattolicesimo, per Laderchi, poteva sconfiggere questo cancro. La stessa legge civile riusciva positiva solo se prendeva le mosse dalla religione cattolica, unica sorgente da cui può derivare il bene supremo, in una prospettiva di rinnovamento cristiano delle coscienze, alimentato dalla religione che diventa regolatrice della società. Quanto ai rapporti tra Stato e Chiesa, la condizione ottimale era, per Laderchi, quella di uno Stato che ponga alla base della sua legislazione la libertà e l’eguaglianza dei culti. In questa condizione, la Chiesa cattolica, spogliata della protezione altre volte concessale, aveva bisogno soltanto di quella libertà che è diritto comune di ogni cittadino, a qualunque culto appartenga. Camillo Laderchi visse una vita ispirata ai princìpi cristiani riassunti nella consapevolezza che essi dovessero conciliarsi con le istanze più vive del liberalismo italiano ed europeo, sulla scia del grande insegnamento del romanticismo cristiano del Manzoni.

Dopo la nascita dello Stato unitario, in campo cattolico emerse la figura di Giovanni Grosoli (Carpi 1859 - Assisi 1937) che avviò a Ferrara una serie di iniziative importanti a livello assistenziale e politico. Grazie a questo impegno, Grosoli si meritò la stima del pontefice che lo insignì di importanti attestati d’onore. Presidente del comitato regionale romagnolo dell’Opera dei congressi e dei comitati cattolici (1891-1892 e 1896-1902), si distinse in questo ambito come promotore di iniziative nel settore giornalistico e in quello creditizio. Nel gennaio 1895, aveva promosso a Ferrara la pubblicazione del periodico «La Domenica dell’operaio»; ma, soprattutto, alla collaborazione di Grosoli con Giovanni Acquaderni, coi cardinali Mauri e Svampa si deve la nascita, nel 1896, del quotidiano bolognese «L’Avvenire», che nel 1902 mutò testata in «L’Avvenire d’Italia». Il nuovo quotidiano cattolico si distinse per una linea non più intransigente ma votata a un’opera di mediazione e di incontro tra le varie istanze del campo cattolico, con toni più disponibili alla collaborazione con le istituzioni liberali. Grosoli fu anche l’artefice della costituzione, a Ferrara, di casse rurali e opere di assistenza ai contadini e ai piccoli proprietari, che trovarono un importante strumento finanziario nel Piccolo Credito romagnolo. Si rompeva così il monopolio delle banche popolari, mettendo a disposizione dei cattolici un organismo destinato ad affermarsi e rafforzarsi. Grosoli fu poi fondamentale per portare i cattolici ferraresi alla guida dell’amministrazione cittadina. Entrato per la prima volta in Consiglio comunale nel 1895 con 2 consiglieri cattolici, nel 1899 fu eletto insieme ad altri 5 cattolici, divenuti 9 nel 1902. Questi successi trovarono conferma nelle elezioni che si susseguirono fino al 1920, portando infine alla guida del Comune una coalizione clerico-moderata, nella quale appariva determinante il ruolo dei cattolici. Dal punto di vista ideale, Grosoli fu molto attento ai fermenti sociali che animavano i gruppi giovanili legati al movimento della democrazia cristiana guidato da Romolo Murri. In particolare va sottolineata l’azione di mediazione tesa a superare i contrasti giudicati pericolosi per l’unità e la compattezza del movimento cattolico. Questa sua posizione e il prestigio crescente che si era guadagnato in seno alle organizzazioni cattoliche convinsero Leone XIII a nominarlo presidente dell’Opera dei congressi. Fu in questo contesto che Grosoli promosse il leale riconoscimento dell’Unità nazionale e della monarchia sabauda, un atteggiamento che ribaltava la linea dell’intransigentismo cattolico. Egli, in realtà, prefigurava un orientamento che esprimeva non tanto le aspirazioni delle correnti democratico-cristiane, quanto gli indirizzi che di lì a poco avrebbero trovato spazio e successo attraverso la formula del clerico-moderatismo.

LR, 2011

Bibliografia

Luciano Chiappini, Il movimento cattolico a Ferrara, «Annali del Liceo-ginnasio Ariosto», 1974, pp. 184-190; Movimento cattolico italiano tra la fine dell’800 ed i primi anni del ’900: il Congresso di Ferrara del 1899, Ferrara, Istituto di storia contemporanea del movimento operaio e contadino, 1977; Amerigo Baruffaldi, Neoguelfismo ferrarese. Istanze cattolico-liberali nella vita e nell’opera di Camillo Laderchi, «Ferrara. Voci di una città», 7, dicembre 1997; Luciano Chiappini, Werther Angelini, Amerigo Baruffaldi, La chiesa di Ferrara nella storia della città e del suo territorio, secoli XV-XX, Ferrara, Corbo, 1997; Renato Cirelli, Metamorfosi, non estinzione del cattolicesimo politico a Ferrara, «Cultura e identità», 6, luglio-agosto 2010, pp. 83-85; Andrea Rossi, 1900-2010. L’estinzione del cattolicesimo politico a Ferrara, «Cultura e identità», 5, maggio-giugno 2010, pp. 75-81; Id., Una stagione difficile, in Il sindacato socialista e cattolico nel Ferrarese, Ferrara, il globo, 2001; Id., Dall’acqua alla terra, in Storia di Comacchio nell’età contemporanea, Ferrara, Este Edition, 2005.

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