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Facciata dell'Università di Ferrara; litografia mm 220 x 279; da Album estense, con disegni originali dei rinomati artisti G. Coen, C. Grand Didier e M. Doyen a corredo della storia di Ferrara di Antonio Frizzi, Ferrara, Abramo Servadio, 1850 Facciata dell'Università di Ferrara; litografia mm 220 x 279; da Album estense, con disegni originali dei rinomati artisti G. Coen, C. Grand Didier e M. Doyen a corredo della storia di Ferrara di Antonio Frizzi, Ferrara, Abramo Servadio, 1850

Gli oltre sei secoli di storia dell’Università di Ferrara mostrano notevoli discontinuità: poco dopo la fondazione nel 1391 lo Studio era ridotto a sede di esami, senza un’adeguata attività didattica. Si ebbe poi una vera e propria rifondazione ad opera di Leonello d’Este, a metà del Quattrocento, grazie ad un prestito forzoso della comunità ebraica. Uno Studio, molto legato alla Corte, prosperò con alterne vicende per un secolo e mezzo, poi si ebbe dagli inizi del Seicento un periodo di arroccamento provinciale, al punto che la validità delle lauree ferraresi era messa in discussione nella vicina Bologna, appartenente anch’essa allo Stato della Chiesa. Una riforma importante, che era in sostanza una statizzazione, si ebbe nel 1771 e con essa un rifiorire degli studi. Le vicende dell’Università di Ferrara nell’Ottocento non furono meno complicate, ma certamente meno gloriose.

Nel breve periodo repubblicano (1796-1799) l’Università di Ferrara conobbe una piccola rivoluzione negli insegnamenti: fu abolito, anche di nome, l’insegnamento di metafisica, fu chiusa la facoltà teologica, fu soppresso l’insegnamento di diritto canonico e, al suo posto, creata la prima cattedra in Europa di diritto costituzionale, affidata nel 1797 a Giuseppe Compagnoni di Lugo, l’inventore del Tricolore italiano. A Ferrara nel periodo napoleonico operarono figure rilevanti dell’intelligente burocrazia che si stava creando, come Pietro Giordani, segretario di Prefettura, e Giovanni Scopoli, prefetto. Vincenzo Monti, Giuseppe Compagnoni e Giovan Battista Costabili Containi, con Vincenzo e Luigi Massari contribuirono, a vario titolo, alla creazione della Repubblica Cisalpina (1797), della Repubblica Italiana (1802) e del Regno d’Italia (1805), nella capitale Milano. In applicazione della legge del 1802 della Repubblica Italiana, che riconosceva come sole sedi universitarie Pavia e Bologna, l’Università di Ferrara fu soppressa e sostituita con un liceo, poi da un liceo convitto. Sorse anche una scuola per ingegneri idraulici, sotto la direzione di Teodoro Bonati, ma ebbe vita travagliata.

Con la restaurazione pontificia del 1815 tornarono i Gesuiti e fu ristabilita l’Università, che, nella riorganizzazione degli studi disposta dalla bolla Quod Divina Sapientia di papa Leone XII (28 agosto 1824), veniva inquadrata tra le università secondarie dello Stato pontificio (con Perugia, Camerino, Macerata e Fermo). Queste avevano una forte limitazione nelle cattedre (17 invece delle 38 stabilite per le università primarie di Roma e Bologna). Le facoltà universitarie erano quattro: teologica, legale, medico-chirurgica e filosofica. Restavano alle facoltà i conferimenti dei titoli dottorali. La lingua ufficiale era ancora il latino, ma era possibile avvalersi dell’italiano in alcuni corsi.

I regolamenti universitari prescrivevano una rigida osservanza delle pratiche religiose (messa domenicale nella chiesa di Sant’Agnese, confessioni, comunione pasquale ecc.) senza le quali non si poteva essere ammessi a sostenere gli esami. Di conseguenza la frequenza all’Università era vietata ai non cattolici, e in particolare agli ebrei, numerosi a Ferrara. Nel 1831 una rivoluzione liberale investì l’Europa, le Legazioni si ribellarono all’autorità pontificia e le Università furono in prima fila in questa rivolta di breve durata. Il 3 marzo 1831 furono create due compagnie di professori e studenti dell’Università di Ferrara in appoggio al Governo provvisorio, esse furono guidate dai professori Gregorio Bononi e Giacomo Maffei. Seguì la repressione poliziesca e un pesante controllo, sui docenti e sugli studenti, era esercitato sia dall’autorità politica che dall’autorità religiosa. A capo dell’Università era l’arcivescovo di Ferrara.

Il 3 agosto 1841 si laureò a Ferrara in diritto Aurelio Saffi (1831-1890), poi triumviro della Repubblica Romana del 1849, esule in Inghilterra, infine libero docente di Storia dei trattati e delle diplomazie nell’Università di Bologna. I moti del 1848 e del 1849 videro ancora molti studenti e professori ferraresi schierati per il rinnovamento, i professori Carlo Grillenzoni e Luigi Caroli fecero parte dell’Assemblea costituente della Repubblica Romana; gli studenti Napoleone Malagò e Aldo Gennari si arruolarono volontari tra i Bersaglieri del Po, lo studente Alessandro Frassoldati cadeva in battaglia a Cornuda.

Come reazione, il 13 luglio 1849 il governatore militare austriaco chiudeva l’Università e intimava agli studenti non domiciliati a Ferrara di lasciare la città entro due giorni. Sui professori compromessi cadeva la repressione, Grillenzoni e Caroli furono privati della cattedra nel 1850. Nello stesso anno fu destituito il giurista Luigi Borsari. Il 16 marzo 1853 lo studente di medicina Domenico Malaguti cadeva vittima di una repressione austriaca (gli austriaci rimanevano nella fortezza di Ferrara). Nel 1857 arrivava a Ferrara, accolto da solenni festeggiamenti, Pio IX. Erano gli ultimi bagliori del Governo pontificio. Dopo la sua caduta, il 14 febbraio 1860, il governatore dell’Emilia, Luigi Carlo Farini, riconosceva i gradi e i titoli accademici conferiti dall’Università di Ferrara che, il 5 maggio 1861, si dava il suo nuovo statuto di Università Libera. Il bilancio dell’Università era di L. 100.000 annue.

Con l’Unità d’Italia si aprì una fase difficile: i nuovi confini e i nuovi mezzi di comunicazione (le nascenti ferrovie) facevano cadere il sostanziale protezionismo che ne garantiva una pur molto modesta esistenza, nel periodo pontificio. Numerose furono le istanze a favore della soppressione dell’Università, che gravava in gran parte sul bilancio comunale e che era tornata ad essere governata, come ai tempi di Clemente VIII, da una commissione di assessori comunali. Contro la soppressione insorsero il partito dei professori, che potevano vantare meriti patriottici, e le associazioni studentesche che si erano costituite, dando prova di notevole vitalità, e che promossero, in particolare, le feste laiche in onore di Ludovico Ariosto (1874) e di Girolamo Savonarola. La questione fu ampiamente dibattuta sulla stampa locale (in particolare si vedano i diversi articoli sulla «Gazzetta Ferrarese»).

Protagonista della difesa dell’Università fu Giovanni Martinelli (1841-1919), dal 1869 preside della Facoltà di Giurisprudenza e dal 1883 al 1910 rettore. Egli fu anche deputato e senatore, presidente del Consiglio provinciale e presidente della Cassa di Risparmio di Ferrara dal 1888 al 1919.

Un momento di rilancio per l’Università di Ferrara fu la celebrazione per il Quinto Centenario della fondazione nel 1892. Per l’occasione un gruppo di signore ferraresi, coordinato da Clara Cavalieri, si incaricò di far ricamare il Gonfalone dell’Università di velluto, alto due metri e lungo uno, con i fasti dell’Università. Questo evento è il primo segno di una presenza femminile nell’Università, che solo nel 1925 ebbe la prima donna laureata, la dottoressa Gianna Calzolari (prima aveva avuto alcune diplomate in farmacia e ostetricia). Con il nuovo secolo terminava la fase più critica dell’Università libera, ridotta ad una sola facoltà completa, quella di Giurisprudenza. Gli studenti aumentavano fino a raggiungere nel 1914-15 il numero di 560 (515, nel 1911-12). Nella grande guerra (1915-18) perirono trenta studenti ferraresi.

L’Università di Ferrara poteva di nuovo vantare docenti illustri come Pietro Sitta, Leopoldo Tumiati, Melchiorre Roberti, Marcello Finzi, Alessandro Levi, Alessandro Chigi, Francesco Severi. Molti docenti erano titolari a Padova e a Bologna e incaricati a Ferrara. Pur nella precarietà delle presenze si respirava nell’Università un’aria nuova, non provinciale.

Il processo di rinnovamento fu arrestato dalla Grande guerra e dalla riforma Gentile, che impose la chiusura dei corsi incompleti. A Ferrara restava la facoltà Giurisprudenza, si completava Scienze con i corsi di laurea in matematica e scienze naturali, ma veniva soppressa Medicina. Pur ritrovando in una grande personalità nazionale come Italo Balbo il suo nome tutelare, l’Università di Ferrara visse il ventennio fascista di nuovo rinchiusa nel suo provincialismo, rischiarato di tanto in tanto dai fuochi fatui della propaganda come quando, nel 1928 fu istituito il corso di laurea in Scienze Sociali e Corporative. Gli studenti quasi si dimezzarono rispetto a prima della guerra: in media furono 310 all’anno nel decennio 1921-1930.

LP, 2011

Bibliografia

Luigi Pepe, L’Università di Ferrara nelle seconda metà dell’Ottocento, in Le Università minori in Italia nel XIX secolo, a cura di Mario Da Passano, Sassari, Centro per la storia dell’Università, 1993, pp. 101-115; Luigi Pepe, La questione delle Università minori in Italia nel periodo napoleonico, in Le Università minori in Europa. Convegno internazionale, a cura di Gian Paolo Brizzi e Jacques Verger, Soveria Mannelli (Catanzaro), Rubbettino, 1998, pp. 425-442; Copernico e lo Studio di Ferrara, Università, dottori e studenti, a cura di Luigi Pepe, Bologna, Clueb, 2003; Giovanni Cazzetta, La facoltà di Giurisprudenza nella libera Università di Ferrara (1860-1942), «Annali di Storia delle Università Italiane», VIII, 2004, pp. 183-211; Luigi Pepe, Storia dell’Università di Ferrara, in Storia delle università italiane, a cura di Gian Paolo Brizzi, Piero Del Negro, Andrea Romano, Messina, Gem, 2007, III, pp. 229-242.

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