1831

Ritratto del conte Vincenzo Massari (1759-1832), olio su tela, datato 1777. Proveniente dalla villa Massari di Voghenza, ora presso il Comune di Voghiera (da A. Ghinato, Le terre del duca, «Atti e memorie» della Deputazione provinciale ferrarese di storia patria, s. IV, vol. XXI, 2012) Ritratto del conte Vincenzo Massari (1759-1832), olio su tela, datato 1777. Proveniente dalla villa Massari di Voghenza, ora presso il Comune di Voghiera (da A. Ghinato, Le terre del duca, «Atti e memorie» della Deputazione provinciale ferrarese di storia patria, s. IV, vol. XXI, 2012)

La notizia della rivoluzione di luglio in Francia nel 1830, detta anche delle «trois glorieuseus» giornate del 27, 28 e 29, che ponendo fine al regno reazionario di Carlo X portò all’ascesa al trono di Luigi Filippo d’Orléans, ebbe ripercussioni immediate in Europa. In ottobre il Belgio proclamò e ottenne l’indipendenza dall’Olanda, grazie al principio di non intervento proclamato dalla Francia, mentre alla fine di novembre fu la volta della Polonia, il cui tentativo di ottenere l’indipendenza non raccolse, tuttavia, l’appoggio delle potenze europee. In Italia il movimento originato dalla Rivoluzione di Luglio fu accolto con entusiasmo dai patrioti che, malgrado le repressioni degli anni Venti, non avevano rinunciato all’attività cospirativa. Anche a Ferrara l’opinione pubblica si mostrò favorevole alla rivoluzione liberale d’Oltralpe. Nel territorio ferrarese circolavano periodici costituzionali e rivoluzionari francesi che giungevano in Italia grazie a una rete di persone piuttosto estesa tale da predisporre e informare, quando non infiammare, gli animi dei patrioti italiani. I moti scoppiati nel 1831 nei Ducati emiliani e nello Stato della Chiesa, pur inserendosi all’interno dell’ondata di rivoluzioni originata dagli eventi francesi, presero tuttavia avvio da una cospirazione passata poi alla storia con il nome di “congiura estense”. Ordita su iniziativa dell’avvocato modenese Enrico Misley, che intratteneva rapporti con i carbonari italiani, con il comitato cosmopolita di Parigi e con quello italiano di Londra, e agiva in combutta con il patriota modenese Ciro Menotti, la cospirazione prevedeva lo scoppio di una rivoluzione che portasse alla costituzione di un regno d’Italia centrale su base costituzionale. Il programma moderato del Misley faceva assegnamento sulle ambizioni di Francesco IV, duca di Modena, strettamente legato all’Austria, già distintosi per le sue spiccate tendenze assolutiste, ma desideroso di allargare il proprio potere a un territorio più vasto di quello angusto assegnatogli dal Congresso di Vienna. Nel corso dell’autunno-inverno del 1830, Ciro Menotti organizzò l’insurrezione nelle varie città dell’Emilia, convinto dal Misley che la causa italiana avrebbe potuto fare affidamento, come nel caso del Belgio, sul principio di «non intervento» proclamato dalla Francia o meglio sull’appoggio francese in caso di un intervento militare austriaco. Tuttavia, all’inizio di febbraio 1831, Francesco IV tradì la causa patriottica e svelò la congiura facendo arrestare alcuni congiurati tra i quali lo stesso Menotti. Il tradimento all’ultimo momento del principe estense non impedì lo scoppio dell’insurrezione, che dilagò il 4 febbraio a Bologna, dove erano giunti alcuni patrioti modenesi. Di fatto gli insorti vennero a patti in maniera del tutto pacifica con il prolegato, il quale acconsentì alla formazione di una commissione che avrebbe assunto il governo provvisorio della città e della provincia di Bologna nel momento stesso in cui il rappresentante del potere pontificio avesse abbandonato la Legazione. Il 5 febbraio 1831 giunse notizia a Ferrara dell’insurrezione scoppiata a Modena e a Bologna, quasi in contemporanea con l’annuncio dell’elezione al soglio di Pietro di Gregorio XVI: due giorni dopo, il 7, fu l’antica città estense a sollevarsi. Senza incontrare eccessiva resistenza, i liberali ferraresi occuparono i posti di guardia della città e il Castello, residenza del prolegato, venne ceduto agli insorti dallo stesso rappresentate pontificio, costretto a lasciare immediatamente il territorio della Legazione nonostante la presenza in città di una ingente guarnigione austriaca. Il giorno successivo venne costituita una commissione che a nome del governo provvisorio diminuì il prezzo del sale, istituì una Guardia civica nazionale, e ordinò che fossero sospese le feste indette dall’autorità pontificia per onorare l’elezione del nuovo papa. Il 9 febbraio furono eletti i membri del governo provvisorio insurrezionale di Ferrara, subito comunicati alla cittadinanza: Alfonso Guidetti ne fu il presidente, il conte Vincenzo Massari, il cavaliere Giovanni Battista Boldrini, il conte Pier Gentile Varano, gli avvocati Ippolito Leati e Antonio Delfini, gli altri componenti e Gaetano Recchi il segretario. Il governo provvisorio che si formò a Ferrara fu composto principalmente dall’élite locale, borghese e aristocratica, di orientamento liberale moderato, nella quale l’elemento carbonaro, pur non essendo escluso, fu “relegato” a una funzione operativa. Fu questo il caso di Giuseppe Delfini, protagonista della "vendita" ferrarese nel periodo della Restaurazione, che divenne capo della polizia. Gli strati più umili della popolazione furono invece confinati a un ruolo marginale: l’azione dei nuovi gruppi dirigenti non coinvolse né la fascia più estesa della popolazione, i contadini, né i meno numerosi piccoli produttori cittadini. A Ferrara, come nelle altre province settentrionali dello Stato della Chiesa, dunque, gran parte della nobiltà e della borghesia locale avevano aderito apertamente alla “rivoluzione” partita da Modena. I ceti meno abbienti, soprattutto quelli artigianali si mostrarono tuttavia favorevoli a questo nuovo stato di cose mentre le masse contadine, pur non prendendo parte attiva ai moti, non risposero all’invito del governo papale di insorgere contro i nuovi governanti, dietro pretesto dello spauracchio dell’introduzione della coscrizione militare.

Tra i primi provvedimenti presi dal nuovo governo vi fu l’abolizione della tassa di focatico e la cacciata dal territorio legatizio dei Gesuiti: sul loro convento fu innalzata la bandiera italiana e venne destinato alla Guardia Nazionale. Si trattava di misure concepite allo scopo di prevenire e scongiurare i disordini e lo scontento popolare. In effetti, a eccezione di un tumulto originato il 20 febbraio per il prezzo del pane, peraltro subito sedato, il mese rivoluzionario trascorse senza rappresaglie. Contemporaneamente le diverse province insorte inviavano i propri rappresentanti a Bologna, dove il 26 febbraio si riunivano in un’assemblea costituente, che il 4 marzo successivo stilava una Costituzione delle Province Unite. In rappresentanza di Ferrara per il potere legislativo figurava l’avvocato Antonio Delfini, già membro del governo provvisorio ferrarese. Il 6 marzo, tuttavia, giunsero a Ferrara le truppe austriache che occuparono la città. Il maresciallo Frimont, capo dell’esercito austriaco, rendeva noto ai cittadini che egli prendeva possesso della città per conto del papa, dichiarando al contempo decaduto il governo provvisorio. Nello stesso tempo, nominava quali rappresentati del governo pontificio a Ferrara il barone Flaminio Baratelli, il conte Camillo Trotti e il conte Girolamo Crispi. Alcuni di coloro che avevano preso parte al governo provvisorio riuscirono a fuggire, altri furono messi agli arresti domiciliari in attesa di disposizioni ulteriori. Altri ancora scelsero l’esilio dal quale non fecero più ritorno. Il 21 marzo infine, gli austriaci ristabilirono anche a Bologna l’autorità papale, soffocando così l’ondata rivoluzionaria dell’inverno 1831. All’interno del territorio della Legazione ferrarese un ruolo rilevante nell’insurrezione contro il potere pontificio fu svolto da Argenta che si distinse per gli strenui scontri in opposizione a un nemico numericamente superiore.

Il ritorno del governo pontificio nelle Legazioni, coadiuvato da un massiccio intervento delle truppe austriache, suscitò un profondo malcontento nella diplomazia francese, peraltro sorretta dalle altre maggiori potenze europee. Si consigliò al nuovo pontefice Gregorio XVI di concedere riforme che andassero nella direzione di una maggiore apertura all’elemento laico nella conduzione della politica locale, per attenuare il monopolio ecclesiastico delle cariche amministrative e giudiziarie. L’ingerenza del consesso delle potenze non fu gradita al pontefice che riportò le Legazioni alla situazione precedente. A Ferrara, Bologna, Forlì e Ravenna fu insediato un commissario straordinario nella persona del cardinale Giuseppe Albani, con poteri amplissimi che prevedano il compito di ristabilire la legalità e avviare un processo di epurazione e punizione dei responsabili delle rivolte. Tali misure consentirono fra il 1832 e il 1836, anno in cui fu abolito il commissariato straordinario e ricostituite le quattro Legazioni sotto la direzione di un prelato, di ripristinare appieno il governo pontificio senza procedere alle riforme promesse in precedenza. Lo Stato della Chiesa aveva ripristinato l’ordine mediante il ricorso ai sanfedisti, milizia inquadrata in reparti di Centurioni e Volontari, che affiancavano nelle azioni repressive le truppe mercenarie svizzere e la polizia papalina.

Le ragioni della partecipazione ai moti che nel corso del 1831 tentarono di rovesciare il governo pontificio, vanno ricercate nelle aspirazioni dei ceti preminenti locali, aristocratici e borghesi, profondamente insoddisfatti dalla gestione del governo pontificio e dalla situazione socio-economica da quest’ultimo determinata. Si trattava di una situazione di stallo forzoso, nella quale alla miseria della maggior parte della popolazione urbana e delle campagne faceva eco la frustrazione della borghesia e dell’aristocrazia, impedite dal monopolio ecclesiastico della pubblica amministrazione a imprimere alla situazione ferrarese una direzione propizia allo sviluppo dei propri interessi economici, politici e culturali.

CM, 2011

Bibliografia

Ferruccio Quintavalle, Un mese di rivoluzione in Ferrara: 7 febbraio-6 marzo 1831, Bologna, Zanichelli, 1900; Guido Magnoni Trotti, Renato Sitti, La vicenda dell’Unità d’Italia a Ferrara, prefazione di Luciano Chiappini, Ferrara, Sate, 1970; Umberto Marcelli, Le vicende politiche dalla Restaurazione alle annessioni, in Storia dell’Emilia Romagna, vol. 3, a cura di Aldo Berselli, Bologna, University Press Bologna, 1980, pp. 67-126; Luigi Davide Mantovani, All’ombra della fortezza. La Carboneria ferrarese fra Romagna e Veneto, in La nascita della nazione. La Carboneria: intrecci veneti, nazionali e internazionali, a cura di Giampietro Berti, Franco Della Peruta, Atti del 26° Convegno di Studi Storici (Rovigo, Crespino, Fratta Polesine, 8-9-10 novembre 2002), Rovigo, Minelliana, 2004, pp. 253-258.

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