Età giacobina: il "triennio" (1796-1799)

L’albero della libertà, 1796; disegno a penna e inchiostro nero, rosso e verde, mm. 162 x 143; tratto da: Luigi, Giovanni e Antonio Sandri, Cronache di Ferrara dal 1700 al 1866, manoscritto L’albero della libertà, 1796; disegno a penna e inchiostro nero, rosso e verde, mm. 162 x 143; tratto da: Luigi, Giovanni e Antonio Sandri, Cronache di Ferrara dal 1700 al 1866, manoscritto Ferrara, Biblioteca Comunale Ariostea

Nel marzo del 1796, l’esercito francese, guidato dal generale Napoleone Bonaparte, mosse per ordine del Direttorio verso la penisola italiana con l’intento di indebolire da sud l’Impero asburgico allora in guerra contro la Francia rivoluzionaria. Dopo essere passato vittorioso in territorio Sabaudo, dove il 28 aprile firmò l’armistizio di Cherasco con Vittorio Amedeo III di Savoia (ratificato nel maggio successivo con la pace di Parigi che stabiliva il passaggio della Savoia e di Nizza, territori sabaudi, alla Francia), il 15 maggio Bonaparte fece il suo ingresso trionfale a Milano accolto dal grido di «libertà per gli Italiani!». L’esercito francese continuò la propria marcia verso i territori posti a sud della Lombardia, occupando quelli del Ducato di Modena e Reggio e le Legazioni pontificie di Bologna, Ferrara e della Romagna.

A Ferrara la notizia dell’avanzata francese e il timore di una possibile invasione cominciarono a diffondersi all’inizio di maggio. Il cardinale legato Francesco Pignatelli dispose una serie di provvedimenti atti, in caso di emergenza, ad assicurare la difesa del territorio ferrarese nei punti più esposti: il forte di Stellata e il porto di Pontelagoscuro. Tuttavia, quando l’arrivo dell’Armée d’Italie presso Ferrara si fece sempre più probabile, il legato pontificio diede ordine di non opporre alcuna resistenza. Il 19 giugno una divisione dell’armata francese invadeva Bologna che fu dichiarata «conquista» della Repubblica francese. Il giorno successivo Bonaparte giungeva nella città felsinea affidando al Senato, previo giuramento di fedeltà alla Francia, il potere legislativo e il governo dell’ex Legazione pontificia. Tra il 20 e il 21 giugno, un ufficiale dell’Armata francese arrivava a Ferrara con l’invito perentorio rivolto alle autorità locali, il cardinale legato Pignatelli, il comandante della Fortezza Giulio Mancinforte, il giudice dei Savi Pietro Luigi Todeschi, di recarsi immediatamente a Bologna per incontrare il generale corso. I primi due furono trattenuti come prigionieri di guerra, mentre Todeschi poté fare ritorno il 21 giugno stesso a Ferrara con l’ordine di convocare per l’indomani il Consiglio Centumvirale (assemblea rappresentativa cittadina istituita da Clemente VIII nel 1598) affinché prestasse il giuramento di fedeltà alla Repubblica francese, e di provvedere all’acquartieramento in città delle truppe. L’avvicendamento politico avvenne, come già a Bologna, senza incontrare opposizioni. La milizia pontificia depose le armi e il 22 giugno si procedette al passaggio formale di Ferrara sotto il nuovo governo: furono rimossi gli stemmi papali dai principali edifici pubblici ed ecclesiastici, sostituiti con quelli della Repubblica francese (simboleggiata da una donna che con una mano teneva una picca sormontata da un berretto frigio, e con l’altra un fascio di verghe con infissa un’ascia) e si procedette al giuramento.

In città non si verificò nessun incidente neppure quando il 23 giugno, in seguito alla firma dell’armistizio siglato tra la Francia e il Papato, fecero il loro ingresso le sparute truppe francesi (circa un migliaio di uomini) poste sotto il comando del generale Jean Gilles André Robert. I soldati d’Oltralpe fraternizzarono facilmente con i simpatizzanti locali: studenti universitari, esponenti della nobiltà antipapale e del ceto medio in ascesa, e la comunità ebraica ferrarese per la quale i cancelli del ghetto rimasero aperti. Con l’arrivo dei francesi cessava dopo 198 anni il governo pontificio su Ferrara che dal 1598 era passata per diritto di devoluzione da capitale del Ducato estense a legazione dello Stato della Chiesa.

Tra i primi provvedimenti attuati dai francesi vi fu la creazione della Guardia Nazionale volontaria, su modello della milizia cittadina del 1789, cui aderirono soprattutto i giovani ferraresi in particolare studenti universitari. La formazione di una guardia civica, il cui scopo era di garantire l’ordine pubblico e la difesa della città, risultò tanto più determinante quando, per rispondere all’offensiva austriaca, i soldati francesi dovettero lasciare Ferrara per raggiungere il Veronese da dove gli austriaci stavano sferrando una controffensiva.

In un primo tempo, su espressa volontà di Bonaparte, furono conservate le precedenti strutture politico-istituzionali ferraresi al fine di assecondare le ambizioni delle élite locali a riappropriarsi di un ruolo dirigenziale, così spesso soffocato dal governo pontificio, nella gestione della cosa pubblica. Tuttavia, dopo i vani tentativi da parte del Papato di rimpossessarsi dell’ex Legazione durante il mese di agosto, tentativi accompagnati dalle insorgenze di Lugo e Cento, all’inizio di ottobre Ferrara assunse un nuovo assetto amministrativo che rappresentò un punto di rottura e una svolta rispetto al recente passato pontificio. Abolito il Consiglio Centumvirale, fu istituita al suo posto l’Amministrazione Centrale del Ferrarese, organismo rappresentativo le cui competenze si estendevano su tutta la provincia, e i cui membri, nominati direttamente da Christophe Saliceti, commissario del Direttorio presso l'Armée d'Italie, segnarono l’affermazione nella gestione del potere di un nuovo ceto patriota prevalentemente borghese che aveva cominciato ad emergere con istanze civili innovatrici già durante l’ultimo periodo pontificio. Tra le prime disposizioni previste dall’Amministrazione Centrale del Ferrarese figuravano lo smantellamento dei privilegi e immunità del clero (come l’abolizione del tribunale dell’Inquisizione e dell’asilo ecclesiastico dei rei) e la concessione della libertà di stampa.

Dal 16 al 18 ottobre Napoleone convocò a Modena i rappresentanti dei governi provvisori delle repubbliche di Reggio, Modena, Ferrara e Bologna, ponendo le basi per la creazione della Repubblica Cispadana che sarebbe stata proclamata a Reggio alla fine di dicembre. Nei giorni seguenti (dal 19 al 22) Bonaparte stesso soggiornò a Ferrara: alla sua presenza fu innalzata in cima alla colonna di piazza Nuova, ora Ariostea, la Statua della Libertà (identica all’icona della Repubblica francese), eretta al posto di quella bronzea di papa Alessandro VII, distrutta poco dopo l’arrivo in città dei francesi. Nei congressi che si tennero in successione a Reggio Emilia e a Modena tra fine dicembre e inizio marzo 1797, durante i quali si discussero gli articoli della costituzione della Cispadana, parteciparono 30 deputati ferraresi eletti a suffragio universale maschile (secondo un meccanismo di voto articolato in tre turni di consultazioni), tra i quali emerse, per levatura intellettuale e isolata fede democratica, il giurista Giuseppe Compagnoni, docente della prima cattedra di diritto costituzionale d’Europa nonché segretario dell’Amministrazione Centrale del Ferrarese.

La costituzione cispadana, in base alla quale Ferrara diventava capoluogo del Dipartimento del Po, fu ratificata nel marzo 1797 per mezzo di un referendum che ne sancì per maggioranza l’accettazione. Tuttavia, proprio nel cantone di Ferrara, dove si registrò una fortissima astensione degli aventi diritto al voto, la carta costituzionale fu respinta. Come sarebbe successo di lì a poco con le elezioni per le municipalità, i giudici di pace e gli elettori dei rappresentanti del corpo legislativo cispadano, i patrioti repubblicani ferraresi dovettero fare i conti molto presto con una coalizione del clero e dell’aristocrazia reazionaria capace di pilotare a proprio vantaggio soprattutto il mondo contadino. La consultazione elettorale, infatti, premiò (sebbene con molti brogli inutilmente denunciati) la compagine composta da preti, aristocratici e conservatori, spingendo così i patrioti ferraresi delusi ad appoggiare il progetto che Bonaparte stava configurando con i preliminari di Leoben (17 aprile 1797) di una grande repubblica del nord d’Italia.

Con la creazione, il 29 giugno del 1797, della Repubblica Cisalpina, Ferrara, e dunque tutta la Cispadana, entrava a fare parte della nuova “repubblica sorella” che accorpava in un’unica entità statuale anche il territorio dell’ex repubblica lombarda. Grazie ad un’efficace attività “diplomatica”, alcuni membri dell’élite ferrarese andarono ad occupare posizioni di rilievo nella nuova ridefinizione politica dell’Italia settentrionale: Giambattista Costabili Containi fu nominato da Bonaparte stesso quinto membro del Direttorio Cisalpino, Giuseppe Rangoni, segretario dell’ambasciatore a Parigi della nuova repubblica, Giambattista Boldrini, già deputato ai congressi cispadani e di noti sentimenti anticlericali che gli valsero l’epiteto di «Robespierre di Ferrara», divenne commissario del potere esecutivo del Dipartimento del Basso Po. Con queste nomine Bonaparte intendeva dunque gratificare l’appoggio fornito dai patrioti ferraresi al progetto di unificazione dell’Italia settentrionale, che tanto era stato osteggiato da un radicato spirito municipalistico e soprattutto dai bolognesi per nulla inclini a perdere l’egemonia raggiunta con la Cispadana. In conformità all’organizzazione del territorio stabilito dalla costituzione, parte di Ferrara e del Ferrarese confluì nel Dipartimento del Basso Po, frammentandosi una parte del territorio storico in altri dipartimenti stabiliti a partire dalla rete idrografica padana.

A livello locale, il periodo della Cisalpina fu contraddistinto fin dall’inizio da continui contrasti che opposero al Direttorio di Milano alcune Municipalità (come Ferrara, Codigoro, Massafiscaglia) principalmente per questioni di natura fiscale e di coscrizione obbligatoria.

In seguito alle sconfitte napoleoniche inflitte dalla seconda coalizione (formata da Austria, Russia e Inghilterra), nel marzo del 1799 gli austriaci giunsero presso il Po. L’avanzata dell’esercito imperiale fu accompagnata dall’insorgere degli abitanti del territorio veneto annessi al Dipartimento del Basso Po (Fiesso, Trecenta, Ficarolo, Massa Superiore). Il 12 aprile, dopo che gran parte del territorio ferrarese (Zocca, Copparo, Migliarino, Ostellato, Portomaggiore) era passato sotto il controllo delle bande di insorgenti sorrette dagli austriaci, fu la volta di Pontelagoscuro da cui venne organizzato l’accerchiamento e il blocco di Ferrara. La città, posta sotto assedio e ridotta allo stremo, si arrese agli austriaci il 22 maggio 1799. Alla resa seguirono le ormai consuete violenze contro i giacobini più in vista, sebbene alcuni funzionari pubblici avessero prontamente preso la fuga, e contro quegli ebrei che maggiormente avevano aderito al governo repubblicano.

CM, 2011

Bibliografia

Valentino Sani, La rivoluzione senza rivoluzione. Potere e società dal tramonto della legazione pontificia alla della Repubblica cisalpina (1787-1797), Milano, FrancoAngeli, 2001; Valentino Sani, Le rivolte antifrancesi nel ferrarese, in Folle controrivoluzionarie. Le insorgenze popolari nell’Italia giacobina e napoleonica, a cura di Anna Maria Rao, Roma, Carocci Editore, 1999, pp. 195-216.

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