Età postunitaria (1871-1914)

Monumento a Vittorio Emanuele II, eretto nel 1889 e trasferito nel 1927 dalla Piazza del Duomo a Piazza della Repubblica Monumento a Vittorio Emanuele II, eretto nel 1889 e trasferito nel 1927 dalla Piazza del Duomo a Piazza della Repubblica Cartolina (1904 ca), collezione privata

Il periodo postunitario fu un'epoca di grandi trasformazioni che investirono il territorio ferrarese e ridefinirono le dinamiche politiche e sociali della provincia. Si trattò di collegare Ferrara al resto del paese con la costruzione della rete ferroviaria (avviata nel decennio precedente), di insediare il nuovo Stato in provincia per mezzo di un apparato amministrativo fortemente centralizzato, di formare una classe di rappresentanza politica attraverso le consultazioni elettorali. Il capoluogo vide nel corso dei decenni consistenti cambiamenti che ridisegnarono il volto della città grazie ad esempio all'interramento di canali, alla costruzione dell'acquedotto, alla nascita di trasporti pubblici urbani, inizialmente a cavallo poi elettrici, all'edificazione a partire dall'inizio del Novecento di nuovi quartieri popolari. Un lento processo di scolarizzazione obbligatoria e pubblica fu avviato altresì nella provincia di Ferrara (a partire dalla legge Coppino del 1877) che pativa come il resto d'Italia un tasso di analfabetismo altissimo, specialmente nelle zone rurali.

In apertura degli anni Settanta, l'attenzione del nuovo Stato italiano fu drammaticamente portata sulla provincia di Ferrara a causa delle terribili inondazioni del Po del 1872, che nel mese di maggio ruppe a Guarda ferrarese, e in ottobre sommerse il territorio nei pressi di Bondeno. Le rotte causarono danni ingentissimi a persone e cose e provocarono un'epidemia di vaiolo presso la popolazione rimasta senza casa e costretta a vivere per mesi sugli argini o in abitazioni di fortuna. Le rotte del 1872 innescarono, tuttavia, una mobilitazione di solidarietà che permise di raccogliere aiuti non solamente a livello nazionale ma anche internazionale.

Nel decennio 1870-1880, un impulso al cambiamento fu dettato dall'opera di bonifica di ampia parte del terre del Ferrarese ricoperte dalle acque vallive. Il basso prezzo dei terreni, più basso rispetto alle province vicine, consentì a investitori britannici (come la società Land Reclamation Limited) e a banchieri torinesi di acquistare a cifre irrisorie dai Comuni e dalla antica nobiltà ferrarese, oltre 20.000 ettari di terre paludose (Polesine ferrarese). Sulle nuove terre bonificate venne avviata una trasformazione fondiaria ad opera di grandi imprese fra cui la Società Bonifica Terreni Ferraresi. Nacquero così aziende capitalistiche votate alla produzione intensiva di cereali che richiamarono nella provincia una grande quantità di manovalanza bracciantile. Grazie all'ampliamento delle terre coltivabili la produzione agricola ferrarese conobbe, dall'Unità sino al 1914, una crescita più che raddoppiata, poiché alla coltivazione del frumento si affiancò anche quella della barbabietola da zucchero e della canapa dando avvio inoltre allo sviluppo di un'industria della lavorazione dei prodotti agricoli. L'aumento delle terre coltivabili fu un fattore di crescita demografica importante nella provincia di Ferrara, aumento che si registrò in maniera significativa proprio nelle zone bonificate.

L'afflusso e la presenza nel ferrarese di lavoratori stagionali ridisegnò la composizione della popolazione rendendo ormai impossibile per la politica locale e nazionale prescindere dalle questioni sociali e dal conflitto che presto si sarebbe scatenato tra le classi padronali e quelle lavoratrici. Il nuovo sistema di conduzione capitalistica della terra portò inoltre alla trasformazione delle preesistenti forme di mezzadria e boaria, che cancellò la suddivisione dei terreni in poderi, a vantaggio dell'utilizzazione di un nuovo tipo di mano d'opera tradizionalmente non legata alla terra, composta da "avventizi" e "obbligati". Nondimeno lo sviluppo in senso capitalistico dell'agricoltura rimase un "affare" di pochi, dei proprietari terrieri ferraresi (vecchi e nuovi) in antagonismo con le grandi società anonime italiane o la svizzera Société Vaudoise d’Exploitations Agricoles di Losanna, i cui interessi economici finivano per determinare e condizionare la vita politica locale e gli esiti dei risultati elettorali.

Le consultazioni di voto che si tennero nel corso degli anni Settanta (1870, 1874, 1876), con Collegio uninominale, sebbene spesso boicottate dall'elettorato cattolico, furono caratterizzate nella provincia di Ferrara dalla contrapposizione tra Destra (Francesco Borgatti, Giacomo Lovatelli, Antonio Mangilli) e Sinistra storica (Giovanni Gattelli, Federico Seismit Doda, che sarà ministro delle Finanze nel governo Cairoli, Giuseppe Carcassi). Proprio la prevalenza elettorale di quest'ultima nelle elezioni del 1876 determinò a Ferrara la crescita del partito democratico-radicale il cui maggiore esponente fu per molti anni Severino Sani. I democratici-radicali, eredi dei patrioti ferraresi del periodo risorgimentale, si distinsero nella difesa delle libertà costituzionali e in una maggiore sensibilità nei confronti delle condizioni delle classi subalterne di fronte ai proprietari terrieri, raccogliendo pertanto consensi all'interno della borghesia professionale urbana e avvalendosi in maniera efficace della stampa, attraverso giornali come «La Rivista», per diffondere le proprie idee. Le battaglie progressiste dei democratici furono tuttavia offuscate dall'arrivismo politico di Sani che provocò, nel corso degli anni Ottanta-Novanta, dissidi interni al partito. Interessato prevalentemente alla propria longevità politica (fu eletto deputato per ben sette legislature), Sani giunse persino a cercare l'alleanza dei cattolici per arginare la crescita dei socialisti. A partire dalle elezioni del 1889, la sinistra radicale del partito si staccò da Sani ma non riuscì ad evitare una “deriva” in senso moderato-conservatore nel corso del tempo.

In questa situazione tendente alla staticità, il cammino che portò all'affermazione in campo politico e in seguito al trionfo elettorale dei socialisti nelle elezioni del 1913 (quando si votò con suffragio universale maschile) fu lento e per lungo tempo “schiacciato” dallo scontro tra moderati e democratici-radicali. Il socialismo, rispetto al resto del territorio italiano, tardò ad imporsi a Ferrara per la lentezza con cui penetrò nel proletariato agricolo una vera e propria coscienza di classe. Mancava inoltre nel capoluogo un consistente proletariato urbano a causa della vocazione agricola della provincia e di una crescita industriale limitata, legata in massima parte all'agricoltura come attestano lo sviluppo della produzione tessile e dello zucchero derivati dalla coltivazione della canapa e della barbabietola.

I Fasci siciliani e i moti in Lunigiana dei primi anni Novanta determinarono il ritorno di Crispi a capo del governo, decretando peraltro lo stato d'assedio per le zone insorte e leggi eccezionali che obbligavano allo scioglimento del partito socialista. In conseguenza di questa dura politica repressiva che restrinse peraltro la libertà di associazione, a Ferrara furono arrestati i dirigenti della Lega socialista locale che avevano partecipato al congresso nazionale del PSI di Reggio Emilia nel 1893, dichiarato sovversivo. A questo arresto seguì il processo, nell'autunno del 1894, in cui i sette imputati ferraresi furono condannati a cinque e sei mesi di carcere e a una pena pecuniaria. Fu solamente quando si esaurirono le repressioni governative che il partito socialista cominciò ad ottenere dei significativi risultati elettorali; nelle elezioni che si svolsero nel 1897, infatti, fu presente in tutti i collegi e raggiunse il 22,1%.

Proprio a partire dal 1897 cominciò un'ondata di scioperi imponente nelle campagne ferraresi che si protrasse ancora sino al biennio 1901-1902 nonostante le dure repressioni e portò all'astensione dal lavoro decine di migliaia di braccianti e boari. Gli scioperi cominciati nel 1897 posero in maniera improrogabile la necessità di affrontare la questione agraria ovvero la disoccupazione cronica stagionale dei braccianti, facendo apparire come gli antichi rapporti di boaria tra padroni e coloni fossero ormai ampiamente superati, soppiantati sempre più da un nuovi rapporti di salariato puro.

Fu in questa situazione di forte tensione che il movimento cattolico ferrarese, che faceva riferimento a livello nazionale all'Opera dei Congressi, maturò la necessità di un intervento concreto nel tessuto sociale volto ad arginare la penetrazione delle idee socialiste presso il proletariato locale. Il periodico settimanale ferrarese «La Domenica dell'Operaio», fondato del 1895, si fece portavoce di una dottrina sociale cristiana che a una denuncia delle condizioni di miseria e di sfruttamento a cui erano costrette le classi lavoratrici nelle campagne, univa una preoccupazione di tipo morale diretta a scongiurare «l'indifferentismo religioso e la scristianizzazione del popolo». Le Unioni Professionali del Lavoro semplici (quelle “miste” non attecchirono mai nel Ferrarese) ideate dall'Opera dei Congressi a partire dal 1901, rappresentarono il tentativo cattolico di creare un dialogo contrattuale tra lavoratori e padroni, che partendo dall'assunto della naturale diseguaglianza delle classi, si proponeva di attenuare il conflitto tra esse. Le Unioni Professionali ebbero una certa diffusione in buona parte della provincia ma gli esiti rimasero tuttavia modesti, forse anche per la mancanza di una cultura economica da parte cattolica.

Nei primo decennio del Novecento che precedette lo scoppio della prima guerra mondiale, la vita politica della provincia di Ferrara fu caratterizzata dalla progressiva affermazione dei socialisti che si imposero nelle elezioni dell'ottobre del 1913, le prime a suffragio universale maschile, sulla base della nuova legge elettorale, ottenendo il 54,4% delle preferenze e dunque tre deputati su quattro (corrispondenti ai quattro Collegi di Cento, Comacchio, Ferrara e Portomaggiore in cui era divisa la provincia). La città di Ferrara, tuttavia, non fu mai un terreno di grandi vittorie per i socialisti a causa della mancanza di un proletariato urbano a cui faceva da contrappeso una borghesia agraria conservatrice, facile alleata dei ceti medi, mentre furono i due Collegi orientali della provincia Comacchio e Portomaggiore, che registrarono il maggior numero di Comuni “rossi”.

CM, 2011

Bibliografia

Luigi Davide Mantovani, Le elezioni a Ferrara dall'Unità allo scrutinio di lista, in «Ferrara. Storia, beni culturali e ambiente», 1, 1996, pp. 19-25; Luigi Davide Mantovani, Liberali, radicali, socialisti: la battaglia delle idee, in 1892-1992. Il movimento socialista ferrarese dalle origini alla nascita della repubblica democratica. Contributi per una storia, a cura di Aldo Berselli, Cento, Cooperativa Culturale Centoggi, 1992, pp. 49-60; Sergio Dardi, Geografia elettorale del socialismo dal 1892 al 1913, ivi, pp. 69-74; Amerigo Baruffaldi – Romeo Sgarbanti, Giuseppe Turri, Il movimento cattolico sociale a Ferrara tra '800 e '900, Ferrara, Corbo, 1993.

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