Pittura

Giovanni Pagliarini (Ferrara 1809 - 1878), Autoritratto con la famiglia, c. 1835-40; olio su tela, cm 108 x 127; Ferrara, Museo dell'Ottocento Giovanni Pagliarini (Ferrara 1809 - 1878), Autoritratto con la famiglia, c. 1835-40; olio su tela, cm 108 x 127; Ferrara, Museo dell'Ottocento Ferrara, Civiche Gallerie d'Arte Moderna e Contemporanea

Al principio dell’Ottocento le maggiori famiglie della borghesia imprenditoriale agraria che avevano consolidato la loro fortuna economica e politica in età napoleonica procedono a una trasformazione dei palazzi dell’antica nobiltà cittadina passati in loro proprietà. Tali interventi raramente prendono le forme di una radicale ristrutturazione architettonica ma spesso comportano il totale rinnovamento della decorazione d’interno: arredi, stucchi e soprattutto volte affrescate (vedi Architettura e scultura). Il nuovo linguaggio classicista, con tutte le sue implicazioni ideologiche, viene importato in città e con esso un nuovo gusto, maggiormente aggiornato alle contemporanee esperienze francesi. Né tale fervore decorativo si interrompe con la Restaurazione, richiedendo anzi la mutata situazione politica se non altro una revisione iconografica dei soggetti rappresentati, che passano dall’illustrazione di temi repubblicani e cesarei a quelli della storia patria municipale. Già nel 1807 uno dei maggiori rappresentanti del neoclassicismo “giacobino”, Felice Giani, giunge a Ferrara dalla vicina Romagna per eseguire opere ora perdute per i Massari. I contatti dell’artista con la città si intensificano negli anni seguenti culminando nella partecipazione di Giani alla decorazione di alcune sale di palazzo Nagliati Braghini e casa Gatti Casazza (arch. Gaetano Armanini, 1815-20), che costituiscono i capolavori del neoclassicismo in città.

L’artista maggiormente rappresentativo dell’epoca napoleonica a Ferrara è però il bolognese Giuseppe Santi, la cui fortuna comincia con l’arrivo delle truppe francesi nel 1796; a lui il governo rivoluzionario affida le più significative commissioni pubbliche: la prima decorazione del Teatro Comunale (1797-98), gli apparati effimeri e l’ornamento pittorico della tomba dell’Ariosto in occasione della sua solenne traslazione in palazzo delle Scienze (1801). Di fondamentale importanza per il corso dell’arte in città è l’attività di insegnante svolta da Santi presso la Scuola di Pittura dell’Ateneo Civico, alla quale si formeranno i maggiori pittori decoratori della prima metà del secolo.

La transizione dal classicismo inquieto e protoromantico di Giani e Santi a un linguaggio pienamente romantico, ricco di riferimenti alla tradizione veneta e locale ferrarese, può essere colta nell’attività dispiegata fra il 1830 e il 1860 da Francesco Migliari e dalla sua ampia bottega all’interno degli edifici ferraresi – da palazzo Camerini (arch. Giovanni Tosi, c. 1830-35) alla residenza Gulinelli di via XX settembre (arch. Luigi Federzoni [?], 1825-40), dal Ridotto del Teatro Comunale (terminato nel 1845) ai diversi ammodernamenti delle stanze dei cardinali legati nel Castello Estense – dove l’ordinato impianto della decorazione all’antica si apre a sempre più ampi squarci scenografici e paesaggistici. All’interno di tali cantieri, accanto a Francesco Saraceni, che, con estro di dilettante, dà un’interpretazione teatrale e popolare dei fatti della storia cittadina, emerge la figura di Girolamo Domenichini, il maggior rappresentante del romanticismo storico a Ferrara, che, grazie anche alla sua permanenza presso le accademie di Firenze e Roma, riesce a rendere partecipe l’ultima “scuola ferrarese” al nuovo linguaggio artistico nazionale.

La critica ha ravvisato nella decorazione della volta del Teatro Comunale terminata nel 1851 da Migliari, Domenichini e bottega la più alta sintesi raggiunta in campo artistico fra le istanze di identità culturale municipale e di partecipazione al risorgimento nazionale propugnate dalle classi dirigenti cittadine fra Restaurazione e Unità. Ma in epoca postunitaria gli epigoni di Migliari ne continuano l’attività in modo scolastico e ripetitivo. Il radicale rinnovamento della decorazione interna della Cattedrale, eseguito nel 1880-90 da una schiera di collaboratori secondo il progetto di Alessandro Mantovani – un ferrarese espatriato a Roma, dove aveva diretto gli ultimi cantieri decorativi pontifici come quello della Loggia Pia in Vaticano – segna anche nella coscienza dei contemporanei l’avvenuta uniformazione del linguaggio artistico a modelli estranei alla storia cittadina. Nel passaggio fra i due secoli, all’eclettismo di matrice purista del cantiere della Cattedrale si sostituisce uno stile neorinascimentale in chiave Art Decò: cruciale in questo passaggio è l’attività della bottega famigliare di Giovanni Medini, anche lui formatosi sui ponteggi del Duomo, che sarà responsabile dei maggiori interventi di decorazione di interni di chiese ed edifici storici, spesso sconfinanti nel rifacimento in stile.

Venendo ora alla pittura da cavalletto, negli anni Trenta emerge, a fianco di Girolamo Domenichini, una generazione di giovani artisti che completano la propria formazione nelle grandi accademie della penisola – Venezia e Firenze soprattutto – e che pur lavorando prevalentemente in città mantengono rapporti con gli altri centri culturali italiani. Fra di essi vanno segnalati almeno Massimiliano Lodi e Gaetano Turchi, autori di tele ispirate alla storia politica e letteraria di epoca estense che adottando i temi del romanticismo storico partecipano al progetto patriottico di far sorgere la nazione dal passato municipale. In questo processo di unificazione linguistica non va sottovalutato il ruolo inizialmente avuto da Leopoldo Cicognara, che aveva indirizzato a Roma (e dunque al classicismo) gli allievi ferraresi dell’Accademia di Venezia, di cui era presidente.

Un capitolo estremamente significativo del recupero delle memorie storiche cittadine in epoca risorgimentale riguarda l’attività di una folta schiera di pittori-copisti-restauratori, nell’opera dei quali si fa labile la distinzione fra creazione originale, rifacimento in stile e falso. Si tratta di un fenomeno di grande rilievo culturale, di cui vanno evidenziati i rapporti col collezionismo pubblico e privato, con la ricerca documentaria, con la riscoperta critica dell’antica scuola pittorica ferrarese (vedi: Storia dell’arte; Musei; Collezionismo). Ne sono protagonisti, fra gli altri, Giuseppe Saroli, Gregorio Boari, Antonio Boldini (padre del celebre Giovanni), Gaetano Domenichini (padre di Girolamo) e Girolamo Scutellari, che fu anche primo biografo degli artisti ottocenteschi. In epoca postunitaria, quando l’attività dei pittori-copisti perde il suo significato più profondo, va segnalata la figura di Giuseppe Mazzolani, restauratore degli affreschi di Schifanoia e autore di loro fedeli riproduzioni – tuttora utili fonti documentarie – che fra Otto e Novecento fu anche affermato ritrattista di stampo fotografico.

Il pittore più rappresentativo dell’Ottocento ferrarese è tuttavia Giovanni Pagliarini, la cui personale parabola riassume esemplarmente le vicende artistiche cittadine. Allievo di Saroli a Ferrara, fra il 1829 e il 1835 frequenta le accademie di Venezia e Firenze, per poi trasferirsi a Trieste e a Udine, dove realizza grandi dipinti di soggetto storico e religioso. Forte di queste esperienze, Pagliarini elabora una cultura pittorica “di frontiera”, che tramite l’insegnamento di Politi e Grigoletti combina suggestioni tratte dal Cinquecento veneziano e un’acuta propensione per il Biedermeier, che ne fanno una sorta di corrispettivo ferrarese del giuliano Giuseppe Tominz, mentre nel campo del ritratto l’artista ferrarese mostra di meritare un ruolo di tutto rispetto nell’ambito del naturalismo romantico rappresentato dal modenese Adeodato Malatesta. Dopo il ritorno in patria nel 1859 la pittura di Pagliarini sembra però perdere quella capacità di mantenersi sospesa fra idealizzazione della forma e scrutinio realistico che aveva prodotto capolavori come la Madonna col Bambino oggi al Museo dell’Ottocento, per raggelarsi progressivamente in un verismo fotografico non privo comunque di qualità di resa formale e capacità di introspezione.

La vicenda della pittura di paesaggio può essere sintetizzata nei nomi del romagnolo Giovanni Monti, che invia a Ferrara le immagini della campagna laziale care ai viaggiatori del Grand Tour, del suo epigono Cesare Zaffarini, pure operoso a Roma, e di Augusto Droghetti, autore di delicati paesaggi del Po, già segnati dai primi insediamenti industriali. Nel genere della veduta si esercitano Ignazio Turci, Giuseppe Coen e soprattutto Giuseppe Chittò Barucchi, la vicenda artistica del quale presenta caratteri analoghi a quella di Pagliarini. Anche Chittò perde progressivamente lo slancio iniziale e l’aura moderatamente cosmopolita assorbita dal contatto con la Venezia asburgica per scadere in una ripetitiva produzione di mestiere, volta a offrire alla borghesia cittadina immagini rassicuranti dei luoghi domestici.

Nella tarda attività di Pagliarini e Chittò la critica ha voluto vedere «il fallimento del programma di autonomia linguistica» della rinata scuola ferrarese (Carlo Gentili, 1981), seguito al rinchiudersi della borghesia risorgimentale, e con essa della cultura cittadina, in un quieto orizzonte provinciale. «La storia successiva non sarà più di Ferrara, ma di ferraresi» (Claudio Savonuzzi, 1971): l’attività dei maggiori pittori dell’ultimo quarto di secolo si svolge infatti lontano dalla città: Giovanni Boldini lascia Ferrara per Firenze nel 1864 e si stabilisce definitivamente a Parigi nel 1871; nel 1877 si trasferiscono a Milano Gaetano Previati e Giuseppe Mentessi; infine, verso la fine del secolo, è Alberto Pisa a ricercare il successo internazionale sulle orme di Boldini a Firenze e a Londra. È una diaspora che si intensifica con l’ultima generazione nata nell’Ottocento, da Ugo Martelli e Giovan Battista Crema fino a Roberto Melli e Filippo de Pisis.

Risulta difficile ricondurre a un denominatore comune gli artisti operosi nell’ambiente cittadino, ormai irrimediabilmente provinciale. Giuseppe Ravegnani e scuola decorano le volte del palazzo Arcivescovile e delle chiese della città e del forese rifacendosi in modo piuttosto convenzionale al quadraturismo barocco; partecipa a quest’opera il bondenese Antonio Benini, rientrato a Ferrara nel 1883 dopo un lungo soggiorno romano, autore anche di tele di soggetto storico e allegorico nelle quali si percepisce una debole eco dei modelli di Alma Tadema. Nel campo del ritratto l’artista più ricercato dalla società ferrarese fra i due secoli è il portuense Federico Bernagozzi, mentre si distanziano dal verismo fotografico di quest’ultimo i ritratti e le composizioni simboliste e floreali di Angelo Longanesi Cattani, realizzate con una tecnica divisionista filamentosa ispirata alle opere di Previati e Mentessi. Figura isolata è quella di Pier Augusto Tagliaferri, che dopo aver percorso l’Europa, si stabilisce a Porotto, dove inscena visioni oniriche di matrice simbolista nordica. Infine merita di essere menzionata l’attività grafica di Nicola Laurenti, Oreste Forlani e soprattutto di Edmondo Fontana, il massimo illustratore ferrarese di epoca liberty.

MT, 2011

Bibliografia

Claudio Savonuzzi, Ottocento ferrarese, Ferrara, Cassa di Risparmio di Ferrara, 1971; Chiara Toschi Cavaliere, Storia e storie di un percorso decorativo, in Nagliati – Braghini – Rossetti. Un monumento, una casata, un’opera pia, a cura di Giacomo Savioli, Ferrara, Liberty house, 1989, pp. 71-102; Ranieri Varese, Le istituzioni e l’immaginario ufficiale nel XIX secolo, in Storia illustrata di Ferrara, a cura di Francesca Bocchi, Milano, AIEP, 1989, III, pp. 817-832; Lucio Scardino, Esperienze artistiche a Ferrara dall’Unità d’Italia al 1915, ivi, pp. 785-800; Neo-estense. Pittura e restauro a Ferrara nel XIX secolo, a cura di Lucio Scardino e Antonio P. Torresi, Ferrara, Liberty house, 1995.

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