Borghesi

Adolfo Hohenstein (1854-1928), Poster pubblicitario da litografia, 1899 Adolfo Hohenstein (1854-1928), Poster pubblicitario da litografia, 1899 Library of Congress (Washington, D.C.), Prints and Photographs Division

Il crescente protagonismo che le classi borghesi stavano assumendo nella società e nella politica ottocentesche si manifestò anche nel Ferrarese. Particolarmente significativo fu inoltre, in un contesto economico a vocazione spiccatamente agricola, il contributo che i ceti non nobiliari diedero allo sviluppo delle attività manifatturiere, dell’artigianato e dei commerci.

Nei primi anni del secolo, nonostante gli importanti cambiamenti nella vita politica e sociale apportati dai francesi dopo due secoli di dominazione pontificia, le condizioni economiche del Ferrarese non erano molto prospere e la fonte principale della ricchezza rimaneva il settore primario. Ciononostante, l’operosità di alcuni esponenti della borghesia cittadina aprì a inediti indirizzi di sviluppo economico: all’interno queste iniziative si collocavano, ad esempio, la conceria di pellame – una delle manifatture di maggior consumo tra la popolazione – di proprietà della famiglia Massari e il saponificio dei signori Pesaro. La vendita dei beni ecclesiastici, le speculazioni commerciali e la maggiore libertà di iniziativa nelle campagne favorirono lo sviluppo e l’ascesa sociale delle famiglie borghesi. Notevole fu il numero dei ferraresi, in particolare ebrei, coinvolti dal 1798 al 1807 nell’acquisto dei beni ecclesiastici nazionalizzati dai francesi: tra i principali, i Massari, i Bottoni, i Leccioli, i Casazza, i Dalla Vida, i Pesaro, i Coen, i Guitti. Ben presto grossi fittavoli, commercianti, professionisti e funzionari della città, come i Cestari, i Donadò, i Fioravanti o i Nagliati, divennero proprietari terrieri a fianco della decadente nobiltà. Di fronte al lento sviluppo industriale, segnato da una notevole arretratezza tecnica rispetto a quanto accadeva nelle province di Modena e Bologna, un’importante occasione di svolgere un ruolo attivo e vigile nella realtà socio-economica si presentò alla borghesia ferrarese con la fondazione, nel 1802, della Camera di Commercio cittadina, istituto fondamentale nello stimolare lo spirito imprenditoriale necessario allo sviluppo delle pur modeste attività economiche del Ferrarese. Nell’epoca della Restaurazione, la provincia era infatti ancora segnata da un’accentuata stagnazione economica e da una decadenza delle attività manifatturiere e dei commerci dovute al ripristino delle barriere doganali, all’approvazione di nuovi dazi di consumo, alla forte concorrenza estera e alla contrazione del mercato interno. Queste criticità determinarono ritardi nella crescita dei settori agricoli e industriali e, di conseguenza, posero ostacoli all’affermazione dei ceti commerciali e al movimento di capitali necessari allo sviluppo industriale.

Ancora alla metà del secolo furono i ceti borghesi a realizzare le prime significative esperienze di attività manifatturiere e commerciali in città e provincia: notevoli la fabbrica di vetri e cristalli del piemontese Giovan Battista Brondi e quella di cremor tartaro (bitartrato di potassio, usato come lievito) fondata nel 1829 da Costantino Bottoni, divenuta la terza per importanza nello Stato pontificio. La più importante realtà si trovava a Pontelagoscuro: il saponificio costruito nel 1812 dal triestino Luigi Chiozza e poi di proprietà del signor Francesco Tranz. L’opificio, divenuto Chiozza e Turchi nel 1870, avrebbe poi registrato, ancora nei primi anni del Novecento, esportazioni in Sud America, negli Stati Uniti, nelle colonie inglesi e perfino in Giappone. La più rilevante novità fu, tuttavia, la straordinaria espansione del mercato della canapa che, grazie alla fervida attività della comunità israelitica ferrarese, fu esportata nel resto della penisola, in Germania, in Inghilterra e nell’Impero asburgico. Prezioso fu in questo ambito il contributo del mercante inglese William Mac Alister che, stabilitosi in città con una propria attività, fece giungere la canapa ferrarese e centese nelle fabbriche di vele e cordami per la marineria britannica, superando ben presto in termini assoluti la produzione bolognese. Grazie all’impegno e alla determinazione ancora profusi dalla Camera di Commercio, la borghesia delle manifatture e dei commerci della città poté inoltre partecipare a mostre e fiere a livello locale e internazionale: le Esposizioni di Londra del 1851 e di Parigi del 1855 portarono su un mercato sempre più ampio e ragguardevole alcuni fra i migliori prodotti della provincia, come le tele da vela e i cordami del centese Giuseppe Padoa (cui fu conferita la medaglia d’oro nel 1851) e le scatole di cremor tartaro lavorate da Costantino Bottoni e Benedetto Samuel Finzi Magrini di Ferrara.

In occasione delle opere di bonifica degli anni Settanta, significativo fu l’impegno professionale di alcuni illustri esponenti della borghesia: particolarmente importante fu il coinvolgimento di tecnici bonificatori (Stefano Mongini) e ingegneri idraulici (Giovanni Boicelli, Giuseppe Venturini) per il progresso e il perfezionamento delle tecniche impiegate nella sistemazione idraulica del territorio. In seguito ai grandiosi lavori di bonificazione, trasformazione fondiaria e successiva colonizzazione delle “terre nuove”, si fece più urgente la necessità di promuovere il processo di industrializzazione che, sino a quel momento, aveva investito in misura assai modesta la provincia. Accanto ai conti Gulinelli – impegnati, con l’ingegner Pier Alfonso Barbè, nella costruzione del primo zuccherificio ferrarese – si distinsero altri esponenti della borghesia industriale: fra costoro, il Santini, fondatore di una fabbrica di macchinette da caffè e di lampade per i minatori; Giacomo Reggio e i fratelli Hirsch proprietari dei due maggiori maglifici della città. In tali circostanze maturò, sul finire del secolo, l’esperienza assai più rilevante delle fabbriche per la lavorazione della barbabietola da zucchero, che vide protagonisti illustri esponenti della borghesia ferrarese. I primi tentativi furono operati dal professor Adriano Aducco che, nel 1896, impiantò sedici campi sperimentali presso privati proprietari terrieri destando forte interesse presso la società Lombardo-Ligure. Nel 1899 il conte Luigi Gulinelli fece erigere a Pontelagoscuro, con l’aiuto tecnico dell’ingegner Barbè, una fabbrica destinata esclusivamente ai prodotti delle sue terre. Da queste iniziative partì il movimento di estensione della bieticoltura e di creazione di nuovi stabilimenti che fece di Ferrara – dove nel giro di pochi anni si era passati da due a trentatré impianti, di cui cinque in città – la capitale dell’industria saccarifera in Italia. L’ingresso di grandi società nel settore saccarifero, con la tendenza alla concentrazione e alla formazione di monopoli, rese più evidenti le difficoltà con cui dovettero fare i conti l’acuto spirito di iniziativa e la moderna audacia imprenditoriale della borghesia ferrarese nel momento in cui tentava, spesso troppo sola, di indirizzare la provincia di Ferrara verso un moderno sviluppo industriale e commerciale.

Per quanto concerne altre categorie professionali, nel campo della medicina figuravano alcuni importanti nomi della borghesia ferrarese, come quelli di Luigi Baldassari e dei professori Rinaldo Turri e Federico Zuffi; l’ostetrico Carlo Grillenzoni, il dottor Giuseppe Minerbi e il chimico Adolfo Casali. Tra le figure più rappresentative del campo giuridico, invece, comparivano Silvio Pasqualini, Giovanni Martinelli, Leone Ravenna e Silvio Zeni. Anche in campo politico l’importanza che i ceti borghesi assunsero nella realtà ferrarese, nel quadro di un generale rinnovamento delle vecchie gerarchie di classe tradizionali, si rese sempre più manifesta, come si può dedurre osservando le dinamiche relative alla composizione del governo locale. Nel primo Consiglio provinciale del 1860, la maggioranza dei membri deteneva un titolo nobiliare e derivava la propria ricchezza principalmente dalla proprietà terriera (ad esempio i Gulinelli, i Magnoni, gli Aventi, i Massari e i Revedin), mentre pochi erano i rappresentanti delle categorie professionali, principalmente laureati in giurisprudenza (ad esempio Carlo Giustiniani), ingegneri (Francesco Magnoni) e dirigenti industriali (Alessandro Avogli Trotti del saponificio Chiozza e Turchi). A partire dagli anni Ottanta, la nobiltà ferrarese fu sempre meno rappresentata nell’assemblea del Consiglio provinciale, dove viceversa aumentavano gli esponenti delle professioni borghesi, soprattutto avvocati, ingegneri e medici. Iniziava pertanto a sgretolarsi il monopolio politico dei possidenti terrieri. Il connotato della proprietà fondiaria divenne, verso la fine del secolo, sempre meno caratterizzante il gruppo di governo amministrativo: più o meno nettamente, lasciava il posto al capitale culturale e produttivo. Le vicende politiche sempre più vennero gestite dai membri delle professioni borghesi (avvocati, medici, ingegneri), a cui si affiancarono professori universitari e, in misura progressivamente maggiore, rappresentanti dei ceti più intraprendenti della realtà industriale e commerciale ferrarese.

RF, 2011

Bibliografia

I conti Gulinelli: bonificatori-industriali-agricoltori-filantropi, a cura di Deulmo Bombardi, Ferrara, Bombardi, 1932; Teresa Isenburg, Investimenti di capitale e organizzazione di classe nelle bonifiche ferraresi (1872-1901), Firenze, La Nuova Italia, 1971, pp. 159-169; Werther Angelini, La borghesia ferrarese e le idee della Rivoluzione, in Ferrara. Riflessi di una rivoluzione: itinerari nell’occasione della Mostra per il bicentenario della Rivoluzione francese (Ferrara, 11 novembre - 31 dicembre 1989), a cura di Delfina Tromboni, Ferrara, Corbo, 1989, pp. 71-80; Roberta Amoroso, La Camera di commercio di Ferrara dall’Età napoleonica all’Unificazione nazionale, tesi di laurea, Università degli studi di Bologna, Facoltà di Economia, Corso di laurea in economia e commercio, a.a. 1994-95; Michele Nani, Per un profilo del Consiglio provinciale: appunti sul secondo Ottocento (1860-1914), in Terra di provincia, a cura di Delfina Tromboni, Ferrara, Amministrazione provinciale di Ferrara, 2003, pp. 44-54.

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