Storia dell'arte ferrarese

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La “riscoperta dei primitivi”, ovvero il nuovo interesse di intenditori e collezionisti per le opere d’arte del medioevo e la pittura fra Cimabue e Raffaello, è certo il maggiore portato della storia dell’arte tra Sette e Ottocento. Fra i testi più significativi dell’emergere del nuovo gusto, soprattutto per la rivalutazione delle “arti minori” e dei maestri del Trecento, fu la Storia della scultura in Italia (1813-18) concepita dal ferrarese Leopoldo Cocognara, direttore dell’Accademia di Venezia, come continuazione della storia della scultura antica di Winckelmann e di quella dei monumenti medievali di Seroux d’Agincourt.

Se già Giuseppe Lanzi aveva contribuito a far uscire da un oblio durato tre secoli l’antica scuola ferrarese assegnandole un ruolo di rilievo nella sua Storia pittorica della Italia (Bassano 1795-96), la fortuna critica del Quattrocento cittadino cominciò davvero solo con il “provvidenziale” ritrovamento degli affreschi del salone dei Mesi a Schifanoia fra il 1821 e il 1840. Alla notizia del rinvenimento dei dipinti sotto lo strato d’intonaco che li occultava da circa un secolo seguì la pubblicazione di una serie di libelli polemici sulla loro attribuzione e sul loro restauro. Nel render noti gli affreschi il conte Camillo Laderchi contestò l’attribuzione dell’intero ciclo a Cosmè Tura, sostenuta dalla letteratura artistica settecentesca, segnalando le differenza di stile fra le due pareti riscoperte e attribuendo quella orientale a Lorenzo Costa, all’epoca ancora confuso con Francesco del Cossa. In risposta a Laderchi, Giuseppe Saroli e Francesco Avventi tornarono a sostenere la tradizionale attribuzione a Tura e la corretta datazione del ciclo agli ultimi anni del marchesato di Borso d’Este (1469-70). Fra il 1840 e il 1842 la notizia della scoperta si diffuse sui periodici culturali di altre città italiane, con interventi degli stessi Laderchi e Avventi, di Luciano Scarabelli, Giuseppe Petrucci e Giuseppe Maria Bozoli, fino a giungere alla colonia dei pensionanti stranieri a Roma attraverso le colonne del giornale “Il Tiberino”. La lusinghiera menzione degli affreschi come “il più importante monumento storico-culturale di quell’età” nella prima edizione del Cicerone di Jacob Burckhardt (Basilea 1855) consacrò la fama del ciclo di Schifanoia presso il pubblico internazionale. Ancor prima, la pubblicazione da parte di Laderchi del catalogo della maggiore collezione cittadina (Descrizione della quadreria Costabili, Ferrara 1838-41), ricca di tavole dei primitivi, aveva attratto in città i primi grandi conoscitori europei (fra essi Otto Mündler, Henry Layard, Charles Eastlake, Giovanni Morelli, Alexander Barker), solleticati dalla possibilità di approfittare del disgregamento delle quadrerie storiche ferraresi per acquistare dipinti per le loro collezioni e per le gallerie nazionali estere. Il riconoscimento internazionale degli antichi maestri della scuola ferrarese coincise in tal modo con la dispersione delle loro opere.

In ambito cittadino Laderchi, simpatizzante della critica d’inclinazione mistica di Alexis François Rio e di Charles de Montalambert – dei quali era corrispondente ­– procedette a una rivalutazione in termini fortemente ideologici della pittura devota del secondo Quattrocento e di Garofalo, apprezzata per la sua ispirazione sinceramente cristiana e contrapposta al “lurido paganesimo” imposto dai letterati di corte agli artisti attivi a Schifanoia. Le sue relazioni internazionali, una buona conoscenza delle fonti storiche – seppure attraverso i regesti degli eruditi settecenteschi – e una discreta capacità di discernimento critico fanno di Laderchi la massima autorità cittadina in campo artistico (La pittura ferrarese, Ferrara 1848 e 1857).

Nel clima culturale del Risorgimento e nell’ambito delle élite colte di orientamento liberale la testimonianza dello splendore dell’epoca estense che emergeva così vividamente dai muri di Schifanoia era tuttavia implicitamente posta a confronto con la decadenza della città durante i due secoli di dominio pontificio. I dipinti di Schifanoia, assieme alle pale d’altare del Garofalo, che dal 1836 lasciano le chiese cittadine per entrare nella Pinacoteca Municipale appena costituita, vengono riprodotti e commentati in iniziative editoriali che tuttavia non giungono a compimento, forse a causa dell’assenza in città di un pubblico abbastanza colto da intendere il significato culturale e politico dell’operazione e abbastanza vasto da sostenerla. Tali condizioni sembrerebbero invece darsi una decina d’anni più tardi, ormai alle soglie dell’Unità, con la pubblicazione, fra il 1850 e il 1860, dell’Album Estense per i tipi dell’editore Abram Servadio. Orientato fin dal titolo esclusivamente sul passato ducale, il volume opera una selezione dei monumenti e della storia artistica cittadina che sarebbe rimasta costitutiva dell’identità culturale ferrarese all’interno del nuovo Stato. L’opera è tuttavia priva di un reale impianto storico e si risolve in una serie di medaglioni scritti da illustri dilettanti, mentre la presenza di un testo francese a fianco di quello italiano dimostra la volontà di rivolgersi al pubblico internazionale del Grand Tour, di cui nel frattempo la città era divenuta meta.

Il nuovo interesse per la pittura antica rinfocola anche quello nei confronti della locale letteratura artistica settecentesca, che era – e in buona parte rimarrà ancora a lungo – inedita. Nel 1836 Giuseppe Petrucci pubblicò la Vita di Cosmè Tura, cui fece seguire le biografie di altri artisti del Cinque e Seicento tratte dal manoscritto delle Vite de’ pittori e scultori ferraresi di Girolamo Baruffaldi, che fu pubblicato integralmente nel 1844-46 a cura di Giuseppe Boschini. A Laderchi si deve invece la seconda edizione delle Memorie per la storia di Ferrara di Antonio Frizzi (Ferrara 1848). Nella seconda metà del secolo lo scavo operato negli archivi cittadini da Luigi Napoleone Cittadella (Notizie storiche relative a Ferrara, Ferrara 1864 e 1868) e le indagini del modenese Giuseppe Campori nell’Archivio Estense fornirono una più solida base documentaria agli studi storico-artistici.

Fu però solo con l’affermarsi anche in Italia della critica filologica di matrice anglosassone che la storia dell’arte ferrarese uscì dai limiti angusti dell’erudizione municipale e si compì un reale progresso nella conoscenza delle origini della scuola, liberando il campo dai miti privi di fondamento consolidatisi nella letteratura da Vasari a Baruffaldi e giungendo, attraverso la pratica dell’attribuzione, a una più attendibile definizione della fisionomia stilistica dei suoi protagonisti: Cosmè Tura, Francesco del Cossa e, in parte, Ercole de’ Roberti. Fondamentali in tal senso furono gli studi sistematici di Giovan Battista Cavalcaselle e Joeph Archer Crowe (A History of Painting in North Italy, Londra 1871) e i cataloghi ragionati delle maggiori pinacoteche europee redatti da conoscitori come Giovanni Morelli e Gustavo Frizzoni. Nel 1884 uscì sullo “Jahrbuch” dei musei prussiani lo studio di Fritz von Harck sugli affreschi di Schifanoia che, individuando nel ciclo la presenza di almeno tre diversi maestri e riconoscendo nella parete Est la mano del Cossa, costituì una solida base per le successive indagini filologiche, a cominciare da quelle di Adolfo Venturi. Alla storia dell’arte come storia della civiltà, sull’esempio di Burckhardt e Eugene Müntz, si ispirava invece l’ampia e accurata sintesi di Gustave Gruyer (L’art ferrarais à l’époque des princes d'Este, Parigi 1897), cui seguì quella più agile e sapientemente divulgativa di Edmund Gardner (The Painters of the School of Ferrara, Londra 1911).

E’ difficile sopravvalutare l’importanza degli scritti dedicati all’arte ferrarese dal modenese Adolfo Venturi nell’arco di tutta la vita: i seminali studi sui primordi del Rinascimento, sull’epoca di Borso e di Ercole I d’Este pubblicati fra il 1884 e il 1890 sull’“Archivio Storico Italiano” e sugli “Atti e Memorie” della Deputazione romagnola; gli approfondimenti monografici sui maggiori artisti apparsi negli stessi anni sulle più importanti riviste d’arte tedesche e francesi; la supervisione alla mostra sulla scuola di Ferrara e Bologna dal 1440 al 1540 al Burlington Fine Arts Club di Londra nel 1894; i ritrovamenti documentari, le opere d’arte inedite o nuovamente attribuite, le recensioni di libri e mostre pubblicati sulle pagine dell’“Archivio Storico dell’Arte” e de “L’Arte”. Questi studi – grazie ai quali la disciplina storico-artistica raggiunse anche in Italia uno statuto autonomo, fondato sul confronto fra fonti documentarie e analisi stilistica delle opere – si riversarono, con il loro ricco corredo fotografico, nei tomi della Storia dell’arte italiana dedicati alla pittura del Quattro e del Cinquecento (Milano 1914, 1928 e 1929). I volumi di Venturi, assieme agli scritti di Bernard Berenson, costituiranno i testi di riferimento per l’Esposizione della pittura ferrarese del Rinascimento tenutasi a Palazzo dei Diamanti nel 1933, a cura di Nino Barbantini, da cui si può dire prenda avvio la vicenda novecentesca della storia dell’arte ferrarese.

MT 2013

(Marcello Toffanello)

 

Bibliografia:

Corrado Padovani, La critica d’arte e la pittura ferrarese, STER, Rovigo, 1954; Ranieri Varese, Atlante e atlanti, in Atlante di Schifanoia, a cura di Ranieri Varese, Panini, Modena, 1989, pp. 9-20; Jaynie Anderson, The rediscovery of Ferrarese Renaissance painting in the Risorgimento, “The Burlington Magazine”, 135, 1993, pp. 539-549; Luisa Ciammitti, “Un non so che di particolare e di nuovo”. Cenni sulla storiografia della scuola ferrarese, in Cosmè Tura e Francesco del Cossa. L’arte a Ferrara nell’epoca di Borso d’Este, a cura di Mauro Natale, Ferrara Arte, Ferrara, 2007, pp. 91-109; Marcello Toffanello, Vicende critiche e attribuzione degli affreschi, in Il Palazzo Schifanoia a Ferrara, a cura di Salvatore Settis e Walter Cupperi, Franco Cosimo Panini, Modena, 2007, vol. Testi, pp. 234-37.

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