Frida Bertolini

Frida Bertolini

Venerdì, 27 Gennaio 2012 09:34

Ospedali e strutture sanitarie

Tra i diversi problemi che impegnarono lo Stato italiano dopo l’Unità, la questione sanitaria fu particolarmente impegnativa a causa della coesistenza di realtà locali diverse che sarebbero dovute confluire in un unico organismo nazionale. Il problema appariva particolarmente complesso perché il nuovo Stato doveva anche affrontare la sfida imposta dall’adeguamento all’evoluzione della società europea. Il concetto di autorità politica era stato, infatti, ampiamente modificato dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione francese che avevano trasformato il detentore dell’autorità nel depositario di una delega da parte del popolo sovrano, mentre il diritto divino al potere stava perdendo sempre più di forza e di credibilità. L’assistenza sanitaria, perciò, non poteva più essere un semplice dovere caritativo verso il bisognoso, ma un preciso impegno del governo teso al miglioramento generale della vita del popolo.

Nell’età di passaggio tra Otto e Novecento, anche nella provincia di Ferrara si assisteva così a un importante sforzo per costruire edifici e servizi pubblici che gradualmente avrebbero ristretto il divario tra il centro e la periferia.

L’istituzione dell’ospedale civile di Bondeno fornisce un ottimo esempio, su scala locale, di un aspetto fondamentale della storia dell’assistenza nosocomiale italiana, imperniata sulla trasformazione dell’ospedale da luogo di ricovero indifferenziato a spazio destinato al recupero della salute. Il passaggio da una funzione all’altra richiedeva che fosse superato il concetto di ospedale come struttura sostenuta dalla beneficenza dei ricchi e riservata alla cura dei soli malati poveri, per proporre un servizio sanitario sempre più distinto dall’assistenzialismo e più aderente ai nuovi indirizzi della scienza. Grazie a due successivi lasciti, quella del senatore Giuseppe Borselli, nel 1887, che donava al Comune la sua villa perché fosse trasformata in ospedale, e quella, nel 1893, di Giovanni Bottazzi, il Municipio di Bondeno si trovò ad amministrare ingenti patrimoni che determinarono la nascita della “Casa di Riposo Bottazzi” nel 1904 e dell’ospedale “Fratelli Borselli” nel 1913. In base allo statuto dell’ospizio, i ricoverati dovevano essere autosufficienti. Gli anziani erano, infatti, coinvolti in lavori adatti all’età e al loro stato fisico e intellettuale; potevano inoltre beneficiare di parte dei proventi del lavoro eseguito. Il rimanente serviva a coprire le spese di manutenzione e gestione della struttura.

Storicamente, la maggior parte degli ospedali del territorio ferrarese sorgeva lungo le più importanti vie di comunicazione del tempo: il Po e i suoi canali. Il loro compito, grazie alla beneficenza da cui dipendevano, era rispondere alle necessità dei bisognosi, ma anche dei pellegrini che transitavano in quelle zone. Le strutture destinate agli ammorbati, erano, invece, pubbliche e funzionavano soltanto in caso di epidemie.

A Comacchio, l’ospedale per infermi, attivo solo nel 1814, fu costruito, sotto il governo pontificio, a partire dal 1784. In precedenza, dal Medioevo al 1641, era esistito un altro luogo di assistenza e cura di pertinenza del vescovo pro tempore. Nell’intervallo di oltre un secolo e mezzo, altre istituzioni, come le Confraternite, il Monte di Pietà e la Ca’ di Dio di Ferrara avevano riempito lo spazio occupato in seguito dal San Camillo, una struttura moderna, rispetto ai tempi, con due infermerie, una camera d’ostetricia e una sala anatomica. Nonostante la città di Comacchio fosse sempre stata gelosa di una certa civica autonomia gestionale dell’ospedale (l’edificio era di proprietà comunale e i suoi finanziamenti provenivano per la maggior parte da quote di redditi delle valli), è possibile notare la permanenza dell’originaria commistione della funzione assistenziale con quella di beneficenza anche nella presenza, fino al 1970, delle Suore della Carità di San Vincenzo De Paoli, iniziata nel 1857.

Anche a Codigoro e Mezzogoro furono attive istituzioni assistenziali dipendenti dall’abbazia di Pomposa, ma fu solo nel 1876 che il Comune si dotò di un vero e proprio luogo di cura e ricovero. L’ospedale fu una risposta all’urgenza determinata dalla rotta del Po a Guarda nel 1872, quando le acque alluvionali giunsero a Mezzogoro e fecero prendere coscienza che Codigoro si trovava al centro di un comprensorio che aveva bisogno di servizi sanitari. Nel 1876, la Congregazione di Carità acquistò la seicentesca casa Minardi, ex tintoria di lane, che fu adibita a infermeria. L’impegno di medici e addetti rese presto riduttiva la ragione di “Opera Pia Infermeria” e già nel 1900 la struttura fu trasformata in un vero ospedale capace di richiamare pazienti, oltre che dal Comune, dall’intero comprensorio (Lagosanto, Massafiscaglia, Migliarino, Mesola, Jolanda, Ostellato e Berra). La peculiarità dell’ospedale di Codigoro è il suo legame diretto col Po. Ed è proprio attraverso il grande fiume, in battana, che spesso vi si trasportavano i malati da altri luoghi rivieraschi.

L’“Ospedale Mandamentale San Giuseppe” di Copparo fu inaugurato nel 1901. Gestito dalla Congregazione di Carità fino al 1910, la sua amministrazione passò in seguito, insieme alla manutenzione, al Comune. Le cronache del tempo registravano la presenza di un padiglione per le malattie infettive, di un’ampia sala operatoria e la dotazione di strumenti per raggi Roentgen.

L’ospedale “Carlo Eppi” di Portomaggiore sorse nel 1882 nella sede provvisoria dell’ex convento di San Francesco. Era dotato in origine di quattro letti che divennero dieci l’anno successivo. Il fondatore Carlo Eppi, ricco possidente portuense trasferitosi a Ferrara, era deceduto nel 1868 lasciando i propri beni all’Opera Pia affinché le rendite ricavate portassero alla costruzione di una casa di beneficenza per infermi, inabili e poveri. L’ospedale nacque ex-novo, senza legami con le precedenti istituzioni: il cinquecentesco Spedale di San Salvatore e il lazzaretto ottocentesco per colerosi. A soli tre anni dalla fondazione, i letti aumentarono a cinquanta e si profilò l’esigenza di una nuova sede. La credibilità acquisita nella cura dell’epidemia di tifo del 1892 permise di accelerare la realizzazione del ricovero annesso che costituiva il secondo punto delle volontà del testatore.

Sin dal Cinquecento, la storia di Argenta registra la presenza di servizi ospedalieri. Nel 1866, il Comune acquistò l’ex convento dei Cappuccini, soppresso dal governo italiano, per adibirlo a ospedale civile e ricovero per gli indigenti. Nel 1888, il patriota mazziniano Giuseppe Vandini destinò il suo patrimonio per la costruzione di un nuovo nosocomio che prenderà il nome di “Mazzolani-Vandini”, ma che sarà funzionante solamente dal 1939.

La storia amministrativa dell’ospedale civile di Cento fu caratterizzata, invece, dalla commistione di giurisdizione vescovile bolognese e politica ferrarese. Le origini dell’istituto risalgono al 1312, quando una bolla del vescovo di Bologna esortò i centesi a concorrere per la costruzione di un ricovero. Nei secoli si rafforzò il carattere “civile” e municipale dell’ospedale che incontrò sempre serie difficoltà economiche. La Restaurazione dovette fare i conti con una situazione debitoria aggravata dalle successive emergenze coleriche del 1835 e 1855 cui, dopo l’Unità nazionale, seguì una nuova amministrazione affidata alla Congregazione di Carità. La vita dell’istituto continuò, tuttavia, a essere grama a causa della povertà delle risorse, delle epidemie ricorrenti e delle gelate che, in inverno, colpivano il territorio.

Infine, le origini e lo sviluppo dell’ospedale di Ferrara, grazie anche al suo legame con l’Università, resero il nosocomio cittadino la cartina di tornasole dei rapporti tra scienza e medicina, non solo a livello locale, ma anche nazionale. Fondato nel 1444 per espresso volere di papa Eugenio IV, fu eretto nella vasta area della contrada di San Guglielmo, nei pressi della porta dei Leoni del Castello Estense e sulla sponda del canale di circonvallazione (ora corso della Giovecca), dove un tempo sorgeva l’antico monastero dei Padri Armeni che lasciarono un grande fabbricato con annesso oratorio e un grande terreno che si estendeva dal borgo San Leonardo (ora via Borgo dei Leoni) al borgo San Guglielmo (via Palestro). L’ospedale veniva così a trovarsi contemporaneamente fuori della città ma nei suoi pressi, fino a che l’addizione di Ercole I d’Este (1492) lo incluse tra le mura. Secondo le intenzioni del pontefice, la struttura doveva offrire salubrità di posizione, facilità di accesso e possibilità di estensione, ma fu solo alla fine del Settecento che la sua funzione di ricovero indifferenziato, allora ancora dominante, fu superata con la separazione tra malati e poveri. Gli sviluppi successivi della scienza medica e il collegamento tra l’insegnamento della medicina e la pratica nosocomiale non poterono non tradursi in un ripensamento della struttura ospedaliera secondo i criteri della modernità che imponeva una maggior igiene e il raggruppamento dei degenti in base alla malattia.

Tuttavia, ancora agli inizi del Novecento, la “scienza” era, dai più, considerata inavvicinabile, perché ritenuta patrimonio dei ceti abbienti. Continuava, perciò, parallelamente a proliferare la cosiddetta medicina “altra”, fatta di pratiche medico-popolari e influenzata dalla persistenza del pensiero magico-tradizionale, che trovava espressione nella fitoterapia, negli usi demoiatrici, in formule e “segnature”, ma soprattutto nelle figure dei “guaritori” che, non di rado, si ponevano in opposizione ai medici e alla medicina ufficiale e ospedaliera.

 

FB, 2011


 Bibliografia

Ferrara. Riflessi di una rivoluzione. Itinerari nell’occasione della Mostra per il Bicentenario della Rivoluzione francese, catalogo della mostra (Ferrara, Palazzo Paradiso, 11 novembre - 31 dicembre 1989), a cura di Delfina Tromboni, Ferrara, Corbo, 1989; L’assistenza ospedaliera a Bondeno dall’Ottocento ad oggi, Atti del convegno di studi (Bondeno [Ferrara], 18 giugno 1993), Supplemento al volume 70 degli «Atti» dell’Accademia delle Scienze di Ferrara, 1994; Angela Ghinato, Casa Bottazzi. La storia (1893-1904), Ferrara, Tipografia Artigiana, 1996; Andrea Nascimbeni, O di morbo, o di scaduta sorte La Cassa di Risparmio di Ferrara e le “provvidenze” sanitarie nei secoli XIX e XX, «Ferrara. Voci di una città», 12, 2008, pp. 59-63.

Giovedì, 22 Dicembre 2011 22:55

Ospedale psichiatrico

In epoca preunitaria esistevano ospedali e ricoveri che racchiudevano tra le loro mura masse di persone difficilmente classificabili, tra le quali i folli erano forse solo una minima parte. Anche le poche istituzioni più propriamente destinate al ricovero degli alienati non potevano essere considerate veramente psichiatriche, mancando ancora una sistematizzazione teorica in grado di garantire uniformità nelle diagnosi ed essendo gli interventi terapeutici inefficienti, privi di fondamento scientifico e spesso semplicemente mutuati dalla medicina generale.

Una delle teorie più seguite all’epoca faceva risalire le diverse forme di alienazione mentale, secondo una logica strettamente organica, ad alterazioni del flusso sanguigno cerebrale. Nei manicomi del tempo si faceva, perciò, largo uso della pratica del salasso. Polpe di tamarindo, vino greco, vino generoso, alimentazione varia e abbondante, acque catartiche e deostruenti erano, infine, tra le prescrizioni più frequenti.

Il manicomio di Ferrara fu istituito due anni prima dell’Unità d’Italia, su iniziativa di Girolamo Gambari. Fino al 1858, il reparto psichiatrico dell’ospedale Sant’Anna, celebre più che altro per avere avuto tra i suoi reclusi il poeta Torquato Tasso, era l’unico ente preposto alla cura degli alienati ed era destinato al puro contenimento della devianza psichica, senza scopi riabilitativi né di reinserimento nella vita sociale. Il Sant’Anna aveva due reparti destinati a ospitare i malati mentali: uno per i tranquilli e l’altro per gli agitati, con una ripartizione rispondente ai criteri “morali” allora in voga. Non possono sfuggire le similitudini tra i lazzaretti e i manicomi: il modello che la neuropsichiatria dell’Ottocento ereditava dalla medicina delle malattie infettive era fatto di isolamento ed esclusione; strutture ospedaliere il cui scopo principale era quello di salvaguardare la società. Il terrore del contagio, che aveva giocato un ruolo centrale nella modalità di intervento della medicina delle malattie infettive, fu altrettanto importante nel determinare la risposta che la società italiana dava al grosso problema della patologia mentale.

L’acquisizione di un punto di vista clinico più che assistenziale e contenitivo determinò, invece, una svolta nella nascente disciplina psichiatrica portando all’autonomizzazione dell’ospedale psichiatrico, rispetto al Sant’Anna, e alla limitazione dei ricoveri ai soli malati mentali.

Nelle intenzioni dei curatori, anche se spesso disattese, il manicomio non doveva essere chiuso verso l’esterno in quanto era inteso non solo come luogo di cura specialistica, ma anche come luogo di risocializzazione. Per questo motivo, il mantenimento di stretti rapporti tra il malato e l’ambiente di origine era ritenuto molto importante per la riuscita terapeutica.

Gambari, primo direttore della nuova struttura manicomiale, si mostrò attento a garantire condizioni igieniche, alimentari e abitative che potessero compensare quelle sfavorevoli di partenza (nella quasi totalità dei casi, la provenienza dei malati era di origine contadina o bracciantile), talvolta cause concorrenti allo scatenamento della crisi di follia. Il medico stese così un progetto adatto alla costruzione di una casa per alienati di circa 200 degenti in cui fosse possibile creare, oltre alla tradizionale divisione tra uomini e donne, agitati e tranquilli, anche locali destinati a ogni tipologia: tranquilli, convalescenti, infermi, suicidi, epilettici, irrequieti e furenti.

Ottenuta dall’amministrazione provinciale l’antica residenza patrizia di via della Ghiara, palazzo Tassoni, Gambari si apprestò, dopo aver visitato vari manicomi italiani e ispirandosi al modello francese, ad adattare l’edificio allo scopo, nonostante la situazione reale fosse piuttosto distante da quella ideale del progetto. Il riadattamento e l’ubicazione dei servizi (cucine, cantine, abitazioni del personale medico e amministrativo) furono realizzati in modo da garantire il più possibile la tranquillità dei pazienti rispetto all’esterno: visite dei familiari, un tempo meno disciplinate e interferenti con le terapie ospedaliere, fornitori, visitatori. Cuore stesso dell’attività terapeutica era la messa al lavoro dei “pazzi”, ma nell’isolamento, ossia l’ergoterapia, in evidente analogia con la pena del lavoro forzato molto praticato negli Stati italiani preunitari e in molti Paesi europei.

Erano, spesso, gli stessi delegati comunali a prendere la decisione di inviare i loro concittadini al manicomio e, al pari dei parroci, facevano da tramite tra l’istituzione, o i malati, e le famiglie per la circolazione di notizie sulla salute e sullo stato mentale dei ricoverati.

Le cause più frequenti di ricovero erano la demenza, la mania e la lipemania (una forma di depressione). Nel corso del ventennio successivo alla creazione del manicomio, la pellagra, prima confusa con altre forme di demenza, si impose come una voce ben identificata nelle statistiche.

Sulla questione del maidismo, per ovvi motivi al centro degli interessi della psichiatria ferrarese, Gambari anticipava la tesi del suo successore, Clodomiro Bonfigli, sul carattere spesso non patologico in senso psichiatrico della sintomatologia a essa collegata.

Bonfigli succedette al fondatore nel 1874 inaugurando una stagione molto feconda per il manicomio ferrarese segnata, in particolare, dalla polemica con Cesare Lombroso, iniziata nel 1878. Contro l’interpretazione semplificatrice che faceva risalire la malattia all’uso del mais avariato contenente un principio velenoso, Bonfigli adottò un’eziologia complessa della pellagra nata da un’attenta osservazione dei malati.

Bonfigli, come il suo predecessore, riteneva estremamente importante l’esistenza di luoghi di lavoro agricolo socializzante, adatto a una popolazione di origine contadina che mal sopportava la chiusura del manicomio di Ferrara tra le mura cittadine. Egli esigeva pertanto che gli infermieri conoscessero un mestiere ben preciso che permettesse loro e ai loro malati di allestire e gestire i servizi interni. Già nel 1874 aveva provveduto a impiantare quasi tutte le industrie manicomiali: officine per fabbri, muratori, pittori, falegnami, tappezzieri, sarti, per la sezione maschile; laboratori di sartoria, cucito e bachicoltura nella sezione femminile. Attività che andavano ad aggiungersi alla pratica consolidata della lavorazione della canapa a livello industriale. Il lavoro non determinava i suoi ritmi in base alle esigenze della produzione, ma a quelle della terapia; perciò l’organizzazione era elastica, adatta a dei malati che si interrompevano spesso e che ricevevano qualche compenso in tabacco, alimenti o altro. Il manicomio in tal modo realizzava l’autosufficienza per i servizi della sua gestione e si proponeva come unità produttiva integrata nell’economia locale.

Come i pazienti, ai quali erano assimilati come appartenenti a classi vicine al confine della pericolosità sociale da educare e piegare al lavoro, anche gli infermieri non erano retribuiti.

Nel 1890, con il passaggio della gestione del manicomio nelle mani di Ruggero Tambroni, l’ospedale psichiatrico, così come la stessa cultura psichiatrica ferrarese, si avviavano a transitare dall’empiria alla scienza. Nel corso del suo operato, Tambroni seguì le direttive del Bonfigli, rafforzando ancora di più l’impostazione sperimentale dell’attività medica. Non fu, invece, un campione di progresso nel campo del trattamento dei malati di mente dove, seppur sensibile alle sollecitazioni provenienti dal pensiero e dal metodo psicanalitico, continuava a ritenere estremamente importante l’uso di mezzi coercitivi e di contenzione dei malati in quanto l’assistenza ospedaliera non era ancora organizzata da renderne possibile l’abolizione. Gli sviluppi della disciplina psichiatrica lo avrebbero, tuttavia, fortunatamente smentito.

FB, 2011

 

 

Bibliografia

Danilo Di Diodoro, Giuseppe Ferrari, Linee di sviluppo nella psichiatria italiana nel XIX secolo, «Rivista Sperimentale di Freniatria», CVI, 1982; Ermanno Cavazzoni, Archivi manicomiali in Emilia Romagna, «Società e storia», XXVIII, 1985, pp. 443-478; Maria G. Meriggi, La nascita e le prime esperienze del manicomio di Ferrara (1858-1895), «Padania, Storia cultura istituzioni», II, 1987, pp. 207-223.

Mercoledì, 14 Dicembre 2011 21:17

Malattie

Tra il 1850 e il 1855, la provincia ferrarese, a causa delle intense e prolungate piogge, dovette affrontare le conseguenze di molte alluvioni e straripamenti del Reno e dei canali delle bonifiche. Il ristagno delle acque, le dense nebbie e le putride esalazioni sotto il calore del sole favorirono l’espandersi dell’epidemia colerosa che aveva già colpito duramente il territorio nel 1835. Il Morbus-Cholera riesplose in modo drammatico nel 1855 seminando, per dieci mesi, morte e tribolazione. Fra le diverse categorie sociali allora esistenti, la più colpita fu quella dei contadini, seguita dai poveri, dai trasportatori di merci e dai militari. Il tasso di mortalità più elevato si registrava nei lazzaretti che ospitavano le persone più indigenti. La malattia era curata principalmente con la somministrazione di astringenti, evacuanti, stricnina e fosforo.

Le cattive condizioni ambientali e alimentari determinarono l’insorgere, nell’intera provincia, della tifoide, della tisi tubercolare, dell’enterite, della febbre verminosa, dello scorbuto e della bronchite cronica. Nei primi anni del Regno, la legislazione sanitaria, affidata alla burocrazia dei Comuni, fu assai carente. Le malattie infettive (malaria, tifo, colera) scoppiavano costantemente senza che vi fossero organizzazioni preventive o sistemi di difesa adeguati. Per risolvere la situazione, le risorse erano poche. A livello locale sopperiva un vecchio e inadeguato sistema di medici condotti, luoghi di carità e raramente ospedali rispondenti più a modelli di tradizione religiosa e beneficenza che a programmi d’intervento moderni, idonei alle necessità.

Particolarmente sentita era la questione dell’acqua potabile a cui erano imputati il tifo e la malaria. Si può calcolare che alla fine dell’Ottocento circa un sesto della popolazione della provincia di Ferrara si servisse di acqua (più o meno potabile) proveniente da acquedotti. La stragrande maggioranza della popolazione utilizzava generalmente pozzi e canali quali mezzi di rifornimento idrico, ma per la natura del sottosuolo di origine alluvionale e palustre, per l’inquinamento prodotto dalla comunicazione di pozzi, latrine e letamai, le acque erano impure e perciò non adatte all’alimentazione. L’8 giugno 1890 fu inaugurato un acquedotto per rifornire Ferrara di acqua potabile. L’andamento delle ricorrenze epidemiche riconducibili alla qualità dell’acqua dimostra come, negli ultimi anni dell’Ottocento, il tifo diminuì notevolmente rispetto al periodo precedente, mentre la mortalità per tifo rimaneva alta in campagna, ancora priva di acqua potabile. Se la costruzione dell’acquedotto di Ferrara fu compiuta con criteri razionali, non altrettanto si può dire per quello di Comacchio, inaugurato nel 1885. L’acqua era, infatti, prelevata a poca profondità da terreno coltivato ed era perciò inquinata. I problemi dell’acqua potabile a Comacchio tornarono prepotentemente in primo piano nel 1901, in seguito a un’epidemia di ileotifo.

La presenza in tutto il Ferrarese di zone paludose favorì, inoltre, l’insorgere della malaria. Sola eccezione era rappresentata dal circondario di Cento dove, per mancanza di luoghi palustri, vivai delle zanzare malariche, gli unici casi imputabili alla malattia occorsero in persone emigrate nel Basso Ferrarese per la coltivazione della canapa o per la mietitura e nei giornalieri che si recavano nelle vicine risaie. Si trattava comunque di forme leggere, febbri terzane poco gravi curabili col chinino. Nel resto della provincia la malaria era diffusissima e si manifestava in forme gravi. In quasi tutti i Comuni erano frequenti anche casi di cachessia palustre. Particolarmente drammatica la situazione nel Bondesano. Il territorio della Diamantina era tristemente caratterizzato dal morbo malarico. È in questa ottica che va interpretato il proverbio locale Diamantina, passa e cammina. Le cause dell’insorgere della malattia non furono all’epoca rintracciate con chiarezza. Più che alla presenza dell’anofele, si collegava la malaria all’esistenza di acquitrini, paludi, ristagni d’acqua e alle condizioni umidissime del suolo, recentemente bonificato. Prima delle scoperte microbiologiche di fine Ottocento gli indirizzi delle scuole mediche oscillavano tra due spiegazioni sull’origine del morbo: quella “miasmatica”, di origine galenico-ippocratica, che attribuiva il contagio alla putrefazione, all’acqua stagnante e alle esalazioni dei luoghi paludosi, e l’altra, anch’essa di origine antica, che faceva derivare la sintomatologia febbrile da “animaletti” capaci di penetrare nel sangue umano. La bonifica delle valli sembrò allora l’unica via percorribile, ma l’ottimismo sugli effetti positivi di tale opera era destinato a un notevole ridimensionamento sulla scorta dei risultati ottenuti, da un punto di vista igienico-sanitario, nei Comuni bonificati. Mentre le bonifiche portarono un indubbio e notevole vantaggio agrario, poco o nulla mutarono rispetto alla malaria per la quale erano state tanto caldeggiate. Non bastava, infatti, mettere allo scoperto le terre e coltivarle, occorreva anche una radicale modifica dell’ambiente che facesse seguire al prosciugamento del terreno un razionale emendamento dello stesso con livellazioni, scoli, piantagioni e la costruzione di abitazioni sane e areate. Uno degli scopi principali della bonifica idraulica era così totalmente fallito.

L’altro grande flagello di quegli anni fu senza dubbio la pellagra. La zona maggiormente colpita fu il Circondario di Cento (che comprendeva i Comuni di Cento, Pieve di Cento, Poggio Renatico, Sant’Agostino), dove, a causa dell’estrema miseria della popolazione rurale, regnò in modo endemico. La pellagra era maggiormente diffusa nelle zone a più alta densità di popolazione, dove le terre da più tempo coltivate permettevano una produzione più intensa di grano e di granoturco. Nel Comune di Bondeno la pellagra serpeggiava già da tempo indeterminato. Tuttavia, alla fine degli anni Settanta l’incidenza della malattia si intensificò notevolmente tanto da offrire, nella primavera del 1878, un buon contingente al manicomio e al cimitero. Nei rimanenti Comuni, la pellagra fu un fenomeno più recente: i primi casi di Argenta risalgono al 1863 e a Comacchio è osservata per la prima volta nel 1876. L’aumento della malattia alla fine degli anni Settanta è legato al grande incremento della coltura del mais determinato dalle bonifiche meccaniche intraprese nel Ferrarese e dalla conseguente messa a coltura di sempre nuove terre. Nelle grandi aziende che si formarono, il mais occupava spesso un posto di primo piano. Il granoturco, pianta alimentare carente di vitamine essenziali alla sopravvivenza, divenne progressivamente l’unica, reale forma di remunerazione del lavoro contadino e l’unico prodotto alimentare cui i lavoratori della terra potevano accedere in virtù dei loro modestissimi livelli di reddito. La sostituzione della canapa con il frumento portò un vantaggio solo apparente perché fu pagato in termini di pellagra. Grazie alla presenza di strutture sanitarie (manicomio e ospedale), Ferrara dovette fare i conti con i pellagrosi che affluivano in città dall’intera provincia. La pellagra, male della miseria, si intensificò quando le condizioni di vita delle masse rurali subirono un brusco peggioramento, soprattutto in seguito all’aumento della disoccupazione e alla disgregazione dell’economia contadina. La crisi agraria della metà degli anni Ottanta peggiorò questo stato di cose e comportò una proletarizzazione contadina. Non è un caso che la pellagra colpisse pressoché esclusivamente la classe dei braccianti, che costituiva il 55% della popolazione rurale. Il consumo di pesce, che ostacolava lo strapotere del mais, contribuiva, invece, a preservare dalla malattia i Comuni vallivi (Massafiscaglia, Lagosanto, Comacchio, Mesola). Tuttavia, se lì la pellagra era sconosciuta, verso la fine dell’Ottocento cominciò a fare la sua comparsa nelle zone di recente bonifica dove, in seguito al prosciugamento delle valli venne meno la possibilità, per i braccianti, di nutrirsi di pesce. Secondo gli esperti di fine Ottocento, la pellagra era caratterizzata da tre ordini di sintomi: un eritema squamoso limitato alle parti più esposte all’azione del calore e della luce; un’infiammazione cronica delle vie digestive con diarrea ostinata; una lesione più o meno grave del sistema nervoso che si risolveva spesso nell’alienazione mentale e nella paralisi. Per far fronte alle epidemie, esistevano nella provincia alcune locande sanitarie che rappresentavano però ben poca cosa rispetto all’incidenza della malattia. Il manicomio si configurò allora come unica, concreta risposta che le classi dirigenti preunitarie, ma anche post-unitarie, dettero al fenomeno pellagroso. Il dibattito sulle cause della pellagra si articolava in due differenti posizioni: quella che sosteneva la teoria dell’intossicazione esogena causata dal mais guasto, che aveva in Lombroso il suo massimo esponente, e quella che invece riconosceva nella deficienza nutritiva del mais il principale fattore dell’insorgere della pellagra. Come per la malaria, si era ancora lontani dal fornire una risposta certa al problema e il nuovo secolo portava intanto con sé altre minacce per la salute. Nella memoria popolare, i primi anni del Novecento non sono, infatti, ricordati solo per il primo conflitto mondiale, ma anche per una forma influenzale, la “spagnola”, che, a causa del numero elevato di vittime, è passata alla storia come un flagello inesorabile.

FB, 2011

Bibliografia

Luigi Lugaresi, Le condizioni igienico-sanitarie dei lavoratori della terra nel ferrarese alla fine del XIX secolo desunte dall’Inchiesta Bertani: 1878-1886, «Bollettino di notizie e ricerche da archivi e biblioteche», 6, 1983, pp. 55-70; Alberto De Bernardi, Il mal della rosa. Denutrizione e pellagra nelle campagne italiane fra ’800 e ’900, Milano, Franco Angeli, 1984; Delfina Tromboni, Anna Maria Quarzi, Malaria e mondo contadino nel basso ferrarese, in Aspetti storici e sociali delle infezioni malariche in Sicilia e in Italia, Atti del secondo seminario di studi (Palermo, 27-29 novembre 1986), a cura di Calogero Valenti, Torino, Priulla, 1987; Giancarlo Dalle Donne, Anna Tonelli, Cristina Zaccanti, L’inchiesta sanitaria del 1899: la voce dei medici nel caso dell’Emilia orientale e della Romagna, Milano, Franco Angeli, 1987; Lauretta Angelini, Enrica Guidi et al., Aspetti igienico-sanitari delle epidemie coleriche ottocentesche a Ferrara, «Bollettino di demografia storica», 1998, pp. 123-160.


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