Biblioteche

Prospero Cavalieri, Catalogo alfabetico generale della Biblioteca pubblica (ora Ariostea), frontespizio del primo volume; Ferrara 1802 Prospero Cavalieri, Catalogo alfabetico generale della Biblioteca pubblica (ora Ariostea), frontespizio del primo volume; Ferrara 1802 Ferrara, Biblioteca Comunale Ariostea

Il 6 luglio 1796, all’indomani dell’occupazione francese, emissari napoleonici si presentarono alla Municipalità di Ferrara per visitare nel palazzo delle Scienze (palazzo Paradiso) la Pubblica Biblioteca – nata da circa quarant’anni – con il compito di prelevare i materiali di maggiore interesse da trasferire alla Biblioteca Nazionale di Parigi. La ripetitiva e conosciuta prassi a cui dovevano ubbidire tutte le città occupate da Napoleone aveva messo in allarme Giuseppe Faustini, l’accorto bidello della Biblioteca, che ebbe il tempo di mettere al sicuro i pezzi unici e più pregiati all’interno dell’alzata delle cornici di legno che ancora oggi chiudono le scansie di quella che era la Prima Sala (ora Sala Ariosto). Si salvarono così gli autografi di Ariosto, Tasso, Battista Guarini insieme ad edizioni del XV e XVI secolo, tanto che il commissario francese incaricato dovette accontentarsi di due codici quattrocenteschi, per di più mutili, lasciati intenzionalmente in bella vista da Faustini.

La Biblioteca – titolare della quale era l’Università – rientrava nei servizi da razionalizzare nel quadro dell’organizzazione amministrativa del nuovo regime, con il quale venne comunque stabilita una fattiva collaborazione. Fin dal 1796 l’Università inoltrò la richiesta di unire al patrimonio librario i volumi della biblioteca dell’umanista Celio Calcagnini e quelli del giurista Marco Aurelio Galvani, lasciati in eredità, rispettivamente, ai conventi di San Domenico e dei Teatini, entrambi soppressi dal regime francese. Seguì un decreto che imponeva agli enti religiosi ferraresi aboliti o in via di abolizione la consegna alla Pubblica Biblioteca dei loro libri, intervento che iniziò nel gennaio 1797 con l’asportazione di codici di ogni epoca e di tutte le edizioni del XV secolo, di opere che potessero sostituire pezzi usurati, di tutte le opere di autori ferraresi o riguardanti Ferrara o, ancora, prodotte da stampatori ferraresi, nonché di quelle che servissero a completare collezioni possedute dalla Biblioteca. I volumi scartati dallo spoglio vennero in parte ridistribuiti a conventi che svolgevano attività didattiche e scolastiche, come, per esempio, i padri Somaschi del convento di San Nicolò (poi cacciati nel 1801 per ordine della Cisalpina), mentre il rimanente fu raccolto in San Domenico e in Sant’Agnese. Francesco Azzolini, Giuseppe Faustini e suo figlio Vincenzo vennero incaricati della redazione degli elenchi di quanto prelevato dalle biblioteche conventuali: secondo la stima del bibliotecario Luciano Gallisà circa 8.000 preziosi volumi erano entrati nella Biblioteca alla fine dell’operazione. Lo stesso Gallisà – che con orgoglio commentava come la Biblioteca potesse “gareggiare con [biblioteche] più famose e ricche d’Italia” – in seguito si adoperò per aggiornare il patrimonio con l’acquisto di “novità” come l’Encyclopedie di Diderot e d’Alembert, proseguito negli anni seguenti con Girolamo Baruffaldi junior, il nuovo bibliotecario al quale si deve l’acquisizione di altre numerose edizioni francesi. La Biblioteca mostrava già una propria tipologia anche per i lasciti databili tra la metà e la fine del XVIII secolo, nel tempo del bibliotecario Giovanni Andrea Barotti, letterato e bibliofilo: dalle librerie del cardinale Cornelio Bentivoglio (1749-50) e dell’abate Giuseppe Carli (1758) alla considerevole donazione del cardinale Giovanni Maria Riminaldi (1780-82) – collezionista, bibliofilo e promotore della Riforma dell’Università di Ferrara (1771) –, oltre all’assegnazione, da parte del pontefice, dei volumi conservati nelle librerie della Compagnia di Gesù, soppressa nel 1773. Nel periodo austriaco (maggio 1799 - gennaio 1801) che precedette il ritorno dei francesi, superato l’ostacolo della paventata restituzione dei volumi provenienti dai riabilitati enti religiosi anche grazie all’intervento del cauto bibliotecario Baruffaldi jr., il XIX secolo dovette affrontare il problema della complessa riorganizzazione funzionale, per “assorbire” gli accrescimenti pure sul piano dello spazio a disposizione. L’aspetto logistico fu risolto dall’architetto Antonio Foschini, mentre il vice bibliotecario Prospero Cavalieri Ducati si occupò della catalogazione, producendo 13 grossi tomi tra il 1802 e il 1813. Nel frattempo l’Università era stata sospesa e degradata a Liceo (1803) e la Biblioteca, ormai acquisita una propria specificità, divenne una struttura autonoma, raggiungendo l’indipendenza anche amministrativa sancita dal Regolamento del 1847 e rimanendo tale anche quando fu istituita la Libera Università (1862).

Altra biblioteca nata dalla fusione di diversi patrimoni librari è quella di Cento (aperta nel 1760 con la donazione del notaio Gianfrancesco Cariani), alla quale fu incorporata la libreria del Collegio Clementino che a sua volta aveva assorbito nel 1774 il patrimonio librario della soppressa Compagnia di Gesù. A questo si aggiunse l’accorpamento della libreria dei Cappuccini, ricca di edizioni pregiate e di incunaboli. Nel 1870, a seguito della chiusura del Collegio Clementino, la biblioteca divenne proprietà del Patrimonio degli Studi (fondazione testamentaria del XVII secolo) che sovvenzionò l’acquisto di libri e nel 1900 incaricò un bibliotecario del riordino e della compilazione dei cataloghi, che in quegli anni contarono circa 11.000 volumi.

Secondo il regio ispettore delle scuole primarie della provincia di Ferrara, il piemontese Agostino Dalmasso, nel disordine dei programmi educativi anche l’insegnamento elementare era “un privilegio, un monopolio di casta”. Era il 1862 quando rientrò nel programma di recupero della qualità della didattica la fondazione a Ferrara delle scuole magistrali, affiancate da una Biblioteca Magistrale che raccoglieva opere tendenti “a fare buoni maestri”. Nonostante gli ottimi proponimenti e il sostegno dei privati e dei Comuni, la biblioteca venne superata, nel 1878, dall’istituzione della Biblioteca Pedagogica, aperta nei locali dell’omonimo sodalizio in via Borgo dei Leoni, il 26 agosto 1880. La “nuova” biblioteca era improntata ai princìpi del mutuo soccorso tra gli affiliati della Società Pedagogica, secondo il modello sociale a cui faceva riferimento anche l’associazionismo culturale ferrarese dagli anni Sessanta dell’Ottocento.

La diffusione del libro (anche del genere romanzo) e della cultura “aperta a tutti” spinsero il presidente della filantropica Società Savonarola, Giovanni Gattelli, a mettere a disposizione i volumi della biblioteca dell’associazione, che aveva come scopo “la diffusione dell’istruzione intellettuale e morale”. La prima biblioteca popolare circolante di Ferrara esordì nell’ultimo trimestre del 1868, quando i libri – miranti all’“istruzione del popolo” – rigorosamente controllati e catalogati, vennero ammessi al prestito per i soci nella sede presso il liceo classico “Ariosto” in via Borgo dei Leoni. L’attività della biblioteca ebbe un buon riscontro: tra il maggio 1874 e il dicembre 1875, per esempio, si avvicendarono 356 lettori, movimentando in generale oltre 5.000 libri. La società si sciolse nel 1888 e la sua biblioteca, come stabilito dallo statuto, fu versata all’amministrazione comunale che a sua volta individuò nella Biblioteca Pedagogica l’erede del lascito. Dalla fusione emerse una notevole raccolta con un proprio catalogo stampato dalla Tipografia Sociale (1890), ma il carattere divulgativo e popolare della Biblioteca Savonarola perdette la sua specificità con l’accorpamento nella più tecnica Biblioteca Pedagogica.

Mentre a Ferrara si sentiva la mancanza di una biblioteca realmente “popolare”, altri Comuni andavano dotandosi di proprie biblioteche circolanti: a Bondeno, per esempio, la biblioteca popolare circolante costituita nel 1884 era connotata principalmente dall’importante sezione di storia locale, di cui facevano parte anche manoscritti, come la settecentesca Cronaca bondesana.

La Camera di Commercio creò, nel 1874, un “Gabinetto di Lettura” in alcuni vani situati sopra alle sale commerciali. Grazie al buon risultato, l’iniziativa poté svilupparsi, completandosi nel 1914 con l’istituzione della Biblioteca Popolare Ferrarese, del cui comitato direttivo faceva parte il bibliotecario comunale Giuseppe Agnelli. Nata anche questa a fianco di un istituto scolastico (la scuola serale di commercio) e come biblioteca circolante per il modesto numero dei libri disponibili, inizialmente fu aperta soltanto agli affiliati della Società Operaia, della Consociazione Mutua, agli operai degli stabilimenti industriali, agli studenti della scuola serale, ma nel giro di due anni si corredò di un proprio catalogo e diede inizio all’incremento del patrimonio librario (con sovvenzioni della Camera di Commercio e della Provincia), a seguito del quale il servizio di prestito per un mese fu aperto agli impiegati e salariati delle amministrazioni pubbliche, agli studenti della III classe tecnica e a quelli della III-IV-V ginnasio.

Ai primi anni del Novecento risale un tentativo privato di creare una rete di “bibliotechine” gratuite per gli alunni delle scuole elementari presso le scuole del Comune e della Provincia. Del progetto, che si affidava alla “generosità dei giovanetti delle famiglie agiate” e al “sacrificio” di una commissione di “Signore e Signorine” per curare la raccolta di denaro e di libri “educativi e dilettevoli”, fu promotrice Clara Archivolti – moglie del ferrarese prof. Giuseppe Cavalieri –, che con piglio imprenditoriale esportò con successo il programma in diverse città italiane.

I “giovanetti agiati” del progetto Archivolti provenivano da famiglie borghesi e nobili; di queste ultime sono da ricordare le biblioteche private, nascoste ai più nelle sale dei loro palazzi di città. Se alcune librerie o parte di esse, come le citate Bentivoglio e Riminaldi, andarono ad arricchire la Pubblica Biblioteca, altre vennero disperse. È il caso, per esempio, della celebre biblioteca (e della quadreria) di Giovanni Battista Costabili Containi, conte di nomina napoleonica (1809) e marchese di nomina pontificia (1836). Conservata nella “stanza della biblioteca” del palazzo di via Voltapaletto (ora sede della Facoltà di Economia), la libreria di circa 10.000 volumi fu messa in vendita dagli eredi in quattro lotti, a Parigi nel 1858. Ne resta il ricordo nel catalogo compilato da Giuseppe Antonelli.

Sorte simile, di dispersione ma anche di distruzione, conobbero numerose biblioteche private cresciute a Comacchio, tra le quali si ricordano in particolare quella del convento dei Cappuccini e quella del già citato Prospero Cavalieri Ducati, vice bibliotecario della Biblioteca Pubblica di Ferrara.

Da menzionare, infine, la presenza della più specialistica biblioteca del Seminario arcivescovile (dal 1721 in via Cairoli, già strada del Seminario), che, incrementata con acquisti e donazioni (non ultima quella dell’intera biblioteca del cardinale Ignazio Cadolini, arcivescovo di Ferrara dal 1843 al 1850), raggiunse nel Novecento i 25.000 volumi.

AG, 2011

Bibliografia

Alessandra Chiappini, «Dove schierati giacciono / mille volumi e mille». La Biblioteca Pubblica a Ferrara nella temperie cisalpina, in Ferrara. Riflessi di una rivoluzione. Itinerari nell’occasione della Mostra per il Bicentenario della Rivoluzione Francese, a cura di Delfina Tromboni, Ferrara, Corbo, 1989, pp. 135-145; Ead., Biblioteche popolari e circolanti a Ferrara tra Otto e Novecento, in 1892-1992. Il movimento socialista ferrarese dalle origini alla nascita della repubblica democratica, a cura di Aldo Berselli, Cento (Ferrara), Centoggi, 1992, pp. 157-163; Ead., Palazzo Paradiso e la Biblioteca Ariostea, Roma, Editalia, 1993; Giorgio Mantovani, La biblioteca popolare ferrarese, «La Pianura», 2, 1994, pp. 104-105; Aniello Zamboni, Biblioteche private di Comacchio, secoli XVI-XIX, Ferrara, Este Edition, 2009.

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