Cereali

Mulini sul Po in una fotografia scattata tra Otto e Novecento Mulini sul Po in una fotografia scattata tra Otto e Novecento collezione Alberto Cavallaroni

La pianura ferrarese, fin dall’età medievale, ha dedicato alla coltivazione del frumento e degli altri cereali le terre più asciutte e fertili disponibili. Le terre alluvionali, pianeggianti e fertili della bassa valle del Po avevano fondato sulla produzione dei grani gran parte della loro economia agraria ma in un quadro molto diverso rispetto alle regioni del Mezzogiorno. Il paesaggio agrario ferrarese attuale ha mantenuto questa “vocazione” granaria con eccellenti risultati produttivi. Tuttavia, risalendo indietro nel tempo e in particolare al secolo XIX, ben diversa ci si sarebbe presentata la fisionomia dei nostri campi. Dalla fine del Medioevo l’agricoltura ferrarese venne riorganizzandosi su unità aziendali medio-grandi (25-30 ettari) dette versuri a ricordarci la relazione tecnica fra superficie dell’arativo e tiro di animali che trainavano l’aratro (in dialetto ferrarese varsur). Ma l’agricoltura praticata sui versuri ferraresi, al cui centro stava spesso una grande superficie arativa detta braglia, era in realtà un’agricoltura promiscua, ossia capace di produrre numerosi altri generi utili, alimentari e non, e soprattutto in grado di produrre vino col sistema della piantata di alberi in filari ai bordi dei campi, sui quali erano maritate le viti. Nei terreni migliori del Ferrarese continuò così per tutto l’Ottocento e parte del Novecento quella economia «del pane e del vino» che già nel XVII secolo era stata glorificata nella famosa opera agronomica del bolognese Vincenzo Tanara L’economia del cittadino in villa (1644).

Oltre al frumento autunnale si coltivava il frumento primaverile detto marzuolo, insieme ad altri grani primaverili (marzatelli) come orzo e avena. L’avvicendamento biennale di uso tradizionale divideva l’arativo in due parti circa uguali (avanzoni), delle quali una ospitava il frumento e l’altra le colture primaverili. Nella rotazione agraria ferrarese già dalla fine del secolo XVI aveva fatto il suo ingresso stabile tra i marzatelli, sostituendo in gran parte il sorgo, anche il frumentone giallo, ossia il mais. Nell’Ottocento la polenta di farina di mais era ormai il cibo quotidiano dei contadini, specialmente dei boari, dei braccianti e dei giornalieri, sulle cui mense il buon pane ferrarese restava riservato alle ricorrenze festive. Affiancavano i cereali da pane e da polenta diverse varietà di leguminose, importanti negli avvicendamenti delle colture per la fertilizzazione dei campi da frumento ma anche quali risorse alimentari: fave, fagioli, ceci, cicerchie, lenti, lupini, piselli, lenticchie, ecc. Con il secolo XIX, dal centro di irradiazione del Centopievese si era diffusa poi con eccezionale rapidità sulle terre vecchie ferraresi anche la coltivazione di una pianta tessile di grande importanza come coltura mercantile: la canapa, di cui la provincia di Ferrara conquistò nell’Ottocento il primato produttivo nazionale.

Questa è dunque la fisionomia delle campagne della provincia all’aprirsi del XIX secolo. I tempi delle grandi trasformazioni tecniche, della chimica e dell’introduzione di macchine in ferro nel lavoro dei campi avrebbero tardato ancora qualche decennio, ma i mutamenti che investirono i rapporti di proprietà negli anni napoleonici impressero un movimento più veloce ai lenti ritmi di cambiamento dell’agricoltura tradizionale. Poco prima della metà dell’Ottocento alcune novità importanti cominciano ad essere percepibili. L’attivazione nel 1835 del catasto ad opera di papa Gregorio XVI aveva intanto fondato su basi più sicure la stima della qualità e del valore produttivo dei terreni, sollecitando nella pratica l’adozione di miglioramenti nei terreni classificati a basso valore intrinseco e gravati da una bassa imposta fondiaria. Ma bisogna anche ricordare che con decreto della Sacra Congregazione degli studi del 7 agosto 1841 venne istituita in Ferrara una Scuola teorico-pratica di agraria in un apposito locale dell’Ateneo. A dirigere questa scuola fu chiamato il dottore padovano Francesco Luigi Botter, molto attivo negli anni seguenti nel promuovere la diffusione tra i proprietari ferraresi degli aratri Dombasle in acciaio, da lui modificati per adattarli ai terreni locali. Egli fu anche promotore del podere sperimentale annesso all’Istituto agrario nel quale erano praticati esperimenti di coltivazione. La pubblicazione di un giornale agrario come «L’Incoraggiamento» e l’organizzazione di periodiche Feste agricole provinciali d’Incoraggiamento ad opera dello stesso Botter testimoniano che la volontà di dare impulso produttivo all’economia agraria ferrarese stava spianando la strada a innovazioni rilevanti anche in altri diversi campi.

Ancora Francesco Luigi Botter negli anni Cinquanta era stato incaricato dal Consorzio di bonifica del I Circondario di verificare i risultati dell’applicazione di macchine idrovore con ruota a schiaffo nel basso Polesine. Erano i prodromi delle grandi trasformazioni fondiarie che dopo il 1870 le macchine idrovore avrebbero indotto nel Ferrarese orientale con il prosciugamento meccanico di decine di migliaia di ettari di paludi. Le grandi bonifiche erano state in fondo avviate avendo intravisto la possibilità di conquistare al frumento vaste estensioni di “terre nuove”. Anche il grande tema della bonifica ci riporta dunque ai cereali. Sarà intanto opportuno un richiamo alle condizioni del territorio nell’età che precede l’unificazione nazionale.

Il catasto gregoriano aveva misurato nel Ferrarese una superficie di circa 232.000 ettari registrando le seguenti principali qualità di coltivazione:

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Seminativo alberato e vitato a grano e marzatelli Ha 41.335

Canapule alberato e vitato  Ha 15.881

Seminativo alberato e vitato con riposo Ha 1.008

Seminativo a grano e marzatelli Ha 12.619

Canapule a vicenda Ha 2.043

 

Totale seminativi Ha 72.886

 

Prati naturali e prati acquastrini Ha 32.750

Pascoli boschivi, e pascoli semplici Ha 32.781

Totale prati e pascoli Ha 65.531

Valli di canna Ha 42.856

Valli salse da pesca Ha 45.161

Totale zone umide Ha 88.017

 

Orti, pometi, casamentivi e sterili Ha 5.792

 

In complesso Ha 232.226

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Si può notare che la coltura promiscua, cioè l’alberato e vitato, con cereali, marzatelli e canapa a vicenda costituivano il centro del sistema agrario provinciale, mentre prati, pascoli e valli dolci e salse occupavano ancora oltre 2/3 del territorio provinciale. Con un calcolo approssimativo, tenendo conto dell’avvicendamento biennale, si può pensare che il frumento, come coltura centrale, occupasse annualmente almeno 35.000 ettari.

Il ciclo di produzione del frumento segnava il calendario dei principali lavori agricoli. Da settembre a tutto ottobre, secondo il prospetto fornito da Andrea Casazza sul suo Stato agrario economico del Ferrarese (1845), si aravano le terre che avevano ospitato canapa e mais; si seminava a mano, si spianava il terreno coprendo la semente ed erpicando per liberare il suolo da gramigne; verso metà aprile bisognava roncare il frumento, ossia estirpare le erbe infestanti; dalla metà di giugno ai primi di luglio si eseguiva la mietitura, la creazione dei covoni, il trasporto all’aia, la trebbiatura, vagliatura e messa in granaio del prodotto.

Il ciclo del mais era più lungo in quanto si avvicendava l’anno seguente al frumento. Dopo segate le stoppie del grano si dovevano arare in profondità i terreni nel mese di agosto. In novembre seguivano la concimazione e una seconda aratura lasciando che il gelo purgasse la terra. Nel marzo dell’anno successivo il terreno veniva spianato con l’erpice e ai primi di aprile avveniva la semina con successiva copertura dei semi a erpice. Molto lavoro umano con la zappa era richiesto da questa pianta per liberare le pianticelle appena nate dalle male erbe e a maggio si rendeva necessaria una seconda sarchiatura per rincalzare o diradare se vi fossero piante troppo fitte. Verso metà maggio si ricorreva alla zappa per la terza volta per estirpare male erbe, rincalzare e creare ai lati una piccola cavità per raccogliere l’acqua piovana dei mesi estivi. A settembre avveniva infine la raccolta, la sgranatura a mano, la vagliatura e la messa in magazzino. Come si vede, la richiesta di lavoro umano del mais era di molto superiore a quella del frumento e, per lunga tradizione, chi eseguiva la zappatura aveva diritto ad un terzo del raccolto. Braccianti, castaldi e boari trovavano dunque da questa fatica un ritorno economico, che contribuiva a rendere il mais, così come nel Lombardo-Veneto e nel Piemonte, coltura principale dell’annata agraria.

Ricorriamo ancora ad Andrea Casazza per valutare un bilancio economico di un’azienda tipica ferrarese della metà Ottocento che produce come colture principali frumento, mais e canapa, oltre al vino, alla legna e alle coltivazioni minori. In un tipico versuro ferrarese di 300 staja, ossia 32,6 ettari, almeno un ettaro viene occupato dal casamentivo rusticale (oltre agli edifici di abitazione e alle stalle-fienili, pozzo, orto, aia, vivaio, pollai, ecc.). Altri 5 ettari sono destinati al mantenimento del bestiame da lavoro (8 a 12 buoi). Segue l’arativo arborato e vitato suddiviso nei due avanzoni uguali di circa 13 ettari ciascuno. Il primo ospita il frumento e il secondo è ripartito per un terzo a canapa e i restanti due terzi al mais e ai cereali minori e legumi.

Tenendo conto che la semina richiedeva circa 53 staja di grano (2,7 ettolitri) e il rendimento medio era fissato in sette sementi per seme il prodotto finale del grano offriva 374 staja, pari a 116,3 ettolitri, che commisurati alla superficie investita fornivano un rendimento di 9,8 ettolitri per ettaro, quantità per quel tempo non certo disprezzabile e tale da collocare Ferrara in posizioni vicine a quelle lombarde. Agli inizi del Novecento i rendimenti del frumento ferrarese, grazie ai concimi artificiali prodotti dalla chimica saliranno a primati assoluti in campo nazionale.

Quanto al prodotto netto che restava al proprietario o conduttore del fondo, occorreva detrarre i compensi previsti dagli antichi statuti di Ferrara, pari a 1/9 per i mietitori e il 5 per cento per la trebbiatura, oltre alle 53 staja per le sementi dell’anno successivo. In conclusione, il rendimento netto del frumento era di circa 262 staja (81,5 ettolitri), che al valore medio di mercato forniva 254,19 scudi romani. A questo valore dovevano essere applicate le spese colturali specifiche per il frumento pari a 21 scudi circa. Quanto alle varietà coltivate di frumento nel Ferrarese, ci ricorda intorno al 1875 un altro religioso con passioni agronomiche come don Michele Cariani che la varietà locale più usata era il frumento stiolo, accompagnato però da una seconda varietà detto romano. Presumibilmente si trattava della varietà Rieti.

Diverso il calcolo relativo al frumentone o mais. Destinando 66 staja nette di superficie a questa coltivazione e calcolando come semente necessaria 8 staja (2,5 hl) e una media produzione di 36 sementi, si avrebbero di resa 297 staja (92,3 hl). Da questo prodotto andava detratto il terzo per il boaro e la semina. Restavano di prodotto netto per il padrone 186 staja, valutabili in 120 scudi e 36 baiocchi. Ai lavoratori più poveri restava qualche sacco di frumentone e la probabilità di ammalarsi di pellagra, una grave avitaminosi indotta dall’esclusiva alimentazione a base di polenta.

Nel modello agronomico delineato da Andrea Casazza è contenuta anche una stima sul risultato che lo stesso versuro avrebbe ottenuto qualora fosse stato condotto a mezzadria. Sorprendentemente, il sistema di conduzione a mezzadria avrebbe offerto una rendita di 291,7 scudi contro i 237,2 della conduzione a boaria, la più largamente diffusa nel Ferrarese centrale. Eppure i ferraresi restarono a lungo legati a questo patto colonico che si era diffuso dalla fine del Cinquecento in avanti.

FC, 2011

Bibliografia

Andrea Casazza, Stato agrario economico del Ferrarese, Ferrara, dai Tipi di Domenico Taddei 1845; [Michele Cariani] L'agricoltura ferrarese in pratica, ovvero Guida per dirigere ed eseguire i lavori campestri secondo le più accurate osservazioni ed esperienze...: opera di un vecchio agricoltore ferrarese, Ferrara, Taddei e figli, [1875?]; Mario Zucchini, Storia del versuro ferrarese, in Georgici ferraresi del passato, a cura dell’Associazione laureati in scienze agrarie di Ferrara, Bologna, Tamari, 1968, pp. 15-31; Giorgio Porisini, Agricoltura, alimentazione e condizioni sanitarie. Prime ricerche sulla pellagra in Italia dal 1880 al 1940, Appendice statistica, Bologna, CLUEB, 1975; Id., Risultati di una ricerca sulle rese del frumento in Italia dal 1815 al 1922, Bologna, Istituto di storia economica e sociale, 1978.

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