I centri urbani: Cento

La rocca e il mulino comunale agli inizi del Novecento La rocca e il mulino comunale agli inizi del Novecento cartolina, collezione privata

Circondata da rampari (terrapieni), fossati, da una strada di circonvallazione di due chilometri e mezzo, dai borghi che si erano sviluppati al di là delle fosse cittadine, Cento aveva quattro accessi, quattro porte unite da altrettanti ponti ai terrapieni difensivi: porta Pieve con uscita in direzione Pieve di Cento e Bologna; porta Rocca o del Giglio presso la Rocca; porta Mulina che chiudeva a est la via di Mezzo; porta Chiusa, dalla chiusa sul Reno che scorreva a occidente dell’abitato. Dalle quattro porte partivano quattro strade che confluivano nella piazza maggiore, fiancheggiate da portici e da qualche palazzo gentilizio. Accanto alla porta Mulina era l’arco Clementino, costruito nel 1598 quando, devoluto il Ducato estense (di cui Cento faceva parte) alla Santa Sede, fece il suo ingresso in città papa Clemente VIII Aldobrandini.

Cento era stata capoluogo del Dipartimento dell’Alta Padusa nella riorganizzazione cisalpina, e dal 2 giugno 1805 il distretto omonimo – uno dei quattro componenti il Dipartimento del Reno – comprendeva i Comuni di Cento, Sant’Agata di sopra e di sotto, Argelato con Volta di Reno, Argile con Bagnetto, Buona Compra con Alberone, Casumaro Centese con Reno Centese, Galliera a destra e a sinistra del Reno, San Giorgio con Gherghinzano e Stiatico, Maccaretolo con Gavaseto, Santa Maria in Duno, Massumatico con Poggio di Massumatico, Palata e Galeazza Pepoli con Palata Bevilacqua, Penzale con Corpo di Reno, San Pietro in Casale con Sant’Alberto, San Benedetto e Rubizzano, Pieve con il suo territorio antico, Renazzo Centese, Venezzano con Asìa, San Vincenzo con San Venanzio a destra e a sinistra del Reno. L’8 giugno dello stesso anno Napoleone decretava un nuovo comparto territoriale dividendo il distretto in due cantoni: il primo, di Cento, con i Comuni appena citati, l’aggiunta di Sant’Agostino di sopra (a destra e a sinistra di Reno abbandonato), Sant’Agostino di sotto (e di Reno “vivo” inclusa la sussidiale di Mirabello), e la perdita di Casumaro Centese, Reno Centese e Sant’Agata. Il secondo cantone faceva capo a San Giovanni in Persiceto.

Nei primi venti anni dell’Ottocento il territorio fu colpito da eventi dolorosi spesso legati alla difficile situazione idrografica, tra cui una rotta del Reno (19 novembre 1812) che sconvolse la zona sud-est e il taglio dello stesso fiume per sommergere le campagne temendo l’arrivo delle truppe austriache (15 aprile 1815); il ponte sul Reno che univa la strada tra Cento e Pieve, costruito in legno su settecenteschi piloni in cotto, fu incendiato dai soldati francesi. Conseguenza diretta dell’allagamento fu una desolante carestia, mentre nel 1817 infieriva il tifo petecchiale, tanto che si dovette adibire a lazzaretto l’ex convento dei Minori Osservanti di San Pietro. Restaurato il governo pontificio, il ponte sul Reno fu ricostruito sugli stessi piloni (1816), per poi essere portato via il 31 ottobre 1899 dal fiume, la cui piena travolse ancora e a lungo il territorio dal primo dicembre seguente.

Tra il 1820 e il 1860 un intenso dinamismo edilizio e sociale trasformò la città in un grande cantiere. Con un breve del 23 febbraio 1821 il papa Pio VII Chiaramonti autorizzava il mercato settimanale da tenersi ogni giovedì; le pescherie venivano trasferite dal portico sotto i granai della Mensa arcivescovile – dove si trovavano dal 1796 – alle botteghe annesse al macello, a capo della via del Teatro (1827); venivano aperti i portoni del Ghetto (1831) e riaperto il Teatro del Sole (1831); si restaurava il palazzo governativo mentre iniziavano i lavori per l’installazione di un “calendario pubblico” sopra il balcone della torre dell’orologio (1833); si piantavano platani ai fianchi del viale che dalla porta Mulina conduceva “ai cappuccini” (1840) e si costruiva un nuovo cimitero comunale (1841) nel terreno dove erano la chiesa e il convento dei cappuccini, perché quello costruito nel 1795 nella controfossa tra la Rocca e San Zenone era ormai insufficiente. Veniva restaurata la Collegiata (1841), si edificava la “torretta” della chiesa di Santa Lucia (1855), si copriva con un vòlto il tratto di canale interno che percorreva una parte della via di Mezzo (1856). E, ancora, si decorava la sala grande del palazzo comunale (1858) e si apriva “al pubblico servizio” la Cassa di Risparmio (1859) istituita già dal 1844; veniva costruita la torre di San Pietro (1859) a spese di Luigi Gallerani, che alla metà del secolo aveva acquistato dal marchese Taddeo Pepoli la torre della Galeazza con le campagne circostanti. I due mulini all’interno della città, uno presso porta Mulina e uno nell’area dell’attuale Teatro comunale – inaugurato il 14 agosto 1861 – furono soppressi, sostituiti da quello nuovo costruito non distante dalla Rocca (1853).

Un arco trionfale aperto su due gallerie, strade decorate e riparate dal sole accolsero l’ingresso in città di papa Pio IX Mastai Ferretti (15 luglio 1857), proveniente dalla strada provinciale via Nuova. Passati la porta Mulina e l’arco Clementino, il pontefice si recò alla collegiata di San Biagio per il rito religioso, quindi, per il “dovuto ristoro” al palazzo del marchese Michele Rusconi; la visita proseguì fino al palazzo Municipale, dalla cui loggia impartì la benedizione, e ancora alla Pinacoteca, al Seminario, alla chiesa di San Pietro, al palazzo Rusconi per le udienze, poi la partenza per Bologna uscendo da porta Pieve.

Dal 24 gennaio 1859 una corriera quotidiana (eccetto i festivi) collegò Cento a Bologna.

Il 27 dicembre 1859 il governatore delle Romagne Luigi Carlo Farini fissava la circoscrizione territoriale delle province dell’Emilia: in quella di Ferrara venivano assegnati al circondario di Cento quattro mandamenti (di Cento, di Poggio Renatico, di Crevalcore, di Finale). Il mandamento di Cento – «capoluogo di regia intendenza di circondario di prima classe» – comprendeva l’omonimo Comune e quello di Pieve.

La piazza maggiore – fulcro della vita cittadina e dei borghi – illuminata e decorata da archi e da architetture effimere accolse, il 29 maggio 1862, il monumento al pittore centese Giovan Francesco Barbieri detto “il Guercino”, opera di Stefano Galletti, mentre nella golena sinistra del Reno (15 agosto 1862) si inaugurava un campo di tiro al bersaglio, poi trasferito nella controfossa di San Zenone (1865). A partire dal 1865 le porte della città venivano lasciate aperte anche di notte, e nel giro di pochi anni altri lavori interessarono sia il territorio, sia la gente: la fossa circondariale da porta Rocca a porta Chiusa fu interrata (1868), alcune chiese furono riaperte al culto invece altre venivano destinate a diversi usi, si studiava l’annoso problema degli effetti negativi sul territorio del fiume Reno e si manifestava in piazza sull’onda delle vicende politiche nazionali, tumulti che provocarono danni turbando l’«abituale calma» della città. Nel febbraio del 1870 un gruppo di cittadini cercò di risvegliare il buonumore promuovendo corsi carnevaleschi.

Nel maggio 1872 furono assegnate nuove numerazioni alle case e nuove denominazioni alle strade: via Grande (da porta Pieve al piazzale Santi Sebastiano e Rocco) venne intitolata a Giovanni Donati; la strada da quest’ultimo piazzale a quello San Pietro, estesa con le vie da Dimani superiore e inferiore, fu dedicata a Cesare Cremonino; la strada dal piazzale di San Pietro alla porta Chiusa a Marcello Provenzali; la via di Mezzo superiore e inferiore al Guercino; il borgo da Sera superiore e inferiore a Ugo Bassi; il borgo Malgrato superiore e inferiore insieme al vicolo Quartirolo “ai Gennari”; il borgo Nuovo a Girolamo Baruffaldi; i vicoli di Santa Caterina, Boselli e Scalette ad Alberto Accarisio; il vicolo Nome di Dio a Gianfrancesco Erri; il borgo Mozzo diventava via dell’Asilo, il vicolo del Luzzo cambiava in vicolo della Rocca, il vicolo delle Beccarie in via del Teatro. Conservarono i nomi più antichi i vicoli del Salvatore, di Sant’Agostino, del Borghetto e il Recinto Israelitico, un quadrilatero chiuso da due portoni fino al 1831, compreso fra il borgo da Dimani e la via Grande. Il largo della Rocca fu chiamato piazza d’Armi, poi piazza Garibaldi con deliberazione consigliare del 1892.

Nel maggio 1873 iniziarono i lavori per l’abbattimento delle mura di cinta – compreso il residuo tratto con i merli “alla ghibellina” – e nel contempo si tolsero le tracce del cimitero che esisteva tra il mulino e l’ex chiesa di San Zenone. Agli inizi del Novecento, nuovi lavori cambiarono il volto alla città, che cresceva e si rinnovava, con interventi effettuati sia in vista dell’apertura della ferrovia, inaugurata il 27 luglio 1909, sia per lavori di bonifica. Fuori Porta Mulina fu aperto l’ippodromo “delle Muline” (1905) e trovò posto il lavatoio pubblico (1912); furono demolite la porta Chiusa (1909) e due tratti delle controfosse ai lati della porta Pieve (1909) – l’unica sopravissuta –; fu interrata la zona depressa di porta Rocca (1909), si aprì il mulino comunale (1911) e si costruì l’edificio scolastico per le scuole elementari (1912): tra questo e la stazione ferroviaria fu creato un giardino pubblico (1914); furono atterrate le Pescherie vecchie (1914), la porta Mulina, l’arco Clementino e l’oratorio di San Giacomo (1915). A cavallo dei due secoli si inaugurarono gli edifici scolastici di Alberone, Casumaro, Renazzo (1890) e della frazione di Dodici Morelli (1900), mentre ebbero luogo la prima e la seconda divisione delle terre ai “capisti” della Partecipanza agraria di Cento (febbraio 1898 e gennaio 1900), l’antico istituto legato alla Comunità – i cui regolamenti erano stati aggiornati negli ultimi vent’anni dell’Ottocento – che coinvolgeva i partecipanti nella bonifica del territorio, nella costruzione di strade, nella suddivisione dei terreni seguendo un piano di urbanizzazione che precorreva i tempi.

Il Novecento fu salutato da grandi festeggiamenti nella piazza maggiore, che dal 31 agosto 1901 fu illuminata da un impianto a gas approvato il 17 gennaio dal Consiglio comunale.

AG, 2011

Bibliografia

Antonio Orsini, Diario Centese (1796-1887), con appendice di notevoli notizie dal 1888 al 1901 di Gioacchino Vicini, a cura della Banca di Credito Agrario di Ferrara, 1966 (rist. anast. dell’ed. Bologna, Zanichelli, 1904); Giancarlo Silingardi, Alberto Barbieri, Cento. Vicende storiche e personaggi (1900-1940), [stampa Modena, Mucchi], 1980; Fausto Gozzi, Cento II, in Storia Illustrata di Ferrara, a cura di Francesca Bocchi, Milano, NEA, 1989, IV, pp. 1185-1200; Antonio Samaritani, La Partecipanza Agraria del Centopievese, Cento (Ferrara), Partecipanza Agraria di Cento, [stampa Cento, Siaca], 2004.

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