Banche

Per comprendere le motivazioni profonde che condussero sino all’istituzione di quello che sarebbe diventato il più longevo degli istituti bancari ferraresi, la Cassa di Risparmio, ma anche per comprendere le vicende che portarono alla costituzione delle banche cooperative ed in seguito all’esperienza del Piccolo Credito Romagnolo, la banca cattolica di Giovanni Grosoli, è necessario ricordare la particolarità del territorio ferrarese, caratterizzato da un primato assoluto dell’agricoltura all’interno dell’economia locale. Una città assolutamente priva di un ceto operaio, che basava la propria ricchezza principalmente sugli enormi capitali che i ricchi proprietari terrieri accumulavano attraverso lo sfruttamento intenso dei braccianti e dei terreni e che vedeva i ceti medi impegnati nelle professioni artigianali e del terziario, sovente di supporto all’agricoltura.

All’inizio degli anni Trenta dell’Ottocento la grande vivacità politica e la volontà di una parte cospicua della società di uscire dal giogo del governo papale aiutano a comprendere la figura di Gaetano Recchi: impegnato in politica, ma soprattutto grande studioso della realtà agraria ferrarese, apriva la strada ad un’evoluzione del concetto di banca, ispirato al desiderio di giovare anche alle classi sociali più povere, oltre che di concretizzare un istituto che rappresentasse il punto d’arrivo per la raccolta del risparmio e per l’esercizio del credito a vantaggio dell’intera società locale.

La Cassa di Risparmio di Ferrara era il maggior ente creditizio della città e della provincia. L’istituto, sin dal momento della fondazione nella prima metà dell’Ottocento, quando ancora Ferrara apparteneva allo Stato pontificio, aveva evidenziato la volontà di connaturarsi come banca del territorio, intendendo con questo una banca capace di adeguarsi alle esigenze della vita dei cittadini, tenendo ferma la volontà di mantenere e accrescere il benessere della popolazione, seguendo i princìpi ispiratori generali del Monte di Pietà, attivo a Ferrara dal XVI secolo e che verrà in seguito incorporato nella Cassa (1929). Fondata nel 1838 dal conte Alessandro Masi con la stretta collaborazione di Gaetano Recchi, iniziò la propria attività il 5 febbraio del 1839. Preceduta, nella cornice dello Stato della Chiesa, dalla nascita di quelle di Roma e di Bologna, vide la luce in un periodo storico di grande cambiamento e si avvalse della incontestabile esperienza di Recchi, che mantenne la carica di consigliere segretario sino al 1843. La banca era nata con la volontà di stimolare e accrescere l’accumulo dei risparmi nei ceti meno abbienti e, dapprincipio, aveva posto limiti ai versamenti delle somme che, peraltro, venivano semplicemente custodite senza che fossero riconosciuti frutti. Negli anni queste disposizioni mutarono e la concezione filantropica alla quale si era ispirato l’istituto si coniugò con la volontà di crescita e di radicamento nel territorio. Tale evoluzione venne indubbiamente stimolata dalla crescita costante del patrimonio della Cassa di Risparmio ferrarese, che vedeva aumentare i depositi in maniera cospicua, grazie alla fama di solidità che l’istituto aveva conquistato in breve tempo. Le somme custodite venivano impiegate principalmente per le operazioni cambiarie ed ipotecarie, ma negli ultimi decenni dell’Ottocento si assistette alla crescita imponente degli investimenti in titoli, che agli inizi del secolo successivo già rappresentavano circa la metà degli investimenti totali. Per comprendere il radicamento nella società estense va ricordata la modifica statuaria del 1891, con la quale si consentivano nuove operazioni, seppur garantite, tra le quali si possono ricordare i prestiti verso enti morali della provincia, l’acquisto di titoli emessi dallo Stato e di obbligazioni della Provincia di Ferrara, dei Comuni, la facoltà di esercitare il credito agrario. Tutti elementi che, seppur caratterizzati dalla prudenza, contribuirono a creare, sin da allora, il rapporto, che nel Novecento si fece strettissimo, tra istituzioni, mondo produttivo locale e Cassa di Risparmio.

In un periodo tanto complesso, nel quale le masse, sostenute da nuove ideologie dirompenti, cominciavano a percepire la possibilità di ritagliarsi un ruolo decisionale all’interno del panorama economico, la nascita del credito popolare e cooperativo si configurava come un elemento di grande importanza, considerando la grande povertà che caratterizzava la maggioranza degli abitanti del Ferrarese, impegnati, per una parte cospicua, in lavori bracciantili e agricoli. Fu proprio nella seconda metà dell’Ottocento, all’interno del sempre crescente processo di sviluppo delle esperienze di associazionismo cooperativo, che proprio nella categoria del credito e in quella del consumo si misero in atto le prime esperienze ferraresi. Nel clima di povertà che caratterizzava le classi subalterne, appare di grande interesse constatare che a Ferrara, già nel 1873, risultasse operante una Banca Mutua Cooperativa Commerciale e che presso gli archivi del Comune estense è a tutt’oggi conservato un fascicolo relativo all’istituzione, già nel 1867, di una Banca Popolare.

Di notevole interesse, perché fondata da un personaggio di grande rilievo all’interno del panorama nazionale della cooperazione, Enea Cavalieri, appare l’istituzione nel 1881 della Banca Mutua Popolare, presieduta da un esponente della società estense del periodo, il monarchico progressista, oltreché ex-garibaldino, Stefano Gatti Casazza. Ben presto, alla sede ferrarese fece seguito l’apertura di filiali a Migliarino, Codigoro, Portomaggiore e Argenta, testimoniando il legame fortissimo con la realtà agricola, preminente nel territorio.

Altre due banche, quella Cooperativa e quella Commerciale Cooperativa, videro la luce, rispettivamente, nel 1882 a Portomaggiore e nel 1890 ad Argenta.

Nel 1896, il conte Giovanni Grosoli fondò la filiale ferrarese del Credito Romagnolo, la Banca del Piccolo Credito Romagnolo. Non è possibile comprendere tale avvenimento senza ricordare i tratti originali della figura di Grosoli, carpigiano di nascita e proveniente da una famiglia di origine ebraica convertita al cattolicesimo. Si trasferì ancora in giovane età a Ferrara, ove il legame con il cattolicesimo si fece via via più solido, per cementarsi con forza, nel momento in cui, nel 1882, conobbe papa Leone XIII, con il quale strinse un rapporto duraturo. Grosoli interpretò ogni propria attività politica ed economica e ogni iniziativa sociale alla luce dell’impegno spirituale e sempre in favore della Chiesa di Roma: rappresentò a lungo un vero e proprio punto di riferimento del mondo cattolico e in questo contesto, caratterizzato dalla volontà di concretizzare quello che poteva essere definito lo “spirito di servizio” del mondo cattolico, si collocava la sua esperienza all’interno del Credito Romagnolo. Quando Grosoli divenne presidente era già un uomo di punta dell’ambiente economico che ruotava attorno ai cattolici più potenti. La sua nomina metteva in evidenza il gruppo ferrarese a livello regionale e nazionale, premiato per il lavoro indefesso svolto in quegli anni. Non si potevano ancora cogliere i germi della crisi che avrebbe poi caratterizzato la situazione quando quel gruppo dirigente sarebbe diventato l’unico dal quale attingere per trovare nuovo capitale umano ed economico. La sede ferrarese, collocata in via Cairoli, 24, venne aperta nel 1896: al presidente Grosoli si affiancò il consigliere segretario Giuseppe Vicentini. La filiale ebbe, sino al 1916, una vita vivace e florida, impegnandosi attivamente tra le popolazioni delle campagne e aiutando la piccola industria e gli artigiani, anche se privilegiò con forza le iniziative che provenivano dal mondo cattolico. Un altro degli elementi di maggior spicco della banca estense fu sicuramente Giuseppe Ravegnani: aveva messo a disposizione della succursale tutta la propria riconosciuta esperienza, che lo avrebbe portato anche a rivestire il ruolo di revisore centrale. Nel 1897, sottoposto alle prime ispezioni, l'istituto ottenne ottimi risultati, anche se esisteva il problema dell’atteggiamento di alcuni consiglieri che temevano l’eccessiva vivacità e intraprendenza. Grossa parte del successo fu determinata dalla crescita del numero delle filiali collocate sul territorio provinciale, che permettevano un forte legame con le realtà agricole locali, ma anche, sino a che non venne vincolato dal cartello bancario, dall’elevato tasso di interesse concesso.

AGu, 2011

Bibliografia

Pietro Niccolini, La Cassa di Risparmio di Ferrara, Ferrara, Estense, 1938; Delfina Tromboni, “A noi la libertà non fa paura…”, Bologna, il Mulino, 2005; Giampaolo Venturi, Storia del Credito Romagnolo, Bari, Laterza, 1996; Alfredo Santini, Etica, banca, territorio: il Monte di Pietà di Ferrara, Cassa di Risparmio di Ferrara - Milano, Motta, 2005.

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