Insorgenze

Con il termine “insorgenze” la storiografia è solita indicare quegli episodi di rivolta che ebbero luogo nella penisola italiana durante il cosiddetto “triennio giacobino” e il successivo periodo napoleonico, contro i nuovi governi installatisi a seguito dell’arrivo dei francesi. I rivolgimenti che mutarono per circa vent’anni il quadro politico della società degli antichi Stati italiani, suscitarono delle resistenze, espresse a tutti i livelli della società, nei confronti dei provvedimenti che riguardavano il clero e la Chiesa, la gestione della fiscalità, l’amministrazione del territorio. I nuovi governi, in un primo tempo repubblicani, abolirono gli antichi privilegi ecclesiastici, normalizzarono il sistema di riscossione di tipo feudale delle imposte, impiantarono nuovi organi amministrativi che entrarono inevitabilmente in contrasto con i tradizionali detentori del potere locale.

A queste ragioni di resistenza se ne aggiungevano altre, legate nell’immediato alle requisizioni compiute in un primo momento dall’esercito francese e successivamente alla coscrizione militare, e più profondamente alla difesa delle tradizioni religiose che le idee illuministiche veicolate dalla rivoluzione tentarono di smantellare.

Anche le insorgenze antifrancesi nel territorio ferrarese vanno inscritte all’interno di una dialettica che contrapponeva permanenze sociali e di mentalità di lungo periodo a mutamenti repentini e a rotture di un quadro sociale sedimentato da secoli. Le insorgenze nel Ferrarese costituirono un elemento costante del periodo francese (giacobino e napoleonico) che non può essere dimenticato laddove si prenda in considerazione l’impatto della Rivoluzione in Italia.

L’arrivo a Ferrara delle truppe francesi, nel giugno 1796, se da un lato incontrò il favore di quei ceti medi professionali desiderosi di un’ascesa sociale attraverso le cariche politico-amministrative, dall’altro si scontrò con i tradizionali detentori del potere politico, economico e sociale, quali l’aristocrazia terriera e il clero.

Le rivolte e insorgenze dell’estate 1796 ebbero la loro origine principale nei provvedimenti adottati dalla Municipalità di Ferrara nelle settimane immediatamente successive all’occupazione francese. Da parte del nuovo organo legislativo ed esecutivo, che sostituiva così il Consiglio centumvirale, si trattò di creare nuove istituzioni amministrative, di adempiere alle richieste di contribuzione pretese da Napoleone, di conciliare gli interessi locali esistenti con le nuove forme di rappresentanza. In questa situazione politica in via di definizione, la vera cesura con il passato fu rappresentata dall’abolizione dei privilegi fiscali per i nobili e gli ecclesiastici, fino ad allora esentati dagli oneri contributivi, e dal potere di cui fu investita la Municipalità di Ferrara sulle comunità della provincia a detrimento del ruolo esercitato dai preesistenti organi istituzionali locali sparsi nel territorio. Proprio questa rottura con l’ordine tradizionale fu causa della prima insorgenza antifrancese che scoppiò a Lugo tra il giugno e luglio del 1796.

Posta al centro della cosiddetta Romagna estense o Romagnola appartenente all’ex Legazione pontificia, Lugo era stata penetrata dalle idee antirivoluzionarie che il clero della vicina Ravenna aveva diffuso sin dai primi anni Novanta del XVIII secolo. Dopo che tra il 27 e il 28 giugno a causa delle requisizioni attuate dall’esercito francese erano scoppiate delle insurrezioni popolari a Santerna, Alfonsine, Piangipane e Cesena, appoggiate da clero e nobiltà locali, il 30 giugno fu la volta di Lugo dove l’insorgenza fu manovrata da Angelo, Matteo e Giambattista Manzoni, membri di un’importante famiglia nobile del paese, e sostenuta da elementi del clero. Alla protesta contro il versamento di tributi di guerra richiesti dai francesi seguì una vera e propria rivolta che vide la partecipazione di artigiani e ceti popolari spinti ad agire in difesa della Chiesa e della fede (il busto d’argento di Sant’Ilaro, patrono del paese, era stato requisito). La rivolta si concluse il 7 luglio con il sacco di Lugo condotto dal generale napoleonico Augereau, dopo che la nobiltà locale tentò una mediazione con la Municipalità ferrarese e le autorità militari francesi, mentre negli stessi giorni insorsero anche Argenta, Cento e Pieve di Cento. Le insorgenze di Cento e Lugo, furono significative di una resistenza delle élite locali desiderose di maggiore autonomia nei confronti del predominio politico di Ferrara sul territorio provinciale. Diversamente dalle campagne l’ingente presenza di soldati francesi a Ferrara impedì l’organizzazione di manifestazioni di dissenso popolare come era avvenuto nelle campagne. Tuttavia, la dura repressione che seguì l’insorgenza di Lugo rappresentò un deterrente contro altri tentativi di insurrezione.

Quando nel marzo del 1799 le truppe austrorusse della seconda coalizione iniziarono l’offensiva sul fronte italiano contro i francesi, la maggior parte dei soldati di stanza a Ferrara lasciò la città che rimase pertanto presidiata da circa 700 uomini. Il rapido rivolgimento della situazione a vantaggio degli austriaci e le defezioni dei funzionari pubblici dai loro posti, favorì l’insorgenza delle popolazioni delle località transpadane (Fiesso, Trecenta, Ficarolo, Melara, Bergantino e Massa Superiore), guidate dagli stessi austriaci, dai parroci e dai possidenti locali. Con il passaggio delle truppe austriache nella riva meridionale del Po, nei pressi di Ro Ferrarese dove stabilirono il loro quartier generale, la reazione antifrancese si estese anche in territorio ferrarese. Il 9 aprile, gli insorgenti si impossessarono dapprima di Francolino, dove un piccolo contingente francese posto a presidio fu sconfitto, subito dopo di Copparo dove la rivolta, durante la quale fu abbattuto l’albero della libertà e bruciate le carte pubbliche, fu organizzata e condotta da Valeriano Chiarati di Cologna, di professione mugnaio. Questi raggiunse il campo austriaco da dove organizzò una squadra che di concerto con altri insorgenti delle zone vicine portò alle sollevazioni di Villanova di Denore, Sabbioncello, Migliarino, Ostellato e Portomaggiore. Lo stesso Chiarati si recò poi ad Argenta dove il 14 aprile impose ai membri della Municipalità cisalpina il pagamento di un contributo di guerra e procedette alla nomina di quattro rappresentanti del governo amministrativo provvisorio.

Con l’aiuto di 600 insorgenti, l’esercito imperiale espugnò Pontelagoscuro da cui preparò l’accerchiamento e il blocco di Ferrara, il 19 aprile seguente. Nei giorni successivi, le bande di insorgenti si disposero attorno alla città seguendo le direttive dei ricchi possidenti ai quali gli austriaci avevano delegato la direzione. Un ruolo fondamentale per aizzare le popolazioni delle campagne contro i francesi fu svolto, tuttavia, dal clero capace di leggere e utilizzare a vantaggio della causa reazionaria lo smarrimento prodotto dai valori repubblicani sulle secolari credenze religiose.

Ma il 29 aprile lungo la via che collegava Ferrara a Bologna le truppe francesi provenienti dal capoluogo felsineo compirono una strage tra le fila degli insorgenti nei pressi di San Martino, in risposta alle incursioni operate con successo a Malalbergo e Santa Maria Capodifiume nei giorni precedenti dagli insorti. Nondimeno il 22 maggio la città di Ferrara dovette capitolare a seguito dell’assedio a cui era stata sottopost. Alla resa seguirono le violenze condotte contro gli esponenti giacobini. Tuttavia gli austriaci, dopo aver proceduto all’arresto di coloro che avevano apertamente aderito al governo repubblicano, impedirono agli insorgenti di mettere la città al sacco. Essi imposero altresì agli ebrei ferraresi una tassa i cui ricavati sarebbero poi stati ripartiti tra le varie bande che, per editto emanato il 2 luglio, furono sciolte.

Con la restaurazione della Repubblica cisalpina in seguito al trattato di Lunéville del 9 febbraio 1801, Ferrara e la sua provincia, il Dipartimento del Basso Po, tornarono nella situazione stabilita a partire dall’accordo di pace di Campoformio. Si trattava di un territorio di confine in cui risultava fondamentale la presenza militare e l’applicazione di una leva obbligatoria (legge del 13 agosto 1802) al fine di potenziare i contingenti dell’esercito. Tali disposizioni risultarono, tuttavia, di difficile attuazione a causa della diffusa renitenza alla leva e delle frequentissime diserzioni.

L’emanazione, il 19 aprile 1809, su tutto il territorio del Regno di un decreto che stabiliva l’esazione di un dazio sui principali beni di consumo, fu la causa di una rivolta che scoppiò nel Dipartimento del Basso Po a partire dall’inizio di luglio. Come già nel 1799, le insorgenze ebbero inizio nel territorio traspadano dove si formarono bande comandate da briganti, che compirono saccheggi e distruzioni a Fiesso, Lendinara, Occhiobello, Rovigo, Stienta, ecc. Il prefetto di Ferrara inviò immediatamente a Occhiobello un reparto di 120 uomini che, dopo duri scontri, arrestarono numerosi insorti. Nel frattempo l’insorgenza si era spinta, il 9 luglio, sino a Pontelagoscuro raccogliendo 6.000 uomini. Da qui, sino al 16 luglio, Ferrara fu posta sotto assedio e solamente l’arrivo di un contingente di soldati francesi da Bologna consentì di sbloccare la situazione e di respingere gli insorgenti dall’altra parte del Po. Sino alla fine di novembre, tuttavia, gli scontri proseguirono nella zona valliva di Marrara situata al confine con il Dipartimento del Reno. La composizione sociale dei rivoltosi annoverava membri del clero, possidenti, contadini e gente dedita ai lavori manuali. Nelle carte processuali rimaste a testimonianza di questi avvenimenti, alcuni dei condannati figuravano come «briganti», una componente sociale costante delle insorgenze ferraresi.


CM, 2012

 

Bibliografia

Valentino Sani, Le rivolte antifrancesi nel Ferrarese, in Folle controrivoluzionarie. Le insorgenze popolari nell’Italia giacobina e napoleonica, a cura di Anna Maria Rao, Roma, Carocci, 2002 (2. ed), pp. 195-216.

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