Bonifiche

Frontespizio della ‘Memoria’ di Francesco Luigi Botter (1855) Frontespizio della ‘Memoria’ di Francesco Luigi Botter (1855) Biblioteca Comunale Ariostea - Ferrara

La geografia del territorio ferrarese – stretto fra l’ultimo tratto del corso del Po, gli alvei pensili dei fiumi appenninici e il mare – ha determinato, nel corso dei secoli, l’esigenza di imponenti lavori di bonifica, fra i più considerevoli di tutta la pianura padana. Lo sforzo millenario di redenzione dei suoli umidi all’agricoltura conobbe diversi momenti significativi, già a partire dall’antichità: la possibilità di esercitare l’attività agricola fu infatti fortemente condizionata dalla presenza di acque stagnanti e dal bisogno di difendere i terreni coltivabili dall’azione alluvionale dei fiumi.

Nel corso del XIX secolo gli interventi di bonifica furono rivoluzionati da due fattori principali: in primo luogo i mutamenti politico-amministrativi che comportarono un nuovo approccio alla gestione del fenomeno, sovvertendo istituti e consuetudini secolari; in secondo luogo il notevole progresso scientifico che si attuò nell’introduzione delle tecniche di bonifica meccanica.

Per quanto riguarda il primo aspetto, già durante l’età napoleonica si determinò una profonda rivoluzione dell’assetto fondiario e degli istituti giuridici con conseguenze molto rilevanti per le opere di bonifica: con l’arrivo delle truppe francesi, ad esempio, fu abolita la Conservatoria della Bonificazione, istituita nel 1580 da Alfonso II d'Este per curare l’insieme di opere realizzate nel territorio della Grande Bonificazione Ferrarese.

L’alienazione dei beni ecclesiastici, da un lato, e l’unificazione amministrativa dei diversi territori italiani, portarono ad un’azione più incisiva da parte dello Stato che, in campo idraulico, consentì una visione più globale dei problemi da risolvere. Per quanto concerne nello specifico il territorio ferrarese, un esempio in tal senso è l’avvio dei lavori per la bonificazione di Burana, approvati nel 1810, che interessavano un ampio territorio compreso fra i fiumi Po, Secchia e Panaro. Il progetto consisteva nella costruzione di una grande botte a sifone attraverso la quale le acque del bacino buranese avrebbero sottopassato il fiume Panaro per essere immesse nel Po e scaricate nel Mar Adriatico. Dopo la Restaurazione, la regione si trovò nuovamente divisa fra lo Stato pontificio, l’Impero asburgico e il Ducato di Modena e i lavori poterono essere condotti a termine soltanto con l’Unità d’Italia.

L’innovazione degli aspetti legislativi proseguì anche dopo la caduta di Napoleone: con il ritorno del territorio ferrarese sotto il governo pontificio, si assistette ad un’importante riorganizzazione amministrativa che prevedeva di riunire i diversi bacini e comprensori di scolo della pianura in sei Circondari Idraulici. Questo provvedimento, però, si limitò soltanto a definire un nuovo impianto giuridico, tralasciando una politica di interventi generali che potessero risolvere il problema delle acque.

Fu soltanto dopo la formazione del Regno d’Italia che la questione venne nuovamente affrontata in modo sistematico, concentrando l’attenzione, in primo luogo, sulla sistemazione dei canali di scolo e dei corsi d’acqua alla destra del basso Po: gli studi furono condotti da una commissione parlamentare appositamente costituita e presieduta dal noto ingegnere Pietro Paleocapa.

A livello legislativo, la vera novità fu la promulgazione, nel 1882, della Legge Baccarini, con la quale si cominciarono a considerare di pubblica utilità gli interventi di bonifica. La legislazione precedente, infatti, soprattutto in riferimento alla legge generale sulle opere pubbliche del 1865, lasciava l’iniziativa per il prosciugamento dei terreni paludosi nelle mani dei privati. L’obiettivo del nuovo provvedimento era quello di porre nelle mani dello Stato, dei Comuni e delle Province la responsabilità di finanziare gli interventi di bonifica e di curarne il mantenimento, attraverso lo strumento operativo del consorzio che, dal 1893, divenne obbligatorio, sollevando progressivamente i privati dal concorso nella spesa per gli interventi.

Negli anni successivi si assistette alla nascita dei diversi consorzi di bonifica preposti alla gestione del problema: nel 1883, il Consorzio della Grande Bonificazione Ferrarese; nel 1885, il riconoscimento con Regio Decreto del Consorzio del secondo Circondario Polesine di San Giorgio; nel 1892, il Consorzio interprovinciale per la bonifica di Burana, per citare i principali.

Nel 1862 fu promossa dal ministro dell’Agricoltura Gioacchino Pepoli un’inchiesta, compiuta dal suo successore Luigi Torelli, per calcolare l’estensione delle aree paludose nelle diverse province: la campagna ferrarese, con una superficie totale di 232.219 Ha, era occupata per circa 88.000 Ha da valli, paludi e prati naturali spesso acquitrinosi, ai quali si sommavano i 35.000 Ha delle Valli di Comacchio e di altri laghi costieri minori. Oltre la metà del territorio, dunque, non era passibile di coltivazioni stabili. Novant’anni dopo, grazie agli imponenti lavori avviati nel secondo Ottocento, la superficie non coltivabile si sarebbe ridotta ad appena 40.000 Ha.

La sistemazione degli scoli fluviali, attuata secondo il piano di Paleocapa negli anni immediatamente successivi all’Unità, aveva risolto solo in parte i problemi idraulici del territorio: ampie zone, nella parte più orientale della provincia, si trovavano ad altimetrie spesso inferiori, o comunque poco superiori, al livello del mare. Per rendere questi territori all’uso agricolo era dunque necessario provvedere meccanicamente al sollevamento delle acque.

Dal punto di vista tecnico, infatti, la novità più importante dell’Ottocento fu l’introduzione delle idrovore a vapore per il sollevamento meccanico delle acque, premessa fondamentale al processo di bonifica integrale che sarebbe stato condotto a termine nei primi decenni del secolo successivo. Nel Ferrarese i primi esperimenti di questo tipo avvennero negli anni 1850: l’ingegner Cesare de Lotto, direttore del Consorzio di Cavarzere – dove fra il 1849 e il 1853 erano state avviate le prime bonifiche meccaniche in Italia – elaborò un dettagliato piano per la sistemazione idraulica delle terre del primo circondario (compreso fra il Panaro, il Po e il Po di Volano) e del secondo (fra il Po di Volano, il Po di Primaro e le Valli di Comacchio). La prima idrovora a vapore fu costruita a Baura, sul Po di Volano, nel 1857. Altri tentativi vennero eseguiti in alcune valli periferiche del primo circondario, ma i risultati furono piuttosto insoddisfacenti sia dal punto di vista tecnico che – e soprattutto – per le insufficienti risorse finanziarie che portarono al fallimento delle iniziative.

Fu soltanto dagli anni 1870 che questi interventi iniziarono a riguardare ampie estensioni di terreno e a conoscere i primi successi. Una prima svolta fu legata all’afflusso di capitali inglesi attraverso la Ferrarese Land Reclamation Company Limited, fondata a Londra nel 1871: l’interesse britannico era indirizzato alle esportazioni di canapa che da decenni, dalle campagne ferraresi e bolognesi, raggiungevano i mercati della Gran Bretagna. L’anno successivo alcuni importanti gruppi finanziari torinesi, attirati dall’iniziativa, cercarono la fusione con la società inglese, giungendo alla nascita della Società per la Bonifica dei Terreni Ferraresi, che acquisì oltre ventimila ettari di terre anfibie nel primo circondario. L’esecuzione delle opere procedette da quel momento molto celermente, soprattutto per quanto riguarda la costruzione dell’idrovora di Codigoro, fornita di macchinari inglesi, che divenne una delle più grandi del tempo. I risultati, anche per l’insufficienza delle idrovore e per l’aggravarsi dei fenomeni di bradisismo, furono inferiori alle aspettative: i lavori furono dichiarati conclusi nel 1880, anche se in occasioni di forti precipitazioni o di intumescenza dei fiumi la terre più basse divenivano bacino di scolo di quelle più alte, rimanendo sommerse.

Nel secondo circondario, il Polesine di San Giorgio, le condizioni dei terreni erano relativamente migliori rispetto a quelle del primo circondario, poiché le aree depresse, invece che formare un bacino unico, erano separate da una serie di rilievi, formati dai dossi degli antichi percorsi fluviali o dagli argini dei canali che consentivano di intraprendere il prosciugamento di ciascun settore in maniera indipendente dagli altri. Gli impianti di sollevamento vennero attivati a partire dal 1872 conseguendo il prosciugamento di ampie zone già nel decennio successivo.

Anche se la bonifica integrale fu portata a termine soltanto nel XX secolo, questi interventi posero la base per una radicale trasformazione del territorio, destinata a stravolgere per sempre l’equilibrio fra terre asciutte e coltivabili e zone paludose o vallive, sopravvissute oggi soltanto ad uno stadio residuale.

Dal punto di vista sociale, una delle conseguenze più evidenti del processo di bonifica nel territorio ferrarese fu lo stravolgimento del tradizionale assetto nelle campagne: le aree rese all’agricoltura, in precedenza poco popolate, avevano accolto una massa consistente di persone, espulse dalle zone agricole dell’alta e media pianura. Questi lavoratori, che si accontentavano di attività stagionali, erano impiegati nella periodica sistemazione degli argini e dei canali di scolo, oppure nelle operazioni di semina e raccolta dei prodotti agricoli, all’interno della grande azienda di tipo capitalistico: donne e uomini che andarono a costituire la nuova classe del bracciantato.

MP, 2011

Bibliografia

Teresa Isenburg, Investimenti di capitale e organizzazione di classe nelle bonifiche ferraresi (1872-1901), Firenze, La Nuova Italia, 1971; Franco Cazzola, La bonifica del Polesine di Ferrara dall’età estense al 1885, in La Grande Bonificazione Ferrarese. Vicende del comprensorio dall’età romana alla istituzione del Consorzio (1883), a cura del Consorzio della Grande Bonificazione Ferrarese, Ferrara, SATE, 1987; Cesare de Lotto, Piano in prevenzione sul prosciugamento artificiale col mezzo delle macchine a vapore nel primo Circondario consorziale della provincia ferrarese, Ferrara, Bresciani, 1854; Vittorio Peglion, Le bonifiche ferraresi, Ferrara, Bresciani, 1910.

Letto 13315 volte

Istituto di Storia Contemporanea - vicolo Santo Spirito, 11 - 44121 Ferrara
Telefono e fax: 0532/207343 - email: isco.ferrara@gmail.com - sito: http://www.isco-ferrara.com/ - Privacy & Cookies