Matteo Proto

Matteo Proto

Matteo Proto, dottore di ricerca in storia d'Europa, è attualmente assegnista presso il Dipartimento di discipline storiche dell'Università di Bologna. I suoi interessi di ricerca riguardano tematiche di geografia storica dei paesaggi fluviali, con particolare riferimento alla navigazione interna nella pianura padana in epoca contemporanea. Si occupa, inoltre, di storia del pensiero geografico. Tra le sue pubblicazioni: La questione idroviaria: politiche territoriali e trasporti nell'Italia del boom economico, in «Meridiana: rivista di storia e scienze social» 67, 2010, pp. 201-222; Utopie fluviali nell'Italia contemporanea: La navigazione padana e l'idrovia Padova-Venezia, Clueb, Bologna, 2011; Per una storia del pensiero geografico in Italia (1900-1950), in «Projets de paysage. Revue scientifique sur la conception et l'aménagement de l'espace», 7, 2012.

Mercoledì, 21 Dicembre 2011 22:08

Pianura

Il territorio ferrarese, nel complesso assolutamente pianeggiante, è formato, di fatto, da un enorme delta originato dalle deposizioni del Po, del Reno e del Panaro. Per molti secoli l’insediamento in questa regione fu ostacolato da numerosi problemi di natura fisica: in primo luogo i processi idrogeologici e i fenomeni di subsidenza costiera che rendevano paludose, in modo più o meno permanente, molte porzioni della pianura. Questa condizione era particolarmente evidente nella regione del delta del Po che, per la sua origine recente, era caratterizzata da una notevole instabilità idrografica.

Al principio del XIX secolo la rete fluviale aveva ormai assunto una conformazione definitiva, sebbene fossero rimasti irrisolti numerosi problemi, sia legati alla sicurezza idraulica del territorio – che fu più volte devastato dai fenomeni alluvionali – sia alla questione del drenaggio e della bonifica degli spazi anfibi, allo scopo di estendere la superficie coltivabile.

La pianura ferrarese, all’apparenza piatta e omogenea, conosce una pur debole pendenza che declina da sud-ovest verso nord-est. La quota più elevata (22 metri) si trova sulla sommità dell’argine del Reno nei pressi di Poggio Renatico, mentre ampie zone in prossimità della costa, soprattutto a nord e a sud del Po di Volano, formano alcune fra le più vaste aree depresse di tutta l’Italia e raggiungono, in alcuni punti, quote di quasi 3,5 metri sotto il livello del mare. I corsi d’acqua suddividono il territorio ferrarese in quattro distinti compartimenti idraulici: 1) la porzione di pianura ad ovest del Panaro; 2) il Polesine di San Giovanni Battista o di Ferrara, compreso fra il Po e il Po di Ferrara-Volano; 3) la pianura a sud del Po di Ferrara e ad ovest del Po di Primaro; 4) il Polesine di San Giorgio, ad ovest del Po di Primaro. All’interno di queste quattro zone, le ondulazioni naturali del terreno dovute all’azione di deposito dei fiumi – i cosiddetti dossi fluviali – permettono di suddividere ulteriormente queste aree idrografiche in bacini minori, ciascuno dei quali è formato da un’area depressa circondata da terreni più elevati. Queste depressioni, caratterizzate da terreni argillosi e quindi poco permeabili, venivano lasciate in passato a prato o pascolo naturale e, nei periodi di pioggia, tendevano ad allagarsi e a fungere da bacini di deflusso dei terreni più alti. La nuova inalveazione del Reno, completata alla fine del XVIII secolo, aveva determinato una soluzione definitiva nell’assetto idraulico del territorio, immutato fino ai giorni nostri: nel corso dell’Ottocento, dunque, lo sforzo del restaurato Stato pontificio, prima, e del Regno d’Italia, poi, fu quello di provvedere alla manutenzione degli alvei fluviali, non riuscendo a impedire, tuttavia, numerose e gravi alluvioni.

L’altro grande intervento, che avrebbe drasticamente modificato l’assetto idraulico della pianura, determinando una profonda trasformazione del paesaggio nelle campagne ferraresi, sarebbe stato l’implemento delle opere di bonifica, soprattutto nella seconda metà del secolo. La necessità di migliorare la situazione agraria, specialmente dopo l’Unità, era diventata un imperativo che mirava a raggiungere l’autosufficienza agricola, sia attraverso il perfezionamento delle tecniche di coltivazione, sia grazie alla messa a coltura di nuovi terreni. Il prosciugamento delle zone paludose, inoltre, rispondeva all’esigenza, documentata da diverse inchieste (ad esempio quella di Raffaele Pareto del 1865 e quella di Luigi Torelli del 1870), di risolvere il problema della malaria. Con l’introduzione delle macchine idrovore fu così possibile il prosciugamento di vastissime estensioni di terreni depressi.

Grazie a questi interventi l’assetto paesaggistico della pianura fu radicalmente mutato. Alla varietà di un ambiente caratterizzato da specchi d’acqua, aree paludose, dossi fluviali solcati da fiumi o canali e dove avevano luogo le attività antropiche, si sostituirono ovunque quadri paesistici piuttosto omogenei, caratterizzati da superfici arative lisce, uniformi e prive di alberature. Questa nuova pianura del tutto trasformata dall’intervento umano si caratterizzava per la regolarità e geometricità nell’impianto di strade e canali di scolo e per la presenza di nuovi insediamenti destinati ad ospitare la manodopera agricola nel quadro organizzativo della grande azienda di tipo capitalistico.

All’inizio del Novecento, dunque, nella pianura ferrarese si presentavano due quadri ambientali ben distinti: a oriente, verso il mare, la bassa pianura; mentre a ovest e a sud ovest del capoluogo l’alta pianura. La porzione più orientale della pianura, da un lato, era caratterizzata da grandi estensioni localizzate al di sotto del livello medio del mare e della quota dei principali corsi d’acqua. Queste terre si trovavano nell’impossibilità di poter essere prosciugate, se non con l’impiego di ingenti mezzi meccanici. Le terre alte, invece, seppur soggette al pericolo delle inondazioni, erano idonee ad un naturale drenaggio dei suoli. Mentre proseguiva l’opera di bonifica di valli e paludi per ampliare la frontiera dell’agricoltura, al XX secolo veniva consegnata una situazione idraulica tutt’altro che in sicurezza, per l’incolumità degli abitanti e delle campagne, dal pericolo delle alluvioni.

MP, 2011

Bibliografia

Mario Ortolani, La pianura ferrarese. Memorie di geografia economica, Napoli, Tip. R. Pironti, 1954; Terre ed acqua. Le bonifiche ferraresi nel delta del Po, a cura di Anna Maria Visser Travagli, Giorgio Vighi, Ferrara, Corbo, 1989; Un Po di terra. Guida all’ambiente della bassa pianura padana e alla sua storia, a cura di Carlo Ferrari, Lucio Gambi, Reggio Emilia, Diabasis, 2000; Marina Bertoncin, Logiche di terre e acque: le geografie incerte del delta del Po, Sommacampagna (Verona), Cierre, 2004.

Mercoledì, 21 Dicembre 2011 22:01

Clima e suoli

L’osservazione delle oscillazioni climatiche nel Ferrarese iniziò nell’ultimo scorcio nel XIX secolo, con l’installazione di due stazioni per la misurazione della temperatura dell’aria che, fino alla metà del Novecento, avrebbero costituito gli unici centri di osservazione meteorologica della provincia. La prima fu installata a Ferrara nel 1878, la seconda a Codigoro nel 1890 e permisero, così, di cominciare a calcolare la variazione stagionale delle temperature; una stazione pluviometrica, in grado di determinare la quantità di precipitazioni nel corso dell’anno, funzionava a Ferrara già dal 1865. Una raccolta sistematica dei dati sulla piovosità nella provincia, tuttavia, ebbe luogo soltanto a partire dalla fine del secolo: nell’Atlante fisico-economico d’Italia, pubblicato nel 1940, veniva riportata per la pianura ferrarese una piovosità media di 700 mm l’anno, calcolata sulla base delle osservazioni in dodici stazioni pluviometriche nel periodo 1896-1930.

Nella seconda metà dell’Ottocento, qui come nel resto del continente, si rilevò una progressiva mitigazione del clima che fu evidenziata dalla diminuzione delle precipitazioni nevose, peraltro sempre esigue, e dall’aumento delle temperature medie, in coincidenza con l’esaurimento del periodo climatico definito “piccola era glaciale” (1600-1850). Le conseguenze di questo mutamento si riscontrarono soprattutto nel cambiamento dei meccanismi di sedimentazione dei corsi d’acqua e del loro effetto nella formazione e nell’accrescimento del litorale. Nei periodi freddi, infatti, l’azione sedimentaria dei fiumi è molto più intensa, mentre decresce il livello delle acque marine, portando così all’ampliamento della pianura alluvionale nei confronti del mare. I periodi caldi, invece, e per la diminuita attività di sedimentazione e per l’aumento, seppur ancora contenuto, del livello del mare, innescano processi di erosione della costa, come del resto si è riscontrato per tutto il Novecento anche sul litorale ferrarese.

Un elemento climatico che ha sempre caratterizzato la pianura ferrarese è l’umidità che risulta molto elevata, dai massimi invernali ai minimi estivi, durante tutto il corso dell’anno. Questa caratteristica, causa di dense nebbie, è strettamente legata alla natura del territorio, ricco di acque sia in superficie, sia nel sottosuolo. Il miglioramento del drenaggio dei suoli, ottenuto attraverso le opere di bonifica, non fu infatti sufficiente a ridurre l’umidità, proprio per la prossimità della falda alla superficie.

La regione costiera è caratterizzata da un clima più mite, con minore escursione delle temperature e piovosità inferiore ai 600 mm annui, soprattutto nella zona a nord del Po di Volano.

Al principio del Novecento gli studi sulla nuvolosità compiuti da Filippo Eredia stabilirono che il territorio ferrarese, oltre che per la nebbia, si collocava al primo posto nella Valle Padana anche per l’intensità delle nuvole. Se i mesi peggiori erano novembre e dicembre, la nuvolosità risultava pure intensa e pressoché identica da febbraio a maggio, ponendo grossi limiti alle possibilità dell’agricoltura, soprattutto degli ortaggi e della frutta.

Dal punto di vista della composizione del suolo, l’apparente omogeneità morfologica del territorio ferrarese nasconde in realtà profonde differenze nella pedologia dei terreni che comportano notevoli variazioni nella fertilità delle terre coltivabili. Le molteplici vicende dell’evoluzione idrografica, unite ai periodici eventi alluvionali e all’azione dell’uomo, infatti, differenziarono notevolmente la qualità dei terreni. I suoli migliori per l’agricoltura erano quelli di medio impasto, in cui l’argilla risultava mescolata in maniera proporzionale alla sabbia fina e alle sostanze organiche: questi terreni erano diffusi soprattutto nella pianura centro-occidentale e rappresentavano le aree più fertili e interessate dalla coltivazione sin dai tempi antichi, le cosiddette terre vecchie.

Man mano che la percentuale di argilla nel terreno aumentava, l’attività agricola diveniva più difficoltosa. Erano questi i terreni indicati come forti: interessavano le depressioni poste fra i dossi fluviali, dove le acque di esondazione stagnavano sedimentando gli elementi più sottili; in questi terreni, dato il basso livello igrometrico, era praticabile soltanto un’agricoltura asciutta che, inoltre, richiedeva arature molto profonde e capitava molto di frequente che queste aree venissero destinate al pascolo degli animali, data anche la naturale tendenza ad allagarsi nei periodi di maggiore piovosità.

Man mano che si procede in direzione del mare si incontrano terreni torbosi e sabbiosi. La torba o cuora è diffusa soprattutto nella regione della Grande Bonificazione Ferrarese e nel Polesine di San Giorgio. Tipica di tutta la bassa pianura padana e veneta e legata ai processi di trasformazione delle lagune costiere, la torba consiste in uno strato, impregnato d’acqua, che varia dai 30 ai 60 centimetri e che rende assai poco fertile il terreno; è costituita da resti vegetali non decomposti e non ancora trasformati in carbone fossile. A causa della costipazione del suolo e dell’eccessiva presenza d’acqua, la pratica dell’agricoltura in queste terre risulta molto difficoltosa: una maniera per avviare la coltivazione era quella di sollevare, tramite arature molto profonde, l’argilla sottostante lo strato torboso, così da permettere il mescolamento delle sostanze minerali con quelle organiche, rendendo fertile il suolo. Un’alternativa era quella di destinare i terreni torbosi a risaia, il che oltretutto, attraverso l’introduzione di sostanze minerali presenti nell’acqua di allagamento, aumentava la fertilità dei terreni. Terreni forti o torbosi caratterizzavano i suoli delle cosiddette terre nuove, quelle che soltanto i grandi investimenti della bonifica e le moderne tecnologie di coltivazione potevano consegnare a un’attività agricola proficua.

I terreni prossimi alla costa, come pure vaste aree lungo il corso del Po (ad esempio il Polesine di Casaglia) sono invece caratterizzati da una consistente percentuale di sabbia, superiore al 50%, e vengono in questo caso definiti terreni sciolti. Le aree sabbiose, come quelle torbose, non sono particolarmente idonee alle pratiche colturali, a meno di non procedere ad un’intensa concimazione del terreno. Nel secondo Ottocento, soprattutto nel cordone litoraneo più esterno, in luogo dell’antico Bosco Eliceo, si diffuse la pratica del vigneto, favorita dalla presenza di concime dei vicini allevamenti e dall’abbondanza di acqua meteorica che penetrava nel terreno sabbioso, creando uno strato di acqua dolce sopra la falda salmastra di origine marina.

MP, 2011

Bibliografia

Mario Ortolani, La pianura ferrarese. Memorie di geografia economica, Napoli, Tip. R. Pironti, 1954; Dina Albani, Caratteristiche climatiche dell'Emilia-Romagna: contributo agli studi per il Piano regionale di coordinamento, Bologna, Tip. Compositori, 1958; Terre ed acqua: Le bonifiche ferraresi nel delta del Po, a cura di Anna Maria Visser Travagli, Giorgio Vighi, Ferrara, Corbo, 1989.

Mercoledì, 21 Dicembre 2011 21:46

Città, paesi, borghi

 

Lo sviluppo degli insediamenti nella pianura ferrarese è intimamente legato alla geografia fisica della regione. In generale, se nella restante pianura emiliano-romagnola è storicamente prevalso l’insediamento sparso, le condizioni naturali legate alla morfologia fluviale e alla diffusa presenza dell’elemento idrico hanno qui comportato una tipologia di insediamenti pure sparsi, ma spesso caratterizzati dalla esistenza di piccoli villaggi, allineati lungo le strade arginali oppure – più di frequente – raccolti intorno a un dosso fluviale. Le forme dell’insediamento si presentavano diversificate a seconda della struttura economica e sociale dell’azienda agricola che le interessava: le case isolate rappresentavano solitamente la dimora dei conduttori delle aziende e dei boari (i coloni a contratto), mentre i casali (piccoli borghi) o i villaggi, ospitavano gli operai agricoli e i braccianti a giornata.

La genesi dell’insediamento ha avuto inizio lungo i dossi fluviali che rappresentavano punti elevati e asciutti rispetto alle frequenti depressioni delle valli e delle paludi. Nelle terre vecchie, quelle abitate e coltivate fin dall’epoca medievale, l’azienda agricola – detta possessione – aveva mediamente una dimensione di circa 20-25 ettari. Su ogni possessione sussisteva una dimora rurale a corte, caratterizzata dalla presenza di un cortile erboso, grande circa un ettaro, presso il quale sorgevano almeno tre edifici caratteristici: la dimora o le dimore dei contadini (che ospitavano la famiglia del conduttore e quella del boaro), la stalla-fienile e un annesso, dove solitamente si trovavano il forno e i porcili. Nel caso di residenze isolate, pertanto, ogni chilometro quadrato di pianura coltivata vedeva la presenza di quattro possessioni e altrettante dimore a corte.

Due case a corte contigue determinavano l’esistenza di nuclei complessi – i casali – che potevano sorgere sui lati opposti di un dosso fluviale (ad esempio Palmirano, nel Comune di Voghiera) oppure allineati su uno stesso versante (Torre Fossa, nel Comune di Ferrara). I braccianti, invece, vivevano solitamente in borghi che erano costituiti da una serie di piccole abitazioni, provviste di due soli vani, senza edifici agricoli annessi (ad esempio Borgo Valeriani, nel Comune di Argenta e Borgo Marighella nei pressi di Ferrara).

La coesistenza di più possessioni contigue – in genere tre o quattro – assieme a una chiesa parrocchiale, dava luogo al tipico villaggio della pianura ferrarese, solitamente raccolto intorno ad un punto – il dosso fluviale – più elevato rispetto alla pianura circostante. I dossi fluviali, dove solitamente si sviluppavano anche gli assi di comunicazione stradale, rappresentavano le sedi naturali di sviluppo dell’insediamento che, pertanto, tendeva a seguire il corso dei fiumi: il Po, con i rami di Volano e Primaro, e la direttrice Ferrara-Cento, sugli spalti dell’antico alveo del Reno.

Nella bassa pianura e nella regione del delta, le forme dell’insediamento erano strettamente legate ai lavori di bonifica delle valli e delle paludi. La radicale trasformazione di questo territorio diede origine ad una serie di quadri ambientali molto simili, caratterizzati dalla presenza di grandi superfici coltivabili, suddivise geometricamente da strade e canali di scolo. Durante e in seguito alle operazioni di bonifica, solitamente all’incrocio fra canali e strade, sorsero in questa porzione di pianura diversi casali e piccoli villaggi destinati ad ospitare la manodopera rurale, stagionale e avventizia, sfruttata dalle grandi aziende agricole capitalistiche. I contadini impiegati stabilmente dimoravano, invece, in dimore a corte dalla struttura però più complessa rispetto a quella delle terre vecchie: accanto alla stalla-fienile e alle abitazioni per il conduttore e i salariati, trovavano spazio altri magazzini per i prodotti agricoli industriali che si andavano diffondendo nel Ferrarese, prima la canapa e, poi sul finire del XIX secolo, la barbabietola da zucchero.

Una rivoluzione nella struttura dell’insediamento si ebbe, a partire dagli anni 1870, in conseguenza dei primi grandi interventi di bonifica meccanica: all’interno dei territori gestiti dai consorzi di bonifica, infatti, le case e i centri abitati cominciarono a diffondersi indipendentemente dalla struttura degli argini e dei dossi fluviali, proprio per il venir meno della necessità di tutelarsi dai frequenti allagamenti delle campagne. In questi Comuni la percentuale di popolazione sparsa risultava vicina all’80% mentre nelle terre vecchie si aggirava fra il 50 e il 65%.

La bonifica, inoltre, fu l’occasione per la fondazione di insediamenti ex novo che furono poi scorporati, dal punto di vista amministrativo, dai vecchi Comuni. Nel 1908, grazie ad una legge dello Stato, il territorio comunale di Copparo fu suddiviso, dando vita ad una serie di nuovi Comuni: Ro, Berra, Formignana e Le Venezie che, in seguito ad una visita di Vittorio Emanuele III, assunse nel 1910 l’attuale nome di Jolanda di Savoia. Si trattava pur sempre, almeno all’origine, di nuclei abitativi modesti, dove ancora prevaleva la dispersione di abitanti e dimore rurali.

In generale, la vocazione prettamente agricola del territorio ferrarese, impedì, per tutto l’Ottocento, lo sviluppo di rilevanti agglomerati, ad eccezione del capoluogo e di alcuni centri, quali Comacchio, Copparo, Cento, Bondeno e Codigoro, ma anche Argenta e Portomaggiore, che potevano tutti definirsi piccole città, sia per il numero di abitanti che per la complessità delle funzioni esercitate. In questi luoghi, alla pratica dell’agricoltura si accompagnavano, infatti, altre attività di carattere artigianale o industriale, legate in primo luogo alla lavorazione della canapa e in seguito, a partire dagli ultimi anni del secolo, alla trasformazione della barbabietola da zucchero.

In quel secolo, Comacchio fu certamente il centro urbano che subì i maggiori cambiamenti: negli anni 1820 fu collegato alla terraferma con la costruzione della strada per Ostellato. Ciò comportò la progressiva trasformazione del paese, da centro di valle a centro di terraferma, anche per il declino delle tradizionali attività legate alla pesca e alla lavorazione delle anguille. Il mutamento fu poi reso ancor più consistente in seguito ai primi interventi di bonifica che spinsero la popolazione verso l’agricoltura.

MP, 2011

Bibliografia

Mario Ortolani, La casa rurale nella pianura emiliana, Centro studi per la geografia etnologica, Firenze, Olschki, 1953; Id., La pianura ferrarese. Memorie di geografia economica, Napoli, Tip. R. Pironti, 1954; Lucio Gambi, La casa dei contadini, in Strutture rurali e vita contadina, Milano, Federazione delle Casse di Risparmio dell’Emilia Romagna, 1977; Id., Insediamenti e infrastrutture rurali in Emilia Romagna, in Insediamenti rurali in Emilia Romagna Marche, a cura di Giuseppe Adani, Cinisello Balsamo (Milano), Pizzi, 1989; Insediamento storico e beni culturali: Alto ferrarese, a cura di Walter Baricchi, Pier Giorgio Massaretti, Ferrara, Amministrazione provinciale di Ferrara, Istituto per i beni culturali della Regione Emilia Romagna, 1990; Insediamento storico e beni culturali: Basso ferrarese, a cura di Walter Baricchi, Pier Giorgio Massaretti, Ferrara, Amministrazione provinciale di Ferrara, Istituto per i beni culturali della Regione Emilia Romagna, 1990.

Mercoledì, 21 Dicembre 2011 21:40

Boschi

In passato, vaste aree del territorio ferrarese prospiciente la costa erano caratterizzate dalla presenza di boschi – almeno quattro quasi contigui – che rappresentavano il residuo di più ampie foreste, già notevolmente ridotte dal XVII secolo in avanti. Nel corso del XIX secolo, l’aumentata pressione antropica, oltre ad accrescere il fabbisogno di terreni agricoli, fu causa di uno sfruttamento sempre più intensivo del legname: la conseguenza di questi fattori aumentò drasticamente il disboscamento, portando, nell’arco di pochi decenni, alla quasi totale cancellazione delle antiche foreste.

Percorrendo la regione litoranea da nord verso sud, si incontravano, innanzitutto, il Bosco della Mesola e il Bosco Giliola. Il primo, racchiuso anticamente da un muro di cinta lungo quasi 12 km, rappresentava l’antico parco di caccia dei duchi d’Este. Esso rimase in sostanza intatto fino all’inizio dell’Ottocento, quando lo sfruttamento del legname e l’estensione delle superfici coltivate a suo danno divennero sempre più intensivi. Si trattava di un bosco caratterizzato da diverse essenze: nella parte più prossima alle dune costiere predominavano gli arbusti e il pino marittimo, mentre nell’area più interna il bosco era costituito da lecci, olmi e frassini. La fauna del bosco annoverava numerosi esemplari di cervi e daini che potevano trovare sostentamento grazie alla presenza di una fitta macchia di arbusti (soprattutto biancospino, ginepro, ligustro). Nel 1858 esso ricopriva ancora oltre 2.200 ettari che, entro la fine del secolo, si sarebbero ridotti a poco più di 1.500. I primi tentativi di proteggere il bosco furono avanzati già sul finire dell’Ottocento, attraverso la proibizione delle servitù di pascolo che minacciavano la sopravvivenza delle specie vegetali. Fu però soltanto con il passaggio della tenuta sotto il controllo della Società per la Bonifica dei Terreni Ferraresi, nel 1919, che si optò per una serie di normative volte alla ricostruzione del patrimonio boschivo.

L’odierna area forestale protetta, denominata Bosco della Mesola e che si estende per circa 1.000 ettari, tende a coincidere piuttosto con l'antico Bosco Gigliola: esso sorgeva a sud del Bosco Mesola "storico" ed era costituito quasi interamente da lecci, da cui la denominazione, spesso riportato anche come Ellissiola. Oggi il toponimo sopravvive soltanto nel nome del piccolo nucleo abitato situato a nord-ovest del Bosco della Mesola.

Nella zona di Pomposa, inoltre, la cartografia ottocentesca riportava ancora il toponimo Bosco Spada, sopravvissuto fino alla metà del Novecento e compreso fra Pomposa stessa, la frazione di Caprile e la strada per Codigoro. Questa zona boschiva, caratterizzata dalla presenza prevalente di latifoglie e pini, era in realtà il residuo dell’antico Bosco di Pomposa che, fino all’epoca medievale, ricopriva probabilmente buona parte dell’area compresa fra il Po di Goro e quello di Volano.

Fra la bocca di Volano e quella di Magnavacca (Porto Garibaldi) sopravviveva ancora il Bosco Eliceo (chiamato anche Eliseo, ad esempio nella carta di Giuseppe Boerio, Dipartimento del Basso Po, 1802) che doveva il suo nome alla presenza quasi esclusiva del leccio. Esso aveva un’estensione di circa 5.000 ettari, sviluppandosi, da nord a sud, per 24 km, con una larghezza di circa 4 e occupando quasi per intero il cordone litoraneo compreso fra il Po di Volano, Magnavacca, le valli di Comacchio e il mare. La sua distruzione era iniziata alla fine del Seicento, quando iniziò la messa a coltura di quell’area, mentre il legname veniva utilizzato soprattutto nella costruzione degli approdi portuali. I comacchiesi, inoltre, ritenevano che la presenza del bosco impedisse ai venti marini di purificare l’aria delle Valli dalle esalazioni della palude. Nel XIX secolo il bosco, seppur notevolmente ridotto, sopravviveva ancora: la sua esistenza era tuttavia sempre più minacciata, soprattutto dagli anni Trenta dell'Ottocento, dall’estensione della viticoltura e degli orti che trovavano ottime condizioni di prosperità grazie alla presenza di terreni sabbiosi. Il vigneto, in particolare, serviva alla produzione del vino detto del bosco, ed è ancora oggi in parte visibile nella zona di Pomposa. L’economia agraria di questa regione, in realtà, si giocava su di un equilibrio piuttosto precario, continuamente minacciato dalle rotte dei fiumi. L’alluvione del Po del 1872, ad esempio, provocò l’allagamento di buona parte del bosco causando la morte di numerosi vigneti.

Il tratto più meridionale della costa, a sud di Magnavacca, risultava invece quasi privo di copertura arborea: sebbene la cartografia riporti la presenza di alberi (ad esempio la già citata carta di Giuseppe Boerio), nelle descrizioni dell’epoca l’area appariva desolata, caratterizzata da modeste alberature, mentre dominavano sabbia e sterpaglie che tuttavia permettevano il pascolo degli animali. Pertanto, essa appariva in netto contratto rispetto ai boschi di lecci posti a settentrione e alle pinete del Ravennate, a sud.

All’inizio del XX secolo, essendo il Bosco Eliceo quasi scomparso e sostituito dai vigneti, il lido compreso fra il Volano e il Primaro appariva piuttosto spoglio. Le pinete litoranee che caratterizzano oggi questa porzione della costa (in particolare la pineta del Lido di Volano e quella del Lido degli Estensi, seppur notevolmente ridotte in seguito all’espansione degli insediamenti turistici negli anni 1960) sono dunque il risultato di un rimboschimento artificiale compiuto a partire dagli anni Trenta del Novecento, quando, per iniziativa governativa, furono piantumati giovani alberi di pino domestico e pino marittimo che, nel volgere di alcuni decenni, restituirono al litorale un’elevata valenza forestale ed ambientale.

Nel resto della pianura la presenza di aree boschive era piuttosto limitata, essendo circoscritta ai piccoli boschi presenti nelle aree golenali del Po. Faceva eccezione la Foresta Panfilia, un bosco di circa 60 ettari situato a sud di Sant’Agostino e compreso fra il vecchio e il nuovo argine del Reno. Il bosco, che rappresenta ancora oggi uno dei rari esempi superstiti di foresta planiziale nella pianura padana, si era formato in seguito ad un’alluvione del Reno avvenuta nel 1700 ed era caratterizzato dalla presenza prevalente di salici, olmi, querce e pioppi. Proprio il pioppo e l’olmo, del resto, rappresentavano le essenze più diffuse nel territorio ferrarese: secondo un’indagine condotta al principio degli anni Venti del Novecento, che considerava anche le alberature allineate lungo i campi coltivati, essi rappresentavano i due terzi del patrimonio arboreo della provincia.

MP, 2011

Bibliografia

Luigi Costantini, Monografia del tenimento della Mesola, Bergamo, Istituto di Arti Grafiche, 1907; Mario Ortolani, La pianura ferrarese. Memorie di geografia economica, Napoli, Tip. R. Pironti, 1954; Carlo Cencini, I boschi della fascia costiera emiliano-romagnola, in Ricerche geografiche sulle pianure orientali dell’Emilia Romagna, a cura di Bruno Menegatti, Bologna, Pàtron, 1979; Storia di Comacchio nell’età contemporanea, a cura di Aldo Berselli, Ferrara, Este Edition, 2002.

Domenica, 18 Dicembre 2011 10:03

Mare

Fino alla conclusione della bonifica integrale, compiuta entro gli anni Cinquanta del Novecento, il litorale ferrarese era separato dal resto della pianura da una regione di zone vallive e paludose. Ancora per tutto il XIX secolo, dunque, la costa rappresentava quasi un dominio a sé stante, difficilmente raggiungibile via terra, ma non per questo priva dell’elemento antropico, legato soprattutto all’economia delle valli.

La presenza di queste grandi aree vallive e paludose, inoltre, costituiva un’ampia fascia di transizione fra la terra ferma e il mare aperto: a fianco delle valli salse, interne ed esterne (quelle che si dilatavano a nord e a sud della bocca di Volano), si estendevano le valli dolci, separate dal mare e alimentate dai corsi d’acqua, oggi interamente prosciugate.

Lo stretto cordone litoraneo – che si sviluppa per circa ventitré chilometri, dalle foci del Po di Primaro a sud e del Po di Volano a nord, e dove oggi sorgono i Lidi Ferraresi – era occupato in prevalenza da dune sabbiose, zone aride caratterizzate dalla presenza di arbusti e boschi di lecci e pini marittimi. Faceva eccezione qualche modesto insediamento agricolo, testimoniato dai toponimi che, in qualche caso, sono sopravvissuti nei nomi delle località turistiche sorte nel secondo Dopoguerra (ad es. Case Scacchi presso l’odierno Lido degli Scacchi). Grazie al terreno sabbioso, un certo risultato otteneva la coltura di vigne e orti.

Rilevante era la presenza di aree boschive, relitti di foreste più ampie già notevolmente ridotte nei secoli XVII e XVIII ed oggi quasi totalmente scomparse: a nord, i boschi Mesola e Gigliola, seguiti dal Bosco Spada nei pressi dell’abbazia di Pomposa e, infine, il Bosco Eliceo che si estendeva dal Po di Volano a Magnavacca (Porto Garibaldi).

Il tratto di costa più meridionale, invece, compreso fra il Po di Primaro e Magnavacca, risultava brullo e sabbioso, in netto contrasto con le rigogliose pinete del Ravennate e i boschi di lecci più a nord. La pratica dell’agricoltura era qui inesistente e il lido veniva sfruttato esclusivamente per il pascolo degli animali, come testimonia l’antico toponimo di Porto Garibaldi – Magnavacca appunto – che stava ad indicare una superficie dedicata all’alimentazione delle mandrie.

Lo studio sistematico della morfologia costiera nell’area ferrarese iniziò nel 1811 – ad opera dell’Imperial Regio Istituto Geografico Militare di Milano – con l’avvio di una campagna di scandagli eseguiti lungo la costa fra il 1811 e il 1812 e al largo di essa fra il 1821 e il 1822. Altri rilievi furono effettuati dal Comando Superiore della Marina Austriaca per approntare la Carta della laguna e delle coste dell’Adriatico, pubblicata nel 1860 e, fra il 1886 e il 1905, dall’Ufficio Idrografico della Regia Marina Italiana. Questi lavori produssero diverse planimetrie e batometrie delle spiagge, omogenee fra loro e paragonabili, che permisero di valutare le variazioni intervenute sulla linea di costa e sulle profondità marine nel corso degli anni. Le indagini registrarono che, nell’arco di circa 90 anni, la superficie delle spiagge si era accresciuta di circa 8.200 ettari, con una media di 60 ettari l’anno: fu così stabilito per la prima volta con dati empirici che il litorale subiva, per l’azione dei fiumi – principalmente il Po – e del mare, un continuo aumento. I corsi d’acqua determinavano, infatti, un consistente apporto di materiale solido che veniva distribuito lungo il litorale in maniera più o meno regolare dall’azione del mare.

Le indagini rilevarono altresì che gli interventi antropici sull’ambiente marino – in particolare la costruzione dei moli foranei (arginature in massi a protezione dalle onde) per l’accesso ai porti – potevano interferire con i processi naturali di formazione del litorale: già nei primi anni del XX secolo, infatti, fu notato come il progressivo allungamento verso il mare dei moli di accesso al porto canale di Magnavacca avesse determinato fenomeni di erosione delle spiagge situate a settentrione e di aumento anomalo di quelle meridionali, proprio per l’interferenza causata da quelle infrastrutture con i naturali meccanismi di sedimentazione.

La presenza delle dune di sabbia lungo il litorale, infine, garantiva quella netta separazione fra terra e mare che, seppur debole, era in grado di difendere le zone vallive e le terre asciutte dal pericolo di ingressione delle acque marine. Il progressivo abbattimento di questa barriera naturale dovuto al maggiore sfruttamento dell’area costiera avrebbe determinato, negli anni a venire, la necessità di ingenti interventi antropici a difesa della costa.

L’insediamento umano, come già evidenziato, non costituiva una presenza troppo significativa: i centri abitati di un certo rilievo erano rappresentati dal porto di Magnavacca e dall’abitato di Goro, legati soprattutto all’attività portuale e della pesca marittima. La loro piena attivazione, dal punto di vista portuale commerciale, era iniziata in epoca napoleonica: in quegli anni, fra l’altro, il Consiglio Generale dei Ponts e Chaussées – il corpo francese di ingegneria civile – aveva approntato i progetti per la costruzione di un nuovo porto commerciale fra Magnavacca e il Po di Volano. Nel secondo  Ottocento, inoltre, diversi progetti, ripresi poi nel corso del XX secolo, avrebbero iniziato a ripensare il ruolo di Magnavacca quale sbocco terminale della rete di navigazione interna ferrarese e quale nodo di interscambio fra le imbarcazioni fluviali e marittime.

Intorno alla metà dell’Ottocento la progressiva estensione della terraferma verso il mare, dovuta alle deposizioni del Po, determinò la colonizzazione delle nuove terre poste alla foce del Po di Goro, lungo il più estremo lembo di terra emersa del territorio ferrarese. Il primo edificio a sorgere, per volontà del governo pontificio, aveva la funzione di dogana per il controllo del porto; nel 1864 venne edificato il primo faro. Negli anni successivi alcune famiglie di pescatori si trasferirono nella zona, dando vita al primo nucleo dell’abitato di Gorino: si trattava di alcuni insediamenti di pescatori, isolati a est dal Po di Goro e che tali sarebbero rimasti fino oltre alla metà del secolo successivo.

MP, 2011

Bibliografia

Storia di Comacchio nell’età contemporanea, a cura di Aldo Berselli, Ferrara, Este Edition, 2002; Ministero dei Lavori Pubblici, Ricerche idrografiche nel delta del Po, Roma, Istituto Poligrafico dello Stato, 1940; Ricerche geografiche sulle pianure orientali dell’Emilia Romagna, a cura di Bruno Menegatti, Bologna,Patron, 1979.

Giovedì, 15 Dicembre 2011 22:00

Vie di comunicazione

Dall’epoca antica e fino allo sviluppo delle strade ferrate, le vie d’acqua rappresentarono il mezzo più importante per il movimento delle persone e delle merci nel territorio ferrarese. A causa della disposizione geografica dei corsi fluviali – prevalentemente in direzione est-ovest – esse tendevano a favorire gli spostamenti in quella direzione, dal mare verso i centri e le regioni più ricche e popolose della pianura padana, mentre più penalizzati risultavano i collegamenti nord-sud. Oltre alla navigazione sul Po, che faceva capo allo scalo di Pontelagoscuro, notevole importanza rivestiva il canale di Volano, risultato dalla sistemazione dell’antico Po di Volano: con un percorso di 68 km e provvisto di quattro conche di navigazione (le prime tre, a Cona, Valpagliaro e Valle Lepri, ultimate nel 1675 e l’ultima costruita a Migliarino nel 1735), esso metteva in comunicazione il porto interno di Ferrara direttamente con la regione costiera e il mare Adriatico. Nel corso dell’Ottocento furono eseguiti diversi lavori per l’allargamento e l’approfondimento dell’alveo e per la rettificazione delle curve, grazie ai quali il naviglio poté divenire, fino alla scomparsa della navigazione interna, una delle più importanti idrovie dell’Alta Italia.

La rete ferrarese era integrata dai canali di Codigoro lunghi complessivamente 34 km e da una serie di canali minori, utilizzati anche per la bonifica, che nell’insieme misuravano quasi un centinaio di km: questi percorsi, tuttavia, presentavano fondali scarsi e potevano essere navigati soltanto da imbarcazioni modeste, svolgendo così un ruolo secondario. Nel complesso, tuttavia, la rete idroviaria ferrarese permetteva il collegamento del capoluogo, attraverso lo scalo fluviale sul canale di Volano, con i diversi centri della produzione agricola del territorio, nonché con gli altri porti interni e marittimi della valle padana.

La comunicazione stradale, invece, rivestiva un ruolo secondario ed era strettamente legata alla navigazione: i dossi fluviali e gli argini di fiumi e canali, infatti, erano la sede delle principali vie di transito terrestri e servivano soprattutto al traino delle imbarcazioni fluviali, eseguito sia dagli uomini che dagli animali.

Le ferrovie, che rappresentarono la vera rivoluzione nei trasporti durante il XIX secolo, comparvero nel Ferrarese soltanto dopo l’Unità, poiché fino a quel momento la situazione del credito in Italia era del tutto inadeguata agli investimenti necessari allo sviluppo delle strade ferrate.

La nascita della prima linea che avrebbe poi raggiunto Ferrara è legata al proposito di costruire una ferrovia fra quelle che allora erano le province meridionali dell’Impero Austro-Ungarico e lo Stato pontificio: per iniziativa privata, nel 1856, fu istituita la Società delle ferrovie dell’Austria meridionale, del Lombardo-Veneto e dell’Italia centrale che ottenne da Vienna la concessione per costruire una linea fra Reggio Emilia e Mantova. Dopo l’Unità, il nuovo governo nazionale, nel giugno 1860, stipulò una diversa convenzione con la Società nella quale, in sostituzione della suddetta linea, si prevedeva la costruzione di una ferrovia da Bologna a Pontelagoscuro per Ferrara. Alla convenzione seguì un progetto di legge di iniziativa ministeriale che prevedeva un tracciato quasi rettilineo, lungo 48 chilometri, che da Bologna toccasse Castelmaggiore, San Giorgio di Piano, San Pietro in Casale, Poggio Renatico fino a Ferrara e Pontelagoscuro. Al Senato, tuttavia, fu sollevata un’obiezione da parte del celebre ingegnere Pietro Paleocapa: egli sosteneva fosse da preferirsi un tracciato più lungo che si discostasse dalla linea retta per raggiungere San Giovanni in Persiceto e Cento. Secondo le sue osservazioni, infatti, il progetto si sviluppava su terreni acquitrinosi e poco salubri, comportando un maggior dispendio nella costruzione della linea; più in generale – sempre ad opinione dello studioso – i territori attraversati erano poco abitati e sostanzialmente privi di attività agricole e industriali significative.

Ne nacque una vivace polemica fra gli esponenti delle diverse amministrazioni comunali e Camere di Commercio: a favore della soluzione di Paleocapa si schierarono San Giovanni in Persiceto e Cento, che videro in questo modo la possibilità di essere raggiunti dalla strada ferrata. Ferrara e Bologna, di contro, reclamarono il percorso più breve e rapido che, in conclusione, avrebbe prevalso.

Il primo treno raggiunse Ferrara nel 1862 e l’anno seguente fu completata la tratta settentrionale, verso Padova e Venezia, mentre il ponte in ferro sul Po, costruito dalla ditta francese Cail, venne ultimato soltanto nel 1871. Il completamento della ferrovia accentuò l’importanza delle comunicazioni nord-sud e fece accrescere il ruolo del nodo stradale del capoluogo.

Negli anni successivi al compimento di questo asse fondamentale, le amministrazioni locali si impegnarono nell’elaborazione e nella presentazione di numerosi progetti volti alla costruzione di ferrovie secondarie che collegassero Ferrara con gli altri centri della provincia. Nel 1883 l’ingegner Ducati presentò al Comune di Copparo un’ipotesi di progetto per congiungere quel paese, toccando i principali centri della bassa, a Ferrara. L’Amministrazione Provinciale stabilì un piano di sviluppo per la creazione di un’ampia rete ferroviaria locale destinata ad attraversare l’intera Provincia che, integrandosi con la rete fondamentale costruita e gestita dallo Stato, fosse in grado di risolvere il problema del trasporto locale. Un ruolo fondamentale in questo processo fu giocato dalla Società Veneta d’imprese e costruzioni.

La prima ferrovia secondaria ad entrare in esercizio fu la Ferrara-Suzzara: costruita fra il 1883 e il 1888, su mandato della Provincia di Mantova, dalla Società Anonima per la Ferrovia Suzzara-Ferrara, essa rappresenta oggi, assieme alla linea per Codigoro, l’ultimo tracciato secondario superstite di quella rete, molto più ampia, che venne ideata nell’ultimo quarto del XIX secolo. La nuova opera, che correva quasi parallela al corso del fiume Po, permise un notevole incremento nello scambio di prodotti agricoli fra il Ferrarese e il Mantovano.

Il progetto della ferrovia per Copparo, invece, fu ripreso dall’ingegner Barbantini nel 1885 e finalmente approvato, anche se i lavori furono avviati soltanto all’inizio del Novecento, concludendosi con l’inaugurazione della linea nel 1903: il nuovo tracciato, nelle intenzioni iniziali, avrebbe dovuto costituire il primo stralcio di un’opera destinata a proseguire fino a Venezia, integrata con le altre linee della Società Veneta, che però non fu mai realizzata. Sempre la Veneta, invece, progettò e costruì il collegamento ferroviario da Ferrara per Cento e Modena, completato nel 1911.

La linea Ferrara-Codigoro, ideata sempre sul finire del XIX secolo e inaugurata nel 1901, nacque in realtà come tramvia a vapore, a scartamento ridotto metrico (1.000 mm invece che 1.435), per iniziativa della Società Anonima delle Tramvie Ferraresi a vapore. La tramvia, con un percorso di 52 km, seguiva il tracciato della strada provinciale comacchiese. Nel 1908, la Società Anonima delle Ferrovie e Tramvie Padane (FTP), che era subentrata nella gestione, decise di realizzare sulla linea una diramazione che, dalla stazione di Ostellato, raggiungesse Comacchio e il porto di Magnavacca (Porto Garibaldi). Questo nuovo tratto, ultimato nel 1911 non registrò mai significativi flussi di traffico; inoltre, con la trasformazione della Ferrara-Codigoro in ferrovia a scartamento normale, rimase isolato dal resto della rete e finì con l’essere ulteriormente penalizzato. Nel 1945, in conseguenza dei danni subiti durante la guerra, la tramvia Ostellato-Porto Garibaldi fu definitivamente soppressa.

L’altro asse ferroviario fondamentale, a carico esclusivo dello Stato, fu la ferrovia Ferrara-Rimini, la cui costruzione fu stabilita dalla Legge Baccarini del 1883: il primo tratto, 33 km fra Ferrara e Argenta, fu aperto al traffico in quello stesso anno, mentre l’anno seguente, dopo il completamento di altri 29 km, la ferrovia raggiunse Ravenna.

Con la diffusione delle strade ferrate l’importanza della navigazione interna, qui come nel resto della pianura padana, fu drasticamente ridimensionata, pur continuando essa a svolgere un certo ruolo fino alla metà del XX secolo, soprattutto nel movimento dei prodotti agricoli e delle merci meno pregiate e costose.

MP, 2011

Bibliografia

Antonio Zanolini, Sulla strada ferrata da Bologna al Po per Ferrara, Bologna, Regia Tipografia, 1860; Antonio Cavalieri Ducati, Le Ferrovie Ferraresi, Bologna, Società Tipografica Azzoguidi, 1885; Ministero dei Lavori Pubblici, Atti della Commissione per lo studio della Navigazione Interna nella Valle del Po. Relazione Quinta: canali e fiumi navigabili nella bassa pianura emiliana, Roma, Tipografia della Camera dei Deputati, 1903; Maurizio Barbieri, Il centenario della ferrovia Ferrara-Suzzara, «La pianura. Rivista camerale di approfondimento economico-territoriale», 1, 1989, pp. 23-26; Giorgio Mantovani, La Camera di Commercio e la ferrovia Bologna-Pontelagoscuro, «La pianura. Rivista camerale di approfondimento economico-territoriale», 1, 1998, pp. 44-48.

Giovedì, 15 Dicembre 2011 21:33

Valli e paludi

Prima degli imponenti lavori di bonifica integrale, condotti a partire dal 1873 e poi, più intensamente, fra gli anni 1920 e 1960, quasi la metà del territorio ferrarese (circa 88.000 ettari dei complessivi 232.200 di superficie totale) era occupata da zone vallive o terreni paludosi e acquitrinosi. A questi andavano aggiunti i 49.000 ettari delle Valli di Comacchio – oggi ridotte ad appena 17.000 ettari – che rappresentavano una delle più grandi regioni umide d’Europa.

Queste aree anfibie, seppure non idonee all’agricoltura, offrivano diverse opportunità, per quanto modeste, per il sostentamento della popolazione. La presenza dell’acqua, infatti, consentiva il prolificare di molte specie vegetali e animali utilizzabili dall’uomo.

I canneti, ad esempio, alimentavano diverse attività: l’inflorescenza della canna palustre, raccolta nei mesi estivi, veniva utilizzata per la fabbricazione di scope, grisole e stuoie (le arelle utilizzate nelle costruzioni per il rivestimento dei soffitti o impiegate nella bachicoltura). La canna secca, tagliata in inverno, rappresentava uno dei principali elementi nella costruzione delle abitazioni tipiche delle valli, i cosiddetti casoni. Essa era inoltre impiegata come combustibile. Altre essenze vegetali utilizzate erano la pavèra (Typha) e il quadrello (Cyperus rotundus), usate nella fabbricazione di stuoie, panieri e per l’impagliatura di sedie e fiaschi. Tutte queste attività, che assumevano carattere artigianale e talvolta industriale, coinvolgevano un gran numero di lavoratori che si sommavano agli stagionali impiegati nelle operazioni di sfalcio e raccolta della canna.

Grazie alla presenza di numerose specie di pesci (anguilla, luccio, tinca, carpa), soprattutto negli specchi d’acqua più profondi, la pesca offriva un altro contributo al sostentamento degli abitanti delle valli. Nella seconda metà dell’Ottocento furono introdotti nella pianura padana il pesce gatto (Ameiurus melas) e il persico sole (Lepomis gibbosus), originari dell’America settentrionale, che divennero un piatto comune soprattutto per i più poveri. Attraverso le vie di comunicazione fluviale, inoltre, il pesce di valle poteva raggiungere il mercato di Ferrara. Significativa era pure la presenza di uccelli, migratori e stanziali, che rappresentavano un ulteriore apporto alla sussistenza della popolazione.

Si trattava, insomma, di un mondo arcaico, legato a consuetudini e tradizioni secolari che si erano sviluppate per tutta l’età medievale e moderna, ma che ancora sopravviveva nel XIX secolo, prima di essere cancellato per sempre dall’avvento della modernità, rappresentata in questo caso dalla bonifica idraulica.

Le Valli di Comacchio non costituivano uno specchio d’acqua continuo ma erano suddivise in diversi bacini da numerose arginature, spesso naturali ma più frequentemente approntate dall’uomo, che venivano chiamate dialettalmente bari. I bacini, detti campi, avevano dimensioni diverse e prendevano il nome di Mezzano, Pega, Rillo, Fattibello, Spavola, Isola, per citare i principali.

L’attività antropica prevalente era rappresentata dalla pesca, soprattutto delle anguille e dei cefali, le specie più presenti nelle valli. Essa si basava sul processo naturale di migrazione dei pesci dal mare alla laguna e viceversa e forniva l’80% delle risorse economiche per la sussistenza della popolazione. Il periodo di lavoro più intenso era quello autunnale, da settembre a dicembre, quando i pesci adulti lasciavano la laguna per andare a riprodursi in mare: attraverso l’apertura delle chiaviche, durante l’alta marea, veniva immessa nelle valli acqua marina, così da attirare i pesci verso gli sbocchi dei campi e dei canali dove – tramite appositi meccanismi detti lavorieri – essi venivano catturati.

Oltre alla pesca e allevamento in senso stretto, la presenza delle anguille alimentava una serie di attività correlate, legate alla fabbricazione delle reti (prevalentemente femminile), alla marinatura del pesce per la conservazione, ai lavori di scavo e manutenzione dei canali e delle arginature.

I lavoratori nelle valli, detti vallanti, erano circa 300, a cui si aggiungevano 120 sorveglianti. I vallanti erano suddivisi in 33 famiglie, dirette da un caporione e organizzate secondo una rigida gerarchia. A loro spettava il compito di curare la manutenzione delle dighe, delle chiuse e dei lavorieri, nonché la raccolta del pesce e il suo trasporto nelle manifatture per la lavorazione. I sorveglianti, invece, dovevano vigilare soprattutto nei confronti della pesca di frodo da parte dei cosiddetti fiocinini, particolarmente diffusa e divenuta una costante preoccupazione delle autorità soprattutto alla metà del secolo, quando il quadro sociale e finanziario dell’economia di valle divenne sempre più critico.

La fabbricatura riguardava, invece, le attività di conservazione del pesce: una volta prelevato dalle valli, infatti, il pescato veniva trattato, attraverso procedimenti raffinati di cottura o di marinatura, così da poter alimentare la filiera commerciale. Nei diversi stabilimenti presenti a Comacchio erano impiegate circa 200 persone, soprattutto stagionali, poiché il periodo di maggior lavoro era limitato alla stagione autunnale. L’attività era gestita da un gruppo di famiglie comacchiesi che controllavano sia la produzione che lo smercio e la commercializzazione del pesce.

Tuttavia, soprattutto intorno alla metà del XIX secolo, l’attività della pesca fu ostacolata da una serie di avvenimenti calamitosi, in particolare la siccità, che provocava durante l’estate un’eccessiva evaporazione dell’acqua nelle valli, con conseguente aumento della salinità. Già nel 1825 la società appaltatrice delle valli, che dal 1797 erano gestite dal Comune di Comacchio, fu ridotta al fallimento con grave danno del Comune stesso: in quell’anno morirono quasi tre milioni di kg di pesce, obbligando la popolazione locale a scavare enormi fosse per interrare o bruciare i pesci in putrefazione, al fine di scongiurare pestilenze. La siccità si prolungava fin dal 1822 e a nulla erano valsi gli interventi eseguiti nel ’24, presso il porto di Magnavacca, per migliorare lo scambio idrico fra il mare e la laguna. Il governo pontificio fu costretto a intervenire, finanziando direttamente l’Amministrazione Comunale per coprire le perdite: da quel momento il continuo deficit dell’economia valliva determinò una situazione per la quale la sopravvivenza del territorio si basava, di fatto, sull’assistenza statale. Dopo l’unificazione, lo Stato, pur continuando a sovvenzionare le valli, cercò di porre freno alle perdite economiche cedendo nuovamente la gestione al Comune (1868): negli anni successivi, ad eccezione del 1890, l’attività peschereccia fu piuttosto proficua ma ciò non impedì che il bilancio rimanesse in passivo fino al 1896. Inoltre la situazione destava preoccupazione anche dal punto di vista sociale: in due casi, quello già citato del 1890-91 e poi ancora nella stagione 1901-02, la disperazione dei comacchiesi ormai ridotti alla fame fu causa di vere e proprie sommosse.

La crescente pressione demografica, inoltre, e i nuovi imperativi modernizzanti, legati al risanamento dei centri urbani e all’igiene, determinavano i presupposti per una grande battaglia contro gli spazi anfibi, diretta sia all’allargamento della superficie agricola che al miglioramento delle condizioni di vita degli abitanti e alla lotta contro la malaria.

Le bonificazioni, seppur limitatamente, iniziarono nel 1873 con il prosciugamento delle valli Gallare, Volta, Prove e Rai che si concluse dieci anni più tardi e interessò una superficie complessiva di circa 9.000 ettari. Nell’ultimo decennio del XIX secolo furono eseguiti numerosi rilievi, quali indagini pluviometriche e calcoli sull’evaporazione e la salinità delle valli; furono inoltre discusse varie soluzioni (progetto Canestrini, 1892; progetto Bullo, 1893; progetto Samaritani, 1894) che miravano a risolvere il delicato problema del ricambio d’acqua nella laguna per affrontare gli inconvenienti della siccità, così da assicurare condizioni più favorevoli per la sopravvivenza delle attività di pesca tradizionali. I costi proibitivi, stimati nel 1904 in 900.000 lire da un’apposita commissione tecnica istituita presso il Municipio di Comacchio, e la generale tendenza verso gli interventi di bonifica integrale non resero però possibile l’attuazione di questi progetti. In conseguenza della Legge Baccarini del 1882, fu così progettata la bonificazione di buona parte della superficie valliva superstite, attuata in più stralci nel secolo XX: già al principio degli anni 1920, con il prosciugamento delle valli Trebba, Ponti e Raibosola, la laguna risultava ridotta a poco più di 30.000 ettari, destinati a diminuire ulteriormente negli anni successivi, fino a raggiungere lo stato attuale.

La progressiva riduzione degli spazi anfibi comportò la distruzione dell’equilibrio, pur precario, fra la popolazione e il territorio, oltre alla scomparsa delle attività economiche tradizionali. Le opere di bonifica, infatti, offrirono in un primo momento grandi opportunità di lavoro che comportarono un significativo aumento degli abitanti (fra il 1861 e il 1911, nel solo territorio di Comacchio, la popolazione crebbe di circa 40.000 individui). In seguito, tuttavia, nelle nuove terre rese alla coltivazione, si stabilirono grandi imprese agricole ad alto rendimento che poterono assorbire solo una minima parte dei lavoratori in precedenza impiegati nei lavori di bonifica.

MP, 2011

Bibliografia

Giorgio Roletto, Appunti geografico-economici sulle “Valli” di Comacchio, «Rivista Geografica Italiana», XXXII, 1925, pp. 147-154; Terre ed acqua: Le bonifiche ferraresi nel delta del Po, a cura di Anna Maria Visser Travagli e Giorgio Vighi, Ferrara, Corbo, 1989; Franco Cazzola, Fiumi e lagune: le acque interne nella vita regionale, in Storia di Comacchio nell’età contemporanea, a cura di Aldo Berselli, Ferrara, Este Edition, 2002.

Mercoledì, 10 Agosto 2011 15:01

Fiumi

Nel corso del XIX secolo gli interventi di sistemazione dei fiumi e dei canali determinarono un assetto idrico che, seppure non del tutto risolutivo, era destinato a caratterizzare il territorio ferrarese fino alla contemporaneità. Molteplici furono le rotte e le alluvioni, alle quali fece fronte un costante lavoro di manutenzione e rinforzo delle opere di difesa.

Sotto l’aspetto teorico, numerosi studi – fra i quali occupano un posto di rilievo le opere di Elia Lombardini – evidenziarono un progressivo aggravarsi dei fenomeni alluvionali, in riferimento all’altezza massima delle piene rispetto al piano di campagna. Gli interventi, come suggerito dallo stesso Lombardini, interessarono soprattutto il rialzo e l’irrobustimento degli argini, sebbene sulla natura di queste opere i pareri fossero contrastanti. Altri ingegneri – ad esempio il francese Gaspard de Prony, direttore delle École de Ponts e Chaussées – sostennero che proprio nell’innalzamento degli argini era da ricercarsi il problema dell’elevazione dell’alveo che determinava una maggiore pericolosità delle piene. Secondo Lombardini, invece, il progressivo aumento del livello dei fiumi era determinato dal degrado delle pendici montuose, disboscate per far spazio alle coltivazioni, che subivano una maggior erosione con conseguente crescita nel trasporto di materiale solido. Il fenomeno interessava particolarmente il fiume Panaro: al ponte di Navicello, sulla strada di Nonantola, il livello medio di massima piena passò dai 7,90 metri del 1783 ai 10,10 del 1842. In seguito a questi rilievi furono innalzati nuovi argini dalla foce in Po fino a cinque chilometri a monte del suddetto ponte. Gli interventi determinarono così la completa canalizzazione dell’ultimo tratto del fiume.

Studi più recenti hanno stabilito, di contro all’opinione dominante nel secolo XIX, che la crescita del livello idrometrico nei fiumi della pianura padana fu legata agli interventi di bonifica per l’aumento della superficie coltivabile. Questi richiesero l’incremento delle difese longitudinali dei fiumi – gli argini – che avevano lo scopo di condurre le acque in un unico alveo, determinando così l’innalzamento del livello idrometrico all’interno dell’alveo stesso.

La prima grave alluvione del Po che colpì il territorio ferrarese ebbe luogo nel 1812. Il 15 ottobre, nei pressi della frazione di Ravalle, il grande fiume aprì una breccia nell’argine lunga 170 metri: l’acqua allagò in breve tempo i campi circostanti, distruggendo numerose abitazioni. Il giorno successivo buona parte del Polesine di Casaglia era sommerso, la strada di Pontelagoscuro era stata distrutta e l’alluvione minacciava la stessa città di Ferrara, arrivando a lambirne i sobborghi. Tuttavia la piena riuscì a defluire nel Polesine di San Giovanni e da qui al mare, scongiurando la catastrofe.

Nel 1839 il Po cominciò a crescere già dai primi di ottobre e la situazione non fece che peggiorare a causa delle piogge persistenti e del forte scirocco che manteneva alto il livello del mare. Nonostante l’enorme sforzo da parte della popolazione per scongiurare lo straripamento, nella notte del 12 novembre l’argine cedette a Bonizzo, presso Borgoforte sul Po. Nel volgere di poche ore le acque raggiunsero ed allagarono Bondeno, mentre falliva il tentativo di creare un argine provvisorio intorno al paese. Due giorni più tardi l’argine crollava anche a Castel Trivellino e l’alluvione dilagò su una superficie di 700 km quadrati, raggiungendo in alcuni punti i 9 metri di altezza. Particolarmente colpite, oltre a Bondeno, furono le frazioni di Pilastri, Stellata, Scortichino e Burana; nel solo Ferrarese oltre 7.200 persone dovettero abbandonare le loro case per cercare rifugio sulla sommità degli argini o furono tratte in salvo con le barche. Il perdurare delle avverse condizioni atmosferiche non fece decrescere l’acqua fino al 16 dicembre: nel Comune di Bondeno crollarono 578 case e 198 furono gravemente danneggiate, spingendo il governo pontificio ad accordare agli alluvionati l’esenzione delle tasse per tre anni.

Fra questo evento e la successiva e ancor più grave alluvione del 1872 ebbe luogo l’unificazione politica del paese che comportò una notevole rivoluzione nell’approccio al controllo dell’assetto idrico: alla gestione diretta da parte degli abitanti, che per secoli avevano curato le manutenzione e affrontato le emergenze – grazie ad una cultura idraulica diffusa e stratificata – si sostituirono i tecnici e i funzionari quale emanazione del nuovo potere centrale. Sollevate le popolazioni locali dall’onere della salvaguardia fluviale, la questione venne ben presto soffocata da regolamenti puntigliosi e burocratici che avrebbero comportato un peggioramento nella qualità e nella funzionalità degli interventi.

La rotta del 1872 fu, in parte, il risultato di questa nuova gestione. Fin dal 1839 si era palesato il pericolo di possibili cedimenti degli argini nel territorio fra Ro e Guarda Ferrarese. I lavori di rinforzo delle opere di difesa, approvati dal Genio Civile nel 1862, furono condotti impropriamente, senza verificare la natura dei terreni sottostanti gli argini, né sistemare i numerosi fossi di scolo. Il crollo dell’argine avvenne il 23 maggio, dopo che da oltre dieci giorni il Po aveva superato il livello di guardia: l’argine cedette in quattro punti e in pochi attimi l’abitato di Guarda fu devastato. La piena si diresse verso l’argine del canal Bianco che resistette alcuni giorni per poi cedere, innescando un effetto a catena: le acque dilagarono fino al Po di Volano che il 3 giugno finì con lo straripare anch’esso. A quel punto l’alluvione aveva coperto un’area di 70.000 ettari, grossomodo tutto il territorio della Grande Bonifica Ferrarese: verso occidente aveva raggiunto l’abitato di Boara, prossima a Ferrara; verso oriente, fino a Mesola, Goro e la Val Vaccolino. Ci vollero più di cinquanta giorni per arginare le rotte, mentre l’acqua del fiume, alimentata dallo scioglimento delle nevi, continuava a defluire per la campagna.

Le diverse indagini che seguirono non poterono stabilire alcun provvedimento poiché ai primi di ottobre il Po cominciò nuovamente a salire e il giorno 23 ruppe gli argini presso Ronchi di Revere, danneggiando soprattutto il Bondenese. La commissione parlamentare di inchiesta che seguì al disastro non fu in grado di accogliere molte delle richieste che venivano dal territorio, come la necessità di realizzare le casse di espansione (i bacini artificiali che servono ad accogliere parte della piena in modo da ridurre la portata del fiume) o l’istituzione di una scuola idraulica a Ferrara che potesse formare tecnici specializzati nello studio del regime idrico.

Dal 1795 il Reno, con la realizzazione del Cavo Benedettino fra le località di Malalbergo e Traghetto, era stato inalveato nell’antico percorso del Po di Primaro, senza che fossero tuttavia risolti i numerosi problemi, legati, soprattutto, al notevole apporto solido del fiume che determinava un progressivo innalzamento dell’alveo rispetto ai terreni circostanti.

In epoca napoleonica si riaprì il dibattito sulla conduzione del Reno nel ramo principale del Po: assieme al progetto per la botte sotto il Panaro, destinata a convogliare le acque del bacino di Burana, si prospettò la costruzione di una seconda botte, sotto l’alveo del Reno, per scaricare le acque del fiume nel Panaro e quindi nel Po. Il progetto fu però abbandonato.

Dopo la Restaurazione, così come nei primi decenni postunitari, fu proseguito un costante lavoro di sistemazione e manutenzione dell’inalveazione del Reno che non impedì, tuttavia, le molteplici rotture degli argini: particolarmente gravi furono quelle negli anni 1842, 1864 e 1896, che allagarono buona parte del terzo circondario, pur preservando il Polesine di San Giorgio e la stessa città di Ferrara. Le torbide contribuivano infatti a rialzare il fondo del nuovo alveo e a determinare alterazioni nel deflusso delle acque. Le osservazioni periodiche, tuttavia, stabilirono che, a partire circa dal 1875, il fiume acquisì finalmente una stabilità alveale.

Sotto l’aspetto della navigazione interna particolare rilievo assunse la sistemazione del Po di Volano, attraverso progressivi tagli di meandri e rettifiche dell’alveo per ridurne la lunghezza: nel 1830 venne aperto il drizzagno del Cantone, circa 6 km prima del mare, che abbreviò il percorso di 2,4 km; ben più importante fu il cosiddetto Diversivo Baccarini, 2 km a valle di Codigoro, completato nel 1877, che tagliò un meandro lungo circa 10 km. Restava da affrontare il problema degli insufficienti apporti idrici necessari ai bisogni della navigazione. La questione fu definitivamente risolta quando, completate le opere per il cosiddetto Cavo Napoleonico, le acque della Bonifica di Burana vennero scaricate nel Volano, assicurando così portate sufficienti a rendere il naviglio una delle più importanti e trafficate vie d’acqua della valle padana.

MP, 2011

Bibliografia

Elia Lombardini, Dei cangiamenti cui soggiacque l’idraulica condizione del Po nel territorio di Ferrara e della necessità di rettificare alcuni fatti annunciati da Cuvier su tale argomento, Milano, Bernardoni, 1854; Antonio Bottoni, Appunti storici sulle rotte del basso Po, Ferrara, Tipografia Sociale, 1873; Erminio Cucchini, La bonificazione di Burana e il Naviglio di Volano, Ferrara, Industrie Grafiche Italiane, 1922; Baldassarre Bacchi, Stefano Orlandini, Maurizio Pellegrini, Le alluvioni del Po nel secolo XIX: alla ricerca delle cause, in La dinamica fluviale del Po nell’Ottocento e le tavole della Commissione Brioschi, a cura di Ireneo Ferrari e Maurizio Pellegrini, Diabasis, Reggio Emilia, 2007, pp. 145-166.

Mercoledì, 10 Agosto 2011 14:54

Bonifiche

La geografia del territorio ferrarese – stretto fra l’ultimo tratto del corso del Po, gli alvei pensili dei fiumi appenninici e il mare – ha determinato, nel corso dei secoli, l’esigenza di imponenti lavori di bonifica, fra i più considerevoli di tutta la pianura padana. Lo sforzo millenario di redenzione dei suoli umidi all’agricoltura conobbe diversi momenti significativi, già a partire dall’antichità: la possibilità di esercitare l’attività agricola fu infatti fortemente condizionata dalla presenza di acque stagnanti e dal bisogno di difendere i terreni coltivabili dall’azione alluvionale dei fiumi.

Nel corso del XIX secolo gli interventi di bonifica furono rivoluzionati da due fattori principali: in primo luogo i mutamenti politico-amministrativi che comportarono un nuovo approccio alla gestione del fenomeno, sovvertendo istituti e consuetudini secolari; in secondo luogo il notevole progresso scientifico che si attuò nell’introduzione delle tecniche di bonifica meccanica.

Per quanto riguarda il primo aspetto, già durante l’età napoleonica si determinò una profonda rivoluzione dell’assetto fondiario e degli istituti giuridici con conseguenze molto rilevanti per le opere di bonifica: con l’arrivo delle truppe francesi, ad esempio, fu abolita la Conservatoria della Bonificazione, istituita nel 1580 da Alfonso II d'Este per curare l’insieme di opere realizzate nel territorio della Grande Bonificazione Ferrarese.

L’alienazione dei beni ecclesiastici, da un lato, e l’unificazione amministrativa dei diversi territori italiani, portarono ad un’azione più incisiva da parte dello Stato che, in campo idraulico, consentì una visione più globale dei problemi da risolvere. Per quanto concerne nello specifico il territorio ferrarese, un esempio in tal senso è l’avvio dei lavori per la bonificazione di Burana, approvati nel 1810, che interessavano un ampio territorio compreso fra i fiumi Po, Secchia e Panaro. Il progetto consisteva nella costruzione di una grande botte a sifone attraverso la quale le acque del bacino buranese avrebbero sottopassato il fiume Panaro per essere immesse nel Po e scaricate nel Mar Adriatico. Dopo la Restaurazione, la regione si trovò nuovamente divisa fra lo Stato pontificio, l’Impero asburgico e il Ducato di Modena e i lavori poterono essere condotti a termine soltanto con l’Unità d’Italia.

L’innovazione degli aspetti legislativi proseguì anche dopo la caduta di Napoleone: con il ritorno del territorio ferrarese sotto il governo pontificio, si assistette ad un’importante riorganizzazione amministrativa che prevedeva di riunire i diversi bacini e comprensori di scolo della pianura in sei Circondari Idraulici. Questo provvedimento, però, si limitò soltanto a definire un nuovo impianto giuridico, tralasciando una politica di interventi generali che potessero risolvere il problema delle acque.

Fu soltanto dopo la formazione del Regno d’Italia che la questione venne nuovamente affrontata in modo sistematico, concentrando l’attenzione, in primo luogo, sulla sistemazione dei canali di scolo e dei corsi d’acqua alla destra del basso Po: gli studi furono condotti da una commissione parlamentare appositamente costituita e presieduta dal noto ingegnere Pietro Paleocapa.

A livello legislativo, la vera novità fu la promulgazione, nel 1882, della Legge Baccarini, con la quale si cominciarono a considerare di pubblica utilità gli interventi di bonifica. La legislazione precedente, infatti, soprattutto in riferimento alla legge generale sulle opere pubbliche del 1865, lasciava l’iniziativa per il prosciugamento dei terreni paludosi nelle mani dei privati. L’obiettivo del nuovo provvedimento era quello di porre nelle mani dello Stato, dei Comuni e delle Province la responsabilità di finanziare gli interventi di bonifica e di curarne il mantenimento, attraverso lo strumento operativo del consorzio che, dal 1893, divenne obbligatorio, sollevando progressivamente i privati dal concorso nella spesa per gli interventi.

Negli anni successivi si assistette alla nascita dei diversi consorzi di bonifica preposti alla gestione del problema: nel 1883, il Consorzio della Grande Bonificazione Ferrarese; nel 1885, il riconoscimento con Regio Decreto del Consorzio del secondo Circondario Polesine di San Giorgio; nel 1892, il Consorzio interprovinciale per la bonifica di Burana, per citare i principali.

Nel 1862 fu promossa dal ministro dell’Agricoltura Gioacchino Pepoli un’inchiesta, compiuta dal suo successore Luigi Torelli, per calcolare l’estensione delle aree paludose nelle diverse province: la campagna ferrarese, con una superficie totale di 232.219 Ha, era occupata per circa 88.000 Ha da valli, paludi e prati naturali spesso acquitrinosi, ai quali si sommavano i 35.000 Ha delle Valli di Comacchio e di altri laghi costieri minori. Oltre la metà del territorio, dunque, non era passibile di coltivazioni stabili. Novant’anni dopo, grazie agli imponenti lavori avviati nel secondo Ottocento, la superficie non coltivabile si sarebbe ridotta ad appena 40.000 Ha.

La sistemazione degli scoli fluviali, attuata secondo il piano di Paleocapa negli anni immediatamente successivi all’Unità, aveva risolto solo in parte i problemi idraulici del territorio: ampie zone, nella parte più orientale della provincia, si trovavano ad altimetrie spesso inferiori, o comunque poco superiori, al livello del mare. Per rendere questi territori all’uso agricolo era dunque necessario provvedere meccanicamente al sollevamento delle acque.

Dal punto di vista tecnico, infatti, la novità più importante dell’Ottocento fu l’introduzione delle idrovore a vapore per il sollevamento meccanico delle acque, premessa fondamentale al processo di bonifica integrale che sarebbe stato condotto a termine nei primi decenni del secolo successivo. Nel Ferrarese i primi esperimenti di questo tipo avvennero negli anni 1850: l’ingegner Cesare de Lotto, direttore del Consorzio di Cavarzere – dove fra il 1849 e il 1853 erano state avviate le prime bonifiche meccaniche in Italia – elaborò un dettagliato piano per la sistemazione idraulica delle terre del primo circondario (compreso fra il Panaro, il Po e il Po di Volano) e del secondo (fra il Po di Volano, il Po di Primaro e le Valli di Comacchio). La prima idrovora a vapore fu costruita a Baura, sul Po di Volano, nel 1857. Altri tentativi vennero eseguiti in alcune valli periferiche del primo circondario, ma i risultati furono piuttosto insoddisfacenti sia dal punto di vista tecnico che – e soprattutto – per le insufficienti risorse finanziarie che portarono al fallimento delle iniziative.

Fu soltanto dagli anni 1870 che questi interventi iniziarono a riguardare ampie estensioni di terreno e a conoscere i primi successi. Una prima svolta fu legata all’afflusso di capitali inglesi attraverso la Ferrarese Land Reclamation Company Limited, fondata a Londra nel 1871: l’interesse britannico era indirizzato alle esportazioni di canapa che da decenni, dalle campagne ferraresi e bolognesi, raggiungevano i mercati della Gran Bretagna. L’anno successivo alcuni importanti gruppi finanziari torinesi, attirati dall’iniziativa, cercarono la fusione con la società inglese, giungendo alla nascita della Società per la Bonifica dei Terreni Ferraresi, che acquisì oltre ventimila ettari di terre anfibie nel primo circondario. L’esecuzione delle opere procedette da quel momento molto celermente, soprattutto per quanto riguarda la costruzione dell’idrovora di Codigoro, fornita di macchinari inglesi, che divenne una delle più grandi del tempo. I risultati, anche per l’insufficienza delle idrovore e per l’aggravarsi dei fenomeni di bradisismo, furono inferiori alle aspettative: i lavori furono dichiarati conclusi nel 1880, anche se in occasioni di forti precipitazioni o di intumescenza dei fiumi la terre più basse divenivano bacino di scolo di quelle più alte, rimanendo sommerse.

Nel secondo circondario, il Polesine di San Giorgio, le condizioni dei terreni erano relativamente migliori rispetto a quelle del primo circondario, poiché le aree depresse, invece che formare un bacino unico, erano separate da una serie di rilievi, formati dai dossi degli antichi percorsi fluviali o dagli argini dei canali che consentivano di intraprendere il prosciugamento di ciascun settore in maniera indipendente dagli altri. Gli impianti di sollevamento vennero attivati a partire dal 1872 conseguendo il prosciugamento di ampie zone già nel decennio successivo.

Anche se la bonifica integrale fu portata a termine soltanto nel XX secolo, questi interventi posero la base per una radicale trasformazione del territorio, destinata a stravolgere per sempre l’equilibrio fra terre asciutte e coltivabili e zone paludose o vallive, sopravvissute oggi soltanto ad uno stadio residuale.

Dal punto di vista sociale, una delle conseguenze più evidenti del processo di bonifica nel territorio ferrarese fu lo stravolgimento del tradizionale assetto nelle campagne: le aree rese all’agricoltura, in precedenza poco popolate, avevano accolto una massa consistente di persone, espulse dalle zone agricole dell’alta e media pianura. Questi lavoratori, che si accontentavano di attività stagionali, erano impiegati nella periodica sistemazione degli argini e dei canali di scolo, oppure nelle operazioni di semina e raccolta dei prodotti agricoli, all’interno della grande azienda di tipo capitalistico: donne e uomini che andarono a costituire la nuova classe del bracciantato.

MP, 2011

Bibliografia

Teresa Isenburg, Investimenti di capitale e organizzazione di classe nelle bonifiche ferraresi (1872-1901), Firenze, La Nuova Italia, 1971; Franco Cazzola, La bonifica del Polesine di Ferrara dall’età estense al 1885, in La Grande Bonificazione Ferrarese. Vicende del comprensorio dall’età romana alla istituzione del Consorzio (1883), a cura del Consorzio della Grande Bonificazione Ferrarese, Ferrara, SATE, 1987; Cesare de Lotto, Piano in prevenzione sul prosciugamento artificiale col mezzo delle macchine a vapore nel primo Circondario consorziale della provincia ferrarese, Ferrara, Bresciani, 1854; Vittorio Peglion, Le bonifiche ferraresi, Ferrara, Bresciani, 1910.


Istituto di Storia Contemporanea - vicolo Santo Spirito, 11 - 44121 Ferrara
Telefono e fax: 0532/207343 - email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - sito: http://www.isco-ferrara.com/ - Privacy & Cookies