Ospedale psichiatrico

In epoca preunitaria esistevano ospedali e ricoveri che racchiudevano tra le loro mura masse di persone difficilmente classificabili, tra le quali i folli erano forse solo una minima parte. Anche le poche istituzioni più propriamente destinate al ricovero degli alienati non potevano essere considerate veramente psichiatriche, mancando ancora una sistematizzazione teorica in grado di garantire uniformità nelle diagnosi ed essendo gli interventi terapeutici inefficienti, privi di fondamento scientifico e spesso semplicemente mutuati dalla medicina generale.

Una delle teorie più seguite all’epoca faceva risalire le diverse forme di alienazione mentale, secondo una logica strettamente organica, ad alterazioni del flusso sanguigno cerebrale. Nei manicomi del tempo si faceva, perciò, largo uso della pratica del salasso. Polpe di tamarindo, vino greco, vino generoso, alimentazione varia e abbondante, acque catartiche e deostruenti erano, infine, tra le prescrizioni più frequenti.

Il manicomio di Ferrara fu istituito due anni prima dell’Unità d’Italia, su iniziativa di Girolamo Gambari. Fino al 1858, il reparto psichiatrico dell’ospedale Sant’Anna, celebre più che altro per avere avuto tra i suoi reclusi il poeta Torquato Tasso, era l’unico ente preposto alla cura degli alienati ed era destinato al puro contenimento della devianza psichica, senza scopi riabilitativi né di reinserimento nella vita sociale. Il Sant’Anna aveva due reparti destinati a ospitare i malati mentali: uno per i tranquilli e l’altro per gli agitati, con una ripartizione rispondente ai criteri “morali” allora in voga. Non possono sfuggire le similitudini tra i lazzaretti e i manicomi: il modello che la neuropsichiatria dell’Ottocento ereditava dalla medicina delle malattie infettive era fatto di isolamento ed esclusione; strutture ospedaliere il cui scopo principale era quello di salvaguardare la società. Il terrore del contagio, che aveva giocato un ruolo centrale nella modalità di intervento della medicina delle malattie infettive, fu altrettanto importante nel determinare la risposta che la società italiana dava al grosso problema della patologia mentale.

L’acquisizione di un punto di vista clinico più che assistenziale e contenitivo determinò, invece, una svolta nella nascente disciplina psichiatrica portando all’autonomizzazione dell’ospedale psichiatrico, rispetto al Sant’Anna, e alla limitazione dei ricoveri ai soli malati mentali.

Nelle intenzioni dei curatori, anche se spesso disattese, il manicomio non doveva essere chiuso verso l’esterno in quanto era inteso non solo come luogo di cura specialistica, ma anche come luogo di risocializzazione. Per questo motivo, il mantenimento di stretti rapporti tra il malato e l’ambiente di origine era ritenuto molto importante per la riuscita terapeutica.

Gambari, primo direttore della nuova struttura manicomiale, si mostrò attento a garantire condizioni igieniche, alimentari e abitative che potessero compensare quelle sfavorevoli di partenza (nella quasi totalità dei casi, la provenienza dei malati era di origine contadina o bracciantile), talvolta cause concorrenti allo scatenamento della crisi di follia. Il medico stese così un progetto adatto alla costruzione di una casa per alienati di circa 200 degenti in cui fosse possibile creare, oltre alla tradizionale divisione tra uomini e donne, agitati e tranquilli, anche locali destinati a ogni tipologia: tranquilli, convalescenti, infermi, suicidi, epilettici, irrequieti e furenti.

Ottenuta dall’amministrazione provinciale l’antica residenza patrizia di via della Ghiara, palazzo Tassoni, Gambari si apprestò, dopo aver visitato vari manicomi italiani e ispirandosi al modello francese, ad adattare l’edificio allo scopo, nonostante la situazione reale fosse piuttosto distante da quella ideale del progetto. Il riadattamento e l’ubicazione dei servizi (cucine, cantine, abitazioni del personale medico e amministrativo) furono realizzati in modo da garantire il più possibile la tranquillità dei pazienti rispetto all’esterno: visite dei familiari, un tempo meno disciplinate e interferenti con le terapie ospedaliere, fornitori, visitatori. Cuore stesso dell’attività terapeutica era la messa al lavoro dei “pazzi”, ma nell’isolamento, ossia l’ergoterapia, in evidente analogia con la pena del lavoro forzato molto praticato negli Stati italiani preunitari e in molti Paesi europei.

Erano, spesso, gli stessi delegati comunali a prendere la decisione di inviare i loro concittadini al manicomio e, al pari dei parroci, facevano da tramite tra l’istituzione, o i malati, e le famiglie per la circolazione di notizie sulla salute e sullo stato mentale dei ricoverati.

Le cause più frequenti di ricovero erano la demenza, la mania e la lipemania (una forma di depressione). Nel corso del ventennio successivo alla creazione del manicomio, la pellagra, prima confusa con altre forme di demenza, si impose come una voce ben identificata nelle statistiche.

Sulla questione del maidismo, per ovvi motivi al centro degli interessi della psichiatria ferrarese, Gambari anticipava la tesi del suo successore, Clodomiro Bonfigli, sul carattere spesso non patologico in senso psichiatrico della sintomatologia a essa collegata.

Bonfigli succedette al fondatore nel 1874 inaugurando una stagione molto feconda per il manicomio ferrarese segnata, in particolare, dalla polemica con Cesare Lombroso, iniziata nel 1878. Contro l’interpretazione semplificatrice che faceva risalire la malattia all’uso del mais avariato contenente un principio velenoso, Bonfigli adottò un’eziologia complessa della pellagra nata da un’attenta osservazione dei malati.

Bonfigli, come il suo predecessore, riteneva estremamente importante l’esistenza di luoghi di lavoro agricolo socializzante, adatto a una popolazione di origine contadina che mal sopportava la chiusura del manicomio di Ferrara tra le mura cittadine. Egli esigeva pertanto che gli infermieri conoscessero un mestiere ben preciso che permettesse loro e ai loro malati di allestire e gestire i servizi interni. Già nel 1874 aveva provveduto a impiantare quasi tutte le industrie manicomiali: officine per fabbri, muratori, pittori, falegnami, tappezzieri, sarti, per la sezione maschile; laboratori di sartoria, cucito e bachicoltura nella sezione femminile. Attività che andavano ad aggiungersi alla pratica consolidata della lavorazione della canapa a livello industriale. Il lavoro non determinava i suoi ritmi in base alle esigenze della produzione, ma a quelle della terapia; perciò l’organizzazione era elastica, adatta a dei malati che si interrompevano spesso e che ricevevano qualche compenso in tabacco, alimenti o altro. Il manicomio in tal modo realizzava l’autosufficienza per i servizi della sua gestione e si proponeva come unità produttiva integrata nell’economia locale.

Come i pazienti, ai quali erano assimilati come appartenenti a classi vicine al confine della pericolosità sociale da educare e piegare al lavoro, anche gli infermieri non erano retribuiti.

Nel 1890, con il passaggio della gestione del manicomio nelle mani di Ruggero Tambroni, l’ospedale psichiatrico, così come la stessa cultura psichiatrica ferrarese, si avviavano a transitare dall’empiria alla scienza. Nel corso del suo operato, Tambroni seguì le direttive del Bonfigli, rafforzando ancora di più l’impostazione sperimentale dell’attività medica. Non fu, invece, un campione di progresso nel campo del trattamento dei malati di mente dove, seppur sensibile alle sollecitazioni provenienti dal pensiero e dal metodo psicanalitico, continuava a ritenere estremamente importante l’uso di mezzi coercitivi e di contenzione dei malati in quanto l’assistenza ospedaliera non era ancora organizzata da renderne possibile l’abolizione. Gli sviluppi della disciplina psichiatrica lo avrebbero, tuttavia, fortunatamente smentito.

FB, 2011

 

 

Bibliografia

Danilo Di Diodoro, Giuseppe Ferrari, Linee di sviluppo nella psichiatria italiana nel XIX secolo, «Rivista Sperimentale di Freniatria», CVI, 1982; Ermanno Cavazzoni, Archivi manicomiali in Emilia Romagna, «Società e storia», XXVIII, 1985, pp. 443-478; Maria G. Meriggi, La nascita e le prime esperienze del manicomio di Ferrara (1858-1895), «Padania, Storia cultura istituzioni», II, 1987, pp. 207-223.

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