Inondazioni

Il padimetro di corso Martiri della Libertà, dove sono registrate le piene storiche del Po dal 1705 al 1951 Il padimetro di corso Martiri della Libertà, dove sono registrate le piene storiche del Po dal 1705 al 1951

Il paesaggio del triangolo del territorio ferrarese all’inizio dell’Ottocento è interpretato in modo esteticamente raffinato e progettuale nelle tavole della carta del Dipartimento del basso Po, istituito nel 1805, volute nel 1811 dal Deposito della guerra con sede a Milano nell’ambito dell’amministrazione napoleonica e compiute nel 1814. Esse ci comunicano quello che forse è il tratto saliente dell’area a quell’epoca: un territorio pianeggiante, con lieve pendenza (8-12 cm per km), giacitura sotto il livello del mare per la porzione più orientale, coperta da acque poco profonde in parte dolci e in parte salmastre, chiazzate da diffusa vegetazione palustre e innervate da affioramenti lineari di cordoli di lieve superiore altimetria, abbracciato nella sua porzione settentrionale dal percorso lento del Po e verso sud orlata da corsi d’acqua minori di cui chiaramente si coglie la modificazione per azione antropica: quei corsi d’acqua che scendono a pettine dall’Appennino e che la cartografia storica, dal XVI al XVIII secolo, mette in preoccupato risalto nelle sue rappresentazioni. Nel Polesine sottoposto a diversi soggetti  politici approdava e raggiungeva il mare la portata del ramificato sistema idrografico che aveva come asse centrale il Po. Essa riceveva l’intreccio dei due diversi sistemi idrologici dei versanti alpino e appenninico: l’uno governato dai ghiacciai alpini e dai laghi prealpini che avevano la maggior portata con lo scioglimento delle nevi, l’altro influenzato dal regime delle piogge con magre estive e piene autunnali: oscillazioni quindi che, abitualmente, si integravano e si compensavano lungo l’arco delle stagioni. Frequenti erano le piene determinate da sormonto degli argini; più pericolose, le inondazioni con rotte particolarmente temute laddove il letto fluviale era più elevato del piano di campagna circostante e quindi pensile. Il popolamento era, nella parte orientale, assai rado e la condizione paludosa di vasti spazi poteva accogliere apporti idrici anche consistenti.

Il comportamento della rete fluviale era influenzato da molti fattori, alcuni dei quali manifestavano le loro conseguenze anche a distanza di tempi assai lunghi. Le condizioni climatiche generali interferivano non poco con le situazioni fluviali: in particolare periodi freddi e piovosi, come fra 1350 e 1590, determinavano un aumento del trasporto solido con conseguente maggiore erosione ingombro degli alvei che, nel corso dei decenni, favorivano le inondazioni. Le stesse rotture di argini ridisegnavano a volte il percorso fluviale, come avvenne per il Po dopo la rotta di Ficarolo del 1152; l’azione umana, legata a competizioni per il controllo e la sicurezza del territorio, poteva modificare radicalmente gli assetti: nel 1604 il taglio di Porto Viro concesso dallo Stato della Chiesa a Venezia se contribuì a mantenere sgombra la laguna, ebbe conseguenze negative per il Ferrarese intralciando il deflusso verso l’Adriatico, così come il contenzioso fra Bologna e Ferrara per il governo del Reno complicò assai la gestione idraulica della parte meridionale dell’agro. Analogamente le modalità di manutenzione e vigilanza degli argini (dalla confluenza del Ticino fino alla foce il Po era accompagnato da terrapieni di contenimento, sempre più continuativi nel corso del tempo e volti a restringere l’alveo per lasciare maggior spazio golenale alle coltivazioni) avevano ricadute di cui era impossibile prevedere tempi e modalità. Gli argini erano un bersaglio strategico in caso di guerre, il dolo fra abitanti dell’una o dell’altra riva per evitare che il pericolo colpisse le proprie terre era oggetto di infinite narrazioni, le difficoltà economiche o la debolezza del potere amministrativo significava un immediato allentamento negli investimenti e nei lavori per mantenere in buono stato le difese. Parleremo quindi di alcuni esempi particolarmente significativi di inondazioni nel Ferrarese, ma è bene tenere presente il legame causale fra un singolo e puntuale accadimento e le vicende, anche lontane, che attorno ad esso possono orbitare.

Nel corso dell’Ottocento numerose furono le piene del Po che provocarono sommersione delle terre rivierasche e l’area ferrarese non fece, in questo, eccezione: le date più frequentemente ricordate sono 1801, 1839, 1846, 1857, 1868 e 1872: e fra esse spicca quella del 1839 che modificò in non pochi tratti, ad esempio nel Lodigiano, il corso del fiume cancellando anche insediamenti prossimi all’alveo e che al Pontelagoscuro mantenne l’idrometro al di sopra del livello di guardia per 75 giorni, a fronte di una media abituale compresa fra 15 e 20 giorni. In quell’occasione particolarmente colpita, per lo straripamento del Reno, fu Comacchio, dove da ottobre fino a gennaio dell’anno successivo fu necessario attrezzare le strade con i cosiddetti palchi per consentire la deambulazione; e naturalmente le valli, con il loro allevamento di anguille (e il pesce, alimento rituale nella liturgia cattolica, era possibile fonte di reddito non disprezzabile) sensibili a temperatura e salinità, subivano conseguenze dannose. Dopo il 1872, la situazione lungo il grande fiume migliorò, forse anche per il delinearsi di un periodo climatico più caldo a partire dal 1850, può darsi in conseguenza dell’azione antropica. Sebbene non sia semplice correlare andamenti generali come un incremento medio globale della temperatura, con realtà locali, come quella della pianura padana, tuttavia si nota che fino verso la fine degli anni Dieci del XX secolo gli episodi esondativi furono di limitata ampiezza. Ci sarà poi la tremenda alluvione del 1951, ma essa si lega allo sconquasso della guerra e ad altre azioni dirette degli uomini. Tre erano le porzioni del Ferrarese particolarmente esposte ai rischi di inondazione: l’area comacchiese sotto minaccia del Reno, il Bondesano, proprio a sud di Ficarolo, fino all’Oltrepo mantovano, e poi la parte orientale, con il Polesine di San Giovanni Battista a settentrione e quello di San Giorgio a mezzogiorno.

Nel 1872 l’inondazione colpì la provincia due volte, con due rotte gravi del Po: la prima a Guarda Ferrarese, a nord-ovest di Ferrara il 28 maggio 1872, quando 70.000 ettari finirono sott’acqua; successivamente, il 23 ottobre del 1872 il Po ruppe di nuovo gli argini a Ronchi di Revere sommergendo le terre alte del Bondenese. La situazione economica, sociale e sanitaria della provincia precipitò e si sa che le inondazioni lasciano sul territorio ferite profonde e di tarda guarigione: campi sconvolti, suoli nascosti da depositi di fango, ghiaia o sabbia che alterano anche l’equilibrio chimico, impianti di alberi sradicati, edifici distrutti, animali annegati. Ma l’interesse della grande inondazione del maggio 1872 sta nel fatto che attorno ad essa giunsero a maturazione, e poi esplosero, conflitti legati alle modalità di gestione idraulico-agraria. Abbiamo la possibilità di porre parzialmente lo sguardo sui meccanismi sottostanti a tali tensioni attraverso la documentazione prodotta da diverse commissioni di indagine promosse da soggetti differenti e non concordanti: il Consiglio provinciale di Ferrara espressione dei grandi proprietari fondiari, il Ministero dei lavori pubblici interessato a un’indagine amministrativa interna e poi anche il Parlamento Con il passaggio dallo Stato della Chiesa allo Stato unitario l’antica modalità di gestione degli argini era cambiata: al sistema delle comandate o dei lavorieri che affidava ai proprietari fondiari il compito di mobilitare e coordinare la forza lavoro locale, in particolare i contadini, per compiere manutenzione, vigilanza e interventi di emergenza sugli argini, assicurando anche tutta la logistica, non semplice, necessaria alla bisogna, era subentrata l’azione dell’amministrazione legata al Ministero dei lavori pubblici e alle sue diramazioni provinciali, il Genio civile. Se lo stormo delle campane era ancora lo strumento per chiamare la popolazione a prestare servizio nei momenti del pericolo, tutta la minuta e continuativa organizzazione di osservazione e presidio quotidiano del territorio era ormai fissata per l’intera penisola dalla legge sui lavori pubblici del 1865 e dal regolamento “per la custodia, difesa e guardia dei fiumi, torrenti e opere annesse” del febbraio 1870 che sollevava i possidenti, variamente raggruppati, dalla responsabilità idraulica diretta delle loro terre. E il Consiglio provinciale riteneva che la disastrosa rotta della primavera 1872 non fosse tanto un accadimento naturale, ma conseguenza dell’inadeguatezza della gestione da parte del nuovo Stato e dei suoi tecnici, non esperti dei luoghi e autori di veri e propri errori, in particolare con la costruzione di una coronella proprio laddove poi la rotta trovò la sua strada distruttiva. Sarà anche sull’onda non solo di acqua, ma anche di emozioni e polemiche, che proprio nel 1872 iniziò il lungo percorso tecnico e istituzionale destinato a promuovere il prosciugamento idraulico del Ferrarese orientale. E anche la Commissione presieduta dell’ingegnere Francesco Brioschi che produsse un monumentale e ricco studio sul regime idraulico del Po.

Alla fine del secolo il paesaggio della zona si presenterà completamente diverso: coltivato e presidiato del funzionamento ininterrotto delle idrovore, mentre anche il ritmo idrografico del grande fiume nell’arco di una quarantina d’anni avrebbe modificato le sue pulsazioni, con l’imbrigliamento delle acque alpine nei bacini idroelettrici e lo spostamento delle piene alpine dalla primavera-estate all’inverno e con il progressivo e implacabile restringimento dell’alveo e occupazione delle golene. Per dare un’idea quantitativa, anche se aggregata, dell’importanza di tale fenomeno, nel 1878 gli argini maestri lungo il Po si sviluppavano per 802 km sulla riva destra orografica, 772 sulla sinistra per un totale di 1547; nel 1930 i dati erano rispettivamente 1154, 1108, 2262 per il passaggio degli argini golenali a argini maestri.

TI¸ 2012

Bibliografia

Riccardo Bacchelli, Il mulino del Po, 1938-1940; Antonio Bottoni, Appunti storici sulle rotte del Basso Po dai tempi romani a tutto il 1839 e relazione di quelle di Guarda e di Revere del 1872, Ferrara, Tipografia Sociale, 1873; Una carta del Ferrarese del 1814, a cura di Stefano Pezzoli, Sergio Venturi, Ferrara, Amministrazione provinciale di Ferrara - Bologna, Istituto per i Beni Culturali Artistici Naturali della Regione Emilia Romagna, 1987; Carta economica della provincia di Ferrara, di U. Ferrari, Bologna, Stabilimento dr. Chappuis, 1908.

 

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