Malattie

Giuseppe Mentessi (Ferrara 1857 – Milano 1931), Panem nostrum quotidianum, 1894; olio su tela, cm 105 x 115 Giuseppe Mentessi (Ferrara 1857 – Milano 1931), Panem nostrum quotidianum, 1894; olio su tela, cm 105 x 115 Ferrara, Museo dell’Ottocento

Tra il 1850 e il 1855, la provincia ferrarese, a causa delle intense e prolungate piogge, dovette affrontare le conseguenze di molte alluvioni e straripamenti del Reno e dei canali delle bonifiche. Il ristagno delle acque, le dense nebbie e le putride esalazioni sotto il calore del sole favorirono l’espandersi dell’epidemia colerosa che aveva già colpito duramente il territorio nel 1835. Il Morbus-Cholera riesplose in modo drammatico nel 1855 seminando, per dieci mesi, morte e tribolazione. Fra le diverse categorie sociali allora esistenti, la più colpita fu quella dei contadini, seguita dai poveri, dai trasportatori di merci e dai militari. Il tasso di mortalità più elevato si registrava nei lazzaretti che ospitavano le persone più indigenti. La malattia era curata principalmente con la somministrazione di astringenti, evacuanti, stricnina e fosforo.

Le cattive condizioni ambientali e alimentari determinarono l’insorgere, nell’intera provincia, della tifoide, della tisi tubercolare, dell’enterite, della febbre verminosa, dello scorbuto e della bronchite cronica. Nei primi anni del Regno, la legislazione sanitaria, affidata alla burocrazia dei Comuni, fu assai carente. Le malattie infettive (malaria, tifo, colera) scoppiavano costantemente senza che vi fossero organizzazioni preventive o sistemi di difesa adeguati. Per risolvere la situazione, le risorse erano poche. A livello locale sopperiva un vecchio e inadeguato sistema di medici condotti, luoghi di carità e raramente ospedali rispondenti più a modelli di tradizione religiosa e beneficenza che a programmi d’intervento moderni, idonei alle necessità.

Particolarmente sentita era la questione dell’acqua potabile a cui erano imputati il tifo e la malaria. Si può calcolare che alla fine dell’Ottocento circa un sesto della popolazione della provincia di Ferrara si servisse di acqua (più o meno potabile) proveniente da acquedotti. La stragrande maggioranza della popolazione utilizzava generalmente pozzi e canali quali mezzi di rifornimento idrico, ma per la natura del sottosuolo di origine alluvionale e palustre, per l’inquinamento prodotto dalla comunicazione di pozzi, latrine e letamai, le acque erano impure e perciò non adatte all’alimentazione. L’8 giugno 1890 fu inaugurato un acquedotto per rifornire Ferrara di acqua potabile. L’andamento delle ricorrenze epidemiche riconducibili alla qualità dell’acqua dimostra come, negli ultimi anni dell’Ottocento, il tifo diminuì notevolmente rispetto al periodo precedente, mentre la mortalità per tifo rimaneva alta in campagna, ancora priva di acqua potabile. Se la costruzione dell’acquedotto di Ferrara fu compiuta con criteri razionali, non altrettanto si può dire per quello di Comacchio, inaugurato nel 1885. L’acqua era, infatti, prelevata a poca profondità da terreno coltivato ed era perciò inquinata. I problemi dell’acqua potabile a Comacchio tornarono prepotentemente in primo piano nel 1901, in seguito a un’epidemia di ileotifo.

La presenza in tutto il Ferrarese di zone paludose favorì, inoltre, l’insorgere della malaria. Sola eccezione era rappresentata dal circondario di Cento dove, per mancanza di luoghi palustri, vivai delle zanzare malariche, gli unici casi imputabili alla malattia occorsero in persone emigrate nel Basso Ferrarese per la coltivazione della canapa o per la mietitura e nei giornalieri che si recavano nelle vicine risaie. Si trattava comunque di forme leggere, febbri terzane poco gravi curabili col chinino. Nel resto della provincia la malaria era diffusissima e si manifestava in forme gravi. In quasi tutti i Comuni erano frequenti anche casi di cachessia palustre. Particolarmente drammatica la situazione nel Bondesano. Il territorio della Diamantina era tristemente caratterizzato dal morbo malarico. È in questa ottica che va interpretato il proverbio locale Diamantina, passa e cammina. Le cause dell’insorgere della malattia non furono all’epoca rintracciate con chiarezza. Più che alla presenza dell’anofele, si collegava la malaria all’esistenza di acquitrini, paludi, ristagni d’acqua e alle condizioni umidissime del suolo, recentemente bonificato. Prima delle scoperte microbiologiche di fine Ottocento gli indirizzi delle scuole mediche oscillavano tra due spiegazioni sull’origine del morbo: quella “miasmatica”, di origine galenico-ippocratica, che attribuiva il contagio alla putrefazione, all’acqua stagnante e alle esalazioni dei luoghi paludosi, e l’altra, anch’essa di origine antica, che faceva derivare la sintomatologia febbrile da “animaletti” capaci di penetrare nel sangue umano. La bonifica delle valli sembrò allora l’unica via percorribile, ma l’ottimismo sugli effetti positivi di tale opera era destinato a un notevole ridimensionamento sulla scorta dei risultati ottenuti, da un punto di vista igienico-sanitario, nei Comuni bonificati. Mentre le bonifiche portarono un indubbio e notevole vantaggio agrario, poco o nulla mutarono rispetto alla malaria per la quale erano state tanto caldeggiate. Non bastava, infatti, mettere allo scoperto le terre e coltivarle, occorreva anche una radicale modifica dell’ambiente che facesse seguire al prosciugamento del terreno un razionale emendamento dello stesso con livellazioni, scoli, piantagioni e la costruzione di abitazioni sane e areate. Uno degli scopi principali della bonifica idraulica era così totalmente fallito.

L’altro grande flagello di quegli anni fu senza dubbio la pellagra. La zona maggiormente colpita fu il Circondario di Cento (che comprendeva i Comuni di Cento, Pieve di Cento, Poggio Renatico, Sant’Agostino), dove, a causa dell’estrema miseria della popolazione rurale, regnò in modo endemico. La pellagra era maggiormente diffusa nelle zone a più alta densità di popolazione, dove le terre da più tempo coltivate permettevano una produzione più intensa di grano e di granoturco. Nel Comune di Bondeno la pellagra serpeggiava già da tempo indeterminato. Tuttavia, alla fine degli anni Settanta l’incidenza della malattia si intensificò notevolmente tanto da offrire, nella primavera del 1878, un buon contingente al manicomio e al cimitero. Nei rimanenti Comuni, la pellagra fu un fenomeno più recente: i primi casi di Argenta risalgono al 1863 e a Comacchio è osservata per la prima volta nel 1876. L’aumento della malattia alla fine degli anni Settanta è legato al grande incremento della coltura del mais determinato dalle bonifiche meccaniche intraprese nel Ferrarese e dalla conseguente messa a coltura di sempre nuove terre. Nelle grandi aziende che si formarono, il mais occupava spesso un posto di primo piano. Il granoturco, pianta alimentare carente di vitamine essenziali alla sopravvivenza, divenne progressivamente l’unica, reale forma di remunerazione del lavoro contadino e l’unico prodotto alimentare cui i lavoratori della terra potevano accedere in virtù dei loro modestissimi livelli di reddito. La sostituzione della canapa con il frumento portò un vantaggio solo apparente perché fu pagato in termini di pellagra. Grazie alla presenza di strutture sanitarie (manicomio e ospedale), Ferrara dovette fare i conti con i pellagrosi che affluivano in città dall’intera provincia. La pellagra, male della miseria, si intensificò quando le condizioni di vita delle masse rurali subirono un brusco peggioramento, soprattutto in seguito all’aumento della disoccupazione e alla disgregazione dell’economia contadina. La crisi agraria della metà degli anni Ottanta peggiorò questo stato di cose e comportò una proletarizzazione contadina. Non è un caso che la pellagra colpisse pressoché esclusivamente la classe dei braccianti, che costituiva il 55% della popolazione rurale. Il consumo di pesce, che ostacolava lo strapotere del mais, contribuiva, invece, a preservare dalla malattia i Comuni vallivi (Massafiscaglia, Lagosanto, Comacchio, Mesola). Tuttavia, se lì la pellagra era sconosciuta, verso la fine dell’Ottocento cominciò a fare la sua comparsa nelle zone di recente bonifica dove, in seguito al prosciugamento delle valli venne meno la possibilità, per i braccianti, di nutrirsi di pesce. Secondo gli esperti di fine Ottocento, la pellagra era caratterizzata da tre ordini di sintomi: un eritema squamoso limitato alle parti più esposte all’azione del calore e della luce; un’infiammazione cronica delle vie digestive con diarrea ostinata; una lesione più o meno grave del sistema nervoso che si risolveva spesso nell’alienazione mentale e nella paralisi. Per far fronte alle epidemie, esistevano nella provincia alcune locande sanitarie che rappresentavano però ben poca cosa rispetto all’incidenza della malattia. Il manicomio si configurò allora come unica, concreta risposta che le classi dirigenti preunitarie, ma anche post-unitarie, dettero al fenomeno pellagroso. Il dibattito sulle cause della pellagra si articolava in due differenti posizioni: quella che sosteneva la teoria dell’intossicazione esogena causata dal mais guasto, che aveva in Lombroso il suo massimo esponente, e quella che invece riconosceva nella deficienza nutritiva del mais il principale fattore dell’insorgere della pellagra. Come per la malaria, si era ancora lontani dal fornire una risposta certa al problema e il nuovo secolo portava intanto con sé altre minacce per la salute. Nella memoria popolare, i primi anni del Novecento non sono, infatti, ricordati solo per il primo conflitto mondiale, ma anche per una forma influenzale, la “spagnola”, che, a causa del numero elevato di vittime, è passata alla storia come un flagello inesorabile.

FB, 2011

Bibliografia

Luigi Lugaresi, Le condizioni igienico-sanitarie dei lavoratori della terra nel ferrarese alla fine del XIX secolo desunte dall’Inchiesta Bertani: 1878-1886, «Bollettino di notizie e ricerche da archivi e biblioteche», 6, 1983, pp. 55-70; Alberto De Bernardi, Il mal della rosa. Denutrizione e pellagra nelle campagne italiane fra ’800 e ’900, Milano, Franco Angeli, 1984; Delfina Tromboni, Anna Maria Quarzi, Malaria e mondo contadino nel basso ferrarese, in Aspetti storici e sociali delle infezioni malariche in Sicilia e in Italia, Atti del secondo seminario di studi (Palermo, 27-29 novembre 1986), a cura di Calogero Valenti, Torino, Priulla, 1987; Giancarlo Dalle Donne, Anna Tonelli, Cristina Zaccanti, L’inchiesta sanitaria del 1899: la voce dei medici nel caso dell’Emilia orientale e della Romagna, Milano, Franco Angeli, 1987; Lauretta Angelini, Enrica Guidi et al., Aspetti igienico-sanitari delle epidemie coleriche ottocentesche a Ferrara, «Bollettino di demografia storica», 1998, pp. 123-160.

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