Poveri e beneficenza

La "patente dell'accattone": un foglietto a stampa che certificava l'inabilità al lavoro dei poveri, cui rimaneva vietata la mendicità all'interno di chiese e pubblici esercizi La "patente dell'accattone": un foglietto a stampa che certificava l'inabilità al lavoro dei poveri, cui rimaneva vietata la mendicità all'interno di chiese e pubblici esercizi

 

Nella storia della beneficenza ferrarese, le prime forme di rendita a scopo caritatevole consistevano, dal XV al XVIII secolo, nei lasciti testamentari di signori benestanti, ai quali rimaneva comunque estranea la volontà di prestare soccorso ai poveri. Loro preoccupazione primaria era, infatti, la celebrazione di messe in suffragio della propria anima insieme ad altre elemosine per la parziale remissione dei peccati commessi in vita. Solamente eventuali rimanenze di tali eredità venivano gestite da confraternite religiose a scopi di beneficenza.

 

D’altra parte, le diverse iniziative assistenziali si inscrivevano, almeno fino alla fine del XVIII secolo, nell’ambito dell’iniziativa privata e i vari istituti – orfanotrofi, conservatori, ricoveri, ospedali – si configuravano come opere di carità cristiana e luoghi pii votati a soccorrere i bisognosi e a salvare le anime degli indigenti dai pericoli di accattonaggio e delinquenza. La sopravvivenza delle istituzioni benefiche era costantemente condizionata dall’andamento delle personali elargizioni di signori benestanti che, guidati da uno spirito paternalistico, venivano stimolati in questo impegno dalle promesse dei dirigenti ecclesiastici in materia di prestigio sociale e di un salvifico destino nell’aldilà.

 

Con l’avvento della dominazione francese e la proclamazione della Repubblica Cisalpina, le pie istituzioni a scopo benefico furono incorporate nel Demanio statale e il concetto di carità iniziò ad approssimarsi a quello di assistenza pubblica socialmente utile. Si svolsero indagini conoscitive sulla realtà dei luoghi pii, si formarono nuovi regolamenti e bilanci patrimoniali, si prospettarono elaborazioni teoriche e giuridiche attorno allo statuto delle opere di beneficenza. La politica assistenziale portata avanti dai francesi si articolava secondo due criteri: da un lato l’unificazione e la centralizzazione amministrativa delle attività benefiche; dall’altro la creazione di appositi istituti per gli indigenti e per i fanciulli che si proponevano come occasioni di riabilitazione sociale. Energico fu l’impegno dei dominatori d’Oltralpe per il concentramento e la razionalizzazione delle istituzioni benefiche laiche e religiose, indistintamente poste sotto il controllo statale. Fondamentale in tal senso la creazione, il 6 aprile 1798, di un Comitato di Pubblica Beneficenza, precursore di una serie di organismi delegati ad occuparsi specificamente del problema del pauperismo, in sostituzione delle precedenti iniziative episodiche della Chiesa, di confraternite religiose e dei privati benefattori. Costituitasi per elargire somme di denaro ai veri poveri, tale istituzione amministrava tutti i luoghi pii del territorio comunale.

 

Dopo la breve parentesi restauratrice del governo austriaco (1799-1801), con il ritorno del regime filo-francese (1801-1814) vennero ripresi i precedenti processi di razionalizzazione e concentrazione delle iniziative assistenziali. Significativa fu, nel 1801, la fondazione di una Commissione di Beneficenza incaricata della distribuzione delle elemosine, che si pose come l’erede del precedente comitato del 1798, mentre il più illustre esempio riformistico nel campo assistenziale fu la Congregazione di Carità, istituita con decreto napoleonico nel 1807. Presente in ogni Comune del Regno d’Italia per dirigere e regolamentare le istituzioni caritative secondo criteri uniformi, essa rappresentò a Ferrara il maggior tentativo di accentrare il governo delle attività benefiche e divenne responsabile anche della gestione di tutti i conservatori ed orfanotrofi, riuniti in un’unica istituzione, il “Gran conservatorio”. Le istituzioni caritatevoli, sotto il controllo delle autorità civili, non si configuravano più quali frammentarie esperienze legate ad antichi lasciti privati e monopolizzate sotto l’egida delle gerarchie ecclesiastiche. La beneficenza pubblica, concepita dallo Stato come prerogativa di propria pertinenza, non spettava al ministro del culto, ma al ministero degli Interni: questo passaggio di “consegne” rappresentò un segnale importante di un nuovo approccio alla pratica caritativa, concepita come una questione di utilità sociale e di ordine pubblico, e non più come paternalistica manifestazione di coscienza. Sotto la supervisione delle Municipalità venne unificata l’amministrazione delle opere pie con la scomparsa della tripartizione di ospedali, conservatori e orfanotrofi (questi ultimi riuniti al collegio di San Giorgio) e istituti elemosinieri, sottoposti ad un’unica disciplina.

 

Nel breve periodo dell’occupazione austriaca (gennaio 1814 - luglio 1815) non vi furono grandi modificazioni e la Congregazione di Carità continuò ad essere il punto di riferimento per tutto il comparto assistenziale. Pur continuando ad avere unindiretta influenza nella politica di beneficenza, essa venne abolita nel 1815, in seguito al ritorno del governo pontificio, che concentrò gli istituti pii, i conservatori e gli orfanotrofi sotto la tutela di speciali commissioni di nomina arcivescovile, governativa o comunale. In breve tempo le principali fonti di sussistenza delle Opere Pie tornarono ad essere frutto della carità dei privati, mentre si fece sempre più sporadico l’intervento pubblico e si riaffermò una gestione particolaristica delle iniziative di assistenziali, con il ritorno dell’antica e discriminatoria distinzione fra i privilegiati istituti ecclesiastici e quelli laici. Evento fondamentale nella storia della beneficenza ferrarese ottocentesca fu la creazione della Congregazione di Pubblica Beneficenza, opera pia promossa e presieduta dal cardinale Ignazio Giovanni Cadolini che si adoperava per la creazione di un Pio Istituto per provvedere alle necessità degli indigenti, degli adolescenti abbandonati e dei bisognosi di lavoro. Dopo false partenze e innumerevoli difficoltà nella raccolta dei fondi per il sostentamento, a metà degli anni Quaranta sorse la Casa di Ricovero e Industria, esperienza di portata rivoluzionaria rispetto alle precedenti soluzioni di reclusione dei “marginali”. Di notevole interesse fu la sede scelta per allestire i locali dell’istituto, che aprì ufficialmente i battenti il 9 gennaio 1848: non più un ex convento, ma una fabbrica in disuso, una “conceria”, che rifletteva la concezione sottesa a tutta l’iniziativa: il valore e l’importanza del lavoro coatto quale risorsa imprescindibile per la risoluzione del pauperismo. Ospiti delle tre sezioni della struttura furono i fanciulli derelitti che dovevano essere istruiti alle arti e ai mestieri nelle officine attivate all’interno dello stabilimento per divenire abili e morigerati artigiani; gli anziani impotenti al lavoro bisognosi di un luogo di riposo; i mendicanti, affinché fossero impiegati in opere manuali, dietro congrua retribuzione in denaro e alimenti.

 

Dal punto di vista del sostentamento economico, l’istituto era mantenuto in esimia misura dal ricavato derivante dalla vendita dei manufatti prodotti al suo interno e, in proporzione più significativa, dai contributi triennali di un consistente gruppo di benefattori, nonché da altre iniziative occasionali meno remunerative, quali le questue effettuate in occasione di manifestazioni sacre e profane nelle chiese e nei teatri della città. Al di là dei filantropici sentimenti, ciò che animava i munifici benefattori ferraresi era la promessa, più volte ribadita dai promotori, di risolvere definitivamente la piaga sociale dell’accattonaggio, attraverso l’impiego di vasti strati della popolazione in lavori socialmente utili in cambio di vitto e alloggio.

 

La questione del pauperismo, strettamente legata alle varie iniziative benefiche, si configurava come pressante problema all’attenzione dell’arcivescovo che, in accordo con il gonfaloniere e il legato pontificio, cercò di risolvere attraverso diversi progetti di lavoro a domicilio in cui impegnare i bisognosi, laboratori diurni per l’infanzia e l’impiego di cittadini poveri in alcune fabbriche della città. Parallelamente, intenso si fece lo sforzo di regolamentare l’accattonaggio per porre sotto controllo la folla di mendicanti che imperversava per le vie della città e che destava la preoccupazione delle autorità e dei cittadini. Mediante un duplice e approfondito interrogatorio da parte della polizia e di un membro della commissione del nuovo istituto di carità che doveva accertare la presenza di determinati requisiti, poteva venire concessa la qualifica di mendicità, testimoniata da una patente. Fondamentale era il requisito di inabilità al lavoro, caratteristica che consentiva il rilascio della licenza di accattone, nonché la possibilità di mendicare (tranne che nelle chiese e nei luoghi pubblici) e di non essere arruolato nella casa di Ricovero e Industria. Tale provvedimento non risolse definitivamente il problema, mentre permase il criterio di ricorrere periodicamente a interventi repressivi miranti al censimento e reclusione dei mendicanti.

 

Con la fine del governo pontificio, a partire dagli anni Sessanta, si delineò una più certa e stabile conduzione delle istituzioni benefiche, grazie al più consistente intervento finanziario pubblico, che garantiva i ricoverati dai rischi di precarietà del passato, quando la sorte dei bisognosi era affidata alle oscillazioni della volontà dei singoli benefattori e all’onestà degli amministratori delle Opere Pie. Nel 1859 si ripropose un criterio unitario e centralizzato di gestione, grazie al ripristino della Congregazione di Carità come nerbo organizzativo di tutti gli enti assistenziali che prese possesso dei luoghi pii della città, nonostante le resistenze mostrate dagli organismi religiosi che fino a quel momento li avevano amministrati. Le istituzioni controllate dalla Congregazione vennero divise in tre sezioni: la prima, responsabile della gestione finanziaria, comprendeva l’Istituto Elemosinario, l’Opera Pia Bonaccioli e il Monte di Pietà; la seconda, riservata all’infanzia reclusa, era costituita dagli orfanotrofi, dagli istituti dei Mendicanti, delle Orfanelle di San Giovanni e dal conservatorio delle zitelle; infine, la terza, detta “Ospizi e reclusori”, riuniva l’arcispedale, l’Istituto degli Esposti, Santa Maria del Soccorso, Santa Maria della Consolazione, il Discolato e la Casa di ricovero e Industria. Tale ripartizione venne contestata dalla Provincia di Ferrara che si trovava completamente esclusa dalla gestione delle opere di beneficenza; in seguito a un’aspra contesa, si giunse all’emanazione del Regio decreto 31 luglio 1862 che, attraverso la creazione di un organismo separato e indipendente per gli orfanotrofi e i conservatori, segnò la prima grande rottura nella straordinaria continuità amministrativa che aveva contraddistinto la storia della beneficenza ferrarese.

 

Sul finire del secolo, accanto al decentramento amministrativo e organizzativo delle varie opere pie, si affermava la tendenza a ricorrere al finanziamento pubblico quale strumento per l’emancipazione dalla precarietà legata alle donazioni private, in linea con la lenta trasformazione della beneficenza caritatevole in diritto garantito dall’esistenza dello stato sociale. Dagli anni Settanta si svilupparono, inoltre, diverse riflessioni intorno allo statuto della pubblica beneficenza, secondo cui la possibilità di alleviare le pene delle classi meno agiate era un alto dovere morale ed eminentemente umanitario, che doveva realizzarsi senza in alcun modo incoraggiare l’ozio o l’immoralità dei beneficiari delle iniziative assistenziali. Sempre più si affermò la tendenza a ricorrere il meno possibile alla logica reclusoria e ai sussidi in denaro, per porre i bisognosi in condizioni di emanciparsi più autonomamente dalla propria condizione. Anche grazie alle iniziative legate alle nuove realtà dell’associazionismo, l’istanza riabilitativa del lavoro produttivo si affermò come soccorso preventivo e strumento indispensabile di emancipazione popolare per conferire dignità agli indigenti e per garantire più ampie prospettive di benessere sociale alla collettività.

 

 

 

RF, 2012

 

 

 

Bibliografia

 

Giambattista Galvagni, Riflessioni indispensabili intorno lo stabilimento di Pubblica Beneficenza in Ferrara, Rovigo, Milelli, 1845; Ettore Galavotti, Pensieri sulla Pubblica beneficenza, Ferrara, Tipografia dell’Eridano, 1868; Andrea Pizzitola, Infanzia e povertà. Custodia, educazione e lavoro nella Ferrara preunitaria, Firenze, Manzuoli, 1989; Le carte della Carità dalle Opere Pie all’Azienda Servizi alla persona, a cura di Tito Manlio Cerioli, Mostra documentale (Ferrara, 17-31 marzo 2010).

 

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