Operai

Primi anni del Novecento. Casa del sindacato operaio di Coccanile. (cartolina, collezione privata) Primi anni del Novecento. Casa del sindacato operaio di Coccanile. (cartolina, collezione privata)

A lungo con “operajo” i ferraresi hanno inteso indicare non tanto il lavoratore della fabbrica meccanizzata, quanto, fedeli all’accezione tradizionale (ancor viva nei dizionari ottocenteschi), chi svolgeva un lavoro manuale occasionale in cambio di un salario. Non sorprende che, in un’economia preponderantemente agraria, il termine si ritrovi nelle fonti del XIX secolo come sinonimo di “giornaliero”, cioè di lavoratore precario, solitamente bracciante. Accanto a questa schiera di “operai rurali”, che alternavano le occupazioni nei campi ad altri lavori, soprattutto di bassa manovalanza (manutenzione idraulica, edilizia, bonifica e vie di comunicazione, come strade, canali e ferrovie), esistevano anche occupazioni industriali. Erano tuttavia caratterizzate dall’entità esigua, dalle tecniche tradizionali e dall’occupazione discontinua: vi si dedicavano uomini, donne e bambini pressoché dequalificati e impegnati soprattutto nei campi. Solo nel primo Novecento una “classe” di operai industriali cominciò a formarsi nel capoluogo. In precedenza, molte famiglie svolgevano attività proto-industriali complementari ai lavori agricoli. Esercitate a domicilio, erano soprattutto comprese nel ramo del tessile, anche se la loro incidenza, stando all’Inchiesta Jacini, sembra minore che nel resto dell’Emilia: si segnalano, comunque, la filatura e tessitura della canapa nell’Alto Ferrarese. Le campagne erano inoltre punteggiate di piccole industrie: fornaci di laterizi e sedi di produzione casearia, ad esempio, davano vita a specializzazioni poco più che artigianali, mentre esistevano anche nuclei di produttori di sego e concime da residui animali e rudimentali concerie, così come filande seriche. Nei centri urbani maggiori si profilavano vere e proprie attività industriali, anche se spesso in forme del tutto tradizionali. È il caso di Comacchio, ove i grandi stabilimenti di produzione del sale e del pesce marinato occupavano centinaia di persone in svariate mansioni, ma solo come aggregazione temporanea stagionale: lo stesso carattere ebbe la lavorazione della canapa, anche se a fine secolo a Cento e Ferrara si riuscì a dar vita a moderni canapifici. Nel capoluogo, come rivelò il censimento industriale del 1911, piccoli nuclei di lavoratori erano impegnati in imprese tessili (lana, seta, canapa, maglieria), officine meccaniche, mulini e fornaci industriali, altri stabilimenti (casalinghi, saponi, vetri, lieviti, stampa). Nel complesso la provincia non registrò mai più di 4-5.000 operai, fino a quando, a cavallo fra i due secoli, la città – presto imitata da Codigoro e Bondeno – non vide sorgere dal nulla una grande produzione saccarifera, che per qualche mese l’anno dava lavoro a migliaia di lavoratori, portando a 7-11.000 gli addetti all’industria. In una provincia che nel corso del XIX secolo non conobbe che una stentata industrializzazione, la formazione di una “classe” operaia fu dunque tardiva e incompleta, come confermano anche la rarità degli scioperi, la lenta organizzazione sindacale e la tormentata maturazione politica.

 

La redazione, 2012

 

Bibliografia

Alessandro Roveri, Dal sindacalismo rivoluzionario al fascismo. Capitalismo agrario e socialismo nel ferrarese (1870-1920), Firenze, La Nuova Italia, 1972; Roberto Roda, Archeologia industriale, in Storia illustrata di Ferrara, a cura di Francesca Bocchi, Milano, AIEP, 1987-1989, vol. 3, pp. 833-848; Il tempo delle ciminiere, a cura di Roberto Roda e Giovanni Guerzoni, Padova, Interbooks 1992.

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