Romagna estense

La Rocca di Lugo La Rocca di Lugo Cartolina, collezione privata, prima del 1901

Dopo la votazione del 7 dicembre 1859, che decise l’annessione al Regno di Sardegna delle quattro Legazioni pontificie di Ferrara, Bologna, Ravenna e Forlì, la Municipalità ferrarese si dispose alla preparazione dei plebisciti, attendendo una maggiore e più rassicurante chiarezza della scena politica. Nel frattempo, l’energico dittatore romagnolo Luigi Carlo Farini (Russi, 1812 - Quarto, 1866) – regio commissario di Modena dopo la partenza per l’esilio del duca Francesco V d’Asburgo Este – proseguiva senza incertezze il piano di sistemazione politico-amministrativa della regione, tanto da dichiarare, qualche tempo dopo, di “avere cacciato giù i campanili e costituito un governo solo”. Per inciso, Farini fu in seguito presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia tra il 1862 e il 1863.

Fu proprio Ferrara a fare le spese della “rivoluzione” territoriale fariniana: la provincia vide ridotta di un quarto la sua popolazione con la perdita della Romandiola, la Romagna Estense. Lugo, Cotignola, Fusignano, Bagnacavallo, Massalombarda, Conselice, Sant’Agata Ferrarese (sul Santerno dal 1863) e i loro territori vennero ceduti alla provincia di Ravenna come contropartita della perdita di Imola, passata a Bologna. In cambio, Ferrara ebbe Poggiorenatico e Sant’Agostino, ma non Crevalcore e Finale, assegnatele in un primo tempo e poco dopo trasferite a Modena. L’annessione fu sancita con i plebisciti dell’11-12 marzo 1860.

Terra estense per 160 anni, terra dai tanti nomi, la Romagna Estense (o Romagna d’Este, Romagna Ferrarese, Bassa Romagna, Romandiola o, ancora, Romagnola) godeva di una certa autonomia, riconosceva in Lugo il proprio capoluogo ed era chiusa all’incirca tra i confini dell’attuale comprensorio lughese con l’esclusione di Bagnara, unita all’Imolese. Nel momento di massima espansione ne fece parte anche la bonificata terra di Alfonsine. Alcuni possedimenti erano compresi nel Ducato ferrarese fin dal XIV secolo, seppure a fasi alterne, ma in gran parte la Romandiola fu il frutto dell’abile politica espansionistica del “gran marchese” Nicolò III d’Este (al governo dal 1393 al 1441), gestita a suon di acquisti, permute e giri di grosse somme di denaro tra i governanti, compreso lo Stato della Chiesa. La formazione della regione avvenne dunque per gradi: Conselice fu acquisita definitivamente nel 1408 (gli Estensi ne erano già entrati in possesso nel 1385, governandola per nove anni) e la città di Lugo, importante crocevia commerciale, nel 1437 (una prima volta nel 1376); i territori di Bagnacavallo, La Massa (Massalombarda) e Sant’Agata vennero ceduti da papa Eugenio IV Condulmer – in quel momento “bisognoso di denaro” – a Nicolò III nel 1440, mentre Fusignano – nel cui territorio ricadrà anche l’abitato di Alfonsine, confinante con il “territorio leonino” (dal nome del papa Leone X Medici) appartenente alla Legazione di Ravenna – fu trasferita dallo stesso pontefice agli Estensi nel 1445, regnante Leonello, figlio di Nicolò.

La piccola regione fu interessata da tutti i conflitti che coinvolsero il Ducato estense tra il Quattro e il Cinquecento, alcuni dei quali, al di là dei velocissimi e molteplici cambi di governanti, contribuirono a dilatarne il territorio. Durante la guerra tra Ferrara e Venezia (1482-1484) fu occupata Fusignano, poi riconquistata (ma gli Estensi persero Rovigo e parte del Polesine tranne la Transpadana Ferrarese); dopo l’assedio portato alla Romagna da Cesare Borgia (1499-1501) e la fine della dinastia sforzesca (1502) feudataria di Cotignola, il Valentino cedette il territorio al re di Francia che a sua volta lo vendette agli Estensi; la guerra della Lega di Cambrai e i mutamenti di alleanze tra le forze in campo portarono le terre della Romandiola allo Stato pontificio, poi riconquistate grazie alle celebri artiglierie del duca Alfonso I d’Este, alleato del re Luigi XII di Francia, nella battaglia di Ravenna (1512); Lugo e gli altri paesi tornarono ancora sotto la Chiesa nel 1527, ma l’imperatore Carlo V d’Asburgo li restituì a Ferrara.

Lugo e Fusignan, Conselexe, Bagnacavallo, Sant’Agata e Massa di Lombardi insieme ad Argenta erano castelle in Romagna, e come tali seguirono le sorti del Ducato fino al 1598, quando la devoluzione dello Stato estense a quello pontificio segnò l’inizio del nuovo governo stabilito dalla Convenzione Faentina, firmata a Faenza, appunto, a due passi da Lugo. Sulla cessione della Romagna Estense ci sarebbe stato da discutere, dal momento che le terre potevano qualificarsi come beni allodiali e non feudali degli Estensi, che ne erano proprietari, come detto, per acquisto o per permuta.

In età napoleonica, la Romandiola fu annessa in un primo momento al Dipartimento del Lamone con capoluogo Faenza, poi al Dipartimento del Rubicone (che includeva tutta la Romagna) con capoluogo Forlì. Un energico moto di ribellione fu sollevato dai lughesi il 30 giugno 1796, a causa del pesante contributo di guerra preteso dai francesi.

La Restaurazione, ristabilendo il precedente ordine amministrativo, reintegrò la regione nella Legazione di Ferrara, il cui governo fu sopportato a fatica dai romandioli, che avrebbero preferito entrare nella Legazione di Ravenna unendosi ai loro conterranei. Il forte risentimento della piccola regione – che contava circa 60.000 abitanti – portò ad una sollevazione il 23 settembre 1831, quando alla Bastia gli insorti opposero resistenza alle truppe papaline ferraresi del cardinale Fabio Maria Asquini, che volevano schiacciare il moto secessionista. La sommossa fallì, e solo con l’Unità d’Italia la regione tornò tra i confini della Romagna sotto Ravenna: il passaggio ufficiale avvenne con decreto delle Regie Province dell’Emilia il 20 gennaio 1860. L’ultimo rappresentante pontificio aveva lasciato la Rocca di Lugo il 13 giugno 1859.

Se agli inizi dell’Ottocento erano ancora riconoscibili le architetture estensi nei possedimenti di Romagna, in buona parte atterrate nel corso di circa vent’anni (resta ancora solo la rocca di Lugo), le cronache tramandano nomi di note famiglie ferraresi tra quelli dei funzionari estensi impegnati in qualità di commissari e di governatori nella “piccola Romagna” tra il XV e il XVI secolo: da diversi esponenti dei Sacrati, degli Strozzi e degli Ariosti (tra i quali Nicolò, padre del poeta Ludovico) a uomini delle case Gualengui, Boccamaggiori, Villa, Tassoni, Arienti, Rondinelli, Montecatini... Senza dimenticare che del marchesato di Massalombarda fu signore Francesco d’Este (1516-1578) figlio di Alfonso I d’Este e di Lucrezia Borgia; e, infine, che il feudo di Fusignano era stato donato nel 1465 da Borso d’Este a Teofilo Calcagnini: dal figlio di questi, Alfonso, prese nome la terra delle Alfonsine (ora Alfonsine), sorta sulle bonifiche del Senio grazie all’impegno personale di quella famiglia, mentre Lavezzola era stata fondata sulle colmate del Santerno da Pietro Lavezzoli nel XVI secolo: erano gli unici insediamenti che spiccavano sui campi aperti del paesaggio “a larga”, di cui si dirà.

Più avanti nel tempo, all’antica nobiltà estense si sostituì per molta parte la ferrarese Casa Massari, di nobiltà napoleonica: l’estesa tenuta Bruciata di Lugo (di provenienza Rondinelli) era stata ceduta in uso appropriabile ad Antonio e Giovanni Battista Massari nel 1797. Uno dei figli di Antonio, il mercante Luigi (1757-1816), nel 1809 fu nominato da Napoleone senatore del Regno italico con il titolo di conte trasmissibile ai successori. Da quel momento numerose terre “romagnole” andarono a far parte del proverbiale patrimonio Massari, raggiungendo un’estensione di quasi 33.000 ettari (solo tra Argenta e Lugo) nel 1875, alla morte del conte Francesco Massari Zavaglia, il cui figlio Galeazzo (1841-1902) fu creato duca di Fabriago (ora frazione del Comune di Lugo) dal re Umberto I il 9 febbraio 1882, quindi nominato senatore del Regno d’Italia con decreto del 20 novembre 1891.

I fiumi Senio, Santerno e Lamone che attraversano il territorio sono stati per secoli gli assi portanti delle strategie idrauliche tra le province di Ferrara, Ravenna e Bologna per l’utilizzo del corso del Primaro. I numerosi tentativi di bonifica intrapresi tra il Cinquecento e il Settecento allo scopo di riportare alla navigabilità il Primaro e prosciugare le paludi circostanti, andarono perlopiù falliti o vennero interrotti per motivi tecnici ed economici, senza contare che spesso furono causa di contenziosi tra le comunità confinanti. La necessità era quella di rendere gli scoli della pianura bolognese-ravennate indipendenti dal corso del Reno e di convogliarli direttamente al mare. All’auspicato paesaggio di bonifica si era sostituito quello “a larga”: campi aperti a seminativo nudo solcati da canali di scolo disposti a maglie molto larghe, dove solo spiccavano gli argini dei fiumi e i pochi insediamenti lungo le vie alzaie. Il territorio tra Conselice e Alfonsine era fino all’Ottocento un’unica area dove si scaricavano le grondaie del Santerno. Il Lamone, che aveva visto il suo corso modificato più volte nei secoli, ruppe l’argine disastrosamente in località Ammonite il 7 dicembre 1839, allagando tutto il territorio.

Gli ingegneri consorziali stilarono un progetto di massima per la bonifica nel 1895, ma i piani esecutivi vennero approntati dal Genio Civile di Ravenna solo nel 1903.

AG, 2011

Bibliografia e fonti

Archivio di Stato di Ferrara, Archivio Massari, serie II, Patrimoniale, bb. 1A-1Z, 2B; Mario Tabanelli, La Romagna degli Estensi, Faenza, F.lli Lega, 1976; Luciano Chiappini, Introduzione a Ferrara nell’Ottocento, Roma, Editalia, 1994, pp. 9-44; Id., Gli Estensi. Mille anni di storia, Ferrara, Corbo, 2001; L’Emilia Romagna paese per paese, Firenze, Bonechi, 2005, ad vocem; Ugo Caleffini, Croniche 1471-1494, «Monumenti» della Deputazione provinciale ferrarese di storia patria, vol. XVIII, 2006.

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