Migrazioni interne

Municipio di Ferrara, "Notificazione" sui cambi di residenza, 20 settembre 1882; manifesto Municipio di Ferrara, "Notificazione" sui cambi di residenza, 20 settembre 1882; manifesto Archivio storico del Comune di Ferrara, Carteggio amministrativo, XIX secolo, Popolazione, b. 5

Fra le righe del Mulino del Po è possibile intravedere la complessa sovrapposizione di spostamenti di popolazione che hanno luogo negli spazi ferraresi del tardo Ottocento. Esemplare, nel romanzo di Bacchelli, è il destino degli Annichini: una famiglia di boari che diventano braccianti e poi vengono sostituiti dal proprietario con immigrati polesani. Espulsi da casa e podere finiscono ai margini del paese, alla piarda degli “Stamplinati”, cioè dei traslocati (dal dialetto tamplìn: “masserizie in movimento” secondo il Vocabolario domestico compilato da Carlo Azzi nel 1857). Si tratta di un agglomerato di capanne nel quale vivono famiglie di tutte le provenienze. Di lì uomini e donne partono tutti i giorni per andare a lavorare “in bonifica”.

Traslocare era senz’altro la forma di mobilità spaziale più diffusa. Come ai nostri giorni, tutti gli individui dovevano avere una residenza, cioè un luogo di domicilio abituale al quale essere reperibili. Quando la cambiavano erano tenuti a dichiararlo alle autorità e questo, nell’arco di una vita, accadeva parecchie volte. Trasferimenti del genere coinvolgevano migliaia di persone tutti gli anni e costituivano la “migrazione interna” più consistente: senza contare i movimenti interni ai Comuni, ogni anno fra il 5 e il 15% della popolazione entrava o usciva dal territorio comunale. Il fenomeno sociale più noto connesso a questa modalità di spostamento riguardò l’urbanizzazione, che proprio nel XIX secolo conobbe un’accelerazione in Europa: anche nel Ferrarese non solo il capoluogo, ma anche gli altri centri urbani aumentarono le loro dimensioni. Date le diverse modalità di inquadramento delle strutture territoriali e, nello specifico, dato il movimento dettato dall’insediamento nelle aree già paludose o vallive, non è facile capire se, nel generale slancio demografico ottocentesco, le popolazioni urbane siano cresciute molto più di quelle sparse nelle campagne. L’apporto migratorio allo sviluppo urbano, pur innegabile per Ferrara, per gli altri centri e per le stesse borgate ingrossate dall’insediamento dei braccianti avventizi, resta da precisare, a testimonianza del carattere complesso dell’urbanizzazione: migrazioni circolari di membri di famiglie rurali che integrano temporaneamente il reddito con mestieri urbani, ritorni in campagna o migrazioni ulteriori dalle città ad altre città (o altri paesi) non sono residui o eccezioni, ma costituiscono il contesto nel quale va collocato il flusso di popolazione che si sposta dalle campagne alle città.

Come rivela la complessità dell’urbanizzazione, il mutamento di residenza non era la sola forma di mobilità spaziale. Si davano molte altre tipologie di movimenti sul territorio, che non interessavano il domicilio e si svolgevano in tempi diversi. Alla massa di traslochi, si intersecavano trasferimenti ripetuti e periodici, legati ai cicli stagionali dell’agricoltura, alle occasioni di lavoro o al pendolarismo. Il calendario dei lavori agricoli dettava il ritmo a massicci flussi di popolazione: d’estate, al tempo del raccolto, le campagne ferraresi si riempivano di braccianti immigrati, mentre la monda e il raccolto del riso spingevano la manodopera locale a cercare impiego nelle risaie delle province circostanti, ma anche della Lombardia e del Piemonte. Anche nel Ferrarese, inoltre, giungevano i percorsi secolari dei pastori e delle loro greggi che durante l’inverno scendevano dall’Appennino. Altri ritmi, non stagionali, reggevano le migrazioni dettate dai trasferimenti di religiosi (parroci, canonici) e dipendenti pubblici (maestri, impiegati comunali, militari, poliziotti, carabinieri), o quelle, più consistenti, di manovali impegnati nelle opere pubbliche, come costruzioni di vie di comunicazione o, tratto più specifico, i lavori idraulici e la bonifica (ad es. seimila manovali ferraresi furono impiegati ai primi del Novecento nella bonifica mantovana-reggiana). Gli spostamenti dettati dai ritmi stagionali e dai lavori pubblici erano affiancati da movimenti quotidiani, in particolare quelli dei braccianti residenti in paese che si recavano tutte le mattine in campi o in cantieri di lavoro lontani anche parecchi chilometri, come testimonia il celebre canto degli “scariolanti”, che partivano di notte per raggiungere prima dell’alba il luogo di lavoro. La stessa diffusione del canto ben oltre le zone di bonifica è a sua volta segno della mobilità del lavoro ottocentesco. Dai movimenti ordinari vanno infine distinti i movimenti eccezionali. Ne fan parte dinamiche individuali, come il ricovero in ospedale, che implicava spesso lunghe degenze e periodici ritorni (specie nel caso dei manicomi) o l’esilio politico, di “giacobini”, di patrioti risorgimentali o di “sovversivi” postunitari; oppure spostamenti simultanei di massa, provocati da vere e proprie emergenze, quali guerre, epidemie o, frequenti nel Ferrarese, rotte e alluvioni.

Nel XIX secolo si cambiava residenza soprattutto per lavoro. Nelle campagne si spostavano le grandi famiglie dei boari, che cambiavano podere dopo la chiusura dei conti annui a fine settembre (da cui l’espressione, diffusa in tutta la pianura padana “fare San Michele” per indicare il trasloco), ma anche i salariati fissi, i servi e, soprattutto, i braccianti avventizi in cerca di “giornate” di impiego. Le migrazioni seguivano logiche di scomposizione e ricomposizione familiare, erano espressione tanto della proletarizzazione delle famiglie rurali quanto di strategie di resistenza ad essa. Seguivano assi geografici definiti dalla circolazione delle informazioni sulle opportunità disponibili lungo canali di parentela allargata, ma anche di vicinato, di comunità di paese, di luoghi di lavoro e di scambio (le fiere e i mercati). Gli spazi rurali erano attraversati da merciai e artigiani girovaghi, mentre osti, calzolai, fabbri e sarti si trasferivano da un borgo all’altro, come i domestici e come sacerdoti e dipendenti pubblici, la cui circolazione era tuttavia più larga. Gli spostamenti più incisivi erano quelli famigliari, ma si muovevano moltissimi uomini e donne sole, e non soltanto in occasione del matrimonio, che produceva il trasferimento di uno (generalmente la sposa, per l’uso patrilocale) o di entrambi i coniugi. Anziani e bambini non si limitavano alle migrazioni parentali, ma si trasferivano anche individualmente: i primi alla morte del coniuge raggiungevano la famiglia di uno dei figli, ove trovavano assistenza; i secondi erano mandati, in proporzioni considerevoli, “a servizio” in famiglie esterne e lontane, in qualità di garzoni agricoli, apprendisti artigiani o domestici. Mentre la coscrizione obbligatoria rappresentava quasi sempre per i giovani maschi la prima fuoriuscita dal proprio ambito culturale, ancora pochi si spostavano per motivi di studio.

Come è evidente da questo sommario repertorio di forme della mobilità, se le scansioni temporali non si limitano alla polarità fuorviante fra migrazione “temporanea” e “definitiva”, anche scale e distanze degli spostamenti variavano enormemente: a sistemi di migrazione locale, che coinvolgevano annualmente centinaia di contadini di parrocchie/frazioni adiacenti, si alternavano spostamenti meno massicci ma più ampi, del raggio di decine di chilometri (ad es. per l’attrazione delle “terre nuove” della Bassa), trasferimenti, spesso temporanei e spesso di gruppo, ancora più lunghi (ad es. verso i cantieri), ma anche emigrazioni internazionali su scala continentale e transoceanica. Il cambiamento dei confini amministrativi e politici complica la percezione della mobilità: essendo stato il Ferrarese per più di metà del secolo terra di confine, un movimento come quello di attraversare il Po da Crespino a Cologna ha potuto essere una migrazione interna fino al 1815, poi un passaggio di confine statale fino al 1866 e infine una migrazione inter-provinciale (e inter-regionale); per converso, data l’enorme estensione dei Comuni di Ferrara e Copparo, movimenti molto più ampi (da Serravalle a Fossalta o da Denore a Casaglia) risultavano invece semplici trasferimenti interni. Non si tratta di mere curiosità, perché i meccanismi di registrazione della mobilità che rappresentano oggi le fonti storiche per lo studio di quei fenomeni, sono mutati con le strutture statali e amministrative.

Il sovrapporsi delle differenti logiche della mobilità al mutamento dei confini e delle forme di controllo rende difficile quantificare i movimenti e soprattutto comparare fra loro i dati: i movimenti stagionali e pendolari risultano meno oggi visibili, perché non registrati dalle autorità; i censimenti e i materiali anagrafici rispondono a criteri, leggi e ripartizioni amministrative differenti (comunque fra la Legazione del 1853 e la Provincia del 1911 resta simile, attorno al 90% della popolazione, la quota di residenti nati entro il territorio). La distruzione degli archivi della Legazione e di buona parte di quello della Prefettura priva la ricostruzione delle migrazioni interne di uno sguardo centralizzato. Dopo l’età napoleonica e l’istituzione di “ruoli” della popolazione, con il ritorno nello Stato pontificio i flussi erano registrati dai parroci. Con l’obbligatorietà dei “registri di popolazione”, lo Stato unitario si dotò di procedure ancora più complesse per gestire i cambi di residenza, che han lasciato presso i Comuni ampie tracce documentarie. Data la natura ambigua di questo materiale, in parte ancora utilizzato dagli uffici comunali, e le difficoltà proprie degli archivi storici dei Comuni, non esistono ricerche approfondite sulle migrazioni interne ferraresi. Tanto che non hanno trovato risposte sollecitazioni cruciali, come la tesi di Emilio Sereni sull’origine migratoria del bracciantato di massa ferrarese o il problema più generale dell’aumento della mobilità e della mutazione delle sue forme durante la trasformazione capitalistica delle campagne.

MN, 2011

Bibliografia

Emilio Sereni, Il capitalismo nelle campagne (1860-1900), Torino, Einaudi, 1947; Franco Cazzola, La formazione del bracciantato agricolo di massa in Emilia Romagna, in Il proletariato agricolo in Emilia Romagna nella fase di formazione, a cura di Franco Cazzola, «Annali dell’Istituto regionale per la storia della Resistenza e della guerra di liberazione in Emilia Romagna», I, 1980 (scaricabile in pdf - ultimo accesso: 11 gennaio 2012); Lorenzo Del Panta, Evoluzione demografica e popolamento nell’Italia dell’Ottocento (1796-1914), Bologna, Clueb, 1984; Giancarlo Dalle Donne, La mobilità della popolazione rurale nella Bassa Padana di fine Ottocento. Il caso di Argenta, «Società e storia», 32, 1986, pp. 341-380; Michele Nani, Le origini migratorie del bracciantato ferrarese. Attorno a una tesi di Emilio Sereni, in Pensare la contemporaneità. Studi di storia per Mariuccia Salvati, a cura di Paolo Capuzzo et al., Roma, Viella, 2011, pp. 67-84.

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