Economia di valle

Pianta dello Stabilimento Valli di Comacchio Pianta dello Stabilimento Valli di Comacchio Giacinto Samaritani, Provvedimenti necessari nella laguna di Comacchio, Venezia, Stab. Tip. Visentini Federico, 1899, collezione privata, foto Sergio Orselli

Le valli di Comacchio, lo Stabilimento delle Valli di Comacchio, sono state nei secoli l’unica fonte di reddito della popolazione; Comacchio non aveva altre industrie e non aveva territorio di terra. Ad anni di floridezza e di pesche abbondantissime seguirono periodi di decadenza, caratterizzati da straordinaria mortalità di pesce, non di rado aggravata dalla distruzione di gran parte della dote ittica delle valli (il pesce immaturo), che protraeva negli anni i suoi tragici effetti. Come avvenne per la morìa seguita alla torrida estate del 1825, quando non cadde una goccia d’acqua dalla primavera all’autunno e anche il mare con le sue basse maree stette per mesi lontano dalla valle lasciando all’asciutto i canali, e la salsedine si fece così acuta che la pesca si ridusse a un quarto della media degli ultimi quarant’anni. Non erano stati sufficienti lo scavo dei canali adduttori e i lavori compiuti l’anno precedente al porto di Magnavacca per favorire il maggior afflusso dell’acqua dal mare alle valli; neppure il canale Albani (dal nome del cardinale prefetto della Congregazione delle acque) aperto per mettere in comunicazione la valle Molino col mare, aveva dato i benefici sperati.

Quanto accaduto in quell’anno pose fine alla vagheggiata età d’oro dello stabilimento vallivo inaugurata l’11 luglio 1797, allorché la Repubblica Francese, grazie al lento e difficile negoziato intessuto dal filopatrida Antonio Buonafede, vendeva «alla Città e Popolo di Comacchio» tutte le valli e loro adiacenze, «sempre in addietro riclamate con infelice successo». Mise termine anche a molte delle discipline dettate da Buonafede per una buona conduzione dello stabilimento, per contrastare le clientele secolari e i privilegi gelosamente difesi; in particolare le prerogative dei fabbricatori di pesce, che persero il monopolio della marinatura con la creazione di una fabbrica-tipo condotta dalla “Società degli Azionisti”, gli affittuari delle valli, costituita dallo stesso Buonafede.

Il disastro di quell’anno travolse anche la stessa Società, dichiarata fallita nel 1827. E pensare che era stata arbitro della compravendita avendone anticipato il prezzo pagato a Napoleone, da scalare nel corso dell’affittanza, e che guidava lo stabilimento con invidiabile imprenditorialità!

La tragedia fece venire meno la principale, meglio, l’unica fonte di lavoro dei comacchiesi; l’intera comunità cadde in uno stato miserabile e di prostrazione tale che il Comune, impotente ad affrontare la situazione, fu costretto a chiedere alla Camera Apostolica di assumersi l’amministrazione provvisoria delle valli. Un intervento necessitato, non condiviso da quanti vedevano nel ritorno delle valli alla Camera un’indiretta spoliazione della proprietà a danno di Comacchio. La critica investì in particolare il vescovo Michele Virgili il quale, oltre a interporre i propri uffici a Roma per l’accoglimento della richiesta del Comune, sostenne che le valli erano in assoluto per Comacchio una realtà del tutto passiva e che non era sufficiente aiutare il Comune proprietario: occorreva una cessione permanente alla Camera Apostolica.

La conduzione della Camera, funestata da eventi negativi, rotte del Reno, morìe di pesce per il gelo e per la salsedine, continuò fino al 1859: annessione dell’Emilia-Romagna al Regno di Sardegna. Di quel trentennio, nel quale si alternarono gestioni cointeressate (Camera e privati), gestioni governative, appalti di soli privati, è da ricordare la Notificazione del Ministero delle Finanze volta a reprimere il contrabbando di pesce. Meglio nota come “legge Galli” dal nome del pro ministro delle finanze Angelo Galli, emanata il 13 settembre 1854, è l’ultima della lunga serie di grida, bandi, editti, ordini, statuti che si susseguirono nei secoli per il governo delle valli, una legge colpita da ripetuti attacchi per riformarla o abrogarla, ma che mantenne il suo impero, continuando a regolare le valli fino alle bonifiche della seconda metà del secolo scorso.

La legge riconfermava le antiche disposizioni contro li fossinatori delle valli e la sua ferrea applicazione, sequestri, ammende e carcere; si dava una nuova stretta alla fiocinazione, sinonimo di furto, con la solita tolleranza dall’alzata al tramonto del sole in favore e pel giornaliero sfamo dei soli comacchiesi e lagotti nei luoghi, modi e tempi stabiliti, con il divieto assoluto di commerciare il pescato; era proibito recarsi alla fiocinazione con la barca munita di remi e forcole, tenere in casa fiocine – da depositare la sera presso gli impiegati vallivi a ciò deputati, per riprenderle l’indomani mattina – e, ai fabbri, era vietato fabbricare e vendere fiocine.

Fiocinavano senza barca i guazzaroli, i fiocinini più poveri, talmente poveri da non avere i mezzi per procurarsi la barca, sovente requisita in una retata. Raggiunta a piedi una riva deserta, si gettavano nell’acqua (a guazzo = a guado) senza allontanarsi troppo per poter fuggire in caso di pericolo, scendendovi quasi o del tutto ignudi e restandovi per ore e ore attendendo che l’anguilla rimanesse impigliata nel ferro. Era così diffuso il furto che la Commissione consultiva della pesca rilevava nel 1906 che a Comacchio «metà della popolazione lavora nello stabilimento, metà è occupata a rubare il prodotto dello stabilimento». E il furto di pesce, il delitto della miseria e della disperazione, si trascinò come da sempre fino alla seconda metà del Novecento.

Per i poveri la legge Galli consentiva la pesca delle mani dei poveri, così detta per la tipica organizzazione in compagnie, le mani appunto. Un’antichissima usanza che consisteva nella concessione di collocare nei canali comunicativi ad acqua calante (contestata la posa ad acqua crescente) reti e cogolli (rete da pesca fissa a forma di sacco circolare, tenuto aperto da anelli di legno, dal quale il pesce, una volta entrato, non può uscire) dal San Michele (29 settembre) d’ogni anno, all’apertura delle montate (la risalita del pesce minuto dal mare alla valle), e non oltre il 2 febbraio, al fine di catturare il pesce fuggito dai lavorieri. Una “spigolatura” che concedeva di racimolare ridotti quantitativi di pesce, un aiuto ai pescatori ma anche un vantaggio per il conduttore delle valli, al quale le anguille e le acquadelle pescate dovevano essere vendute a un prezzo stabilito. Un aiuto ben controllato: i conduttori dello stabilimento verificavano periodicamente la tenuta del lavoriero controllando la quantità di pesce che affluiva alla mano (il luogo ove si svolgeva la pesca). Se la quantità appariva eccessiva, avevano il diritto di porre un loro cogollo per 24 o 48 ore.

La gestione diretta governativa, cessata dalla Camera Apostolica nel 1859, proseguì nel Regno d’Italia fino al 7 luglio 1868, quando il governo italiano, nella convinzione che lo Stato dovesse essere liberato «da un’intrapresa industriale che nelle sue mani non potrà che avere perdite», retrocesse lo stabilimento al Comune di Comacchio. Nessun entusiasmo salutò la restituzione, anzi accolta con tale amarezza da rimproverarsi i giorni di tripudio coi quali, nel lontano luglio 1797, era stata celebrata la straordinaria impresa dell’acquisto delle valli, «il colosso della futura nostra felicità»: parole di Buonafede nell’annuncio del suo successo.

La retrocessione liberava lo Stato da un’impresa onerosa e contraria alla politica liberista del tempo, ma rovesciava sul Comune un peso schiacciante: occorreva ricostruire la fertilità dello stabilimento attraverso radicali ristrutturazioni idrauliche, argini, scavo dei canali adduttori e sub lagunari, chiaviche e mancavano i mezzi adeguati.

Ai primi tre anni di gestione diretta, affrontati con pesanti difficoltà, seguirono affittanze, alternate a conduzioni economiche comunali, il cui destino era legato all’andamento della pesca. Non c’era clausola negoziale che tenesse: alla prima crisi dovuta a salsedine, rotta di fiume, morìa di pesce da caldo o da freddo, l’appaltatore rescindeva il contratto anche a costo del pagamento di esorbitanti penali. Successe con gli affitti Cavalieri-Friedländer (1871-1874) e Luigi Bellini (1884-1891): era stata prevista rispettivamente una durata di 24 e di 16 anni, vennero rescissi dopo 3 e 8 anni.

Contro l’affitto Cavalieri-Friedländer (1872-1874), più che i problemi e i danni provocati dalla rotta del Po nel maggio 1872, poterono le ostilità di alcune categorie sociali, arroccate nella difesa dei loro privilegi e incapaci di aprirsi alle novità che l’affittanza reputava necessarie per una razionale conduzione delle valli e per la vitalità del commercio del pesce. Refrattari soprattutto i fabbricatori, che vedevano venir meno il loro monopolio. Non solo era cessato l’obbligo di dar loro da cuocere i due terzi della pesca, ma era addirittura attaccato il loro sistema di marinatura, giudicato non adatto per una lunga conservazione del prodotto. All’inimicizia dei fabbricatori – “industriali in miniatura” – si aggiunsero gli operai delle loro fabbriche che temevano per il posto di lavoro, mirando i Cavalieri-Friedländer a concentrare tutto in un solo stabilimento; i vallanti che paventavano l’ingresso di maestranze forestiere e lo snaturamento della valle con la progettata introduzione della coltivazione di ostriche; i pescatori di frodo e i pescatori delle mani sui quali aumentavano i controlli e la rigida applicazione della legge Galli con sequestri e arresti.

Di questa affittanza vanno ricordati i progetti mirati all’aumento dei prodotti della pesca col favorire l’ingresso della montata a mezzo di imponenti opere idrauliche, col ricorso alla riproduzione artificiale, con l’introduzione di nuove specie di pesci e la coltivazione delle ostriche, col lasciare che le macchine, di fatto sconosciute nello stabilimento, sostituissero gli operai nei lavori di scavo del fondo vallivo. Il tempo per realizzare questi e altri piani c’era: l’affittanza durava 24 anni.

L’ostilità ai Cavalieri-Friedländer e alle previste novità cresceva ogni giorno e l’affitto, come aveva gridato un fabbricatore durante la seduta consiliare in cui era stato approvato il contratto, diventava per molti “fatale al paese”. Ai danneggiamenti degli argini e degli impianti dello stabilimento, agli incendi in alcune stazioni di valle nell’estate e autunno del 1873, si aggiunse lo scoppio di una bomba nella casa ove alloggiava Enea Cavalieri. E il contratto, nonostante gli ottimi risultati della pesca di quegli anni, fu rescisso per mutuo consenso delle parti alla fine del 1874.

All’affittanza Bergamini, Zamorani, Sinigallia e C. (1875-1883), che si chiuse con rilevanti perdite, seguì l’affitto Luigi Bellini (1884-1894), industriale comacchiese di vasta esperienza nella conduzione dello stabilimento e della marinatura, maturata come collaboratore e socio dei Cavalieri-Friedländer e dei Bergamini, monopolista della produzione pescicola delle valli del tenimento di Mesola, nonché affittuario delle valli Cantone, Vallazza e altre del Ferrarese.

Osservando il quadro delle pesche dei primi sette anni si constata che l’affittanza proseguì secondo i migliori auspici, tanto che nel 1890 la pesca superò i 10.000 quintali; nel 1888, inoltre, era avvenuto il concentramento della fabbricatura del pesce delle valli in una sola mano e in un solo luogo: il «grandioso stabilimento per la marinatura dell’anguilla» che Bellini aveva costruito in prossimità del Trepponti, nelle aree cortilive del suo elegante palazzo.

Le rosee previsioni precipitarono col verificarsi di un evento catastrofico, la salsedine, imprevedibile e inevitabile dipendendo da cause unicamente naturali e climatiche; avvenne nella torrida estate del 1891 e raggiunse dimensioni tali da produrre la mortalità e la fuga della massima parte del pesce. Fu giocoforza per Bellini denunciare la cessazione della conduzione dello stabilimento dall’inizio del 1892, avvalendosi della clausola contrattuale che stabiliva come tra i rischi a carico dell’affittuario non fossero contemplati gli eventi di rotte di fiume, di contagi, di mortalità generale «quando questi infortuni distruggessero la sostanza e la dote della massima parte del fondo».

Le valli erano giunte a tal punto di decadenza che pareva esaurita ogni potenzialità produttiva; la soluzione appariva la bonifica e un nuovo affitto si presentava fortemente aleatorio; iniziò una nuova conduzione economica comunale che vide pochi anni dopo la cointeressenza di privati (Finzi 1896-1903; Cornia 1904-1911; Parodi 1912-1919). Comacchio, considerata anche la disastrosa pesca del 1909, si trovò ad affrontare la miseria più squallida: il furto di pesce tornò ad essere l’unico mezzo per sfuggire alla disperazione e una fatale necessità per tanta parte della popolazione. Ben nota è la protesta scoppiata nel 1912, una vera insurrezione che degenerò nell’uccisione di una guardia valliva.

La grave e duratura situazione finanziaria costrinse il Comune a vendere tutto il pescato col pagamento anticipato e a prezzi unitari, convenuti per più anni a imprenditori che conducevano la fabbricatura e ne curavano la vendita. Il contratto, stipulato nel 1896 per la durata di 8 anni con la Società Finzi-Palazza e C. e, poi, per altri otto anni, nel gennaio 1904, con la ditta Bonaiuto Vitali e C., comprendeva due parti ben distinte: la compravendita di tutto il pesce pescato nelle valli; la compartecipazione dell’acquirente negli utili e nelle perdite della gestione dello stabilimento. La ditta Bonaiuto Vitali e C. realizzò nel 1904 il complesso industriale “dietro il loggiato dei Cappuccini”, ove riunì la sede amministrativa della società, la casa padronale, la fabbricatura e il mercato del pesce fresco.

AZ, 2011

Bibliografia

Luigi Bellini, Una zona di delinquenti d’abitudine, Torino, Bocca, 1919; Alberto Felletti Spadazzi, Comacchio e le sue Valli. Miserie antiche e necessità presenti, Bologna, Società Tipografica Editrice Bolognese, 1957; Luigi Bellini, La legislazione speciale delle valli di Comacchio nella sua genesi storica, nelle fonti e nell’applicazione, Milano, Giuffrè, 1966; Ettore Friedländer, La Pesca nella Laguna di Comacchio, Firenze, Le Monnier, 1872, passim; Storia di Comacchio nell’età contemporanea, voll. I e II, Ferrara, Este Edition, 2005, passim.

Letto 9674 volte
Altro in questa categoria: « Canapa Partecipanza agraria »

Istituto di Storia Contemporanea - vicolo Santo Spirito, 11 - 44121 Ferrara
Telefono e fax: 0532/207343 - email: isco.ferrara@gmail.com - sito: http://www.isco-ferrara.com/ - Privacy & Cookies