I centri urbani: Comacchio

Il mercato del pesce Il mercato del pesce cartolina di inizio Novecento, collezione privata

La storia del territorio e della città di Comacchio tra Ottocento e Novecento coincide con una generale e progressiva trasformazione, una storia che vede agli inizi del XX secolo il compimento di opere pensate, studiate e avviate nel secolo precedente, una storia legata alle valli e alla loro gestione.

Il generale Bonaparte prese possesso del territorio nel 1797, affidandolo al commissario Brusoix: la ribellione dei cittadini che con ragione ritenevano le valli la più grande ricchezza della loro terra, portò alla firma del Rogito Giletti (12 luglio 1797) con il quale la Repubblica francese vendette le valli alla comunità. Fu solo il primo atto di una lunga serie di vicende, sempre legate alle distese vallive che, tra l’altro, avrebbero visto affiorare la necropoli di Spina dal prosciugamento di Valle Trebba nel primo dopoguerra e che sarebbero state testimoni nel 1849 dell’avventuroso sbarco del generale Garibaldi a Magnavacca (Portogaribaldi dal 1919).

In età napoleonica Comacchio era un “Comune di 1a Classe”, capoluogo del secondo Distretto che nel 1802 comprendeva Campolungo, Lagosanto, Ostellato, Vaccolino, Sant’Alberto alla sinistra del Primaro, San Zagno. Era una realtà insulare, senza collegamenti rotabili con la terraferma, raggiungibile solo con natanti attraverso le quattro porte di accesso: quella del Carmine a nord, verso Valle Isola; la Trepponti a sud, in corrispondenza dell’omonimo ponte sul canale navigabile voluto dal cardinale Giovanni Battista Pallotta per mettere in comunicazione Comacchio con il mare e con il porto di Magnavacca; la porta di San Pietro sul canale Rillo, verso le valli meridionali; quella dei Cappuccini a ovest, sull’altro ramo del canale Pallotta che si dirigeva verso Valle Ponti e verso le valli di Ostellato. La fortezza dell’ex convento di Sant’Agostino, bastionata e attorniata da canali, chiudeva a est. La cartografia storica tramanda questa immagine di Comacchio, immersa in una faticosa convivenza di appezzamenti coltivati nelle “valli zappative”, di valli di alghe e di canne, di valli da pesca, stagni, boschi, saline, “monti di arena” (paleodune costiere), casoni dei vallanti quasi incastonati nell’infinito della laguna. Tra i difficili, se non impossibili, collegamenti viari rimaneva l’ancora importante strada Romea. Questo si legge nella Carta napoleonica del Dipartimento del Basso Po redatta dai tecnici militari del Deposito della Guerra di Milano tra il 1812 e il 1814.

I veloci programmi del nuovo corso diedero luogo a lavori pubblici rivolti al risanamento urbano tra il 1803 e il 1805; più tardi anche il progetto per la costruzione di un macello, nel 1811. Nell’ambito della riorganizzazione delle attività portuali, poi, nel 1808 Comacchio divenne capoluogo di uno dei sindacati marittimi del litorale: era il “la” per il grande progetto di uscita dall’isolamento, l’apertura della città oltre la laguna. Si pensò subito a un porto attrezzato individuandone il sito tra Magnavacca e la foce del Po di Volano, ma il disegno dell’impresa rimase sul tavolo dell’ing. Louis Bruyère insieme al progetto di una sana “città nuova” costruita attorno a una piazza quadrata centrale, con lunghe strade porticate a definirne il perimetro. Un moderno impianto, progettualmente legato al porto mai realizzato, vide la luce con decreto del 6 aprile 1810: la grande salina, creata nella parte più alta delle valli, vicino al mare a sud della Torre Rossa, cinta da un argine per proteggerla dalle acque del Reno e del Po; più avanti, nel 1829, un canale rettilineo la congiungerà al porto di Magnavacca.

Se i grandi progetti “francesi” sfumarono con la caduta del Regno napoleonico, che fece venir meno anche l’esigenza di un nuovo porto sull’Adriatico, rimaneva la necessità di uno scalo commerciale: si percorse allora la strada del miglioramento dell’antico porto di Magnavacca, citato nei documenti fin dai primi decenni del Trecento, consolidato e fortificato nelle età estense e legatizia, quando fu costruito anche il canale Pallotta (1638) che lo metteva in diretta comunicazione con la laguna, finendo drittofilo al Trepponti. I lavori di potenziamento si susseguirono tra il 1823 e il 1865, e nell’anno successivo il porto passava dalla gestione del Genio della Provincia di Ferrara all’amministrazione comunale della città lagunare.

Sempre chiusa tra le valli e il Reno a sud, con grossi problemi all’economia dato che la pesca si era fatta più difficoltosa a seguito dell’immissione di nuovi scoli nella Valle del Mezzano, Comacchio era stremata dalla povertà, soffocata da una miriade di progetti riguardanti la sistemazione stradale e quella idraulica ancora più complessa, spenta nei problemi che affollavano i tavoli delle discussioni alla ricerca di soluzioni fattibili.

Per tutto l’Ottocento il profilo di Comacchio rimase tale sia nella maglia urbana interna, sia nei suoi confini: attraversata dalla lunga strada che ancora oggi unisce i poli ovest (Santa Maria in Aula Regia) ed est (Sant’Agostino) valicando i canali dalle sponde transitabili, percorsa da ponti, fitta di case dagli “usci senza porte” in fila sui vicoli-corridoi che univano la strada principale ai canali retrostanti confinanti con le valli. È ancora un’isola nella Pianta della Città di Comacchio disegnata da Nicola Cavalieri San Bertolo nel 1817, segnata da alcune architetture realizzate in età pontificia, come il settecentesco fabbricato dell’ospedale San Camillo – utilizzato nel periodo napoleonico come alloggiamento delle truppe e ospedale militare, poi come ricevitoria di Finanza del Distretto –, da edifici religiosi e dal lungo loggiato dei Cappuccini, dalla Capitaneria di Porto, le prigioni, il cimitero, il mercato del pesce, il teatro Feletti, il palazzo dell’Appalto (Azienda Valli Comunali).

Nel XIX secolo gli interventi edilizi – senza dimenticare la continua manutenzione di ponti e canali – interessarono in particolare l’area della Cattedrale e la via delle Stimmate con il compimento della strada sul retro della chiesa del Rosario, il restauro di qualche palazzo privato, la ristrutturazione di edifici pubblici nell’ottica del decoro cittadino. Tra questi, il consolidamento e la ricostruzione della torre dell’Orologio, dotata prima di una meridiana (1850) poi di un orologio meccanico (1872); i lavori alla loggia del Grano, il cui pavimento fu lastricato in pietra (1843) e i rilevanti restauri alla Pescheria (1887); la probabile realizzazione, nella prima metà del secolo, della facciata del palazzo vescovile sulla via Marchesana (ora via Edgardo Fogli). Si mise parzialmente mano anche alle chiese, di proprietà demaniale in età napoleonica, perlopiù chiuse e destinate ad usi impropri (le chiese di San Carlo e di San Nicolò ospitavano alloggiamenti militari e magazzini) o in seguito demolite (San Pietro martire alla Catena). L’ex convento di Sant’Agostino, limite orientale dell’abitato, era già stato trasformato in fortezza militare dagli austriaci e “recuperato” in questo senso dai francesi: lo stato rovinoso in cui si trovava suggerì interventi d’urgenza, mentre la chiesa dei Santi Agostino e Mauro fu definitivamente chiusa nel 1831. Numerosi lavori edilizi lungo tutto il secolo interessarono anche le chiese del Carmine e di Santa Maria in Aula Regia, il cui convento era già stato colpito da tre soppressioni tra il 1798 e il 1818 e ancora in età post-unitaria , nel 1866, quando terreni, chiesa, ambienti e arredi vennero ceduti al Municipio, lasciando il santuario aperto al culto e convertendo il convento prima a ospizio per anziani poi a fabbrica di fiammiferi; la chiesa fu infine restaurata nel 1900 e il santuario riconsacrato nel 1923.

Secondo una sconfortante bozza di relazione diretta al sindaco dall’ingegnere comunale Rabbi nell’ultimo ventennio dell’Ottocento, era necessario pensare a opere di igiene pubblica, a interventi nei luoghi dove ristagnavano le acque; alle fognature per la raccolta sia delle acque pluviali, sia degli acquai delle case; alla costruzione di latrine pubbliche (alcune zone erano, secondo il tecnico, «depositi di concime umano, misto ad immondezze d’ogni sorta»); al risanamento delle case i cui proprietari erano «poveri, tanto poveri»; alla costruzione di nuovi alloggi... ma lo sviluppo edilizio sarebbe dovuto andare «di pari passo col miglioramento economico» che tardava.

Con la prospettiva di togliere gradualmente Comacchio dall’isolamento, si affiancarono alle “strade liquide” quelle carrabili e ferroviarie. La via Marina, strada per Magnavacca che unì la città al mare, fu realizzata nel 1821 e in seguito ebbe un proprio ingresso nel ponte delle Caselle (sul ramo sud del canale Sant’Agostino) con la costruzione di un’altra strada, quella oggi dedicata a Nino Bonnet; di un primo tronco di strada provinciale Ferrara-Comacchio, con uscita a Ferrara presso la porta di San Giorgio, si ha notizia dal 1824; attorno al 1840 si conclusero i lavori di raccordo verso ovest, con arrivo a Ostellato. Nel 1908 fu siglato l’accordo per la costruzione della ferrovia da Ostellato a Magnavacca Marittima, con fermate a Gallare, San Giovanni e Comacchio: fu conclusa e collaudata il 13 agosto 1913, non senza forti rimostranze da parte di chi viveva commerciando via acqua.

Conseguenza delle opere di collegamento carrabile fu la pesante operazione sull’assetto interno della città e al suo sistema di ponti, il cui numero venne dimezzato rispetto agli inizi del secolo: scomparvero, tra gli altri, i ponti dei Cappuccini e di Sant’Agostino eliminando i rispettivi canali, fu trasformato in cavalcavia il ponte Salvaterra, venne demolito il ponte del Duomo (1840), fu spianato e ridotto a “calessabile” il ponte di Piazza (1858). Si salvò il ponte degli Sbirri per mancanza di fondi destinati allo smantellamento già richiesto (1875), mentre il Trepponti era già stato sottoposto a manutenzione (1823) per eliminare le muraglie merlate aggiunte dagli austriaci. Lo sconvolgimento territoriale trovò compimento nel secolo successivo, anche a seguito delle bonifiche delle Valli settentrionali intraprese tra il 1873 e il 1878, lasciando comunque sul territorio importanti tracce come la Salina o Valle Bertuzzi con i loro opifici, oltre a qualche casone di valle.

Se il quadro del territorio e della città risulta desolante nella citata relazione dell’ing. Rabbi, bisogna ricordare, nell’assenza di una classe nobiliare, la rilevanza sociale dei “fabbricatori”, una ristretta cerchia concessionaria dell’attività di trasformazione e conservazione del pesce. Le loro abitazioni ne riflettevano l’agiatezza e la tranquillità economica, senza sconfinare nel lusso. Tranne una, quella di Luigi Bellini, che ancora oggi si affaccia imponente sulla via Agatopisto di fronte all’antico ospedale San Camillo. Negli ultimi anni dell’Ottocento Bellini investì i guadagni provenienti dalle attività vallive in un grande stabilimento di lavorazione del pesce, cui affiancò un palazzo su due piani vicino allo snodo viario del Trepponti. “Casa e bottega”, per l’imprenditore, con abitazione ricca di decorazioni al piano nobile, al piano terra lo studio e i locali da visita, nella grande corte un giardino e magazzini, ambienti per la cottura, locali destinati alla produzione di aceto per la marinatura, fabbricati di servizio, attracchi per le barche, un mulino a vapore.

I primi anni del Novecento videro poi la profonda trasformazione dell’area tra il loggiato dei Cappuccini e il canale Lombardo, ceduta nel 1905 dal Comune alla società “Bonaiuto Vitali e C.” che vi realizzò un centro per la trasformazione e il commercio del pesce. Nei pressi, l’ex chiesa di San Pietro, in stato di abbandono da più di un quarantennio, nello stesso anno veniva ceduta dal Comune a Salvaterra Bignozzi, che la convertì in mulino.

Nasceva così una zona industriale, un altro passo verso l’uscita dall’isolamento di una città cresciuta nella valle inseguendo il progresso.

AG, 2011

Bibliografia

Serafina Cernuschi Salkoff, La città senza tempo. Studio socio-antropologico di Comacchio e le sue valli, Bologna, il Mulino, 1981; Diego Maestri, Comacchio e l’Isola pomposiana, Roma, Il Bibliofilo, 1983; Una carta ferrarese del 1814, a cura di Stefano Pezzoli e Sergio Venturi, Milano, Amilcare Pizzi, 1987; Francesco Ceccarelli, Fabrizio Fiocchi, Forma urbana e rappresentazione della città di Comacchio nella cartografia storica tra Seicento e Ottocento, in Il Parco del Delta del Po. Studi e immagini, vol. 3. L’ambiente come laboratorio, a cura di Carlo Bassi, Carla Di Francesco, Pier Giorgio Massaretti, Ferrara, Spazio Libri, 1990, pp. 21-38; Aniello Zamboni, Comacchio: nascita della nuova città (1598-1950), in Guida tematica di Ferrara e provincia, Milano, Silvana Editoriale, 1995; Maria Teresa Borgato, Progetti “in grande” e innovazioni nella Comacchio napoleonica, in Storia di Comacchio nell’età contemporanea, Ferrara, Este Edition, 2005, II, pp. 218-257; Andrea Alberti, «... per farsi isola tra terre e case». Architetture e territorio (1800-1960), ivi, pp. 320-367 (con importante documentazione archivistica citata e trascritta in nota).

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