Ospedali e strutture sanitarie

Dora Noyes (Harrow, Middlesex, 1864 – Sutton Veny, Wiltshire 1960), Ingresso all’Ospedale Sant’Anna, 1904; china e acquerello su cartoncino, mm 375 x 284; Londra, collezione privata Dora Noyes (Harrow, Middlesex, 1864 – Sutton Veny, Wiltshire 1960), Ingresso all’Ospedale Sant’Anna, 1904; china e acquerello su cartoncino, mm 375 x 284; Londra, collezione privata Tratto dal volume: I disegni ritrovati di Dora Noyes, a cura di Giacomo Savioli, Ferrara, Corbo, 1996, Tav. XXI

Tra i diversi problemi che impegnarono lo Stato italiano dopo l’Unità, la questione sanitaria fu particolarmente impegnativa a causa della coesistenza di realtà locali diverse che sarebbero dovute confluire in un unico organismo nazionale. Il problema appariva particolarmente complesso perché il nuovo Stato doveva anche affrontare la sfida imposta dall’adeguamento all’evoluzione della società europea. Il concetto di autorità politica era stato, infatti, ampiamente modificato dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione francese che avevano trasformato il detentore dell’autorità nel depositario di una delega da parte del popolo sovrano, mentre il diritto divino al potere stava perdendo sempre più di forza e di credibilità. L’assistenza sanitaria, perciò, non poteva più essere un semplice dovere caritativo verso il bisognoso, ma un preciso impegno del governo teso al miglioramento generale della vita del popolo.

Nell’età di passaggio tra Otto e Novecento, anche nella provincia di Ferrara si assisteva così a un importante sforzo per costruire edifici e servizi pubblici che gradualmente avrebbero ristretto il divario tra il centro e la periferia.

L’istituzione dell’ospedale civile di Bondeno fornisce un ottimo esempio, su scala locale, di un aspetto fondamentale della storia dell’assistenza nosocomiale italiana, imperniata sulla trasformazione dell’ospedale da luogo di ricovero indifferenziato a spazio destinato al recupero della salute. Il passaggio da una funzione all’altra richiedeva che fosse superato il concetto di ospedale come struttura sostenuta dalla beneficenza dei ricchi e riservata alla cura dei soli malati poveri, per proporre un servizio sanitario sempre più distinto dall’assistenzialismo e più aderente ai nuovi indirizzi della scienza. Grazie a due successivi lasciti, quella del senatore Giuseppe Borselli, nel 1887, che donava al Comune la sua villa perché fosse trasformata in ospedale, e quella, nel 1893, di Giovanni Bottazzi, il Municipio di Bondeno si trovò ad amministrare ingenti patrimoni che determinarono la nascita della “Casa di Riposo Bottazzi” nel 1904 e dell’ospedale “Fratelli Borselli” nel 1913. In base allo statuto dell’ospizio, i ricoverati dovevano essere autosufficienti. Gli anziani erano, infatti, coinvolti in lavori adatti all’età e al loro stato fisico e intellettuale; potevano inoltre beneficiare di parte dei proventi del lavoro eseguito. Il rimanente serviva a coprire le spese di manutenzione e gestione della struttura.

Storicamente, la maggior parte degli ospedali del territorio ferrarese sorgeva lungo le più importanti vie di comunicazione del tempo: il Po e i suoi canali. Il loro compito, grazie alla beneficenza da cui dipendevano, era rispondere alle necessità dei bisognosi, ma anche dei pellegrini che transitavano in quelle zone. Le strutture destinate agli ammorbati, erano, invece, pubbliche e funzionavano soltanto in caso di epidemie.

A Comacchio, l’ospedale per infermi, attivo solo nel 1814, fu costruito, sotto il governo pontificio, a partire dal 1784. In precedenza, dal Medioevo al 1641, era esistito un altro luogo di assistenza e cura di pertinenza del vescovo pro tempore. Nell’intervallo di oltre un secolo e mezzo, altre istituzioni, come le Confraternite, il Monte di Pietà e la Ca’ di Dio di Ferrara avevano riempito lo spazio occupato in seguito dal San Camillo, una struttura moderna, rispetto ai tempi, con due infermerie, una camera d’ostetricia e una sala anatomica. Nonostante la città di Comacchio fosse sempre stata gelosa di una certa civica autonomia gestionale dell’ospedale (l’edificio era di proprietà comunale e i suoi finanziamenti provenivano per la maggior parte da quote di redditi delle valli), è possibile notare la permanenza dell’originaria commistione della funzione assistenziale con quella di beneficenza anche nella presenza, fino al 1970, delle Suore della Carità di San Vincenzo De Paoli, iniziata nel 1857.

Anche a Codigoro e Mezzogoro furono attive istituzioni assistenziali dipendenti dall’abbazia di Pomposa, ma fu solo nel 1876 che il Comune si dotò di un vero e proprio luogo di cura e ricovero. L’ospedale fu una risposta all’urgenza determinata dalla rotta del Po a Guarda nel 1872, quando le acque alluvionali giunsero a Mezzogoro e fecero prendere coscienza che Codigoro si trovava al centro di un comprensorio che aveva bisogno di servizi sanitari. Nel 1876, la Congregazione di Carità acquistò la seicentesca casa Minardi, ex tintoria di lane, che fu adibita a infermeria. L’impegno di medici e addetti rese presto riduttiva la ragione di “Opera Pia Infermeria” e già nel 1900 la struttura fu trasformata in un vero ospedale capace di richiamare pazienti, oltre che dal Comune, dall’intero comprensorio (Lagosanto, Massafiscaglia, Migliarino, Mesola, Jolanda, Ostellato e Berra). La peculiarità dell’ospedale di Codigoro è il suo legame diretto col Po. Ed è proprio attraverso il grande fiume, in battana, che spesso vi si trasportavano i malati da altri luoghi rivieraschi.

L’“Ospedale Mandamentale San Giuseppe” di Copparo fu inaugurato nel 1901. Gestito dalla Congregazione di Carità fino al 1910, la sua amministrazione passò in seguito, insieme alla manutenzione, al Comune. Le cronache del tempo registravano la presenza di un padiglione per le malattie infettive, di un’ampia sala operatoria e la dotazione di strumenti per raggi Roentgen.

L’ospedale “Carlo Eppi” di Portomaggiore sorse nel 1882 nella sede provvisoria dell’ex convento di San Francesco. Era dotato in origine di quattro letti che divennero dieci l’anno successivo. Il fondatore Carlo Eppi, ricco possidente portuense trasferitosi a Ferrara, era deceduto nel 1868 lasciando i propri beni all’Opera Pia affinché le rendite ricavate portassero alla costruzione di una casa di beneficenza per infermi, inabili e poveri. L’ospedale nacque ex-novo, senza legami con le precedenti istituzioni: il cinquecentesco Spedale di San Salvatore e il lazzaretto ottocentesco per colerosi. A soli tre anni dalla fondazione, i letti aumentarono a cinquanta e si profilò l’esigenza di una nuova sede. La credibilità acquisita nella cura dell’epidemia di tifo del 1892 permise di accelerare la realizzazione del ricovero annesso che costituiva il secondo punto delle volontà del testatore.

Sin dal Cinquecento, la storia di Argenta registra la presenza di servizi ospedalieri. Nel 1866, il Comune acquistò l’ex convento dei Cappuccini, soppresso dal governo italiano, per adibirlo a ospedale civile e ricovero per gli indigenti. Nel 1888, il patriota mazziniano Giuseppe Vandini destinò il suo patrimonio per la costruzione di un nuovo nosocomio che prenderà il nome di “Mazzolani-Vandini”, ma che sarà funzionante solamente dal 1939.

La storia amministrativa dell’ospedale civile di Cento fu caratterizzata, invece, dalla commistione di giurisdizione vescovile bolognese e politica ferrarese. Le origini dell’istituto risalgono al 1312, quando una bolla del vescovo di Bologna esortò i centesi a concorrere per la costruzione di un ricovero. Nei secoli si rafforzò il carattere “civile” e municipale dell’ospedale che incontrò sempre serie difficoltà economiche. La Restaurazione dovette fare i conti con una situazione debitoria aggravata dalle successive emergenze coleriche del 1835 e 1855 cui, dopo l’Unità nazionale, seguì una nuova amministrazione affidata alla Congregazione di Carità. La vita dell’istituto continuò, tuttavia, a essere grama a causa della povertà delle risorse, delle epidemie ricorrenti e delle gelate che, in inverno, colpivano il territorio.

Infine, le origini e lo sviluppo dell’ospedale di Ferrara, grazie anche al suo legame con l’Università, resero il nosocomio cittadino la cartina di tornasole dei rapporti tra scienza e medicina, non solo a livello locale, ma anche nazionale. Fondato nel 1444 per espresso volere di papa Eugenio IV, fu eretto nella vasta area della contrada di San Guglielmo, nei pressi della porta dei Leoni del Castello Estense e sulla sponda del canale di circonvallazione (ora corso della Giovecca), dove un tempo sorgeva l’antico monastero dei Padri Armeni che lasciarono un grande fabbricato con annesso oratorio e un grande terreno che si estendeva dal borgo San Leonardo (ora via Borgo dei Leoni) al borgo San Guglielmo (via Palestro). L’ospedale veniva così a trovarsi contemporaneamente fuori della città ma nei suoi pressi, fino a che l’addizione di Ercole I d’Este (1492) lo incluse tra le mura. Secondo le intenzioni del pontefice, la struttura doveva offrire salubrità di posizione, facilità di accesso e possibilità di estensione, ma fu solo alla fine del Settecento che la sua funzione di ricovero indifferenziato, allora ancora dominante, fu superata con la separazione tra malati e poveri. Gli sviluppi successivi della scienza medica e il collegamento tra l’insegnamento della medicina e la pratica nosocomiale non poterono non tradursi in un ripensamento della struttura ospedaliera secondo i criteri della modernità che imponeva una maggior igiene e il raggruppamento dei degenti in base alla malattia.

Tuttavia, ancora agli inizi del Novecento, la “scienza” era, dai più, considerata inavvicinabile, perché ritenuta patrimonio dei ceti abbienti. Continuava, perciò, parallelamente a proliferare la cosiddetta medicina “altra”, fatta di pratiche medico-popolari e influenzata dalla persistenza del pensiero magico-tradizionale, che trovava espressione nella fitoterapia, negli usi demoiatrici, in formule e “segnature”, ma soprattutto nelle figure dei “guaritori” che, non di rado, si ponevano in opposizione ai medici e alla medicina ufficiale e ospedaliera.

 

FB, 2011


 Bibliografia

Ferrara. Riflessi di una rivoluzione. Itinerari nell’occasione della Mostra per il Bicentenario della Rivoluzione francese, catalogo della mostra (Ferrara, Palazzo Paradiso, 11 novembre - 31 dicembre 1989), a cura di Delfina Tromboni, Ferrara, Corbo, 1989; L’assistenza ospedaliera a Bondeno dall’Ottocento ad oggi, Atti del convegno di studi (Bondeno [Ferrara], 18 giugno 1993), Supplemento al volume 70 degli «Atti» dell’Accademia delle Scienze di Ferrara, 1994; Angela Ghinato, Casa Bottazzi. La storia (1893-1904), Ferrara, Tipografia Artigiana, 1996; Andrea Nascimbeni, O di morbo, o di scaduta sorte La Cassa di Risparmio di Ferrara e le “provvidenze” sanitarie nei secoli XIX e XX, «Ferrara. Voci di una città», 12, 2008, pp. 59-63.

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