Innovazioni tecniche e progresso agricolo

Prototipo di locomobile per macchina trebbiatrice a vapore Prototipo di locomobile per macchina trebbiatrice a vapore La campagna a vapore. La meccanizzazione agricola nella Pianura Padana, a cura di Angelo Varni, Rovigo, Minelliana 1990

Negli anni Quaranta del XIX secolo, l’agricoltura italiana, stretta dalle sollecitazioni tecniche delle rivoluzioni agricole europee e dalla competizione sul mercato internazionale, cercò nuove vie di sviluppo e nei vari Stati italiani, ma soprattutto nella pianura padana, per migliorare la coltivazione delle terre si aprì un vivace dibattito riguardante le innovazioni tecniche e la sperimentazione di nuovi attrezzi sempre più specializzati da introdurre in agricoltura.

La prima esposizione industriale italiana, inaugurata a Firenze nel 1861 e dedicata alla meccanica agraria, rivelò una inaspettata vitalità, in quanto non si trattava di tentativi sporadici e isolati, ma era esibita una meccanica agricola ormai sviluppata. Infatti, le molte innovazioni messe a punto fin dall’inizio dell’Ottocento, furono disponibili, modificate e utilizzate solo dopo la seconda metà del secolo. In prima istanza, esse riguardarono il miglioramento degli attrezzi agricoli fondamentali; in un secondo momento questi furono dotati di parti metalliche, quindi più resistenti ai lavori nei campi; infine si ebbe la costruzione di nuovi attrezzi agricoli, emulati da quelli stranieri.

Altri punti di forza per la diffusione del progresso agricolo nelle campagne italiane furono la pubblicazione di diversi periodici specializzati che divulgarono nuove idee ed esperienze, la costituzione di “Società d’Incoraggiamento”, la trasformazione delle accademie settecentesche in centri di discussione e intervento agronomici, l’apertura di scuole di formazione agraria alle quali venivano associati terreni e officine sperimentali.

Nelle tenute dell’Italia settentrionale sin dai primi decenni dell’Ottocento iniziarono a circolare, oltre alle idee, anche gli agronomi, i semi e i nuovi attrezzi. Il ramo della meccanica rurale che per primo vide grandi innovazioni fu quello degli aratri e degli strumenti per la lavorazione del suolo. Grazie ai “Comizi agrari”, nell’area padana si iniziò ad adottare il charrue belge, fedele riproduzione straniera, mentre si diffuse anche il “coltro toscano”, adattato anch’esso da modelli stranieri: nuove officine meccaniche costruivano questi aratri e ne garantivano la manutenzione, mentre “riunioni agrarie” ne propagandavano l’efficienza.

Questa nuove temperie culturale e sociale toccò anche il territorio ferrarese, che dagli anni Quaranta divenne un banco di prova delle più importanti innovazioni che avrebbero contrassegnato l’agricoltura italiana nel periodo postunitario. Già in età napoleonica si formularono diversi progetti che avrebbero cambiato radicalmente la fisionomia delle valli e delle terre più esposte all’azione dei fiumi e del mare. Oltre a lavori pubblici rivolti al risanamento urbano, alla costruzione di un macello e alla riorganizzazione delle attività portuali, tra il 1803 e il 1810 gli ingegneri francesi predisposero anche un progetto per congiungere Comacchio alla terraferma ferrarese e per costruire una grande salina. Creata nella parte più alta delle valli, vicino al mare a sud della Torre Rossa, cinta da un argine per proteggerla dalle acque del Reno e del Po, la salina avrebbe caratterizzato per tutto il XIX secolo l’economia valliva, che si stava gradualmente evolvendo in un orizzonte prettamente industriale.

Promotore della centralità del Ferrarese in questo processo di innovazione fu la nascita nel 1843 dell’Istituto Agrario di Ferrara, diretto fino al 1858 dall’agronomo padovano Luigi Botter, che fu l’artefice e il promotore dell’innovazione tecnica. L’Istituto Agrario era organizzato con corsi teorici biennali, che prevedevano la partecipazione di studenti e uditori. All’Istituto erano annessi un “gabinetto agrario”, che custodiva attrezzi, macchine agricole e strumenti per l’analisi del terreno, un “orto agrario”, per la prova delle nuove sementi, un “podere sperimentale”, concesso dal Comune per l’esercizio dell’attività pratica. Nel 1845, anche attraverso le “conferenze agrarie”, l’attività dell’Istituto conobbe un salto di qualità.Luigi Botter focalizzò il suo interesse verso i sistemi di aratura: nel Ferrarese erano molto diffusi il “coltro toscano” e l’aratro Sambuy (piemontese), ma si diffuse rapidamente, a partire dalle terre di Tresigallo, l’aratro Dombasle. Grazie alle modifiche apportate da Botter, quest’ultimo si adattava meglio alle terre pesanti e argillose della pianura ferrarese. L’azione dell’agronomo padovano si spinse ancora oltre: per agevolare i proprietari nell’acquisto del nuovo aratro Dombasle-Botter, egli diede vita ad una officina meccanica-agraria che assemblava e montava i pezzi dell’aratro, prodotti nella fonderia di Bologna.In questo modo, nel 1846, pochi mesi dopo le prove effettuate sul podere sperimentale dell’Istituto, vennero venduti e commissionati oltre 50 nuovi aratri: nei due anni successivi furono oltre 400 nel solo Ferrarese, ma si diffusero anche nel Padovano, nel Modenese e nel basso Veneto. All’altezza dell’Unità gli aratri Dombasle-Botter erano ormai 5.000, mentre i “coltri toscani” si attestavano a circa 3.000.

Oltre a promuovere il nuovo tipo di aratro, Botter si dedicò al miglioramento delle trebbiatrici. Già dal 1838 era in circolazione nelle campagne ferraresi la macchina ideata dal bresciano Giulitti, ma nel 1847 Botter introdusse nel podere sperimentale dell’Istituto uno sgranatore meccanico per il mais, adattato dal toscano Ridolfi su modello americano. Dopo averlo sperimentato, Botter lo mise a disposizione degli agricoltori con un sistema di noleggio, uno dei veicoli più efficaci ed economici di introduzione delle innovazioni tecniche in agricoltura. Attraverso «L’Incoraggiamento», il giornale ufficiale dell’Istituto Agrario, l’agronomo riuscì a propagare le nuove idee riguardanti le macchine a vapore trasportabili: nel 1855 furono sperimentate una macchina idrovora per il drenaggio delle acque (a San Vito di Ostellato) e una trebbiatrice a vapore (a Ro Ferrarese), l’anno seguente un “trebbiatoio locomobile a vapore”, costruito su progetto americano della milanese Schlegel (nel podere sperimentale dell’Istituto, poi affittato ai proprietari).

Ancora nel 1856 veniva creata a Ferrara la Società Agricola-Industriale” per la preparazione meccanica della canapa, la trebbiatura a vapore del grano e del riso, per i prosciugamenti meccanici e per l’irrigazione di piccole superfici. Grazie a Botter e all’Istituto, Ferrara avviava un processo di innovazione e di meccanizzazione in agricoltura destinato a diffondersi dopo l’Unità.

Nello stesso periodo, a queste innovazioni in agricoltura si affiancarono quelle introdotte per la bonificazione delle paludi ferraresi: in questo campo la novità più importante dell’Ottocento fu l’introduzione delle idrovore a vapore per il sollevamento meccanico delle acque. La prima idrovora a vapore fu costruita nel 1857 a Baura, sul Po di Volano. Altri tentativi vennero eseguiti in alcune valli del primo Circondario, ma i risultati furono piuttosto insoddisfacenti, sia dal punto di vista tecnico, sia per le insufficienti risorse finanziarie. Nonostante le difficoltà, la costruzione dell’idrovora di Codigoro, fornita di macchinari inglesi, procedette celermente e divenne una delle più grandi del tempo. Anche nel secondo Circondario, il Polesine di San Giorgio, vennero attivati impianti di sollevamento, sempre su progetto inglese. Le bonificazioni resero possibile l’introduzione di nuove macchine nei terreni prosciugati: apparecchi Howard, apparecchi di aratura a vapore Fowler e Sack, oltre ai nuovi aratri meccanici dei fratelli Violati-Tescari di Ariano Polesine, meno ingombranti, meno costosi e soprattutto più veloci da trasportare e adatti alle nuove terre bonificate. Vennero introdotte anche le seminatrici Sack, gli “spandiconcimi” (data la necessità della concimazione delle “terre nuove”) e macchine da raccolto: falciatrici, mietitrici, legatrici, presse da foraggio, decanapulatrici, cernitoi. Nello stesso periodo iniziarono a circolare nelle campagne, a partire dalle zone bonificate, rimedi contro l’invasione dei topi campagnoli (l’arsenico), le malattie crittogamiche delle coltivazioni e la “ruggine” dei cereali (calce e antiparassitari), vennero sperimentati i nuovi concimi azotati, per migliorare e aumentare le rese. In questo contesto, a partire dagli anni Settanta dell’Ottocento, si svilupparono nuove aziende: le fornaci dotate di forni Hoffman, uno stabilimento ceramico con notevoli macchinari, mulini e opifici per la raffinatura dei cereali, che utilizzavano macchine provenienti dalle officine Schlegel di Milano e dalla ditta Roberts-McAdam di Belfast. In questo periodo si svilupparono anche diversi canapifici ed ebbe impulso, grazie all’introduzione massiccia nelle nuove terre bonificate della barbabietola da zucchero, l’industria saccarifera.

MC, 2012

Bibliografia

Vittorio Peglion, Le bonifiche ferraresi, Ferrara, Bresciani, 1910; Pietro Niccolini, Ferrara agricola, cenni storici e statistici, Ferrara, Taddei, 1926; Mario Zucchini, L’agricoltura ferrarese attraverso i secoli. Lineamenti storici, Roma, Volpe, 1967; Storia dell’agricoltura italiana in età contemporanea, a cura di Pietro Bevilacqua, vol. I, Spazi e paesaggi, Padova, Marsilio, 1989; Rossano Pazzagli, La meccanizzazione delle campagne padane nel dibattito agronomico preunitario, in La campagna a vapore. La meccanizzazione agricola nella Pianura Padana, a cura di Angelo Varni, Rovigo, Minelliana, 1990.

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