Mare

Particolare della “Carta del Basso Po” (1814) con il litorale adriatico e il porto di Magnavacca Particolare della “Carta del Basso Po” (1814) con il litorale adriatico e il porto di Magnavacca Vienna, Kriegsarchiv

Fino alla conclusione della bonifica integrale, compiuta entro gli anni Cinquanta del Novecento, il litorale ferrarese era separato dal resto della pianura da una regione di zone vallive e paludose. Ancora per tutto il XIX secolo, dunque, la costa rappresentava quasi un dominio a sé stante, difficilmente raggiungibile via terra, ma non per questo priva dell’elemento antropico, legato soprattutto all’economia delle valli.

La presenza di queste grandi aree vallive e paludose, inoltre, costituiva un’ampia fascia di transizione fra la terra ferma e il mare aperto: a fianco delle valli salse, interne ed esterne (quelle che si dilatavano a nord e a sud della bocca di Volano), si estendevano le valli dolci, separate dal mare e alimentate dai corsi d’acqua, oggi interamente prosciugate.

Lo stretto cordone litoraneo – che si sviluppa per circa ventitré chilometri, dalle foci del Po di Primaro a sud e del Po di Volano a nord, e dove oggi sorgono i Lidi Ferraresi – era occupato in prevalenza da dune sabbiose, zone aride caratterizzate dalla presenza di arbusti e boschi di lecci e pini marittimi. Faceva eccezione qualche modesto insediamento agricolo, testimoniato dai toponimi che, in qualche caso, sono sopravvissuti nei nomi delle località turistiche sorte nel secondo Dopoguerra (ad es. Case Scacchi presso l’odierno Lido degli Scacchi). Grazie al terreno sabbioso, un certo risultato otteneva la coltura di vigne e orti.

Rilevante era la presenza di aree boschive, relitti di foreste più ampie già notevolmente ridotte nei secoli XVII e XVIII ed oggi quasi totalmente scomparse: a nord, i boschi Mesola e Gigliola, seguiti dal Bosco Spada nei pressi dell’abbazia di Pomposa e, infine, il Bosco Eliceo che si estendeva dal Po di Volano a Magnavacca (Porto Garibaldi).

Il tratto di costa più meridionale, invece, compreso fra il Po di Primaro e Magnavacca, risultava brullo e sabbioso, in netto contrasto con le rigogliose pinete del Ravennate e i boschi di lecci più a nord. La pratica dell’agricoltura era qui inesistente e il lido veniva sfruttato esclusivamente per il pascolo degli animali, come testimonia l’antico toponimo di Porto Garibaldi – Magnavacca appunto – che stava ad indicare una superficie dedicata all’alimentazione delle mandrie.

Lo studio sistematico della morfologia costiera nell’area ferrarese iniziò nel 1811 – ad opera dell’Imperial Regio Istituto Geografico Militare di Milano – con l’avvio di una campagna di scandagli eseguiti lungo la costa fra il 1811 e il 1812 e al largo di essa fra il 1821 e il 1822. Altri rilievi furono effettuati dal Comando Superiore della Marina Austriaca per approntare la Carta della laguna e delle coste dell’Adriatico, pubblicata nel 1860 e, fra il 1886 e il 1905, dall’Ufficio Idrografico della Regia Marina Italiana. Questi lavori produssero diverse planimetrie e batometrie delle spiagge, omogenee fra loro e paragonabili, che permisero di valutare le variazioni intervenute sulla linea di costa e sulle profondità marine nel corso degli anni. Le indagini registrarono che, nell’arco di circa 90 anni, la superficie delle spiagge si era accresciuta di circa 8.200 ettari, con una media di 60 ettari l’anno: fu così stabilito per la prima volta con dati empirici che il litorale subiva, per l’azione dei fiumi – principalmente il Po – e del mare, un continuo aumento. I corsi d’acqua determinavano, infatti, un consistente apporto di materiale solido che veniva distribuito lungo il litorale in maniera più o meno regolare dall’azione del mare.

Le indagini rilevarono altresì che gli interventi antropici sull’ambiente marino – in particolare la costruzione dei moli foranei (arginature in massi a protezione dalle onde) per l’accesso ai porti – potevano interferire con i processi naturali di formazione del litorale: già nei primi anni del XX secolo, infatti, fu notato come il progressivo allungamento verso il mare dei moli di accesso al porto canale di Magnavacca avesse determinato fenomeni di erosione delle spiagge situate a settentrione e di aumento anomalo di quelle meridionali, proprio per l’interferenza causata da quelle infrastrutture con i naturali meccanismi di sedimentazione.

La presenza delle dune di sabbia lungo il litorale, infine, garantiva quella netta separazione fra terra e mare che, seppur debole, era in grado di difendere le zone vallive e le terre asciutte dal pericolo di ingressione delle acque marine. Il progressivo abbattimento di questa barriera naturale dovuto al maggiore sfruttamento dell’area costiera avrebbe determinato, negli anni a venire, la necessità di ingenti interventi antropici a difesa della costa.

L’insediamento umano, come già evidenziato, non costituiva una presenza troppo significativa: i centri abitati di un certo rilievo erano rappresentati dal porto di Magnavacca e dall’abitato di Goro, legati soprattutto all’attività portuale e della pesca marittima. La loro piena attivazione, dal punto di vista portuale commerciale, era iniziata in epoca napoleonica: in quegli anni, fra l’altro, il Consiglio Generale dei Ponts e Chaussées – il corpo francese di ingegneria civile – aveva approntato i progetti per la costruzione di un nuovo porto commerciale fra Magnavacca e il Po di Volano. Nel secondo  Ottocento, inoltre, diversi progetti, ripresi poi nel corso del XX secolo, avrebbero iniziato a ripensare il ruolo di Magnavacca quale sbocco terminale della rete di navigazione interna ferrarese e quale nodo di interscambio fra le imbarcazioni fluviali e marittime.

Intorno alla metà dell’Ottocento la progressiva estensione della terraferma verso il mare, dovuta alle deposizioni del Po, determinò la colonizzazione delle nuove terre poste alla foce del Po di Goro, lungo il più estremo lembo di terra emersa del territorio ferrarese. Il primo edificio a sorgere, per volontà del governo pontificio, aveva la funzione di dogana per il controllo del porto; nel 1864 venne edificato il primo faro. Negli anni successivi alcune famiglie di pescatori si trasferirono nella zona, dando vita al primo nucleo dell’abitato di Gorino: si trattava di alcuni insediamenti di pescatori, isolati a est dal Po di Goro e che tali sarebbero rimasti fino oltre alla metà del secolo successivo.

MP, 2011

Bibliografia

Storia di Comacchio nell’età contemporanea, a cura di Aldo Berselli, Ferrara, Este Edition, 2002; Ministero dei Lavori Pubblici, Ricerche idrografiche nel delta del Po, Roma, Istituto Poligrafico dello Stato, 1940; Ricerche geografiche sulle pianure orientali dell’Emilia Romagna, a cura di Bruno Menegatti, Bologna,Patron, 1979.

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