Collezionismo

Giovanni Boldini (Ferrara 1842 - Parigi 1931), Ritratto di Enea Vendeghini, 1868; olio su tavola, cm 17 x 14; Ferrara, Museo Boldini Giovanni Boldini (Ferrara 1842 - Parigi 1931), Ritratto di Enea Vendeghini, 1868; olio su tavola, cm 17 x 14; Ferrara, Museo Boldini Ferrara, Civiche Gallerie d'Arte Moderna e Contemporanea

In seguito alle soppressioni degli istituti religiosi seguite alla Campagna d’Italia anche a Ferrara centinaia di opere provenienti da chiese e conventi cominciarono a nutrire il mercato dell’arte. La vendita dei beni della Chiesa, mentre favorì l’ascesa economica delle maggiori famiglie borghesi e la loro trasformazione in nuova aristocrazia terriera, mise a loro disposizione un grande patrimonio artistico, il possesso del quale avrebbe sancito il nuovo status sociale raggiunto. Così, nel passaggio fra Sette e Ottocento nuove collezioni si affiancarono e spesso sostituirono le raccolte della nobiltà in decadenza (Bentivoglio, Canonici, Fiaschi, Riminaldi, Sacrati, Saraceni, Varano, Villa) e dei cultori di storia patria (Rizzoni, Pagliarini, Leccioli, Cittadella). Nelle nuove raccolte è sempre maggiore la presenza di dipinti del Tre e Quattrocento, indice dell’affermarsi di quel “gusto dei primitivi” che si diffuse in Italia nella prima metà dell’Ottocento, grazie anche alla loro nuova disponibilità sul mercato.

Figura preminente del collezionismo postrivoluzionario a Ferrara fu Giambattista Costabili Containi (1756-1841), con Antonio Massari il maggior rappresentante della nuova borghesia imprenditoriale. Membro del Direttorio della repubblica Cisalpina nel 1797, creato conte dell’Impero da Napoleone nel 1809 e marchese da papa Gregorio XVI nel 1836, Costabili acquistò nel 1828 l’antica dimora aristocratica dei Bevilacqua in via Voltapaletto. Lì trasferì la collezione ereditata dallo zio Francesco Containi (1717-78), accresciuta acquistando opere da oltre sessanta quadrerie cittadine e da numerose altre forestiere, secondo una strategia che doveva portarlo a possedere opere di tutti i maestri della scuola ferrarese, dal mitico Gelasio della Masnada a Giuseppe Antonio Ghedini. Il progetto all’origine della collezione (624 dipinti dei quali 385 di scuola ferrarese) fu esplicitato nei quattro volumi del catalogo redatti da Camillo Laderchi, locale sostenitore di un purismo ispirato all’ingenua religiosità dei “primitivi”. Ancor prima, fu probabilmente Leopoldo Cicognara a indurre Costabili all’acquisto di dipinti del Trecento e del primo Rinascimento, fra cui opere di Cristoforo da Bologna, Bono da Ferrara, Cossa, Maineri, de’ Roberti, Mazzolino e Garofalo.

Caratteri simili ebbe la collezione costituita da Giovanni Barbi (1778-1859), possidente di Finale Emilia trasferitosi a Ferrara nel 1800 come procuratore del marchese Costabili. Formata raccogliendo la seconda scelta della galleria di quest’ultimo, ma anche pale da conventi soppressi e opere acquistate autonomamente sul mercato antiquario, attorno al 1850 la Barbi Cinti contava 585 dipinti, prevalentemente di scuola locale, per lo più di scarsa qualità, ma anche diverse preziose tavole quattrocentesche, come i due Santi Giovanni Battista e Pietro, pannelli laterali del polittico Griffoni di Francesco del Cossa, finiti con scandalo alla Pinacoteca di Brera a Milano nel 1893 in seguito alla liquidazione della collezione da parte degli eredi.

La stessa sorte toccò alla collezione Costabili successivamente alla morte di Giambattista nel 1841: dopo aver inutilmente cercato di vendere l’intera raccolta al Municipio, gli eredi furono costretti da necessità economiche ad alienare a una a una le opere esposte nel palazzo avito. Dell’intera collezione così dispersa fino all’asta liquidatoria tenutasi a Milano nel 1885, solo 14 dipinti entrarono nella Pinacoteca di palazzo dei Diamanti e pochissimi in altre raccolte private cittadine. Il mancato acquisto da parte del Municipio nel 1856-57 della quadreria Costabili e della biblioteca ricca di quasi 10.000 volumi fu la prima spia della impossibilità/incapacità dei magistrati cittadini, ma anche dei collezionisti privati, di impedire la dispersione del patrimonio artistico ferrarese. Ben altra iniziativa e possibilità di spesa avevano i trustees della National Gallery di Londra, sir Charles Locke Eastlake e sir Austen Henry Layard, accorti collezionisti orientatisi per tempo al mercato dei primitivi italiani e fiamminghi, sotto la guida dei migliori conoscitori europei, come il bavarese Otto Mündler e il lombardo Domenico Morelli, ai quali le collezioni private ferraresi erano ben note. Fu così che fra il 1858 e il 1866 una trentina di opere scelte, fra le quali capolavori di Pisanello, Tura, Cossa, de’ Roberti, Maineri e Dosso, passò dalla collezione Costabili a quelle di Eastlake e Layard e di qui al museo di Trafalgar Square, che ancor oggi possiede la maggior raccolta di dipinti ferraresi di primo Rinascimento.

Eastlake aveva acquistato il suo primo dipinto ferrarese a Brescia attorno al 1855: la pala centrale del polittico Roverella di Cosmè Tura, già nella raccolta costituita in città dal medico-chirurgo Niccolò Zaffarini fra Sette e Ottocento. L’anta destra del polittico era invece passata nel 1836 dalla collezione di Giovan Battista Nagliati (1761-1831), commerciante di Pontelagoscuro, alla Galleria Colonna di Roma. Alla sua morte nel 1831 Nagliati possedeva una dozzina di dipinti del Quattrocento, sui quali il Comune tentò assai timidamente di esercitare il diritto di prelazione.

L’estremo rappresentante del collezionismo aristocratico in città fu Massimiliano Strozzi (1797-1859), appartenente al ramo mantovano della famiglia fiorentina, il quale ereditò nel 1801 dalla zia Eleonora, vedova dell’ultimo Sacrati, le sostanze e il palazzo in piazza San Domenico. Qui Massimiliano creò una galleria Americana e una Egizia con i reperti archeologici, etnografici e naturalistici raccolti durante i viaggi compiuti fra il 1825 e il 1846, per poi incrementare la quadreria barocca dei Sacrati acquistando nel 1850 l’intera collezione personale dell’antiquario Ubaldo Sgherbi (1788-1872). Lo Strozzi arrivò così a possedere oltre 400 dipinti, cui si aggiungevano una notevole raccolta di maioliche, mobili e oggetti d’antiquariato, a formare un insieme eterogeneo in cui il gusto dell’accumulo prezioso si imponeva su qualsiasi criterio di ordinamento. Scopo dichiarato era quello di “formare in Casa una Galleria quale fosse visitata anche da forestieri” e assicurare così una continuità alla secolare tradizione collezionistica dei Sacrati. Invece, attorno al 1880 l’omonimo nipote ed erede Massimiliano si trasferì a Firenze e cominciò la dispersione della raccolta. Dal 1992 una sessantina di dipinti della collezione Sacrati Strozzi – fra i quali due Muse dello studiolo di Leonello d’Este a Belfiore e una Santa Cecilia dello Scarsellino già appartenente a Giulio Sacrati nel 1694 – sono stati acquistati dallo Stato e dalla Fondazione Cassa di Risparmio e depositati presso la Pinacoteca Nazionale di Ferrara.

Carattere decisamente borghese ebbe invece la collezione di Antonio Santini (1824-1898). Abile imprenditore, Santini fu consigliere comunale dal 1859 al 1895, nonché assessore ‘ai lavori pubblici’ e presidente di numerosi enti pubblici assistenziali. Dopo aver rilevato nel 1851 da Francesco Massari il palazzo oggi Sinz in via degli Armari, creò dal nulla la sua collezione acquistando opere da altre raccolte cittadine (Barbi Cinti, Saracco Riminaldi, Avventi, Mazza, Gnoli, Roverella), non senza approfittare anche delle vendite di beni religiosi seguite alle leggi soppressive del 1866-67. Nel 1875 riuscì ad aggiudicarsi uno dei capolavori della collezione Costabili: il Sant’Antonio di Tura ora a Modena. Nell’ultimo decennio del secolo la quadreria Santini era la maggiore della città, segnalata sulle guide e visitata dagli intenditori italiani e stranieri soprattutto per le opere di Quattro e Cinquecento in essa contenute.

Mentre le raccolte d’arte delle famiglie notabili ferraresi di epoca risorgimentale (Antonelli, Leati, Mayr, Scutellari, Testa) languivano assottigliandosi lentamente, due nuove collezioni si formarono dalla liquidazione della Barbi Cinti. La prima fu creata attorno al 1890 da Giuseppe Cavalieri (1834-1918), illustre rappresentante della borghesia imprenditoriale ebraica, che sommò i 60 dipinti già Barbi a quelli in precedenza acquistati dall’antica quadreria dei Varano. Non si trattava di pezzi particolarmente scelti: Cavalieri fu piuttosto un grande bibliofilo e collezionista di manoscritti e codici miniati, oltre che di monete, medaglie, reperti archeologici e dipinti moderni. Finché, nel 1914, vendette improvvisamente all’asta a Milano i 1.443 pezzi della sua collezione e si trasferì a Bologna. Più selezionata e incentrata sulle tavolette dei primitivi fu la scelta operata da Enea Vendeghini, pittore dilettante e amico di Giovanni Boldini, assieme al quale studiò all’Accademia di Firenze nel 1862-65. Alla morte nel 1900 lasciò nel suo palazzo di corso Giovecca 180 dipinti antichi e moderni, fra cui 4 opere giovanili di Boldini in seguito donate al museo del pittore, e 64 capilettera miniati del Tre-Quattrocento. Nel 1972 i trentacinque migliori dipinti della collezione Vendeghini furono donati dal suo discendente Mario Baldi alla Pinacoteca Nazionale, dove sono tuttora esposti.

Un interessante caso di collezionismo originato da sincera passione per l’arte fu quello della raccolta Saroli-Lombardi. Le diede inizio Giuseppe Saroli (1779-1873), pittore di origine ticinese giunto a Ferrara attorno al 1811: assieme a opere di autori contemporanei e dipinti del Cinque e Seicento, essa già comprendeva tavole e frammenti di affreschi dei secoli precedenti. Dopo la morte di Saroli la collezione passò al genero Riccardo Lombardi (1831-1898), anch’egli pittore e antiquario, che la accrebbe fino a farle superare i 250 pezzi e volle ristrutturare la sua abitazione in corso Ercole I d’Este, nei pressi della Certosa, per allestirvi al meglio la quadreria, le cui opere erano intanto studiate da Adolfo Venturi e Gustave Gruyer.

Nel frattempo, ai primi del Novecento, era avvenuto il definitivo naufragio delle maggiori quadrerie ferraresi: nel 1904 l’antica collezione dei Canonici Mattei, dopo una mancata donazione al Comune, fu venduta all’antiquario fiorentino Luigi Grassi; nello stesso anno Enrico Santini cedette la raccolta del padre al mercante romano Filippo Tavazzi; inutili furono i tentativi di Adolfo Venturi di far comprare le opere migliori dal Comune o dallo Stato, che intervenne tardivamente nel 1905 riacquistando ad alto prezzo cinque dipinti, fra i quali il Sant’Antonio di Tura e la Crocifissione dell’Ortolano ora a Brera, per poi distribuirli fra le Pinacoteche Nazionali di Bologna, Modena e Milano.

L’estremo tentativo di “impedire la dispersione di non poche opere d’arte che credo meritevoli siano conservate in Ferrara” si deve al duca Galeazzo Massari Zavaglia (1841-1902), il quale attorno al 1900 acquistò 160 dipinti dagli eredi Lombardi. La nuova galleria, aperta al pubblico nel 1902 nelle sfarzose sale di palazzo Massari già Bevilacqua in corso Porta Mare, oggi sede del Museo Boldini, fu accresciuta dal figlio di Galeazzo, Francesco (1878-1932), nell’intento di offrire un panorama completo dell’antica scuola pittorica ferrarese dalle origini ai moderni. Si trattò dell’ultimo grande progetto collezionistico in città, di cui rimane testimonianza nei cataloghi sistematici redatti da Augusto Droghetti (1901), Nino Barbantini (1910) e Giuseppe Bortignoni (1917). Purtroppo neppure esso andò a buon fine e, dei 312 dipinti antichi lasciati da Francesco Massari alle sue due eredi, solo una settantina è oggi accessibile al pubblico nelle collezioni della Cassa di Risparmio presso la pinacoteca di palazzo dei Diamanti.

MT, 2011

Bibliografia

La leggenda del collezionismo. Le quadrerie storiche ferraresi, a cura di Grazia Agostini, Jadranka Bentini, Andrea Emiliani, catalogo della mostra (Ferrara, Pinacoteca Nazionale, 1996) Bologna, Nuova Alfa, 1996; Inventari d’arte. Documenti su dieci quadrerie ferraresi del XIX secolo, a cura di Grazia Agostini e Lucio Scardino, Ferrara, Liberty house, 1997; Emanuele Mattaliano, La collezione Costabili, a cura di Grazia Agostini, Venezia, Marsilio, 1998; Lucio Scardino, La collezione d'arte di Antonio Santini (Ferrara 1824-1898), Ferrara, Liberty house, 2004; Giuliana Marcolini, La collezione Sacrati Strozzi. I dipinti restituiti a Ferrara, Milano, Motta, 2005.

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