Braccianti

Braccianti ferraresi, 1903 Braccianti ferraresi, 1903 Collezione privata

Durante il XIX secolo la pianura padana era ancora ampiamente caratterizzata da aree incolte e da terreni paludosi. A fine secolo, tutto il Ferrarese fu sottoposto a un vastissimo processo di trasformazione idraulica. La parte orientale del territorio, che già era stata oggetto del fallito tentativo di bonifica compiuto dagli Estensi, fu nuovamente un polo di attrazione per uomini e capitali, che vennero impiegati in grandiosi lavori di prosciugamento. Nel 1872 nacque la Società Anonima per la Bonifica dei Terreni Ferraresi (SBTF), che condusse una vasta operazione di acquisto delle terre non coltivate, da valorizzare con la bonifica. L’economia di palude, per quanto misera, forniva lavoro e sopravvivenza agli abitanti di borghi e paesi collocati a ridosso o all’interno delle zone acquitrinose, ad integrazione del lavoro agricolo. Questi “braccianti” costretti e abituati da sempre alla “pluriattività” rappresentarono il principale serbatoio di manodopera, ma si registrò anche un grande afflusso di masse di contadini poveri e di braccianti da altre zone della provincia o di province vicine, attratti dalla possibilità d’impiego nei lavori di bonifica. Erano i celebri “scariolanti”, autori materiali degli imponenti lavori di scavo e di movimento terra: per la maggior parte analfabeti, conoscevano soltanto il dialetto del paese dal quale provenivano e scontavano condizioni di lavoro e igieniche durissime, tanto da fornire il più ampio contingente agli ammalati, ad esempio, di malaria o di pellagra, malattie tipiche del territorio ferrarese.

Se assunse una consistenza di massa con lo sviluppo del capitalismo agrario, come forza lavoro interstiziale e complementare la figura del bracciante era una presenza di lungo periodo nella valle del Po. Fin dal XV secolo negli aggregati domestici dei mezzadri erano numerosi i “famigli” e i “garzoni”, il cui impiego come manodopera ausiliaria era sancito da un patto che ne prevedeva il mantenimento come se fossero stati membri della famiglia. Ancora nel XIX secolo, per tutti i lavori che boari e mezzadri non riuscivano a compiere venivano utilizzati braccianti. La presenza di coltivazioni ad elevata intensità di lavoro (canapa, lino), la necessità di eseguire con la massima rapidità certe attività agricole (vendemmia, mietitura) richiedevano quasi sempre l’impiego di manodopera supplementare, spesso residente nei luoghi limitrofi. Nelle terre appoderate i braccianti venivano spesso pagati con il sistema della compartecipazione, cioè con un misto di salario e di partecipazione a una quota dei prodotti. Nell’Ottocento esistevano in realtà due diverse categorie di braccianti: quella dei salariati fissi (“obbligati” annui) e quella degli avventizi (“disobbligati” giornalieri). La prima categoria era poco numerosa e costituita da braccianti con lavoro continuo e tenore di vita simile a quello dei mezzadri. La seconda categoria invece, molto più numerosa, comprendeva braccianti che non riuscivano a lavorare tutto l’anno e vivevano quindi in condizioni più difficili, concentrandosi alla ricerca di occasioni di impiego nelle zone di bonifica e nei pressi delle grandi aziende agrarie. Nella Valle Padana, l’area “classica” del bracciantato comprendeva le province di Mantova, Ferrara e Rovigo, nelle quali la presenza di braccianti resterà particolarmente alta anche nel Novecento.

La numerosissima popolazione di braccianti delle terre padane cercava impieghi oltre che nei lavori di bonifica e nelle aziende agricole, anche nei canapai e nelle risaie. Nella monda del riso si utilizzavano infatti quei lavoratori che vivevano ai margini del sistema poderale, non legati da un rapporto stabile per la coltivazione di un podere o di cura del bestiame, lavori questi ultimi che venivano affidati di solito a boari e mezzadri. Nelle risaie cominciò anche ad essere ampiamente utilizzata la manodopera femminile: già in epoca napoleonica schiere di donne si spostavano da un luogo all’altro per lavorare in risaia e questi spostamenti si fecero sempre più intensi dopo l’unità d’Italia. Apparentemente, nella Bassa padana c’erano troppi braccianti per i lavori, agricoli e non, disponibili; ma si trattava di una sovrappopolazione “relativa”, poiché per i grandi lavori dell’estate non era sufficiente e il Ferrarese richiamava migrazioni stagionali, anche di brevissimo periodo.

Proprio mentre i promotori delle bonifiche si apprestavano a trarre i consistenti profitti attesi dagli investimenti compiuti, cominciarono a manifestarsi i primi segni della “crisi agraria”. Nello specifico cominciò a profilarsi l’incolmabile distacco sociale ed economico che separava la condizione del mezzadro da quella del bracciante giornaliero, condannato dalla perenne stagionalità dell’occupazione, con lunghi periodi di vera e propria disoccupazione. Fra le cause di questa condizione si possono includere la riduzione delle risaie e il mancato deflusso dei braccianti giunti nelle aree bonifica, ma soprattutto va considerato il processo di disgregazione dell’economia contadina e l’incremento numerico del proletariato agricolo. Nelle aree a più avanzata agricoltura capitalistica della pianura padana la massa dei lavoratori agricoli era costituita da braccianti che non disponevano di un fondo proprio e che oscillavano fra il lavoro salariato rurale (agricolo e non) e il lavoro salariato urbano (industriale e non). Per dirla con Marx, i braccianti finirono per diventare un enorme “esercito di riserva”, contrassegnato dalla disoccupazione cronica e da condizioni di vita al limite del pauperismo. Come dimostrò la grande inchiesta agraria coordinata negli anni Ottanta da Stefano Jacini, la situazione dei braccianti era dura: numerose famiglie bracciantili si trovavano a vivere in case piccole, sporche e cadenti (anche perché i proprietari non avevano nessun tipo di interesse a migliorarle), l’alimentazione era spesso insufficiente e le condizioni igienico-sanitarie si rivelavano, come confermavano anche i medici condotti, critiche.

La nuova massa di braccianti che si ritrovò a lavorare sui territori di bonifica divenne ben presto un gruppo solidale e compatto, con proprie particolari caratteristiche ben diverse da quelle del proletariato agricolo di qualsiasi altra parte d’Italia. I braccianti, inizialmente divisi in gruppi, ben presto superarono i contrasti e la concorrenza, per raggiungere la via della coalizione e dell’organizzazione. Il bracciante giornaliero mantenne nei secoli l’abitudine al lavoro in squadra, rigidamente organizzato sotto la guida di un caporale. La squadra che si costituiva per eseguire un lavoro si dimostrava cosciente dei propri diritti, e questo portò negli anni Ottanta dell’Ottocento alla nascita di movimenti organizzati, tesi alla riduzione della disoccupazione. Nell’ultimo decennio del secolo i tentativi di organizzazione sindacale, cooperativa e politica andarono allargandosi e le idee socialiste cominceranno a far presa fra i lavoratori: anche nelle campagne ferraresi si delinearono organizzazioni di classe e lotte sociali. Il 1897 segnò l’inizio di un movimento di lotta delle masse bracciantili ferraresi. I primi parziali successi e le esperienze di lotta compiute sul finire dell’Ottocento avranno esito positivo soltanto nel secolo successivo. Durante l’età giolittiana, anche grazie al minor ricorso alla repressione aperta, si susseguirono ondate di scioperi, significative elaborazioni sindacali e conquiste in termini di salario, orario, condizioni di lavoro. Le leghe ferraresi contribuirono singificativamente alla vita della Federazione Lavoratori della Terra (Federterra), fondata a Bologna nel 1901.

RP - GT, 2011

Bibliografia

Mario Badini, Cento anni di storia agraria italiana, Roma, Cinque Lune, 1963; Alessandro Roveri, Dal sindacalismo rivoluzionario al fascismo. Capitalismo agrario e socialismo nel Ferrarese (1870-1920), Firenze, La Nuova Italia, 1972; Franco Cazzola, Il paesaggio agrario emiliano, in L’Emilia Romagna, a cura di Franca Cantelli e Giuseppe Guglielmi, Milano, Teti, 1974; Aldo Berselli, Dalla rivoluzione francese al fascismo, ivi; Franco Cazzola, Le bonifiche, in Strutture rurali e vita contadina. Cultura popolare in Emilia-Romagna, Milano, Silvana Editoriale d’Arte, 1977; Id., Storia delle campagne padane dall’Ottocento a oggi, Milano, Mondadori, 1996.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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