Chiesa cattolica

Giovanni Pividor (1812-1872), Il pontefice Pio IX passa sotto la riproduzione dell’arco di Costantino, incisione Giovanni Pividor (1812-1872), Il pontefice Pio IX passa sotto la riproduzione dell’arco di Costantino, incisione Gaetano Cirelli Levizzani, Le feste di Ferrara a sua santità Pio IX, Ferrara, Bresciani, 1857 (collezione privata)

 

Il 19 febbraio 1797 lo Stato della Chiesa cedeva alla Repubblica francese i territori delle Legazioni pontificie. In luglio Ferrara entrava a far parte della Repubblica Cisalpina e tutta la popolazione fu chiamata a prestare giuramento di fedeltà al nuovo Stato. L’arcivescovo Alessandro Mattei invitò i fedeli a opporre resistenza e fu espulso dal territorio della Repubblica. Rifugiatosi a Roma, il 2 aprile 1800 rinunciava alla sede arcivescovile di Ferrara, di cui rimase amministratore apostolico sino al 1807. Negli anni successivi la Chiesa di Ferrara fu interessata dal programma di ristrutturazione ecclesiastica predisposto dal Ministero per il Culto, nonché dalle clausole del Concordato siglato tra la Repubblica italiana e la Santa Sede il 16 settembre 1803. Quest’ultimo stabiliva tra l’altro che le Chiese vescovili di Mantova, Comacchio, Adria e Verona divenissero suffraganee dell’arcivescovo di Ferrara. L’arcidiocesi fu dunque elevata al rango di sede metropolitana. Il 15 aprile 1806 il governo napoleonico designava arcivescovo di Ferrara monsignor Paolo Patrizio Fava Ghislieri (1807-1822). Egli intrattenne buoni rapporti con l’autorità civile, ciò che gli permise di limitare nella diocesi i danni derivanti da soppressioni e confische. Riuscì a contenere la riduzione del numero delle chiese e a neutralizzare gli effetti del decreto che stabiliva l’abolizione delle confraternite e nel 1808 ottenne la trasformazione della laica Congregazione di Pubblica Beneficenza in una congregazione di carità da lui stesso presieduta.

 

Alla fine del 1813 il ritorno delle truppe austriache nella Bassa padana «incontrò […] vasti consensi fra le popolazioni ferraresi, il cui sentimento religioso era stato profondamente lacerato» dalla dominazione napoleonica (Varni). L’arcivescovo Carlo Odescalchi (1823-1825) proseguì l’opera di rinnovamento spirituale e restaurazione ecclesiastica già intrapresa dal suo predecessore, assicurandosi la cooperazione dei sacerdoti con cura d’anime e intensificando l’azione catechetica e l’insegnamento della dottrina cristiana, volte a sottrarre la popolazione all’imperante laicismo. Nell’intento di difendere il dogma e la morale cattolica, nel 1825 adottò provvedimenti contro la circolazione dei libri proibiti e avocò a sé il controllo su tutte le scuole pubbliche e private d’ogni grado. Il suo successore Filippo Filonardi (1826-1834), pur restando quanto più possibile estraneo alle tensioni sociali e politiche sfociate nei moti carbonari del febbraio 1831, nella sua prima lettera pastorale del 1 agosto 1826 pronunciò una recisa condanna del liberalismo e delle organizzazioni settarie e riconfermò con particolare rigore le norme discriminatorie nei confronti degli ebrei ferraresi (notificazioni del 3 dicembre 1826 e del 30 luglio 1827).

 

Il definitivo allineamento della Chiesa ferrarese ai principi del più rigoroso ultramontanismo (cioè della dottrina che proclamava la subordinazione delle Chiese e dei governi nazionali al romano pontefice e il primato religioso e morale del papa) si ebbe con l’episcopato di Gabriele della Genga Sermattei (1834-1843), i cui provvedimenti risposero a finalità essenzialmente politiche: denunciò l’insidia rappresentata dal razionalismo critico e dal giacobinismo politico (29 giugno 1834), intensificò la vigilanza sulla vita pubblica (circolazione dei libri proibiti, controllo sulla condotta e sulla moralità dei cattolici della diocesi) e, per porre un argine all’indifferentismo religioso, indisse a Ferrara le Sacre Missioni (1837) e sostenne l’Opera di Propagazione della Fede.

 

Nel 1843 il cardinal Ignazio Giovanni Cadolini (1843-1850) assumeva la direzione della diocesi. Eletto papa Pio IX, Cadolini, il quale si era già mostrato incline ad appoggiare il programma neoguelfo delineato nel Primato del Gioberti, manifestò il suo consenso alla svolta impressa dal nuovo pontefice alla politica della Santa Sede, che frattanto accendeva d’entusiasmo i gruppi dirigenti cittadini, animati da slancio innovatore. Allontanatosi successivamente da Gioberti, di cui stigmatizzò la polemica antigesuitica, continuò tuttavia a sostenere un programma di tipo neoguelfo, specialmente dopo l’occupazione di Ferrara da parte degli austriaci (luglio 1847). In quel frangente propose al cardinale legato Ciacchi di patrocinare presso il papa un congresso, cui avrebbero partecipato tutti gli Stati italiani e l’Austria, per la concessione concordata delle più urgenti riforme e si batté al contempo affinché la ventilata lega doganale divenisse una lega politica.

 

Nel contesto della restaurazione inaugurata dal rientro a Roma di Pio IX (aprile 1850), maturò l’elezione ad arcivescovo di Ferrara del cardinal Luigi Vannicelli Casoni (1850-1877), il quale resse la diocesi negli anni della transizione dallo Stato della Chiesa al Regno d’Italia. Dopo il crollo del potere temporale pontificio (1859) e l’annessione di Ferrara al Regno di Sardegna (1860), ripetuti furono i suoi interventi a difesa degli imprescrittibili diritti del Papato e i suoi attacchi nei confronti del nuovo governo e di una legislazione lesiva dei privilegi ecclesiastici. Nel 1862 riuscì a impedire la visita a Ferrara di fra’ Pantaleo (il francescano che si era unito alla spedizione dei Mille), ma nulla poté contro la soppressione delle corporazioni religiose, l’incameramento dei beni ecclesiastici da parte dello Stato e l’obbligatorietà della leva per i chierici. Nel contesto del dissidio tra Stato e Chiesa per il controllo dell’istruzione elementare, rafforzò la direzione della curia sulle scuole elementari cattoliche.

 

Durante il pontificato di Leone XIII (1878-1903) la diocesi di Ferrara fu retta dai cardinali Luigi Giordani (1877-1893), Egidio Mauri (1894-1896) e Pietro Respighi (1897-1900). I tre episcopati presentano tratti sostanzialmente omogenei, a loro volta riconducibili ai temi e ai problemi della Chiesa italiana nell’età leonina: la perdurante polemica contro il razionalismo e il naturalismo filosofico, il revival neoscolastico, la diffusione e il vigore di forme devozione e culto d’ispirazione popolare e ultramontana, la condanna del socialismo e l’elaborazione di una dottrina sociale d’ispirazione cristiana. Giordani rimase sostanzialmente estraneo alle reali condizioni sociali ed economiche della diocesi, come dimostrano le astratte prese di posizione sul socialismo. Ciò contribuisce a spiegare gli esordi stentati dell’Opera dei Congressi, che si trovò a scontare il carattere disorganico e frammentario dell’attività del clero e del laicato, ancora confinato entro i limiti di un’attività essenzialmente caritativo-religiosa. Una nuova stagione si aprì con l’episcopato del cardinal Egidio Mauri, il quale alle «chimeriche ed ingiuste utopie dei socialisti e comunisti» contrapponeva un «socialismo morale» che riducesse «ad accordo fraterno» le «inevitabili disparità delle umane condizioni». Per contendere il campo dell’azione sociale al Partito socialista, Mauri diede grande impulso all’Opera dei Congressi, dei cui progressi fu artefice indiscusso l’avvocato Giovanni Grosoli. Fra il 1894 e il 1896 si tennero a Ferrara due convegni diocesani nonché il terzo convegno regionale dell’Opera dei Congressi: fra i temi più dibattuti quelli attinenti alla cosiddetta economia sociale cristiana e alla costituzione delle Unioni professionali miste, delle Unioni rurali cattoliche, delle Casse rurali e dei Banchi di credito. In tale contesto maturarono le condizioni per la prima partecipazione dei cattolici ferraresi alle elezioni politiche (25 giugno 1895), allorché i cattolici siglarono un accordo con la Società Costituzionale e il Gruppo indipendente dei giovani. La coalizione riportò la vittoria e risultarono eletti otto dei dodici candidati cattolici.

 

Se monsignor Pietro Respighi si astenne dall’intervenire direttamente nel dibattito politico che divampò negli anni del suo episcopato in concomitanza con l’esacerbarsi dello scontro sociale e il moltiplicarsi degli scioperi e delle agitazioni operaie e contadine, la «Domenica dell’Operaio» prendeva posizione a favore di «riforme nel campo economico-sociale in senso cristiano», non disgiunte da un rinnovamento morale e religioso che si giudicava indispensabile al conseguimento dell’«armonia sociale». Nel maggio 1898 le misure repressive adottate dal governo Di Rudinì colpirono anche il settimanale cattolico, nonché il comitato diocesano dell’Opera dei Congressi, sciolto il 22 maggio per disposizione prefettizia. Nell’aprile dell’anno successivo si tenne a Ferrara il XVI Congresso Cattolico Italiano, che vide la definitiva emarginazione delle posizioni murriane e l’affermazione della linea intransigente contraria alla democratizzazione interna dell’organizzazione e a una sua più decisa mobilitazione in campo sociale e politico.

 

Nel 1902 Grosoli assunse la presidenza dell’Opera dei Congressi e nell’intento di emarginare la corrente intransigente, intraprese una manovra di avvicinamento tattico alle posizioni dei democratico-cristiani, i quali avevano frattanto conquistato un certo seguito anche a Ferrara, fomentando l’opposizione nei confronti del nuovo arcivescovo Giulio Boschi (1900-1919). Il 5 settembre 1904 il presule richiamò all’ordine il clero diocesano in occasione di un’assemblea plenaria che vide una netta affermazione della tendenza conservatrice. Nell’ottobre 1908 si celebrava il sinodo diocesano. Le costituzioni sinodali che Boschi promulgò esprimono la piena adesione dell’arcivescovo al programma di restaurazione gerarchica e autoritaria di Pio X e alla crociata antimodernista inaugurata dall’enciclica Pascendi (1907). Nei primi quindici anni del Novecento maggioranze clerico-moderate si affermarono nelle amministrazioni locali in molti centri della provincia. Alle elezioni politiche del 1906 e del 1909 il candidato clerico-moderato Chiozzi riportò la vittoria nel collegio di Portomaggiore, mentre nel 1913, nonostante il patto Gentiloni, nessun candidato clerico-moderato risultò eletto nei quattro collegi elettorali ferraresi.

 

CB, 2011

 

Bibliografia

 

Luciano Meluzzi, Gli arcivescovi di Ferrara, Bologna, 1970; Amerigo Baruffaldi, La Chiesa di Ferrara nell’età del Liberalismo e del Totalitarismo, in La Chiesa di Ferrara nella storia della città e del suo territorio, a cura di Luciano Chiappini, Werther Angelini, Amerigo Baruffaldi, Ferrara, Corbo, 1997, vol. II, pp. 268-443; Angelo Varni, Da Napoleone all’Unità e Movimenti politici e sindacali dall’Unità al Fascismo in Storia illustrata di Ferrara, a cura di Francesca Bocchi, Milano, Nuova Editoriale AIEP, III, 1989, pp. 737-752, 761-763; Amerigo Baruffaldi, Romeo Sgarbanti, Giuseppe Turri, Il movimento cattolico sociale a Ferrara fra ’800 e ’900, Ferrara, Corbo, 1993; Antonio Samaritani, Profilo di storia della spiritualità, pietà e devozione nella chiesa di Ferrara-Comacchio, Reggio Emilia, Diabasis, 2004, pp. 194-229; voci Cadolini Ignazio Giovanni; Giordani Luigi; Grosoli Pironi Giovanni; Mattei, Alessandro, in Dizionario biografico degli italiani.

 

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