Letteratura

Gaetano Turchi (Ferrara 1817 - Firenze 1851), Torquato Tasso in Sant'Anna, 1838; olio su tela, cm 177 x 128; Ferrara, Museo dell'Ottocento Gaetano Turchi (Ferrara 1817 - Firenze 1851), Torquato Tasso in Sant'Anna, 1838; olio su tela, cm 177 x 128; Ferrara, Museo dell'Ottocento Ferrara, Civiche Gallerie d'Arte Moderna e Contemporanea

Non si può dire che nell’Ottocento Ferrara fosse un importante centro letterario. Davvero, fra gli anni universitari di Vincenzo Monti (1771-78) e la prima produzione poetica di Corrado Govoni (1903-15) – e dunque per tutto l’arco cronologico che qui ci interessa – ben pochi sono stati gli scrittori ferraresi la cui fama abbia varcato i confini della provincia. E anche a considerare quei pochi casi, si trattò spesso di figure irrelate le une alle altre, che trascorsero buona parte della loro vita lontano dall’antico Ducato estense, cui rimasero legati per nascita e affetti famigliari. Di fatto, una significativa comunità letteraria ferrarese si ricreò solo nel Novecento, prima col sodalizio fra Govoni, De Pisis, i fratelli Neppi e i due De Chirico, poi, dopo il 1925, attorno alle pagine culturali del «Corriere Padano» dirette da Giuseppe Ravegnani. Quella che segue non intende dunque essere una impossibile “storia della letteratura ferrarese nell’Ottocento”, ma una semplice rassegna di personaggi ed episodi di diversa rilevanza nel panorama delle lettere nazionali, variamente legati a una tradizione letteraria locale, l’opera dei quali fu accolta in patria con differente fortuna.

L’epoca neoclassica è rappresentata da Vincenzo Monti (1754-1828), che la lapide sul palazzo di famiglia di fronte alla Biblioteca Ariostea vorrebbe, troppo generosamente, “dell’età sua poeta sovrano”. Nato ad Alfonsine, nella Romagna estense, trascorse a Ferrara solo il periodo degli studi universitari per poi trasferirsi a Roma e a Milano, dove scrisse i suoi componimenti più noti. Tuttavia non c’è dubbio che la sua opera abbia importanti radici ferraresi: è il giovane Monti stesso a dichiarare il suo debito nei confronti di due figure della recente storia letteraria cittadina, Alfonso Varano (1705-1788) e Onofrio Minzoni (1734-1817), che furono per il poeta il tramite con una più antica tradizione. Minzoni, apprezzato predicatore e penitenziere della Cattedrale, autore di una raccolta di Rime e prose di ispirazione religiosa (Venezia 1794), indirizzò Monti all’ornata eloquenza di padre Daniello Bartoli (1608-1685), storico della Compagnia di Gesù; mentre da Varano, autore delle ispirate Visioni sacre e morali (1766), Monti riprese lo slancio mistico del grande poema dantesco e la tormentata sentimentalità che fu di Tasso, elementi questi ultimi che, arricchiti di echi da Omero e Milton, favorirono il passaggio del poeta ferrarese dalla “arcadia lugubre” degli esordi alle suggestioni ossianiche e preromantiche delle opere composte prima di orientarsi definitivamente al neoclassicismo.

In particolare, le origini ferraresi di Monti si avvertono nelle parti della sua opera che oggi sentiamo più vicine, non dunque nei poemi encomiastici che tante lodi e critiche gli attirarono in vita, ma nella lettera in cui chiede allo storico Antonio Frizzi ragguagli sul Tasso, nel carteggio con Leopoldo Cicognara, grande teorico del neoclassicismo, e in quello con Giambattista Costabili Containi, risalente agli anni dell’impegno politico repubblicano (1794-1804). Ma soprattutto è l’Ariosto del Furioso e delle Satire a fornire a Monti il metro poetico e la misura ironica per le sue traduzioni – che sono in realtà reinterpretazioni – della Pulzella d’Orléans di Voltaire, delle Satire di Persio e dell’Iliade di Omero, oggi ritenute le opere più vitali dell’autore.

Infine, a legare il poeta di Alfonsine alla cultura ferrarese furono alcuni atti di forte valore simbolico che ne perpetuarono la memoria in città dopo la morte: la collocazione di una statua nella Cella degli uomini illustri nel cimitero della Certosa, a fianco di quelle di Cicognara, Varano e Bartoli, e la donazione alla Biblioteca Ariostea dei cimeli del poeta, fra i quali l’urna che ne contiene il cuore.

Ben radicata nella storia culturale cittadina è anche una singolare opera, Le veglie di Tasso, pubblicata a Parigi nel 1800 dal lughese Giuseppe Compagnoni, già titolare della prima cattedra europea di diritto costituzionale presso l’Università di Ferrara. Si tratta di un falso letterario che Compagnoni attribuì alla penna stessa del poeta sorrentino. Composta da 34 monologhi drammatici in cui Tasso chiuso nel carcere di Sant’Anna dialoga con interlocutori immaginari, l’opera contribuì a fare del poeta la figura esemplare del genio romantico, melanconico, disperatamente innamorato e insofferente nei confronti delle costrizioni sociali della corte. L’opera, presto tradotta nelle principali lingue europee, fu ristampata in 26 edizioni nella prima metà del secolo, conobbe una vasta diffusione e fu esclusa dagli autografi tassiani solo alla fine del secolo grazie agli studi filologici di Angelo Solerti. Sul modello di Rousseau e di Alfieri, Compagnoni fece di Tasso un contestatore della tirannide, rappresentando il duca Alfonso II in modo ben diverso da come appariva nel Torquato Tasso di Goethe (1790), dove l’Estense vestiva i panni di un sovrano illuminato che cercava di far uscire il poeta dal suo esasperato solipsismo.

L’opera di Compagnoni inaugurò una serie di scritti che fecero della Ferrara medievale ed estense uno dei soggetti tenebrosi preferiti dalla letteratura romantica europea. Basti qui ricordare i poemi di Lord Byron The Lament of Tasso (1817) e Parisina (1818) e il dramma dedicato da Victor Hugo a Lucrezia Borgia nel 1833. In quello stesso anno Donizetti trasse dalle tre opere letterarie – adattate dai librettisti Jacopo Ferretti e Felice Romani – una trilogia di argomento ferrarese, che costituisce un caso unico nel panorama musicale dell’Ottocento. La Parisina di Byron, tradotta da Giuseppe Maria Bozoli nel 1832 e da Pietro Niccolini nel 1860, conobbe una certa fortuna lungo tutto il secolo, fino all’adattamento operatone da D’Annunzio per l’omonimo melodramma di Mascagni andato in scena alla Scala nel dicembre del 1913.

Non è invece riconducibile a un ambito ferrarese l’attività di librettista svolta per Giuseppe Verdi da Temistocle Solera (1815-1878) – ferrarese di nascita ma milanese di educazione – che per il maestro scrisse i testi dei primi grandi successi, fra i quali il Nabucco (1840) col Va’ pensiero, I Lombardi alla prima crociata (1843) e l’Attila (1846). La romanzesca biografia di Solera lo accomuna a Giovanni Finati (1786-post 1829), il quale, partito per i Balcani come soldato napoleonico, presto disertò per arruolarsi nell’esercito ottomano e divenire infine guida di viaggiatori e archeologi europei in Egitto e Medio Oriente. La sua autobiografia fu pubblicata a Londra dall’esploratore inglese William J. Bankes (The life and adventures of Giovanni Finati of Ferrara, London 1830), ma, come per Solera, così per Finati l’avventura ebbe inizio solo dopo aver lasciato la città natale.

Nella seconda metà del secolo l’attività letteraria negli antichi domini estensi si era ridotta a poca cosa: dallo spoglio delle pagine critiche della «Gazzetta Ferrarese» si fatica a individuare alcuni nomi che si elevino dalla condizione di dilettanti. La selezione rischia di essere arbitraria, ma fra i poeti si possono ricordare: Scipione Contini, autore fra il 1870 e il 1920 di diversi componimenti d’occasione nello stile tardoromantico di Aleardi; il prolifico giornalista Romualdo Ghirlanda (1843-1908); l’avvocato Umberto Avogadri (1868-1922); il carducciano Mario Ferraresi, attivo fra il 1894 e il 1908; e soprattutto Mario Mazzolani (1877-1944), poeta d’intonazione carducciana, con reminiscenze dai classici (Leopardi e Foscolo) e qualche eco dannunziana. Fra i prosatori, oltre ad Aldo Gennari (1826-1893), giornalista e autore di racconti e saggi pedagogici e storici, va segnalato Giovanni Pazzi (1858-1910), critico militante cattolico, ferocemente avverso a ogni forma di modernismo, autore del saggio Lettera ai morti (Torino 1896) e di alcuni romanzi, fra i quali un ennesimo Ugo e Parisina nel 1908. Fama maggiore ebbe Ottorino Novi (1858-1936), romanziere, saggista, conferenziere, collaboratore di importanti riviste letterarie nazionali. Novi diede le opere migliori all’inizio della sua lunga carriera: la memoria autobiografica Soldato (Bologna 1882) e la trilogia incompiuta Gli schiavi di sé stessi (In vano, Milano 1894; L’esca, Milano 1897), nella quale la critica ravvisò l’emergere di una vena decadente e morbosa.

Il più noto scrittore ferrarese fra Otto e Novecento fu tuttavia Domenico Tumiati (1874-1943), cui si devono alcuni poemetti d’argomento storico, secondo i modelli del giovane Pascoli e di D’Annunzio (Iris Florentina, Firenze 1895; Marfisa, Bologna 1906), una serie di drammi dedicati alle maggiori figure del Risorgimento italiano (Milano 1909-18) e quattro melologhi (L’abbazia di Pomposa, Emigranti, Parisina e La morte di Boiardo, Bologna 1900-05) musicati da Vittore Veneziani e recitati dal fratello Gualtiero, noto attore. Trent’anni dopo Rossetti e Burne-Jones, Tumiati, che lasciò presto Ferrara per Firenze, dove condusse in aristocratico distacco un’esistenza da esteta, fu un «perenne fantasticatore di cavalcate di paggi, marchesane e guerrieri oltreché di solitudini monastiche ai bordi della gran pianura» (Franco Giovanelli). Ma nel 1903 la scenografica rappresentazione notturna della sua Parisina nel Castello Estense alla presenza di D’Annunzio ebbe risonanza non solo locale. Sia Novi che Tumiati si esercitarono inoltre nella critica d’arte.

Fra i due secoli anche Cento ebbe due scrittori di rilievo nazionale, seppure molto diversi fra loro: Olindo Malagodi (1870-1934) e Maria Majocchi Plattis, in arte Jolanda (1864-1917). Il primo fu uomo politico e giornalista, inizialmente socialista e in seguito liberale giolittiano. Corrispondente della «Tribuna» da Londra, poi esule antifascista a Parigi, scrisse importanti saggi di storia economica, alcuni volumi di poesie di gusto carducciano (raccolte in Poesie vecchie e nuove 1890-1915, Bari 1928) e il raffinato romanzo Il focolare e la strada (Torino-Roma 1904). La marchesa Majocchi trascorse invece tutta la sua vita nella tranquilla cittadina emiliana. Cattolica moderatamente progressista e convinta sostenitrice dell'emancipazione delle donne, cominciò giovanissima a pubblicare racconti su «Cordelia» e su altre riviste della nascente stampa periodica femminile, alcune delle quali diresse in età matura. Grazie a romanzi come Le tre Marie (Rocca San Casciano 1899) e La perla (Ivi 1916) e alla raccolta di saggi critici Dal mio verziere (Ivi 1896), Jolanda conobbe un successo popolare che varcò i confini nazionali e si conquistò un posto di rilievo nell’affollata galleria delle scrittrici fra Otto e Novecento, accanto a figure come Grazia Deledda, Matilde Serao e Neera, dimostrandosi «narratrice feconda e a tratti felice per penetrazione psicologica e grazia stilistica, ondeggiante fra i temi e i luoghi, le cadenze e i vezzi del verismo borghese e quelli del decadentismo» (Clemente Mazzotta).

Nacque invece a Tamara, nel Comune di Copparo, Corrado Govoni (1884-1965), la cui opera poetica appartiene interamente al Novecento e, come intuirono immediatamente critici quali Giovanni Papini, Giuseppe Antonio Borgese ed Emilio Cecchi, contribuì in modo non marginale al rinnovamento della lirica italiana. Infatti, il precoce crepuscolarismo delle due raccolte pubblicate a Firenze dal ferrarese nel 1903 (Le fiale e Armonia in grigio et in silenzio) operò una rottura con la lirica ottocentesca e una rivoluzione formale ugualmente distante dalla poesia aulica di D’Annunzio e dal Pascoli più legato alla “gran scuola carducciana”. Nelle successive raccolte Fuochi d’artifizio (Palermo 1905) e Aborti (Ferrara 1907) Govoni accentuò la modernità del suo stile conferendo nuova libertà al verso, mentre l’affermazione di poeti a lui congeniali come Corazzini, Gozzano, Moretti e Palazzeschi contribuì a farlo uscire dall’isolamento provinciale. Dopo la parentesi futurista di Poesie elettriche (Milano 1911) e Rarefazioni (Milano 1915) – esperimenti paroliberi e di poesia visiva – Govoni diede probabilmente il suo capolavoro con l’Inaugurazione della primavera (Firenze 1915). Terminata la Grande Guerra, lasciò definitivamente la terra natale per Roma, ma, come si è detto, il suo sodalizio con de Pisis, De Chirico e Savinio aveva ormai segnato l’ingresso – per la verità non troppo consapevole – di Ferrara nel Novecento italiano.

MT, 2011

Bibliografia

Corrado Govoni e l’ambiente letterario ferrarese del primo Novecento, Atti del convegno promosso dall'Accademia delle scienze di Ferrara, 18 settembre 1984 [s.d., s.l.]; Franco Giovanelli, Ottocento e Novecento letterario, in Storia illustrata di Ferrara, a cura di Francesca Bocchi, vol. III, Milano, AIEP, 1989, pp. 801-816; Oscar Ghesini, La Gazzetta ferrarese: percorsi critico-letterari (1848-1899), Ferrara, Liberty house, 1999; Walter Moretti, “Compagnoni, Monti, Leopardi e Manzoni”, in Da Dante a Bassani: studi sulla tradizione letteraria ferrarese e altro, Firenze, Le lettere, 2002, pp. 101-153; Vincenzo Monti nella memoria di Ferrara: manoscritti, libri e documenti, a cura di Alessandra Farinelli Toselli e Luigi Pepe, Bologna, CLUEB, 2004.

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