Alfabetizzazione

Alla mezzanotte del 31 dicembre 1861 venne scattata un’importante fotografia dell’Italia: il censimento generale della popolazione rilevava 21.777.334 italiani, escludendo, ovviamente, il Veneto e il Lazio, annessi al Regno rispettivamente nel 1866 dopo la terza guerra di indipendenza e nel 1870 con la “presa di Roma”. Il documento, uno dei primi e fondamentali atti amministrativi del nuovo Regno, tra le numerose informazioni rivelava che la media nazionale dell’analfabetismo era del 78% (72% uomini e 84% donne), percentuale rispecchiata pienamente a Ferrara, dove il censimento registrava, appunto, il 78% di analfabeti.

Il “saper leggere e scrivere” (alfabetismo) nell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento poteva rappresentare una fonte di guadagno – si pensi agli scrivani pubblici – in una società che implicava un preoccupante quadro economico-sociale e un alto tasso di analfabetismo. Nel nuovo Stato soltanto il 2% della popolazione parlava l’italiano e il restante 88% si esprimeva solo nel dialetto della località in cui viveva. La contrapposizione tra la scolarizzazione e la povertà delle famiglie lavoratrici era palese: più si diffondeva il lavoro minorile e più velocemente aumentavano i giovani che non potevano andare a scuola. Bisogna notare, inoltre, che nella prima metà dell’Ottocento, negli Stati preunitari (escluso il Lombardo-Veneto austriaco) il disinteresse per l’istruzione era generale, esisteva quasi un’avversione verso la scuola, spesso ritenuta nociva per la stabilità sociale.

Il regio decreto legislativo n. 3725 del 13 novembre 1859, emanato da Vittorio Emanuele II, entrato in vigore nel 1860 e in seguito esteso a tutto il Regno, è riconosciuto come l’atto ufficiale di nascita della scuola italiana, pubblicato per combattere l’analfabetismo. Ma la legge Casati (dal nome del ministro della Pubblica Istruzione, Gabrio Casati), che riformava l’ordinamento scolastico, non richiedeva l’obbligo di frequentare i quattro anni previsti per il ciclo elementare, motivo per cui molte famiglie evitavano comunque di mandare i figli a scuola. L’obbligo di frequenza per il primo triennio sui cinque anni previsti arrivò nel 1877, con la legge Coppino.

Il processo di scolarizzazione anche nel nostro territorio era ostacolato da problemi contingenti: maestri, pochi, sottopagati e poco o niente controllati nella loro formazione culturale (a volte l’insegnamento era un secondo lavoro, c’erano l’insegnante-calzolaio, l’insegnante-sacrestano e via dicendo); “pluriclassi” affollatissime; scuole spesso difficili da raggiungere, in particolare nelle campagne.

Bisognerà attendere il censimento del 1901 per riscontrare l’abbassamento della percentuale di analfabetismo, quando la media nazionale scese al 46,20%.

Oltre alla scuola con la sua vita comunitaria e la disciplina di gruppo, e ad altre istituzioni come il servizio militare, incise sull’apprendimento il lento diffondersi dell’editoria popolare e dei quotidiani. Valga per tutti l’esempio del romanzo Cuore (1886) di Edmondo De Amicis (1846-1908), che attraverso le vicende vissute durante l’anno della terza elementare dalla classe del maestro Perboni, tentava l’unificazione anche mediante un’opera letteraria dal linguaggio accessibile a tutti e con valori comuni in grado di sollecitare un sentimento nazionale condiviso.

La redazione, 2012

 

Bibliografia

Giuseppe Inzerillo, Storia della politica scolastica in Italia, Roma, Editori Riuniti, 1974; Giacomo Savioli, “Leggere scrivere e far di conto”. Un lungo percorso nella storia dell’istruzione, «Bollettino della “Ferrariae Decus”», 26, 2009-2010, pp. 166-168.

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