I centri urbani: Portomaggiore

La piazza Municipale nell’Ottocento. Cartolina, collezione privata La piazza Municipale nell’Ottocento. Cartolina, collezione privata

Il cantone di Portomaggiore, sesto del primo Distretto istituito nel 1805 da Napoleone, con capoluogo Ferrara, comprendeva Portomaggiore (residenza di Municipalità) con Porto di Rotta e Portoverrara; San Nicolò con Benvignante, Ospital Monacale e Ripa di Persico; Voghiera con Belriguardo, Voghenza, Gualdo e Montesanto; Masi del Torello, Masi San Giacomo e Ducentola; Gambulaga con Verginese, Runco con Quartiere, Sandolo e Maiero; Medelana con Rovereto, San Vito, Alberlungo, Dogato e Libolla; Denore con Parasacco, Villanova di Denore, Albarea e Viconovo; Marrara, Sant’Egidio e San Bartolomeo in Bosco; Codifiume con Traghetto a sinistra di Primaro. I confini amministrativi si trovano variati nel 1812, quando le diverse sistemazioni territoriali avevano compreso nel sesto Cantone anche quella parte di Argentano già nel secondo Distretto (con capoluogo Comacchio).

Il Comune di Portomaggiore fu istituito nel 1860; comprendeva Gambulaga, Gualdo, Maiero, Masi San Giacomo, Masi Torello, Montesanto, Portorotta, Portoverrara, Quartiere, Ripapersico, Runco, Sandalo, Voghenza, Voghiera.

Negli anni Venti dell’Ottocento si riscontrava annualmente un notevole aumento della popolazione nel centro di Portomaggiore, con conseguente scarsità di abitazioni, problemi di sanità pubblica e di praticabilità delle vie, soprattutto per il «fango limaccioso» che andava a coprire strade e piazze mancanti di incanalatura delle acque piovane che vi ristagnavano. Il gonfaloniere Giuseppe Imperiali sostenne e fece approvare (1826) il progetto di sabbiatura e selciatura della piazza e delle strade interne fino ai ponti che circondavano la località; nel contempo si pensava alla riedificazione della chiesa Collegiata (1827-1828).

Dopo un’epidemia di tifo (1818), il colera colpì duramente il territorio (1835) che si risollevò al tacere dei moti politici, tranquillità che permise di migliorare le terre bonificandole: vennero interrati i fossi, livellati i terreni, piantati robusti alberi, sistemate stradine quasi inagibili, costruiti fabbricati colonici e case.

Portomaggiore conobbe un importante sviluppo urbanistico: oltre alla citata ricostruzione della chiesa Collegiata, il 7 ottobre 1839 fu posata la prima pietra del Teatro Sociale Concordia, inaugurato il 15 ottobre 1844; fu costruito il signorile palazzo Gulinelli e si insediò l’istituto di beneficenza “Carlo Eppi”. Il sagrato della chiesa Collegiata divenne un tutt’uno con la piazza quando di fronte alla chiesa, sui resti dell’antico palazzo pretoriale, venne costruito il nuovo palazzo comunale (1841), ultimato con la collocazione dell’orologio (1856). La struttura originaria comprendeva un unico piano sopra un loggiato dagli archi a tutto sesto decorati a bugne; la campata centrale si innalzava di un altro piano slanciato verso l’alto con un frontone sul quale spiccava lo stemma del Comune. L’edificio fu ristrutturato e abbellito tra il 1909 e il 1911 con l’aggiunta di un piano e l’eliminazione del frontone, così da renderne più equilibrate le proporzioni.

La dimora della famiglia Fioravanti accolse il cardinale legato Giuseppe Ugolini, arrivato a Portomaggiore il 14 ottobre 1841; la chiesa Collegiata ospitò l’arcivescovo di Ravenna Chiarissimo Falconieri per una solenne cerimonia, il 14 maggio 1842, durante la quale vennero inaugurate le nuove campane della parrocchiale di Ripapersico, centro inondato alla fine dello stesso anno dalle acque del Reno che, ingrossato dalle piogge, ruppe l’argine del Gombio allagando le campagne fino alla chiesa della Madonna dell’Olmo, a Portomaggiore.

Negli anni Cinquanta la crittogama colpì le viti, il raccolto di grano fu scarso, i prezzi salirono vertiginosamente, mancava il lavoro, non si contavano le ruberie. In tale desolante panorama due corsi d’acqua dolce, la Fossa di Porto (di memoria estense) e lo Scolo nuovo erano gremiti di gobbe: era tutto un via vai di battelli, birocci, carri sui quali si raccoglievano grandi quantità di pesce da vendere e da mangiare. Una nota positiva verso la fine del decennio: l’istituzione della banda musicale (1857).

Nel 1860, l’annessione al Regno di Vittorio Emanuele II venne salutata con grande concorso di popolo durante i festeggiamenti, rischiarati da brillanti “luminarie”: dal palazzo pubblico agli edifici privati, dalla piazza – dove si innalzava una scenografica prospettiva che ospitava, su una colonna, il busto del re –, dalla via dei Belli al Teatro, dalla via San Francesco alla via Corte, al tronco di strada Ferrara e fino al ponte Beccaria era tutto un rincorrersi di colonne, fiaccole, palloncini tricolore, obelischi e ghirlande di alloro, razzi e fuochi d’artificio, accompagnati dalla partenza di un pallone aerostatico e dalle musiche delle bande di Porto e di Voghenza. Quelle stesse strade vennero poi sottoposte a manutenzione, senza trascurare l’igiene: furono incanalati gli scoli, spurgate le fogne, rimessi di nuovo i selciati nelle piazze e nelle vie, sostituiti i marciapiedi in mattone con spaziosi lastricati di marmo, installate grondaie e condotti di ghisa per immettere le acque piovane nelle chiaviche sotterranee. Le strade di Ripapersico, Voghiera, Consandolo, la strada delle Anime di San Nicolò e altre minori vennero selciate; quelle di Portoverrara, Sandolo e Maiero rialzate e sabbiate. Si aprirono le scuole maschili e femminili a Masi Torello, Masi San Giacomo, Voghiera, Gualdo, Montesanto e Gambulaga; a Portomaggiore erano attive fino alla terza classe.

Il territorio del capoluogo lasciava ancora riconoscere la traccia della sagoma pressoché quadrata del fossato che circondava la trecentesca Rocca di Porto, distrutta dal terremoto del 18 marzo 1624, con epicentro nella vicina Argenta. Il recinto della Rocca era compreso tra la via comune a fianco della fossa di Sant’Antonino (via Mazzini), via Santa Maria Maddalena (via XXV Aprile) che incrociava via Co’ di Vigo (via Giordano Bruno), ancora la via comune (un tratto di via Vittorio Emanuele e via Ugo Bassi o vicolo della Viola), il cui tronco che portava al centro si chiamava “stradone che va a Porto”. Dopo il 1910 il fossato fu interrato, le macerie della Rocca asportate e spianato il Prà di Castello (attuale piazza Repubblica, dove trovano sistemazione i padiglioni dell’Antica Fiera, ricordata fin dal 1424), presso il quale lavorava un mulino a vapore. Sulla piazza delle Erbe (piazza Verdi) affacciava la locanda “Dell’Aquila Nera” di fronte al convento e alla chiesa di San Francesco, i cui resti, pericolanti, vennero demoliti nel 1902; la loggia del palazzo comunale era il “salotto” di Portomaggiore; la Madonnina dell’Olmo proteggeva i portuensi e le loro terre; i viali erano fiancheggiati da folti e profumati tigli.

Era riconoscibile anche il tracciato della Fossa Trava (attivata nel 1816), si vedevano gruppi di case, tenute e corti sparse nei campi, nelle possessioni, oltre allo Scolo bolognese e alla Fossa di Porto che attraversavano Portorotta correndo paralleli. E ancora si vedevano le vestigia dell’antico Sandalo, fiume che partendo da Codrea bagnava Quartesana, Voghenza e Voghiera, Runco, servendo il condotto di Belriguardo, poi ancora passava per Quartiere e presso il ponte delle Lanze, ripiegando verso est, bagnava Porto Rotta e Ripa di Persico per raggiungere Consandolo, dove si confondeva nelle acque del Primaro.

I toponimi identificano un paesaggio in difficile equilibrio tra acqua e terra (l’attuale via Fausto Beretta di Portomaggiore, per fare un esempio, si chiamava via “del Terraglio”), un paesaggio attraversato da una fitta rete idrografica e con un’ampia estensione di valli, sottoposte a imponenti lavori di bonifica grazie all’introduzione, dopo l’Unità d’Italia, delle macchine idrovore. Il Verzenexe era uno dei tanti condotti, dal quale aveva preso nome il palazzo al centro di una vasta tenuta che il duca Alfonso I d’Este aveva donato nel 1534 alla compagna Laura Eustochia Dianti: da casale a castello a palazzo padronale di campagna, la dimora del Verginese, in territorio di Gambulaga, tra Settecento e Ottocento passò attraverso diversi proprietari, mentre venivano via via aggiunti fabbricati per ospitare sia i lavoratori delle possessioni, sia il bestiame e i numerosi attrezzi da lavoro, denotando l’antica vocazione agricola della località e delle terre circostanti. La bonifica della Galavronara e del Forcello (1883) che interessò il sud-est del Portuense, la bonifica della Trava (1893) verso Bando, la riconversione agricola e la costruzione dell’impianto idrovoro (1907) portarono un notevole sconvolgimento territoriale e nuovi assetti nella conduzione delle terre.

A coronamento dello sviluppo urbano e agricolo, una ferrovia collegò Portomaggiore ad Argenta dal 1883 e una centrale elettrica di smistamento e trasformazione funzionò dal 1913.

AG, 2011

Bibliografia

Pietro De Stefani, Memorie storiche di Portomaggiore, a cura della Banca di Credito Agrario, Ferrara, 1986 (rist. anast. dell’ed. Ferrara, Tipografia dell’Eridano, 1863); Ottorino Bacilieri, La fine della Rocca di Portomaggiore, «Ferrara. Storia Beni Culturali Ambiente», 3, maggio-giugno 1996, pp. 19-20; Umberto Pasini, Portomaggiore Fermoposta, Portomaggiore (Ferrara), Arstudio C, 1996; Angela Ghinato, La villa del Verginese da “casa” a “castello”, in Il Verginese: progetto per un’identità ritrovata, a cura di Anna Maria Visser Travagli, Comune di Portomaggiore (Ferrara), 2001, pp. 63-79; Anna Maria Visser Travagli, Storia del territorio, ivi, pp. 19-31; Palazzo Municipale di Portomaggiore. Lavori di consolidamento e restauro, Comune di Portomaggiore, [stampa Ferrara, Sivieri], 2009 (“Cenni storici” di Luisa Cesari, dirigente settore TUA Comune di Portomaggiore).

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