Codigoro

Codigoro, Riviera Felice Cavallotti Codigoro, Riviera Felice Cavallotti cartolina postale, collezione privata

Compreso nel Dipartimento del Basso Volano dal 1802, il territorio di Codigoro fu inserito nel secondo Cantone del secondo Distretto del Regno d’Italia napoleonico a seguito della nuova ripartizione amministrativa del 1805 che modificava i confini. Un paesaggio di valli, terre di frontiera dove era diffusa la piaga del brigantaggio, che pare avesse il suo quartier generale a Taglio di Po. Gli esiti del Congresso di Vienna (1815) che, tra le altre cose, fissarono nel Po il confine tra lo Stato pontificio e il Lombardo-Veneto, fecero di Codigoro (Co’ di Goro, alla testa del fiume Goro) l’approdo o il punto di partenza di quanti transitavano da uno Stato all’altro per i più diversi motivi. La siccità, una grave epidemia di peste (1816), il sempre presente rischio di malaria minacciavano costantemente la vita del centro, ravvivata da qualche radicato passatempo: il “tamburino”, per esempio, pericoloso gioco di strada che consisteva nel lancio di palle di piombo, proibito nel 1831 e presto sostituito dal gioco del pallone in piazza (autorizzato dal Comune), dove era d’obbligo coprire il Palazzo Comunale con le “grisole” per evitare danni.

Le case di canne, fango e un po’ di malta, dagli anni Venti-Trenta dell’Ottocento vennero via via sostituite da case in muratura, mentre la strada della piazza principale – «di sabbia mista a cementi di mattoni, non avente quasi nessun pendio» – nel 1839 fu selciata con ciottoli provenienti da Rimini. Nel 1857, su progetto dell’ingegnere Angelo Borsari, venne costruito il ricovero e furono sistemate le scuole elementari nell’edificio che prima ospitava la Pretura.

La grande paura per un territorio che cercava faticosamente il proprio spazio tra le acque prendeva il nome di “rotta”, e quella del Po a Guarda Ferrarese del 29 maggio 1872 fu disastrosa. Mentre il sindaco di Codigoro Francesco Gallottini partiva verso Mezzogoro e la rotta, in paese ci si organizzava per fronteggiare la situazione: uomini con carriole e badili si radunarono al «chiavichino immittente alla Malea», dove tentarono di costruire un argine per impedire l’allagamento del paese. Ma le acque avanzarono e nei giorni 1-2 giugno investirono Mezzogoro, per poi spingersi verso il Bosco e Pomposa e da lì al mare, atterrando alberi e danneggiando campi. Gli abitanti di quei luoghi si riversarono a Codigoro, mentre alcune barche comacchiesi portavano soccorso agli abitanti isolati nelle zone alluvionate. Nonostante gli argini costruiti, anche la periferia di Codigoro venne allagata e molte famiglie furono costrette ad allontanarsi. Il 16 giugno le acque presero la via del mare, lasciando una scia di enormi danni, acque stagnanti e morìa di pesce, tanto da far temere un’epidemia.

Oltre a liberare il territorio dalle acque e dalla miseria, la bonifica portò lavoro, sviluppo e arrivo di famiglie da regioni vicine. Codigoro si trovò al centro delle terre interessate dalla seconda Grande Bonificazione, con il prosciugamento di oltre 56.000 ettari di paludi. Pioniere del risanamento era stato già dal 1854 il conte ferrarese Francesco Aventi, che con mezzi meccanici aveva tentato, senza successo, la bonifica della tenuta “Garbina” (tra Mezzogoro e Ariano) e della valle “Malea” di Codigoro, proprietà del barone Aldo Baratelli («Gazzetta di Ferrara», 5 giugno 1857).

Nel 1874 la ciminiera della nuova idrovora cominciò a fumare e le grandi pompe mosse dal vapore iniziarono a scaricare nel Volano un’enorme massa di acque proveniente dai canali di scolo della Grande Bonificazione Ferrarese. Il fondo delle vaste paludi che si stendevano dal Volano a Po Grande cominciò a trasformarsi in terra arabile. Anche grazie all’intervento finanziario dello Stato reso possibile dalla legge Baccarini (1882), i complessi lavori della bonifica diedero i risultati sperati dopo anni di prove disordinate e di appoderamenti mancati. Fu una festa grande per il paese la visita del ministro Alfredo Baccarini, il 7 settembre 1878. Partito da Ferrara il mattino presto con un convoglio di dieci carrozze, dopo un cambio di cavalli e una sosta a Migliarino, intorno alle 11:30 raggiunse Codigoro, dove salì su un «vaporino» che rimorchiava due barconi addobbati per gli invitati. La comitiva si inoltrò lungo il Volano per raggiungere il ponte dove iniziava un nuovo canale di bonifica e procedere all’inaugurazione con il taglio di un «cordino di seta rossa» sospeso tra le due sponde. In segno di riconoscenza verso il ministro, il tronco del Volano che dal borgo del Capitello porta alla Salghea prese il nome di “diversivo Baccarini”.

Era il tempo degli scariolanti, storici protagonisti delle vicende del Delta del Po, lavoratori ferraresi, mantovani, romagnoli e rodigini che con le loro carriole trasportarono, voltarono e rivoltarono enormi quantità di terra nel faticoso lavoro di scavo e di arginatura dei canali della bonifica, grazie alla quale Codigoro conobbe un notevole sviluppo edilizio: dalla costruzione del palazzo della Pretura (1861) e del ponte girevole sul Volano (1879), alla sistemazione della via Pomposa e della via Savonarola (oggi via XX Settembre) con marciapiedi di sasso di Monselice, ciottolato e fognatura; dall’illuminazione delle strade del centro con fanali a petrolio (1884) alla costruzione dei nuovi cimiteri di Mezzogoro e di Codigoro (1885) sulla via per Pomposa; dall’apertura del teatro Telloli (1887) all’edificazione delle scuole elementari a Codigoro e a Pomposa (1889-1890). Nel 1888 era stata prospettata l’idea di aprire una strada di circonvallazione che, partendo dal caseggiato “Aquilone” (attuale via XX Settembre) costeggiasse il Volano fino all’odierno ponte nuovo, secondo il piano dell’ingegnere ferrarese Pio Massimo Aleotti, coinvolto nella maggior parte dei progetti urbanistici; l’idea della circonvallazione rimase però tale, lasciandone il ricordo nel nome di un tratto di strada prospiciente il Volano.

L’antico Palazzo del Vescovo, di matrice veneta, dominava il centro di Codigoro, silenzioso testimone della vita del paese. Il tessuto territoriale era costellato di oratorî, come provano le relazioni della visita pastorale portata nel 1857: quello di Sant’Antonio in piazza versava in pessimo stato, probabilmente venne abbattuto quando fu costruito il palazzo della Pretura (1861); quello del Capitello (all’incrocio tra via Prove e via Capitello) venne atterrato, forse nel 1915: i mattoni servirono per le fondazioni dell’asilo del Rosario; l’oratorio della Tagliata, presso Marozzo, detto “oratorio del fosso”; l’oratorio Beltramini (via Roma), «di recentissima costruzione» nel 1857, chiuso verso il 1900 e in seguito atterrato. La chiesa di Volano nel 1853 aveva bisogno di numerosi lavori, tra i quali la riparazione del tetto e il rifacimento dell’intonaco ai corrosi muri esterni, mentre necessitava di un rialzamento la strada che conduceva all’edificio religioso. A Codigoro, l’antica chiesa di San Martino, chiusa per motivi di staticità nel 1902, fu abbattuta nel 1917 per – si disse – allargare la piazza: si salvarono il campanile e il presbiterio, trasformato poi in magazzino detto “piazza dei sei busi”; la chiesa del Rosario, risalente al XVI secolo, venne affidata alla confraternita del Rosario dopo essere stata abbandonata a seguito delle soppressioni napoleoniche: nel 1816 si demolì il convento e nel 1818 il Comune acquistò il terreno per costruirvi un cimitero, ma la rotta del 1872 sommerse tutta la zona, molto bassa, e le acque vi stagnarono per molti mesi fino a un metro di altezza. E, ancora, bisogna ricordare l’abbazia di Pomposa, da quasi due secoli abbandonata dai monaci e venduta a privati, ad eccezione della chiesa rimasta parrocchia. Una perizia stilata dall’agrimensore Gaetano Frizzi il 30 giugno 1802, in occasione della vendita della tenuta di Pomposa al ravennate Alessandro Guiccioli, restituisce l’immagine di un complesso in decadenza, difficilmente leggibile nelle strutture originarie: il perito descriveva «avanzi dell’antico monastero di Pomposa», tra i quali il dormitorio dei monaci, per esempio, che si presentava come «un gran granaio il pavimento del quale è [...] tutto inuguale perché i solaj che lo sostenevano hanno in varj sitti ceduti...».

La crescita sociale portò alla nascita, nell’ultimo trentennio dell’Ottocento, dell’associazione “Fratellanza artigiana di mutuo soccorso” (1875) avente per scopo il sussidio ai soci in caso di malattia, poi “Società Cooperativa fra lavoratori del mandamento” (1884) e dell’associazione “Società Reduci Patrie Battaglie” (1884), oltre al “Circolo Mazzini” (1886) dalla connotazione politica. Nel 1876 furono pubblicati i Regolamenti municipali del Comune di Codigoro, stampati dalla tipografia Sansoni di Comacchio.

Con il progresso arrivarono importanti cambiamenti nel nuovo secolo: la sostituzione (16 gennaio 1901) della diligenza a cavalli con un “trenino” che correva sul tracciato dell’attuale via provinciale e in cinque ore raggiungeva Ferrara; l’installazione di un gruppo elettrogeno a gas di carbone in Riviera Cavallotti, che fece accendere la prima lampada nella via per Ferrara (1901); l’inaugurazione dello stabilimento della Cartiera (1906-1907); la trasformazione dell’“infermeria” in ospedale civile, nella via detta “di giù” poi via Mare (ora Riviera Felice Cavallotti). La “Società Anonima Eridania. Fabbrica di zucchero” (fondata a Genova il 27 febbraio 1899, ma con radici agricole in Emilia Romagna) aveva impiantato a Codigoro il suo primo zuccherificio, dove nel 1899 si era svolta la prima campagna saccarifera.

Al 1905 data la ripresa dell’esecuzione delle opere di bonifica, che prevedevano un programma di lavori complementari come lo scavo di una più ampia rete di canali di scolo e la costruzione di ponti. Questa fase culminò nella realizzazione di un nuovo impianto a quota più bassa (l’idrovoro “acque basse”), inaugurato il 16 giugno 1910 dal re Vittorio Emanuele III. Ancora un’indimenticabile festa nelle parole di un testimone, cronista della «Gazzetta Ferrarese»: «Sul mezzogiorno tutto il movimento dell’intera plaga sud-est della nostra provincia certamente doveva essere incanalato verso il capoluogo: giacché la folla affluiva da ogni parte nei punti centrali e le vetture si succedevano e le automobili passavano ad ogni minuto rombando ed asfissiando. Fare colazione; ecco l’impresa ardua che s’affacciava ieri a chi, trovandosi a Codigoro, non avesse prima preso qualche disposizione preventiva. Verso le 12.15 mi sono trovato con un gruppo di amici all’“Italia”, uno dei primi alberghi di Codigoro…». All’annuncio dell’arrivo del re, verso le 16, autorità e invitati si sistemarono presso l’ingresso centrale dello stabilimento, in attesa delle note della Marcia Reale. Finita la cerimonia, il corteo mosse verso Cologna Ferrarese, Copparo e Ferrara attraverso la via Reale (ora via Le Venezie). I grandi lavori non erano però ancora ultimati, perché in alcune zone lo scolo non era completamente assicurato e, inoltre, l’abbassamento delle acque provocava l’isterilimento delle parti più alte delle dune sabbiose di Ponte Maodino, Pontelangorino, Pomposa, Italba e Massenzatica. Nel 1913 (e, ancora, nel 1922) il Consorzio di Bonifica ottenne dallo Stato nuovi finanziamenti per rimediare alle situazioni ancora in bilico, costruendo piccoli impianti idrovori autonomi nelle località Campello, Galavrone, Salghea, Pomposa.

Sentinella del territorio rimaneva la torre di guardia a difesa del porto di Volano, nota come Torre della Finanza, riedificata dopo una forte burrasca nel 1729 e impiegata come caserma della Guardia di Finanza agli inizi del Novecento.

AG, 2011

Bibliografia

Piero Viganò, Codigoro. Cenni storici, Bologna, Scuola Grafica Salesiana, 19712; Codigoro ieri. Immagini fotografiche dai primi del secolo agli anni ’60, catalogo della mostra (Codigoro, Palazzo del Vescovo, 7-27 settembre 1991), Comune di Codigoro, 1991; Pomposa. Storia Arte Architettura, a cura di Antonio Samaritani, Carla Di Francesco, Ferrara, Corbo, 1999; Cenni storici nel sito on-line del Comune di Codigoro (aggiornato all’11 aprile 2011).

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