Acqua a Ferrara

Antico pozzo tra le vie Ghisi[g]lieri e Borgo di Sotto Antico pozzo tra le vie Ghisi[g]lieri e Borgo di Sotto Ferrara, Istituto di Studi Rinascimentali, Archivio Giglioli, b. 113, fasc. 4

Al Po, alle sue acque, ai suoi capricci sono legati la nascita e lo sviluppo di Ferrara. I documenti più antichi raccontano di pozzi pubblici e privati, di andronelle (fogne a cielo aperto), di pellacani (conciatori) ai quali era proibito lavare le pelli nel fossato lungo le mura della città, di guazzaduri per i cavalli, di brentadori che trasportavano l’acqua dal fiume, di fontane, di norme igieniche a disciplina delle acque in città e nel suburbio.

Un acceso dibattito tra medici, nel XVIII secolo, portò alla ribalta l’acqua da bere, l’acqua del Po: chi diceva che se ne abusava nell’ordinarla ai pazienti a scopo curativo, chi la elogiava per le indiscusse qualità, chi sosteneva che il fiume era una cloaca. Risale proprio all’Ottocento la discussione su basi scientifiche, analizzando chimicamente le acque delle cisterne del palazzo Paradiso, del Castello e del convento dei Cappuccini: erano dure e insalubri a causa del solfato di calcio contenuto in forte quantità. Nel 1862 il Comune aveva terminato la bonifica delle fosse della città, interrato il canale Panfilio, completato un sistema di scoli per le acque cittadine verso un’idrovora a vapore posizionata a Baura. Rimanevano i privati. Per migliorarne le condizioni fu nominata una commissione di ingegneri e medici che visitasse le case della città rilevando difetti ai muri, alle corti interne, ai pozzi neri e di acqua viva, a latrine, stalle, acquai e letamai. Nel suo Rapporto, Leopoldo Passega annotava il controllo di 3.004 edifici; 533 dei 3.652 pozzi ad uso domestico esistenti avevano acqua non potabile, mentre solo 60 case non avevano il pozzo. L’insalubrità derivava principalmente dalla mancata cura degli espurghi. In tutta la città c’erano 129 cisterne, e in parecchie abitazioni – specialmente nel ghetto ebraico – i depositi presentavano acque migliori, ubicati però non sempre in luoghi favorevoli. Il perito aveva trovato 2.414 acquai, 720 dei quali inappropriati, ma duemila famiglie ne erano sprovviste, così come molte case non avevano la latrina e molte stalle non avevano il letamaio. Nel 1866 il Consiglio provinciale riferiva al Ministero dell’Agricoltura Industria e Commercio che i pozzi di Ferrara erano costruiti male, poco profondi, scavati per comodità vicino a pozzi neri e a letamai. Nella seduta del Consiglio comunale del 12 marzo 1872 Antonio Nicolini sottolineava la necessità di acqua potabile e igiene pubblica, problemi per i quali erano già pronti i piani di intervento, ma mancavano i mezzi finanziari. Si tornava a discutere sull’assoluto, urgente bisogno di un acquedotto, ma ancora non si sapeva dove prendere l’acqua e come farla arrivare in città. Coinvolta nel problema, la stampa locale pubblicava numerosi articoli, alcuni contenenti anche proposte per la fornitura dell’acqua alla città. In un intervento sulla «Gazzetta Ferrarese» del 18 ottobre 1872, l’articolista passava in rassegna i fiumi che avrebbero potuto dare l’acqua a Ferrara: il Po, il Reno e il Panaro potevano fornire acqua per uso domestico ma non potabile, perché rimaneva torbida e limacciosa anche se filtrata; il Poatello – continuazione del Canale di Cento – presentava alla vista acqua limpida proveniente da Castelfranco, ma durante il percorso si caricava di impurità, sia per la lunghezza del tragitto, sia per la decomposizione di materie organiche, in quanto, passando per San Giovanni in Persiceto e per Cento, lambiva pozzi neri e riceveva acque di scarico da officine, caseggiati e maceri. La proposta era: meglio andare a prendere l’acqua alle origini, dove era pura, e portarla a Ferrara da Castelfranco Emilia. Da questo momento in avanti si susseguirono le proposte e i suggerimenti come quello avanzato dall’ingegnere Graziadio Neppi che scriveva sullo «Svegliarino» (1873) le sue osservazioni circa il livello di potabilità dell’acqua, sui pozzi, sui costi troppo alti, sul fabbisogno per abitante, temendo inoltre che i fontanili di Castelfranco potessero non sostenere una resa costante e sufficiente. Le rovinose rotte del Po a Guarda e a Revere e le relative sommersioni, rispettivamente, del Polesine di San Giovanni e del Bondenese distrassero in qualche modo l’attenzione dal problema, dovendone affrontare altri più gravi, ma nel 1878 il Genio Militare di Bologna e la Giunta comunale concordarono lo stanziamento di un reggimento di artiglieria da campagna a Ferrara in San Guglielmo (tratto finale verso corso Giovecca dell’attuale via Palestro) e nel Quartierone (palazzo Mosti, angolo tra il corso Porta Mare e il secondo tronco dell’attuale corso Ercole I d’Este). La convenzione prevedeva il rifornimento di acqua potabile alla caserma di San Guglielmo prelevandola dal condotto che dal Canale di Cento portava l’acqua alla fossa del Castello: la spesa prevista era di 13.000 lire per lavori da fare su progetti sviluppati dall’ufficio tecnico. Nell’immediato non si fece nulla, così nel 1879 il Genio fece fretta al Comune, che si rivolse a privati, prendendo in considerazione i progetti delle ditte Ghilardi di Bergamo e Galopin Süe Iacob di Savona, che venne accettato: una presa d’acqua in via della Luna, filtri di ghiaia e sabbia e impiego di una pompa aspirante-premente con sollevamento fino a 6 metri e mezzo, azionata da una macchina a vapore da installare in un edificio comunale nei pressi; portata con tubature di ghisa per via delle Pecore (lato sud dell’attuale piazza della Repubblica) e per altre strade fino a San Guglielmo. Collaudato il 31 gennaio 1880, l’impianto entrò in esercizio nel giugno seguente e continuò fino al dicembre 1889, quando venne sostituito dalla rete del nuovo acquedotto. Ancora nel 1880 la stampa locale richiamava l’attenzione sulla derivazione dell’acqua, contrastando chi sosteneva che non ce n’era bisogno, dal momento che la città era ben dotata di cisterne e pozzi. Dalle pagine della «Gazzetta Ferrarese» del giugno 1881 il professore di meccanica e idraulica all’Università di Bologna Quirico Filopanti (pseudonimo di Giuseppe Barilli) avanzava alcune ipotesi che portarono a un progetto per la fornitura delle acque alle province di Bologna, Ravenna e Ferrara, coinvolgendo anche il forese. Per Ferrara si prevedeva una derivazione dal gruppo di fonti Crabbia di Castelfranco, che raggiungesse Cento e Sant’Agostino e da qui con tre diramazioni principali e altre secondarie (per 320 chilometri di condotte) servire la città e la provincia mettendo capo a Goro, a Volano e a Magnavacca. La conduttura principale sarebbe entrata nel Comune di Ferrara tra Mirabello e Vigarano Mainarda proseguendo lungo la strada per Porotto e Mizzana; entrata in città si sarebbe divisa in due rami: uno percorrente la nuova via Giardini (viale Cavour) e la Giovecca, uscendo a San Giorgio e proseguendo per Comacchio; l’altro avrebbe attraversato la città da Porta Po a Porta Mare proseguendo per Copparo e Goro. Era un piano colossale ma gestito in tale economia da suscitare dubbi sulla sua utilità, tanto che la commissione comunale incaricata, presieduta dal rettore dell’Università prof. Giovanni Martinelli, giudicò inadeguato il progetto per tre motivi: l’insufficiente quantità di acqua portata quotidianamente in città; il percorso delle condutture; il sistema di distribuzione mediante fontanelle o vasche pubbliche dove attingere l’acqua con i secchi (sei punti di rifornimento in città e un centinaio nel forese). Il dibattito continuò attraverso la stampa fino al 1881, mettendo in evidenza forti scontri di opinioni pratiche e tecniche. Al progetto Filopanti si aggiunsero quelli degli ingegneri Zannoni e Vanni – entrambi impostati sulla derivazione di acqua dal Po –, della ditta Poggi di Roma e dell’ing. Astorri ancora di Roma – riferiti alla derivazione dai fontanili di Castelfranco –. Questi erano preferiti anche dalla commissione comunale che discusse il tema, tra progetti aggiornati e variati, preventivi e problemi di concessione, fino al 31 ottobre 1885, data del compromesso con la ditta Luigi Medici di Roma, per la quale era stato presentato un nuovo progetto Vanni. Filopanti, nel frattempo eletto deputato al Parlamento, difendeva il suo programma rallentando i lavori della commissione, rimettendo in discussione la fattibilità di alcuni progetti e inducendo gli interessati a modificare i loro piani. Così fino all’11 aprile 1886, quando fu stipulato il contratto con rogito del notaio Augusto Tamburini, tra il sindaco di Ferrara Anton Francesco Trotti e il marchese ing. Luigi Medici, per la costruzione dell’acquedotto e l’esercizio per 60 anni.

Con decreto reale del 10 aprile 1887 l’opera fu dichiarata di pubblica utilità. Il primo tubo della condotta di 57 chilometri che portava l’acqua da Castelfranco a Ferrara fu posato il 14 giugno 1887. Il percorso terminava nella zona del Montagnone, dove era stato edificato un serbatoio interrato della capacità di 1.054 mc di acqua, con due vasche di accumulo e due camere per le valvole di ingresso e di uscita. L’acqua arrivava nelle case mediante condotte in ghisa (di diametro tra i 50 e i 300 mm) in una rete di 17,5 chilometri; dodici fontanelle erano dislocate in città e quattro nei sobborghi, oltre a una fontana circolare (m 6,20 di diametro) nel «pubblico giardino» del Castello. L’ultimo tronco della condotta venne posato il 22 ottobre 1889 e il 4 novembre successivo l’acqua per la prima volta raggiunse quelle abitazioni dove era stato già installato l’impianto. Il collaudo del 31 maggio 1890 fu positivo: nessuna perdita nelle condutture da Castelfranco a Ferrara. Con un grande manifesto la Giunta municipale e il sindaco conte avv. Carlo Giustiniani invitavano la cittadinanza all’inaugurazione, l’8 giugno 1890, del primo serbatoio di raccolta dell’acqua potabile, l’acquedotto del Montagnone, «un’opera grande e benefica».

AG, 2011

Bibliografia

Leopoldo Passega, Rapporto intorno alla visita delle case di Ferrara eseguita dietro determinazione del Consiglio comunale presa nella sessione di primavera del 1862, Ferrara, Bresciani, 1866; Giacinto Scelsi, Statistica della provincia di Ferrara, Ferrara, Bresciani, 1875; Quirico Filopanti, L’acquedotto ferrarese urbano e rurale, estratto da «Gazzetta Ferrarese», nn. 136-149, giugno 1881; Augusto Calzolari, Le acque dei pozzi di Ferrara e quella dei fontanili di Castelfranco Emilia, Ferrara, Tipografia Sociale, 1888; Elogio dell’acqua che si beve a Ferrara, a cura di Carlo Bassi, Ferrara, ACOSEA - Maurizio Tosi, [1988] (in particolare i saggi di Adriano Franceschini, pp. 15-33; Luigi Pepe, pp. 35-47; Riccardo Resca, pp. 79-82).

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