Liberali e moderati

Ritratto del sindaco Pietro Niccolini, 1897-1899 Ritratto del sindaco Pietro Niccolini, 1897-1899 Ferrara, Palazzo municipale

Il congresso di Vienna tra i rappresentanti delle potenze che avevano sconfitto Napoleone, aveva stabilito i compensi territoriali che ognuno avrebbe ottenuto. Gli alleati decisero di restituire le Legazioni alla Santa Sede e il 18 luglio 1815 il generale Stefanini, governatore civile e militare di Ferrara, Bologna e Ravenna, consegnò ufficialmente le tre Legazioni ai cardinali Bernetti, Giustiniani e Pacca, delegati dalla Santa Sede al governo delle tre province. La restaurazione del governo pontificio non fu salutata con eccessivo entusiasmo dai ferraresi, nonostante i tre giorni di festa destinati a solennizzare l’avvenimento. La rivoluzione francese e le innovazioni portate dal governo repubblicano avevano scosso le coscienze, instillando nel popolo nuovi ideali e rendendo più vivo il desiderio di rinnovare il tono di vita, e più ardente l'aspirazione di costruire una nuova e libera Italia. Fin dal 1804 si erano formate in Italia associazioni e gruppi di cittadini che propugnavano la libertà e l’indipendenza italiana e alla “Lega della Vera Italia” che aveva sede a Bologna, avevano aderito molti ferraresi. Al rientro a Ferrara quindi, il nuovo governo pontificio trovò sviluppato il germe di nuove idee, numerosi liberali aderenti alla Lega Italiana che poi prese il nome di “Setta dei Carbonari”, così come restavano numerosi sanfedisti contrari alle riforme francesi e ligi al governo pontificio e all’Austria. Nel luglio del 1815 l’Austria istituì, prima di riconsegnare le Legazioni al papa, una commissione militare per giudicare i delitti di Stato. Furono imprigionati i cittadini posti da Murat a reggere la città e la provincia, perseguitati i simpatizzanti del movimento liberale e tutti i propagandisti o collaboratori di Murat. Restaurato il governo pontificio, con podestà della città il conte Crispi, la reazione fu smorzata e su volontà di Pio VII vennero liberati tutti i prigionieri. Questa disponibilità scatenò le proteste dei reazionari, che accusarono di liberalismo tutti i moderati, mettendo in circolazione libelli e satire feroci, anche supportati dai sanfedisti, che rinati sotto il patrocinio del cardinale Rivarola, giuravano di non risparmiare nessuno «dell’infame partito dei liberali». Le persecuzioni ripresero violente quando l’Austria, con il trattato della Santa Alleanza, ebbe il compito di sorvegliare la penisola. I carbonari però continuavano a crescere e le persecuzioni attiravano nuove adesioni: le vendite si tennero più frequenti e la foresta si popolò di buoni cugini. La polizia si mostrò allora sempre più attenta e spietata, anche se, ancora nel 1817, il cardinale Arezzo rispondeva a una richiesta del direttore generale della polizia, cardinale Pacca, dicendo che a Ferrara i sostenitori del vecchio governo erano in numero da non spaventare. Proprio nel luglio del 1817 i carbonari del Veneto, della Lombardia e del Regno d’Italia stabilirono di tenere una vendita proprio a Ferrara, generando una sempre maggiore diffidenza dell’Austria e del governo pontificio. Di fronte alle confessioni dei primi arrestati, i due governi furono in grado di considerare la vera importanza del movimento liberale e, temendone gli effetti, presero misure repressive energiche. Eletto direttore generale della polizia il cardinal Consalvi, la persecuzione si fece più violenta, con arresti di semplici sospetti o ad ogni manifestazione di protesta o malcontento contro il governo. Non era possibile girare senza passaporto e questo, se concesso, portava segni convenzionali in grado di mettere sull’attenti la polizia. Caddero in mano alla polizia austro-pontificia tutte le più eminenti figure del movimento liberale ferrarese: Delfini, Taveggi, Rinaldi, Armari, Andreasi e Lugaresi, condannati a quattro anni di carcere duro. A Crespino venne arrestato il giudice Felice Foresti, dando il la a una recrudescenza nelle persecuzioni che culminò nei processi ai carbonari del Polesine.

I moti del 20 e 21 suscitarono nuovi entusiasmi e tennero viva la fede dei cospiratori, mostrando nel contempo il rischio di fallimento di rivoluzioni non concertate e indipendenti tra di loro. I governi intanto si fecero più rigorosi e attenti. Il papa inviò nella Romagna il reazionario cardinale Rivaroli, a Ferrara lasciò il mite cardinale Arezzo e si permise che i croati e gli ungheresi, che presidiavano la città, perseguitassero rigorosamente i liberali. Vennero consegnati all’Austria e condannati a morte Giovanni Battista Canonici e Giuseppe Delfini. La pena venne commutata, per intercessione del papa, in dieci anni di carcere duro da scontare nel castello di Lubiana. Nel 23, dopo la morte di Pio VII, gli succedette Leone XII. Il cardinale Rivarola, in Romagna, aveva soffocato nel sangue una insurrezione liberale, con oltre cinquecento condannati di cui sette a morte. A Ferrara continuava una vita agitata dall’incubo delle persecuzioni e del sospetto.

Nel 1830 la nuova rivoluzione francese, la cui notizia si era diffusa rapidamente in Italia, aveva riacceso entusiasmi e speranze per le popolazioni oppresse, ma l’Austria inviò numerose truppe sulla sponda destra del Po e a Ferrara organizzò l’accampamento di un distaccamento a Pontelagoscuro per spegnere l’entusiasmo dei liberali. Ciò nonostante, il moto rivoluzionario scoppiato a Modena il 5 febbraio 1831 si estese anche a Ferrara. La popolazione insorse, disarmò le truppe pontificie e occupò tutti i posti di guardia, compreso il Castello. Venne nominata una Giunta a rappresentanza del governo provvisorio, composta dal marchese Tommaso Calcagnini, dal conte Giuseppe Agnelli, dall’avvocato Antonio Delfini, dal dottor Gregorio Bononi, dal conte Vincenzo Ronchi e da Giovanni Trentini; segretario fu eletto il conte Gaetano Recchi. La Giunta si recò dal prolegato per farsi consegnare le chiavi della città e per pregarlo di rientrare a Roma. Lo stesso giorno la Giunta ordinava a tutti i cittadini tra i 18 e i 50 anni di iscriversi nei ruoli della Guardia civica, comandata da Sebastiano Montallegri. La partenza del prolegato fece considerare decaduto il Governo pontificio e venne convocato il Consiglio comunale per la nomina della deputazione stabile per il governo della città. Il nuovo governo ordinava ai cittadini di fregiarsi della coccarda tricolore, innalzava le insegne della libertà, faceva abbattere le porte del ghetto, aboliva le tasse e ingiungeva ai gesuiti lo sloggio immediato. Nel mattino dell’11 febbraio veniva eletto podestà il conte Giovanni Roverella; si disponeva inoltre l’arruolamento volontario per la formazione di un battaglione in linea. Un battaglione speciale comandato dal professor Bononi inquadrò anche gli studenti universitari. Il 14 la commissione governativa emanò disposizioni per l’ordine pubblico e istituì un tribunale d’appello. A nulla valsero i tentativi bonari dell’autorità pontificia di recuperare la provincia. Ma il 4 marzo, firmato l’accordo tra la Santa Sede e l’Austria che si impegnava di restituire al papa tutti i suoi domini e di difenderli, il presidio austriaco ripiombò sulla città. Il 6 marzo il maresciallo Frimont occupava Ferrara in nome del papa, nominando una nuova reggenza composta dal conte Girolamo Crispi, da Flaminio Baratelli e dal conte Camillo Trotti. Tutte le innovazioni del governo liberale vennero abolite: sciolta la guardia civica, tolte dalla circolazione le coccarde e le bandiere tricolore, requisite le armi e imposte misure rigorose di ordine pubblico. Ricominciò il clima di sospetto, reso ancora più doloroso dalla riorganizzazione della spietata setta dei sanfedisti controllata dal barone Flaminio Baratelli. Il clima in città e in provincia si fece sempre più oscuro: alla crisi dell’agricoltura e del commercio si accompagnarono le scorribande di bande di malviventi che mettevano a soqquadro borgate, campagne ma anche zone della città. Baratelli fu assassinato nella strada di San Guglielmo il 14 gennaio 1847. Un anno più tardi i moti del 1848 riaccendevano la speranza di un’Italia finalmente unita, libera dal giogo straniero. Nel marzo dello stesso anno, Ferrara aderì alla costituente romana e vi mandò 14 rappresentanti, mentre Carlo Mayr e Gaetano Recchi fondavano il circolo nazionale. Recchi, propugnatore delle associazioni dei proprietari, dell’insegnamento pubblico della scienza agraria e delle cattedre ambulanti d’agricoltura, sarà uno degli uomini più eminenti della Ferrara dell’Ottocento.

Negli anni Sessanta la vita pubblica ferrarese volgeva alla normalità. Vinta la battaglia con lo Stato pontificio, le componenti protagoniste della vita politica si richiamavano nella quasi totalità al liberalismo. A cominciare dagli anni Settanta, i liberali moderati si compattarono nella contrapposizione ai democratici che trovarono in Severino Sani il proprio leader. In campo liberale moderato si distingueranno i membri della famiglia Cavalieri, rappresentanti di una borghesia liberale molto attiva. Enea Cavalieri sarà consigliere e assessore comunale, per assurgere poi a ruoli di rilievo nazionale, mentre il fratello Adolfo diventerà suo alter ego a livello locale, più volte consigliere e assessore comunale e provinciale e poi deputato per tre legislature, leader di quel liberalismo moderato che vedrà poi altre figure di riferimento nel deputato centese Mangilli.

LR, 2011

Bibliografia

Davide L. Mantovani, All’ombra della fortezza: la carboneria ferrarese tra Romagna e Veneto, in La nascita della nazione. La Carboneria: intrecci veneti, nazionali e internazionali, a cura di Giampietro Berti, Franco Della Peruta, Rovigo, Minelliana, 2004, pp. 253-258; Davide L. Mantovani, Ferrara e l’unità d’Italia: da Garibaldi al museo del risorgimento, Ferrara, Este Edition, 2011; Antonella Pagliarulo, Ferrara nel triennio giacobino, «Ferrara Storia», 2, mar.-apr. 1996, pp. 7-10; Luigi Pepe, Ferrara nel 1796, «Ferrara Storia», 4, lug.-set. 1996, pp. 7-12.

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