1859-1861

Giovanni Pagliarini (Ferrara 1809 - 1878), La famiglia del Plebiscito, c. 1860; olio su tela, cm 225 x 300. Giovanni Pagliarini (Ferrara 1809 - 1878), La famiglia del Plebiscito, c. 1860; olio su tela, cm 225 x 300. Ferrara, Museo dell'Ottocento

Il biennio compreso tra il 1859 e il 1861, tra la seconda guerra di indipendenza e l’adesione al Regno d’Italia, rappresentò per Ferrara e il suo territorio un momento di cambiamento epocale. Cessavano la secolare dominazione pontificia e il presidio militare austriaco sulla città e cominciava una nuova era all’interno di una realtà statuale all’insegna dell’unità nazionale. La storia di Ferrara e della sua provincia divenne parte, come già era successo durante il triennio rivoluzionario e il periodo napoleonico, di un processo storico che coinvolgeva l’intera penisola italiana.

Fu caratteristica comune ai diversi Stati, nel periodo che precedette lo scoppio della guerra, la diminuzione di fatto dei controlli e della vigilanza da parte dei governi locali. A Ferrara, dopo i terribili anni della delegazione Folicaldi, l’autorità pontificia di fatto non impedì l’organizzazione di una rete politica che aveva in Piemonte il suo centro nevralgico. Sul modello della Società Nazionale Italiana, fondata nel 1856 originariamente da Daniele Manin e Giuseppe La Farina e in seguito afferente allo stesso Cavour, il 18 gennaio 1859 anche a Ferrara nacque un comitato locale di tale società, grazie alla mediazione dell’ingegnere Eugenio Canevazzi. Essa si compose di tre membri: il conte Francesco Aventi, i dottori Giovanni Gattelli e Dino Pesci, coadiuvati principalmente da Gaetano Dondi, Luigi Guarnieri, Guido Furlani e Giovanni Perelli. Obiettivo di questo comitato fu quello di raccogliere le forze patriottiche al fine di promuovere un’azione unitaria e indipendentista sotto l’egida della monarchia sabauda. Il comitato ferrarese, dipendente da quello di Bologna, si proponeva la creazione di una forza armata locale, la raccolta di volontari diretti in Piemonte, la promozione di una propaganda per indurre alla diserzione i soldati che militavano tra le file dell’esercito austriaco e pontificio. Era preoccupazione inoltre del comitato annodare rapporti con i liberali del Veneto soprattutto per facilitarne la migrazione in Piemonte.

Il 23 aprile 1859 l’Austria pose fine alle esitazioni e intimò al governo piemontese di cessare le intenzioni bellicose del suo esercito e di procedere allo scioglimento del corpo di volontari organizzato da Garibaldi, i Cacciatori delle Alpi. Il governo di Torino rifiutò una simile intimidazione e ricevette l’aperto aiuto francese, fino a quel momento incerto. Iniziava così la seconda guerra d’indipendenza nazionale che, come è noto, volse rapidamente a favore delle forze alleate franco-piemontesi. Dopo la vittoria di Magenta, il 4 giugno 1859, il 12 successivo Bologna si liberò della dominazione pontificia tanto che il cardinale legato Milesi si trasferì a Ferrara, dove si trattenne sino al 19 giugno, rinnovando le proteste contro la violazione dei diritti della Santa Sede. La liberazione di Ferrara giunse il 21 giugno quando la guarnigione austriaca partì dalla città recandosi oltre il Po. Lo stesso giorno fu deliberato che fosse inviata una commissione composta da quattro cittadini (Francesco Aventi, Giovanni Gattelli, Giuseppe Bagni, Ippolito Guidetti) al delegato mons. Pietro Gramiccia affinché si dimettesse dal suo incarico e lasciasse la sua residenza. Il delegato pontificio non oppose di fatto alcuna resistenza, avendo già dichiarato di cedere alle pressioni della forza e lo stesso 21 giugno il popolo abbatté gli stemmi pontifici, in precedenza tante volte rimossi. Anche la partenza dei contingenti militari austriaci avvenne senza rappresaglie popolari. Era questo il risultato dell’applicazione pedissequa delle direttive che giungevano dal Piemonte affinché l’ordine interno fosse mantenuto e fossero frenate spinte repubblicane e movimenti che coinvolgessero le masse popolari. Ferrara, al pari delle altre Legazioni pontificie, si trovava in una posizione estremamente delicata, rispetto ad esempio agli ex Ducati emiliani sprovvisti di appoggi diplomatici. Le Legazioni, al contrario, risultavano passibili di un intervento da parte degli Stati cattolici, dell’Austria in primis, ma anche, potenzialmente della stessa Francia.

Dal 22 giugno al 23 luglio 1859 la città fu di fatto retta da una giunta provvisoria provinciale i cui membri furono i conti Gherardo Prosperi, Cosimo Masi, Francesco Aventi, il marchese Giovanni Costabili e il dottor Ippolito Guidetti. Preoccupazione principale della Giunta fu di garantire l’ordine pubblico attraverso la creazione di un battaglione di volontari, il nucleo della Guardia Nazionale, posto a protezione della città. Tutti i membri di questa “pentarchia” avevano maturato esperienze politiche nel corso degli anni precedenti, specie durante il 1848-49, come Gherardo Prosperi, che fu uno dei deputati della Repubblica romana del 1849, o Ippolito Guidetti, che si era offerto ostaggio volontario degli austriaci nello stesso anno. Il 7 luglio giunse a Ferrara Giuseppe La Farina, in qualità di commissario per le province venete, inviato da Cavour affinché desse inizio alle operazioni militari nel Veneto, dopo le trionfali vittorie franco-piemontesi contro gli austriaci il 24 giugno a Solferino e San Martino. La Farina trovò una città fondamentalmente inerme, alla mercé di possibili attacchi austriaci, sprovvista di forze militari capaci almeno di sorvegliare il confine settentrionale. La stessa odiatissima fortezza risultava inutilizzabile poiché subito dopo la partenza degli austriaci ne era stata avviata l’opera di smantellamento, terminata solo un anno dopo. Richiamato La Farina in Piemonte il 16 luglio, dopo che si era diffusa la notizia della firma di un armistizio fra Francia e Austria, il 22 dello stesso mese giunse in qualità di regio commissario straordinario per la provincia di Ferrara il marchese Giovanni Antonio Migliorati, già ambasciatore per il Regno di Sardegna nei Paesi Bassi. In quei giorni estivi il destino della città era tuttavia ancora incerto. L’11 luglio Napoleone III aveva firmato l’armistizio di Villafranca e il ritorno di Ferrara sotto l’autorità pontificia e il presidio austriaco potevano essere ancora possibili. Forse fu la complessità della posizione in cui si trovava l’ex Legazione dello Stato della Chiesa a spingere il governo sabaudo a inviare per Ferrara un diplomatico di professione, pronto, all’occorrenza, ad affrontare una situazione piuttosto delicata. Malgrado i timori, tuttavia, l’opera di organizzazione dei territori emiliani continuò senza posa. Alla fine di luglio il commissario Migliorati diede avvio alla prima leva obbligatoria per Ferrara, completando l’opera di formazione di una Guardia Nazionale cominciata dalla Giunta provvisoria; rivolse alla cittadinanza l’appello per la contribuzione al prestito nazionale volontario per la causa nazionale; promosse molti altri decreti che di fatto smantellavano l’ordinamento precedente. All’inizio di settembre si riunirono nell’assemblea delle Romagne a Bologna i rappresentanti di Bologna, Ferrara, Ravenna e Forlì, che stilarono e approvarono la dichiarazione di annessione al Regno di Sardegna, accolta poco dopo da Vittorio Emanuele II. Negli stessi giorni, l’8 settembre, passò per Ferrara, accolto trionfalmente, il generale Garibaldi, diretto verso l’Italia centrale al fine di costituire una lega militare in difesa della libertà e indipendenza dei territori toscani e in preparazione della sollevazione delle Marche. L’Assemblea delle Romagne proclamò inoltre Luigi Carlo Farini dittatore dell’Emilia, cui spettò il compito di governare le province emiliano-romagnole preparandole all’unificazione formale con il Regno sabaudo. Questa avvenne l’11 e 12 marzo con il plebiscito che chiamò le province della Romagna a decidere sull’annessione al regno di Savoia. A Ferrara l’esito, scontato, sancì il passaggio della città e della sua provincia sotto la corona sabauda, con 48.999 voti favorevoli su 49.220 votanti (ma su di un totale di 219.687 abitanti). Restava la preoccupazione unita alla speranza per i confini settentrionali ancora in mano austriaca. La pressoché contemporanea impresa garibaldina in Sicilia ebbe a Ferrara un’eco e una partecipazione sentite. La campagna di raccolta fondi per l’acquisto di «un milione di fucili» a sostegno dell’impresa di Garibaldi terminò in aprile con un somma raccolta di 24.210 lire, mentre in giugno il Consiglio comunale votò all’unanimità l’offerta di 5.000 lire destinata alla Sicilia per l’indipendenza e l’unificazione. Il 4 agosto e per altri due giorni partirono da Ferrara in totale quattro compagnie di volontari diretti verso il Regno delle Due Sicilie. Ma già il 19 agosto, il governo proibiva l’arruolamento per la Sicilia, nutrendo le speranze di realizzare una spedizione nelle Marche.

In questo periodo di formazione della nuova compagine statale, numerose furono le occasioni in cui vennero indette elezioni politiche e amministrative. La partecipazione degli elettori non fu mai particolarmente consistente, e le elezioni a suffragio ristretto, sulla base della legge sabauda del 20 novembre 1859 che riformava la legge elettorale del 17 marzo 1848, impegnarono una parte esigua della popolazione. In previsione delle consultazioni che avrebbero designato i deputati ferraresi da inviare nel Parlamento di Torino fu intensificata l’opera di propaganda per garantire una maggiore affluenza alle urne. Nelle elezioni che si tennero alla fine del gennaio 1861 per l’VIII Legislatura, la prima del Regno d’Italia, risultarono eletti per Ferrara l’avvocato Francesco Mayr con 300 voti e il professore Carlo Grillenzoni con 295 voti. Tra i primi impegni che occuparono attivamente i deputati ferraresi nelle sedute parlamentari vi fu l’annosa questione della ridefinizione dei confini della provincia di Ferrara stabilita dal decreto dittatoriale Farini del 27 dicembre 1859. Carlo Grillenzoni si fece portavoce alla Camera di una petizione della Deputazione provinciale di Ferrara, che invocava la reintegrazione dei Comuni perduti (in particolare i sette della cosiddetta Romagnola passati a Ravenna) per ragioni storiche, economiche e di prestigio. La provincia di Ferrara entrava dunque a fare parte del Regno d’Italia con un territorio meno esteso rispetto a quello della Legazione e una popolazione sensibilmente ridotta (da 244.524 a 199.158 abitanti, secondo i dati riportati dal Pesci).

CM, 2011

Bibliografia

Dino Pesci, Statistica del Comune di Ferrara compilata sopra documenti ufficiali. Con aggiunta di cenni storici intorno a Ferrara, Ferrara, Tipografia Domenico Taddei, 1870; Andrea Ostoja, Il 1859 a Ferrara, in «Atti e Memorie» della Deputazione provinciale ferrarese di storia patria, n.s., 21, 1960, pp. 7-52; Andrea Ostoja, Ferrara nel 1861, «Atti e Memorie» della Deputazione provinciale ferrarese di storia patria, n.s., 23, 1961; Umberto Marcelli, Le vicende politiche dalla Restaurazione alle annessioni, in Storia dell’Emilia Romagna, vol. 3, a cura di Aldo Berselli, Bologna, University Press Bologna, 1980, pp. 67-126.

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