Età del Risorgimento (1850-1870)

Cartolina commemorativa dell'esecuzione dei patrioti ferraresi Succi, Malagutti e Parmeggiani, 1903 ca. Cartolina commemorativa dell'esecuzione dei patrioti ferraresi Succi, Malagutti e Parmeggiani, 1903 ca. Collezione Ferrariae Decus

Il periodo che seguì la caduta della Repubblica romana fu dominato dalla figura del conte Filippo Folicaldi che dalla fine del maggio 1849 sino al luglio del 1856 ricoprì la carica di delegato del governo pontificio. Il governo del Folicaldi fu caratterizzato da una dura politica reazionaria diretta a soffocare, grazie alla congiunta azione repressiva austriaca, quanto rimaneva dei movimenti del ’48-’49. Sulla base delle direttive del governo di Roma, fu istituito a Ferrara un Consiglio di Censura che vigilasse sulle opinioni e sulla condotta dei funzionari, ufficiali e magistrati municipali. Folicaldi penò tuttavia non poco a reperire i tre membri di cui si doveva comporre il Consiglio, a causa del rifiuto reiterato di coloro ai quali veniva via via proposta la carica. Nell’aprile del 1851 il delegato pontificio diede ordine ai presidenti della Società del Casino di espellere i membri di religione ebraica, accolti nel 1848, secondo un manifesto antisemitismo che riteneva indecorosa l’associazione congiunta dei cattolici con gli ebrei. Fu inoltre consentito agli austriaci di innalzare lo stemma imperiale sul portone della casa in cui risiedeva il console austriaco (in corso Giovecca) in riparazione allo sfregio inferto dalla popolazione allo stemma la sera del 2 novembre 1848. La presenza austriaca, venuta nel frattempo meno a Comacchio, ma rimasta salda in città, non mancò nuovamente di essere all’origine di episodi di abusi e crudeltà, il più grave dei quali si verificò tra il 1852-53. A partire dal luglio del 1852 sino al dicembre dello stesso anno, gli austriaci, coadiuvati dalla gendarmeria pontificia, procedettero a una serie di perquisizioni che portarono all’arresto di quarantaquattro ferraresi. Si trattava di un’operazione volta a smantellare la rete di una presunta cospirazione contro il governo austro-pontificio, sospettata di agire anche a Ferrara. Agli arresti seguì il processo che si protrasse sino al gennaio del 1853 durante il quale dodici imputati furono sottoposti a torture al fine di estorcere loro confessioni. La rivolta scoppiata a Milano il 6 febbraio inasprì l’atteggiamento degli austriaci nei confronti dei reclusi e di fatto il processo in corso a Ferrara volle suonare come un monito per coloro che intendessero tramare contro il governo. Il 15 marzo fu letta la sentenza che colpiva i dodici imputati detenuti nella Fortezza: dieci di essi furono condannati a morte in quanto rei di alto tradimento, i rimanenti due, Stefano Botari e Gaetano Degiuli, rispettivamente a quindici anni di lavori forzati e a due di carcere. Tuttavia sette dei condannati a morte (Andrea Franchi-Bononi, Giovanni Pareschi, Gaetano Ungarelli, Aristide De Luca, Francesco Gandini, Vincenzo Barlaam, Camillo Mazza), furono graziati e la pena fu commutata in lavori forzati (che scontarono ad Ancona). A Giacomo Succi, Domenico Malagutti e Luigi Parmeggiani, invece, la sentenza di morte fu confermata mediante fucilazione eseguita senza dilazione la mattina del giorno dopo (16 marzo). Il governo pontificio non solo non oppose alcuna obiezione a tale condanna e prima ancora a un processo, manifestamente iniquo, che portava giudizio sui propri sudditi, ma si assunse altresì l’onere delle spese legali e avallò il protrarsi di una azione repressiva di polizia che continuò per tutto il 1853. Solamente il giorno successivo alla fucilazione dei tre sfortunati patrioti, valga ad esempio, fu arrestato uno studente universitario con l’accusa di aver consigliato ad alcuni compagni di non assistere alle lezioni il giorno dell’esecuzione della sentenza. Alla difficile situazione politica, tra il 1853 e il 1854 si aggiunsero un peggioramento climatico che durò per circa nove mesi, la crisi annonaria e infine la carestia. A quest’ultimo flagello seguì lo scoppio in città e in tutta la provincia di un’epidemia di colera che imperversò durante tutto il 1855.

All’inizio di luglio 1856 il Folicaldi lasciò l’incarico di delegato pontificio, mettendo fine a sei anni di odiato governo sulla città e provincia di Ferrara. La partenza di Folicaldi era una conseguenza di quanto era stato affrontato nel corso del Congresso che si era tenuto a Parigi dal febbraio all’aprile dello stesso anno per siglare gli accordi di pace dopo la fine della guerra di Crimea. In quell’occasione Francia e Inghilterra avevano accolto le rimostranze di Cavour, rappresentante del governo sabaudo, sulla necessità di un ammorbidimento e rinnovamento del governo pontificio sulle Legazioni e sull’urgenza del ritiro del presidio austriaco dalle province di confine. Il nuovo delegato, mons. Pietro Gramiccia, si mostrò decisamente più mite del suo predecessore e quando il 10 luglio 1857 Pio IX fece visita a Ferrara, dove si trattenne sino alla mattina del 15, il pontefice fu accolto da manifestazioni di giubilo. Si trattava, in effetti, di una tappa del “tour” che il pontefice aveva intrapreso dai primi di maggio allo scopo di rilanciare la propria immagine nel territorio pontificio. In occasione dell’arrivo del papa, la città fu parata a festa con ingenti spese per il municipio e grandissima partecipazione di folla anche dalle vicine regioni venete. Durante il soggiorno ferrarese impartì la benedizione a circa 3.000 operai impegnati nell’opera di bonifica inaugurata nell’aprile precedente, la Bonificazione piana, che avrebbe portato al prosciugamento del fossato che circondava le mura cittadine. La messa funebre celebrata in duomo all’inizio di gennaio del 1858 in occasione della morte del feld-maresciallo Radetzky fu l’ultimo gesto d’ossequio agli austriaci a cui la città si dovette prestare. Con lo scoppio della seconda guerra di indipendenza, il 21 giugno 1859 Ferrara si liberò in maniera incruenta del delegato pontificio e delle milizie austriache che presidiavano la città. Dal 22 luglio al 23 ottobre Ferrara fu retta dal marchese Giovanni Antonio Migliorati, in qualità di intendente nominato da Torino, che avviò un processo di omogeneizzazione dell’amministrazione ferrarese in vista dell’annessione della provincia a una realtà statuale più grande su base piemontese. Le leggi e i regolamenti civili e di procedura furono aboliti, sostituiti con il Codice Napoleone (civile organico e di procedura), le funzioni amministrative e politiche furono dichiarate incompatibili con quelle giudiziarie, venne affermata la parità dei cittadini nei diritti civili e politici senza distinzione di culto. Fu avviato inoltre il processo di uniformità delle imposte e di conversione della moneta pontificia con quella di conio sardo, e adottato il sistema di pesi e misure metrico-decimale al fine di favorire i commerci interni. Il nuovo governo si garantì il controllo sull’istruzione, pubblica e privata, e la tutela degli istituti di beneficenza pubblica, e adottò decreti diretti a favorire i bisogni delle popolazioni meno abbienti, come la riduzione del prezzo del sale e l’abolizione di imposte su molte voci di largo consumo.

Estromessi i democratici mazziniani dal processo di unificazione, a Ferrara si imponeva in conformità con le direttive di Cavour un orientamento politico moderato che mirava ad estromettere il più possibile le masse dalla costruzione della nuova nazione, come attestavano le leggi sul suffragio elettorale e la costituzione di una Guardia Nazionale su basi censitarie. La corrente moderata che prevalse a Ferrara, costituita dalla nobiltà locale e ricchi possidenti, si mostrò tuttavia più incline che altrove a mantenere immutati i rapporti di potere. Nel passaggio dalla dominazione pontificia al Regno d’Italia rimase inalterata la composizione della classe dirigente insensibile alle condizioni di miseria in cui versavano i ceti subalterni e in particolare gli abitanti delle zone rurali. Nel corso del 1860 si intensificarono nelle campagne ripetuti episodi di aggressioni notturne a persone isolate, e a nulla valsero gli inviti del ministro dell’Interno delle Province dell’Emilia, Carlo Mayr, a privilegiare una linea che mirasse a eliminare la miseria e la mendicità, o gli appelli della stampa locale (la «Gazzetta di Ferrara») che, denunciando l’indigenza dei contadini e l’assenza di una legge agraria che regolasse i rapporti tra coloni e padroni, invitava i proprietari terrieri «a una più equa compensazione dei prodotti in ragione dell’impiego delle forze». Si preferì, al contrario, considerare tali episodi di violenza come fatti di ordinaria delinquenza piuttosto che scorgere in essi i prodromi di un radicato e profondo malessere sociale. Con il plebiscito del marzo 1860 la provincia di Ferrara fu annessa al Regno sabaudo. Il 20 dello stesso mese, il Consiglio comunale votò un indirizzo al re con il quale affermò fra le altre cose che «Ferrara guardiana del reale fiume della Penisola, lieta di vederlo nascere ed unirsi al mare sotto uno scettro solo, si contrista scorgendo alle sue torri che grande tratto della sinistra sponda lambe le terre di fratelli gementi in straniera schiavitù». Il periodo compreso tra l’annessione al Regno di Sardegna e la terza guerra di indipendenza del 1866 fu infatti contraddistinto a Ferrara da una spiccata attenzione per le sorti del Veneto. L’emigrazione proveniente dall’Oltrepò andò a rimpolpare a Ferrara le fila di coloro che sostenevano, anche attraverso le pagine del quotidiano democratico «La Sentinella del Po», l’urgenza di un intervento volto a liberare il territorio italiano dalla dominazione austriaca. Nel 1865 fu fondata la Società Democratica Unitaria Ferrarese, il cui comitato promotore, composto da Francesco Aventi, Giovanni Gattelli e Gaetano Dondi, conferì la presidenza onoraria a Garibaldi, a testimonianza di un dissenso nei confronti della politica prudente e dipendente dalla Francia del presidente del Consiglio La Marmora. Quando nel giugno del 1866 scoppiò la guerra tra Austria e Prussia, già da mesi a Ferrara la Società democratica aveva creato un comitato per l’arruolamento che vide l’adesione di oltre 700 volontari (in prevalenza artigiani, domestici, esercenti) solo per il circondario di Ferrara. Nell’organizzazione delle operazioni belliche, il Ferrarese fu attraversato da almeno duecentomila uomini diretti al fronte veneto, mentre la città divenne per breve tempo il quartier generale delle forze militari italiane, tanto che il 14 luglio 1866 i generali La Marmora e Cialdini e il governo presieduto da Ricasoli vi tennero un Consiglio di guerra alla presenza del re Vittorio Emanuele II. La partecipazione volontaria “popolare” alla guerra che portò all’unione del Veneto al Regno d’Italia fu l’espressione a Ferrara di una partecipazione politica che aveva allargato le proprie basi ma che restava ancora sostanzialmente urbana, rimanendone esclusi i contadini, analfabeti, che avevano preso parte agli eventi bellici come soldati di leva. Essa rappresentò tuttavia il momento di inizio di un lento e osteggiato cambiamento delle dinamiche politiche e sociali ferraresi che si sarebbe prodotto compiutamente nel corso dei decenni successivi.

CM, 2011

Bibliografia

Fasti legislativi e parlamentari delle rivoluzioni italiane nel secolo XIX, a cura di Emanuele Bollati, vol. II, 1859-61, parte I, Lombardia-Emilia, Milano, Stabilimento Giuseppe Civelli, 1865; Andrea Ostoja, Il 1859 a Ferrara, in «Atti e Memorie» della Deputazione provinciale ferrarese di storia patria, n.s., 21, 1960, pp. 7-52; Id., Ferrara nel 1861, «Atti e Memorie» della Deputazione provinciale ferrarese di storia patria, n.s., 23, 1961; Aldo Berselli, Primi decenni dopo lUnità, in Storia dellEmilia Romagna, vol. 3, a cura di Id., Bologna, University Press Bologna, 1980, pp. 257-305; Luigi Davide Mantovani, Garibaldini ferraresi e la guerra del Veneto nel 1866, in Garibaldi e il Polesine tra Alberto Mario, Jessie White e Giosuè Carducci, a cura di Zeffiro Ciuffoletti, Atti del 30° convegno di studi storici (Lendinara e Rovigo, 26-27 ottobre 2007), Rovigo, Minelliana, 2009, pp. 189-218.

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