Musica e opera

Facciata del palazzo di San Crispino (piazza Trento e Trieste), ritratto dell'autore di musica sacra Brizio Petrucci Facciata del palazzo di San Crispino (piazza Trento e Trieste), ritratto dell'autore di musica sacra Brizio Petrucci

Durante il XIX secolo anche a Ferrara, come in qualsiasi altra città italiana, buona parte della vita culturale e mondana ruotava attorno al teatro, soprattutto durante la stagione d’opera, lo spettacolo più complesso e rappresentativo. In città vi erano almeno quattro teatri in grado di allestire melodrammi (ma ne funzionarono al massimo tre contemporaneamente): il Bonacossi, inaugurato nel lontano 1662; il Comunale, che aveva aperto i battenti in epoca rivoluzionaria, nel 1798; lo Scroffa, ormai in declino (la sala venne smantellata nel 1810); il Tosi-Borghi, aperto nel 1857 e attivo fino al 1912, anno in cui cambierà nome e aspetto. Dediti a varie forme di spettacolo, tutti però trovavano nell’opera in musica il loro culmine: con il melodramma infatti si apriva ufficialmente la principale stagione teatrale (quella del Carnevale che iniziava il 26 dicembre), e sempre melodrammi si rappresentavano durante la stagione di Primavera che a Ferrara coincideva con la Fiera d’Assegna (Ascensione). Era un calendario che i teatri italiani osservavano ormai da quasi due secoli, e che venne via via smantellato proprio durante l’Ottocento: a Ferrara soprattutto attraverso il prender forma di una costellazione di eventi più capillari e diluiti nel tempo (stagioni più brevi e distribuite durante quasi tutto l’anno, alternate e intrecciate a forme diverse di teatro), evidente perlopiù nei teatri minori. Essendo infatti questi ultimi privi di finanziamenti pubblici, erano costretti ad una più efficace distribuzione delle risorse economiche. Per lo stesso motivo, soprattutto tra l’aristocratico teatro Comunale e il più popolare teatro Tosi-Borghi, vigeva la tacita regola di non sovrapporre mai le stagioni d’opera, fatto questo che avrebbe creato un’inutile quanto dannosa concorrenza, dato che evidentemente il pubblico era in buona parte il medesimo.

I cartelloni (soprattutto al Comunale) prevedevano mediamente tre opere per ogni stagione, per un numero complessivo di una trentina di repliche: in pratica il teatro apriva quattro o cinque volte ogni settimana, per un pubblico che era in gran parte costante (soprattutto nei palchi, occupati dai rispettivi proprietari). Ogni opera veniva rappresentata per almeno una decina di volte consecutive (ma il numero variava in proporzione al successo ottenuto): verso la fine della stagione invece i titoli si alternavano sempre più frequentemente fino a culminare nelle “beneficiate”, serate speciali il cui introito veniva in parte offerto ad un interprete (di solito un cantante): in quei casi era prassi diffusa mettere in scena anche brani o addirittura atti di opere diverse – un fenomeno questo che al Tosi-Borghi raggiunse casi talmente eccessivi da venire biasimato dai cronisti locali. Le opere presentate erano solitamente di repertorio, e gli autori quelli di maggior successo a livello nazionale: Rossini nei primi decenni, Bellini e Donizetti nella fase centrale, Verdi e poi Puccini nella seconda metà del secolo. Ad essi però vanno aggiunti quei compositori, oggi poco eseguiti, ma allora noti a chiunque: Mayr, Mercadante, Paer, Ricci, i Fioravanti, Meyerbeer, solo per citarne alcuni. Come in qualsiasi altro teatro di provincia, molto rari furono invece i casi di “prime” assolute: nel 1812 l’allora ancora poco conosciuto Gioachino Rossini scrisse per Ferrara Ciro in Babilonia, un “dramma con cori” su testo del conte ferrarese Francesco Aventi, amico del compositore. Durante la stagione successiva – quaresima 1813 – il palcoscenico del Comunale vide la messa in scena del Tancredi rossiniano con un finale diverso, trasformato da lieto in tragico, come esigeva la fonte letteraria di ispirazione. Un paio d’anni più tardi, la coppia Rossini-Aventi produsse una “prima” di minor impegno: la cantata con cori La gratitudine, composta per la cantante ferrarese Alessandra Balboni. Un ultimo caso si ebbe molti anni più tardi: nel 1892 Puccini mise in scena la nuova versione in tre atti di Edgar, con lo scopo di snellire la precedente, in quattro, composta nel 1889 per la Scala. Anche il Tosi-Borghi diede un’opera in prima assoluta, Enrico di Charlis, del ferrarese Antonio Mazzolani, andata in scena nel 1876. Questo teatro però, che fece della varietà la propria bandiera, ebbe spesso difficoltà ad allestire uno spettacolo così complesso e articolato come l’opera: non si contano i casi di cantanti in fuga, spettacoli annullati, impresari falliti. Più fortuna ebbe invece sul versante dell’operetta, che dava maggiori garanzie di incasso: questo genere fece la sua prima apparizione ferrarese proprio al Tosi-Borghi nel 1872, con una delle prime e più note compagnie italiane, quella di Filippo Bergonzoni.

Sul fronte della musica sacra, assai numerose erano le chiese in cui si poteva assistere a liturgie con accompagnamenti musicali, soprattutto durante il periodo in cui Ferrara si trovava ancora sotto il dominio dello Stato pontificio. Oltre all’attivissima Cattedrale, che aveva una propria cappella di musicisti e cantori e che era il fulcro creativo ed esecutivo, si faceva musica anche nelle principali chiese cittadine: San Domenico, San Benedetto, Santo Stefano, il Gesù, il Suffragio, le Stimmate, solo per citarne alcune. Ad esse vanno aggiunte le associazioni laiche con fini corporativi o caritatevoli (congregazioni, confraternite, unioni artigianali o commerciali) che sovvenzionavano la partecipazione di cantori o bandisti, soprattutto alle messe di suffragio. Gli esecutori erano di solito musicisti locali e gli stessi ecclesiastici che avevano anche il compito di educare le nuove generazioni. Le occasioni di festa erano varie: il santo patrono di ogni comunità, in primis, ma anche tutte le festività ufficiali del calendario liturgico, cui si aggiungevano le celebrazioni occasionali (funerali, ringraziamenti, visite pastorali, ecc.), ognuna con un diverso grado di solennità. Il repertorio era solitamente costituito da brani di musicisti di fama alternati a compositori noti quasi esclusivamente a livello locale. Tra questi ultimi spicca soprattutto la figura di Brizio Petrucci, fecondo autore di musica sacra – conservata perlopiù nell’Archivio Capitolare del Duomo di Ferrara di cui egli stesso fu maestro di cappella dal 1784 alla morte (1828) – tanto stimato in città da meritare il privilegio di comparire tra i ferraresi illustri nei ritratti marmorei del palazzo di San Crispino. Dopo il ridimensionamento delle chiese in seguito all’annessione del territorio ferrarese allo Stato italiano, si verificarono cambiamenti nel repertorio dovuti alla diffusione del movimento ceciliano che a Ferrara ebbe in don Ettore Ravegnani il suo maggior propulsore. Abbandonati gli stili pseudo-operistici, in chiesa tornarono a riecheggiare le melodie gregoriane e le costruzioni polifoniche di stampo cinquecentesco (ad esempio di Palestrina), accanto alle messe di nuova composizione (soprattutto quelle di Lorenzo Perosi): lo stesso Ravegnani, che fu maestro di cappella in Duomo e direttore della Schola cantorum del Seminario, fu attento promotore di eventi musicali, spesso impegnato anche sul fronte educativo e di ricerca.

Oltre che nei teatri e nelle chiese, la vita musicale cittadina si organizzò anche ‘dal basso’ in istituzioni specifiche nate proprio durante il XIX secolo. Nel 1818 fu fondata l’Accademia Filarmonica, inaugurata solennemente il 17 maggio con un concerto diretto da Rossini tenutosi nel palazzo oggi sede del Rettorato dell’Università. Promotore ne era stato tra gli altri il già citato conte Aventi; primo direttore fu Gaetano Zocca, che da pochissimo tempo ricopriva anche la carica di primo violino direttore del teatro Comunale (la terrà fino alla metà degli anni Trenta). L’Accademia non ebbe però vita facile: più volte soppressa, risorse sempre fino alla definitiva fusione nel 1866 con l’Accademia filodrammatica: la nuova Accademia filarmonico-drammatica si estinse poi nel 1882. Tra i vari obblighi, i soci dell’Accademia contribuivano alla formazione di un’orchestra (mista: dilettanti e professionisti) chiamata a svolgere trattenimenti annuali. Contestualmente il Comune lavorava alla costituzione di scuole di musica il cui primo scopo doveva essere quello di fornire personale al teatro Comunale e alla banda, nata sin dalla fine del ’700 come organo militare, e trasformata in istituzione civile nel 1849. Come racconta Carlo Righini, che in epoca fascista vi svolse il duplice ruolo di insegnante e di membro della sovrintendenza, la nascita di un vero Liceo musicale a Ferrara fu piuttosto lunga e travagliata: le prime richieste risalgono agli anni iniziali dell’Ottocento, ma fu nei decenni centrali che si fecero sostanziali passi in avanti. Istituita nel 1868 una commissione ad hoc per lo studio delle possibili modalità di apertura, nel gennaio del 1870 il Liceo musicale aprì ufficialmente i battenti, sotto la direzione di Timoteo Pasini (1828-1888) coadiuvato da nove insegnanti, tutti prime parti dell’orchestra e della banda cittadine. Gli insegnamenti svolti dovevano soddisfare le richieste di queste due istituzioni: archi, fiati, canto e teoria, solfeggio. Capace di accogliere un’ottantina di studenti, il Liceo ebbe inizialmente sede in via Savonarola; nel 1885 si spostò a palazzo Schifanoia per poi traslocare in via Roversella (dal 1893: l’odierno edificio del Conservatorio e l’annesso Auditorium furono costruiti solo in epoca fascista, mentre durante la guerra fu pareggiato ai “regi Conservatori” e divenne statale solo negli anni Settanta del Novecento).

Con l’apertura del Liceo musicale si incrementò l’offerta di concerti cameristici: all’inizio dell’estate, infatti, gli studenti davano un saggio dei loro progressi nello studio – o in teatro o in qualche altra sala cittadina – un momento molto seguito dalla cittadinanza. Questi eventi si andavano ad aggiungere ad altri simili, sempre a carattere occasionale: accademie e beneficiate organizzate per raccolte di fondi spesso in favore di comunità bisognose (alluvionati, terremotati) o di società di mutuo soccorso. Solo verso gli ultimi anni del secolo si cominciò ad organizzare concerti fini a se stessi (mai strutturati in stagioni, però) cui venivano invitati concertisti stranieri, ma anche locali, come la Società del Quartetto (nata nel 1898).

Legate al Liceo sono anche due delle figure più note del panorama musicale ferrarese tra fine e inizio di secolo: Vittore Veneziani e Gino Neri, oggi ancora molto conosciuti grazie anche alle istituzioni che ne portano il nome (rispettivamente l’Accademia corale “Vittore Veneziani” e l’Orchestra a plettro “Gino Neri”). Docente di canto corale il primo, semplice studente il secondo, furono successivamente entrambi direttori del Circolo mandolinistico “Regina Margherita” inaugurato nel 1898 (a testimonianza di quanto antico sia l’interesse dei ferraresi verso gli strumenti a plettro). Veneziani (1878-1958) fu prevalentemente direttore di coro e compositore: tutti e quattro i suoi melologhi furono eseguiti a Ferrara (rispettivamente La Badia di Pomposa, Emigranti, Parisina al Tosi-Borghi e La morte di Boiardo al Comunale) con la partecipazione dell’attore Gualtiero Tumiati, fratello dell’autore dei testi, Domenico. Figlio d’arte (il padre Pellegrino era stato direttore del Liceo musicale all’inizio del ’900), Gino Neri (nato nel 1882) fu invece principalmente direttore d’orchestra, una carriera che svolse soprattutto fuori da Ferrara; era però impegnato al Comunale quando morì improvvisamente il 10 novembre 1930.

Nel terzo centenario della prima pubblicazione a stampa di Girolamo Frescobaldi (Anversa, 1608), Ferrara ospitò il congresso fondativo della Associazione dei Musicologi Italiani (31 maggio - 2 giugno 1908), su impulso di Guido Gasperini, che ne divenne anche il primo presidente. Grazie ad essa, prese il via un importante processo di catalogazione di tutti i beni musicali contenuti nelle biblioteche italiane.

MCB, 2012

(Maria Chiara Bertieri)

Bibliografia

Carlo Righini, Il liceo musicale “Gerolamo Frescobaldi” di Ferrara, Firenze, Le Monnier, 1941; Paolo Fabbri, Il conte Aventi, Rossini e Ferrara, «Bollettino del centro rossiniano di studi», XXXIV, 1994, pp. 91-157; I teatri di Ferrara. Il Comunale, a cura di Paolo Fabbri e Maria Chiara Bertieri, Lucca, LIM, 2004, (2 tomi); Paolo Fabbri, Maria Chiara Bertieri, Il salterio e la cetra, Reggio Emilia, Diabasis, 2004; Maria Chiara Bertieri, I teatri di Ferrara. Il Tosi-Borghi (1857-1912), Lucca, LIM, 2012.

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