Leonardo Raito

Leonardo Raito

Leonardo Raito (Rovigo, 1978) insegna storia contemporanea all’Università di Ferrara. Ha insegnato all’Università di Koper; in master e corsi di alta formazione (storia dell’industria e storia della comunicazione politica). Studioso dei conflitti contemporanei, di storia politica, collabora con le riviste «Nuova Storia Contemporanea», «Storia in Rete» e «Quaderni del Centro Ricerche Storiche di Rovigno». Opinionista per quotidiani nazionali e locali, ha pubblicato, tra gli altri, Il PCI e la resistenza ai confini orientali d’Italia (Trento, Temi, 2006); Il conflitto della modernità (Roma, Aracne, 2009); I cavalieri dell’aria (Ferrara, Este Edition, 2009); Antonio Bisaglia nella storia della DC (Rovigo, Crams, 2010); Nella modernità come fantasmi (Roma, Aracne, 2010); Gaetano Boschi. Sviluppi della neuropsichiatria di guerra (Roma, Carocci, 2010); Comunisti ai confini orientali (Padova, Cleup, 2010).

Giovedì, 22 Dicembre 2011 22:53

Liberali e moderati

Il congresso di Vienna tra i rappresentanti delle potenze che avevano sconfitto Napoleone, aveva stabilito i compensi territoriali che ognuno avrebbe ottenuto. Gli alleati decisero di restituire le Legazioni alla Santa Sede e il 18 luglio 1815 il generale Stefanini, governatore civile e militare di Ferrara, Bologna e Ravenna, consegnò ufficialmente le tre Legazioni ai cardinali Bernetti, Giustiniani e Pacca, delegati dalla Santa Sede al governo delle tre province. La restaurazione del governo pontificio non fu salutata con eccessivo entusiasmo dai ferraresi, nonostante i tre giorni di festa destinati a solennizzare l’avvenimento. La rivoluzione francese e le innovazioni portate dal governo repubblicano avevano scosso le coscienze, instillando nel popolo nuovi ideali e rendendo più vivo il desiderio di rinnovare il tono di vita, e più ardente l'aspirazione di costruire una nuova e libera Italia. Fin dal 1804 si erano formate in Italia associazioni e gruppi di cittadini che propugnavano la libertà e l’indipendenza italiana e alla “Lega della Vera Italia” che aveva sede a Bologna, avevano aderito molti ferraresi. Al rientro a Ferrara quindi, il nuovo governo pontificio trovò sviluppato il germe di nuove idee, numerosi liberali aderenti alla Lega Italiana che poi prese il nome di “Setta dei Carbonari”, così come restavano numerosi sanfedisti contrari alle riforme francesi e ligi al governo pontificio e all’Austria. Nel luglio del 1815 l’Austria istituì, prima di riconsegnare le Legazioni al papa, una commissione militare per giudicare i delitti di Stato. Furono imprigionati i cittadini posti da Murat a reggere la città e la provincia, perseguitati i simpatizzanti del movimento liberale e tutti i propagandisti o collaboratori di Murat. Restaurato il governo pontificio, con podestà della città il conte Crispi, la reazione fu smorzata e su volontà di Pio VII vennero liberati tutti i prigionieri. Questa disponibilità scatenò le proteste dei reazionari, che accusarono di liberalismo tutti i moderati, mettendo in circolazione libelli e satire feroci, anche supportati dai sanfedisti, che rinati sotto il patrocinio del cardinale Rivarola, giuravano di non risparmiare nessuno «dell’infame partito dei liberali». Le persecuzioni ripresero violente quando l’Austria, con il trattato della Santa Alleanza, ebbe il compito di sorvegliare la penisola. I carbonari però continuavano a crescere e le persecuzioni attiravano nuove adesioni: le vendite si tennero più frequenti e la foresta si popolò di buoni cugini. La polizia si mostrò allora sempre più attenta e spietata, anche se, ancora nel 1817, il cardinale Arezzo rispondeva a una richiesta del direttore generale della polizia, cardinale Pacca, dicendo che a Ferrara i sostenitori del vecchio governo erano in numero da non spaventare. Proprio nel luglio del 1817 i carbonari del Veneto, della Lombardia e del Regno d’Italia stabilirono di tenere una vendita proprio a Ferrara, generando una sempre maggiore diffidenza dell’Austria e del governo pontificio. Di fronte alle confessioni dei primi arrestati, i due governi furono in grado di considerare la vera importanza del movimento liberale e, temendone gli effetti, presero misure repressive energiche. Eletto direttore generale della polizia il cardinal Consalvi, la persecuzione si fece più violenta, con arresti di semplici sospetti o ad ogni manifestazione di protesta o malcontento contro il governo. Non era possibile girare senza passaporto e questo, se concesso, portava segni convenzionali in grado di mettere sull’attenti la polizia. Caddero in mano alla polizia austro-pontificia tutte le più eminenti figure del movimento liberale ferrarese: Delfini, Taveggi, Rinaldi, Armari, Andreasi e Lugaresi, condannati a quattro anni di carcere duro. A Crespino venne arrestato il giudice Felice Foresti, dando il la a una recrudescenza nelle persecuzioni che culminò nei processi ai carbonari del Polesine.

I moti del 20 e 21 suscitarono nuovi entusiasmi e tennero viva la fede dei cospiratori, mostrando nel contempo il rischio di fallimento di rivoluzioni non concertate e indipendenti tra di loro. I governi intanto si fecero più rigorosi e attenti. Il papa inviò nella Romagna il reazionario cardinale Rivaroli, a Ferrara lasciò il mite cardinale Arezzo e si permise che i croati e gli ungheresi, che presidiavano la città, perseguitassero rigorosamente i liberali. Vennero consegnati all’Austria e condannati a morte Giovanni Battista Canonici e Giuseppe Delfini. La pena venne commutata, per intercessione del papa, in dieci anni di carcere duro da scontare nel castello di Lubiana. Nel 23, dopo la morte di Pio VII, gli succedette Leone XII. Il cardinale Rivarola, in Romagna, aveva soffocato nel sangue una insurrezione liberale, con oltre cinquecento condannati di cui sette a morte. A Ferrara continuava una vita agitata dall’incubo delle persecuzioni e del sospetto.

Nel 1830 la nuova rivoluzione francese, la cui notizia si era diffusa rapidamente in Italia, aveva riacceso entusiasmi e speranze per le popolazioni oppresse, ma l’Austria inviò numerose truppe sulla sponda destra del Po e a Ferrara organizzò l’accampamento di un distaccamento a Pontelagoscuro per spegnere l’entusiasmo dei liberali. Ciò nonostante, il moto rivoluzionario scoppiato a Modena il 5 febbraio 1831 si estese anche a Ferrara. La popolazione insorse, disarmò le truppe pontificie e occupò tutti i posti di guardia, compreso il Castello. Venne nominata una Giunta a rappresentanza del governo provvisorio, composta dal marchese Tommaso Calcagnini, dal conte Giuseppe Agnelli, dall’avvocato Antonio Delfini, dal dottor Gregorio Bononi, dal conte Vincenzo Ronchi e da Giovanni Trentini; segretario fu eletto il conte Gaetano Recchi. La Giunta si recò dal prolegato per farsi consegnare le chiavi della città e per pregarlo di rientrare a Roma. Lo stesso giorno la Giunta ordinava a tutti i cittadini tra i 18 e i 50 anni di iscriversi nei ruoli della Guardia civica, comandata da Sebastiano Montallegri. La partenza del prolegato fece considerare decaduto il Governo pontificio e venne convocato il Consiglio comunale per la nomina della deputazione stabile per il governo della città. Il nuovo governo ordinava ai cittadini di fregiarsi della coccarda tricolore, innalzava le insegne della libertà, faceva abbattere le porte del ghetto, aboliva le tasse e ingiungeva ai gesuiti lo sloggio immediato. Nel mattino dell’11 febbraio veniva eletto podestà il conte Giovanni Roverella; si disponeva inoltre l’arruolamento volontario per la formazione di un battaglione in linea. Un battaglione speciale comandato dal professor Bononi inquadrò anche gli studenti universitari. Il 14 la commissione governativa emanò disposizioni per l’ordine pubblico e istituì un tribunale d’appello. A nulla valsero i tentativi bonari dell’autorità pontificia di recuperare la provincia. Ma il 4 marzo, firmato l’accordo tra la Santa Sede e l’Austria che si impegnava di restituire al papa tutti i suoi domini e di difenderli, il presidio austriaco ripiombò sulla città. Il 6 marzo il maresciallo Frimont occupava Ferrara in nome del papa, nominando una nuova reggenza composta dal conte Girolamo Crispi, da Flaminio Baratelli e dal conte Camillo Trotti. Tutte le innovazioni del governo liberale vennero abolite: sciolta la guardia civica, tolte dalla circolazione le coccarde e le bandiere tricolore, requisite le armi e imposte misure rigorose di ordine pubblico. Ricominciò il clima di sospetto, reso ancora più doloroso dalla riorganizzazione della spietata setta dei sanfedisti controllata dal barone Flaminio Baratelli. Il clima in città e in provincia si fece sempre più oscuro: alla crisi dell’agricoltura e del commercio si accompagnarono le scorribande di bande di malviventi che mettevano a soqquadro borgate, campagne ma anche zone della città. Baratelli fu assassinato nella strada di San Guglielmo il 14 gennaio 1847. Un anno più tardi i moti del 1848 riaccendevano la speranza di un’Italia finalmente unita, libera dal giogo straniero. Nel marzo dello stesso anno, Ferrara aderì alla costituente romana e vi mandò 14 rappresentanti, mentre Carlo Mayr e Gaetano Recchi fondavano il circolo nazionale. Recchi, propugnatore delle associazioni dei proprietari, dell’insegnamento pubblico della scienza agraria e delle cattedre ambulanti d’agricoltura, sarà uno degli uomini più eminenti della Ferrara dell’Ottocento.

Negli anni Sessanta la vita pubblica ferrarese volgeva alla normalità. Vinta la battaglia con lo Stato pontificio, le componenti protagoniste della vita politica si richiamavano nella quasi totalità al liberalismo. A cominciare dagli anni Settanta, i liberali moderati si compattarono nella contrapposizione ai democratici che trovarono in Severino Sani il proprio leader. In campo liberale moderato si distingueranno i membri della famiglia Cavalieri, rappresentanti di una borghesia liberale molto attiva. Enea Cavalieri sarà consigliere e assessore comunale, per assurgere poi a ruoli di rilievo nazionale, mentre il fratello Adolfo diventerà suo alter ego a livello locale, più volte consigliere e assessore comunale e provinciale e poi deputato per tre legislature, leader di quel liberalismo moderato che vedrà poi altre figure di riferimento nel deputato centese Mangilli.

LR, 2011

Bibliografia

Davide L. Mantovani, All’ombra della fortezza: la carboneria ferrarese tra Romagna e Veneto, in La nascita della nazione. La Carboneria: intrecci veneti, nazionali e internazionali, a cura di Giampietro Berti, Franco Della Peruta, Rovigo, Minelliana, 2004, pp. 253-258; Davide L. Mantovani, Ferrara e l’unità d’Italia: da Garibaldi al museo del risorgimento, Ferrara, Este Edition, 2011; Antonella Pagliarulo, Ferrara nel triennio giacobino, «Ferrara Storia», 2, mar.-apr. 1996, pp. 7-10; Luigi Pepe, Ferrara nel 1796, «Ferrara Storia», 4, lug.-set. 1996, pp. 7-12.

Giovedì, 22 Dicembre 2011 22:51

Democratici

Gli anni Trenta e i primi anni Quaranta dell’Ottocento sono molto importanti in chiave storico-politica perché se, da un lato, l’immagine della nazione si solidifica e si impone in modo uniforme a tutti coloro che credono nel suo riscatto, dall’altra cominciano a manifestarsi con evidenza le divisioni sulle progettualità politico-costituzionali, che assumono anche forme organizzative distinte. Accanto alla corrente moderata-neoguelfa l’altra principale espressione del movimento nazionale è quella democratico-mazziniana. Per quanto il campo democratico sia attraversato da un molteplice sistema di reti settarie (come quelle europeiste e comuniste ispirate da Buonarroti) è certo che dal 1831, proprio l’anno in cui a Ferrara scoppiano le rivolte di stampo liberale contro il governo pontificio, la figura di Giuseppe Mazzini si impone con la forza della sua predicazione politica e della sua rete organizzativa, la Giovine Italia. Ferrara aveva dato i natali al conte Alessandro Bonacossi, patriota che dopo aver aderito ai princìpi giacobini, è in Francia propugnatore dell’ideale repubblicano e successivamente, come direttore a Marsiglia di un foglio antimazziniano, deciso sostenitore di una cospirazione europea di vasto raggio in grado di soggiogare anche i princìpi ispiratori delle insurrezioni italiane.

Dopo il biennio 1848-49, mentre Cavour coglie una serie di successi e il Piemonte costituzionale consolida il proprio prestigio di Stato liberale, l’opinione democratica vive una stagione difficile, indebolita dalle recriminazioni e dalle polemiche interne sulla conduzione della rivoluzione quarantottesca. Si contano diverse posizioni. Da chi sostiene la necessità di costruire una federazione di repubbliche democratiche (Giuseppe Ferrari, Carlo Cattaneo) a chi punta sulla strada di una rivoluzione nazionale (Pisacane). Mazzini invece resta fedele al suo pensiero prerivoluzionario, propugnando l’organizzazione di più insurrezioni che avrebbero portato poi alla convocazione di una costituente. Di quei tempi si ricordano a Ferrara almeno un paio di eventi significativi: la costituzione del battaglione dei “Bersaglieri del Po”, composto da 155 patrioti che si fa onore nella prima guerra d’indipendenza; la fucilazione dei patrioti mazziniani Succi, Malagutti e Parmeggiani (avvenuta il 16 marzo 1853), condannati per alto tradimento, in quanto membri di un comitato patriottico che, il 27 maggio del 1852, effettua un lancio di volantini durante un balletto al teatro Comunale.

Dopo l’unità di Italia le prime elezioni politiche vedono una sostanziale predominanza del “gran partito liberale”, ma il quadro è destinato a mutare nelle tornate successive, amministrative e politiche, quando si fa largo una sinistra moderata e democratica, sostenuta dalla Società Democratica Unitaria Ferrarese, dalla Società di Mutuo Soccorso degli Operai, che sostiene il programma elaborato su scala nazionale da Saffi, incentrato sul suffragio universale e sull’istruzione elementare obbligatoria e gratuita. Rapida e affascinante si dispiega poi sul territorio, in periodo elettorale, una grande battaglia intellettuale appoggiata dagli organi di stampa locali come «La Gazzetta ferrarese» e «L’Eridano», che si pone a pieno titolo nel dibattito tra destra e sinistra.

A Ferrara, nel periodo post-unitario, l’uomo più intraprendente in campo democratico è, senza dubbio, Severino Sani, un ex garibaldino che, pur non avendo mai combattuto le guerre risorgimentali, diviene capo della “Società reduci dalle patrie battaglie”, facendone strumento delle proprie fortune elettorali. La formazione di un partito democratico si innesta da un lato sulla prevalenza elettorale della sinistra (per anni nei quattro Collegi elettorali del Ferrarese, l’unico deputato eletto dalla Destra risulta Mangilli), dall’altro nella linea antimoderata assunta dai molti liberali che nel periodo precedente avevano combattuto il governo pontificio. Sani è un abilissimo interprete della doppiezza politica, spaziando in modo spregiudicato tra alleanze e opportunismi: rappresentante del partito democratico-radicale che si oppone ai moderati liberali, avrebbe poi tentato la strada dell’alleanza con gli antichi avversari e infine avrebbe favorito l’inserimento dei cattolici per ostacolare i socialisti e le nuove tendenze democratiche, rappresentate da Ercole Mosti, che si era staccato dal suo partito. Nel 1877 Sani è consigliere e assessore nel Comune di Ferrara, allora guidato dal sindaco Anton Francesco Trotti, un ex ostaggio degli austriaci nel 1849, molto amato dai ferraresi. Il Consiglio comunale, costituito da una maggioranza di liberali moderati, alle elezioni del 1875 vede eletti, secondo consuetudine, anche candidati della lista opposta, detta di conciliazione. Dopo le elezioni parziali e l’elezione di un Consiglio a maggioranza democratica, viene infine eletta una giunta tutta democratica, che vede tuttavia una frattura nel 1878 quando tre assessori, Adolfo Mayr, Ignazio Scarabelli e Gaetano Forlani, si dimettono dalla giunta comunale. Sani tuttavia avrebbe mantenuto l’incarico, dimostrando indifferenza verso la coerenza politica. La cosa non gli impedì di essere, l’anno successivo, tra i rappresentanti del partito progressista al congresso regionale di Bologna. Sempre nel 1879 la caduta del governo Cairoli provoca forti contraccolpi tra le fila democratiche, che nell’ex garibaldino pavese avevano intravisto l’espressione più alta della democrazia in uno stato unitario monarchico. A Ferrara, mentre Scarabelli si ritira progressivamente dalle scene, Sani diviene incontrastato leader dei democratici radicali. Di fronte alla trasformazione del sistema elettorale (ai Collegi uninominali viene sostituito il sistema dello scrutinio di lista e nel frattempo l’elettorato sale da mezzo milione a due milioni di votanti), Sani intuisce l’esistenza di uno spazio politico e promuove l’alleanza fra radicali e sinistra “storica”, che culmina nella composizione di una lista (Carpeggiani, Seismit-Doda, Sani) che avrebbe sconfitto quella dei moderati alle elezioni politiche del 1882. Eletto alla Camera, Sani siede nel gruppo dell’estrema sinistra, confermando il suo radicamento elettorale con la successiva rielezione nel 1886. Rafforza il proprio potere attraverso una rete di rapporti clientelari, una grande iniziativa imprenditoriale e un equilibrio di poteri che lo porterà, in alcuni casi, ad appoggiare candidati moderati contro i democratici-radicali in altri collegi della provincia, pur di trarre vantaggi – cioè l’appoggio liberale – nelle elezioni del suo Collegio. Un’altra abile mossa di Sani è quella di guadagnare l’appoggio dei cattolici e delle gerarchie ecclesiastiche, sfruttando il proprio ruolo di esattore delle decime della Mensa arcivescovile. Successivamente il potere di Sani si indebolisce, anche a causa di una serie di scandali e di opposizioni interne, scaturite da gruppi di giovani che avevano fondato, tra l’altro, il Circolo Radicale Operaio.

Tramontato definitivamente il “sanismo”, il filo delle politiche democratico-radicali è ripreso dal conte Ercole Mosti. Proclamata la natura borghese del partito, lo mantiene tuttavia aperto alle collaborazioni a sinistra, anche con i socialisti. Le elezioni comunali di Ferrara del 1902 lo vedono eletto in Consiglio comunale e rappresentano l’avvio di una folgorante carriera che lo avrebbe portato alla vittoria alla testa dei partiti popolari.

LR, 2011

Bibliografia

Alessandro Roveri, Dal sindacalismo rivoluzionario al fascismo: capitalismo agrario e socialismo nel Ferrarese (1870 – 1920), Firenze, La Nuova Italia, 1972; Sinistra costituzionale, correnti democratiche e società italiana dal 1870 al 1892, Firenze, Leo S. Olschki, 1988; 1892-1992. Il movimento socialista ferrarese dalle origini alla nascita della repubblica democratica, a cura di Aldo Berselli, Cento, Centoggi editore, 1992; Davide L. Mantovani, Liberali, radicali, socialisti. La battaglia delle idee, ivi, pp. 49-60; Davide L. Mantovani, Le elezioni a Ferrara dall’Unità allo scrutino di lista, «Ferrara Storia», 1, I (1996), pp. 19-26.

Giovedì, 22 Dicembre 2011 22:51

Cattolicesimo politico

Anche Ferrara, per quanto Legazione dello Stato pontificio, visse il proprio momento neoguelfo. Si trattò di anni segnati da importanti eventi politico-religiosi e da forti contrasti ideali. Nel cosiddetto “ventennio francese” si erano delineate le ragioni del dissidio tra rivoluzione e cattolicesimo, tra concezione di uno Stato che tendeva ad affrancarsi dall’investitura divina e una Chiesa che continuava a considerarsi indipendente dal riconoscimento dell’autorità terrena. Si erano colti i segni di un nuovo orientamento della politica che tendeva a ridurre la funzione direttiva della Chiesa nella società civile. Di questa aria nuova si era resa consapevole parte della cultura cattolica locale, che oscillava tra una sorta di illuminismo cattolico e le prime avvisaglie dell’ultramontanismo. Il fiorire degli ordini religiosi, la ricostruzione della Compagnia di Gesù, l’intensa partecipazione del clero e del laicato alle Missioni popolari accreditavano l’immagine del pontefice come reggitore della Chiesa e dei popoli in cui essa era insediata. Fu Carlo Odescalchi, patrizio romano, il primo vescovo dopo la restaurazione (1823-25). Al suo episcopato sono da ricondurre un’attenzione particolare su tutte le scuole pubbliche e private di qualunque genere di istruzione e una carità verso le popolazioni povere. In questo modo, la Chiesa denotava forti interventi di rafforzamento morale non rinunciando a una forma di azione politica di controllo e orientamento delle masse povere. Le problematiche incontrate da Odescalchi furono ereditate anche dal suo successore, Filippo Filonardi (1826-34) che vide a Ferrara il sorgere di un attivismo politico destinato a sfociare nella rivolta popolare del febbraio 1831. Successivamente, con l’episcopato di Gabriele della Genga Sermattei (1834-43) e di Ignazio Giovanni Cadolini (1843-50), ci fu un’apertura alle istanze cattolico-liberali. I primi moti libertari cominciavano infatti a delineare quella che sarebbe diventata la lunga stagione del risorgimento italiano. Il vescovo Luigi Vannicelli Casoni (1850-77) fu una voce autorevole dell’intransigentismo cattolico e l’antesignano di forme moderne di apostolato sociale. Sotto il suo episcopato, che abbraccia un periodo ampio e molto importante per la storia del risorgimento, in ottemperanza al non expedit di Pio IX, i cattolici ferraresi non si impegnarono direttamente nelle diverse tornate elettorali, ma non rinunciarono a un’ampia opera che potremmo definire prodromica dello sviluppo del cattolicesimo politico ferrarese.

In questo contesto, tra le figure di maggior spicco del cattolicesimo politico ferrarese occorre ricordare senza dubbio personaggi come l’avvocato Luigi Borsari (Ferrara 1804-1887). Borsari, laureatosi con il massimo dei voti a Bologna, nel 1824 rientrò a Ferrara, dove esercitò con successo l’avvocatura. Vinta la cattedra di diritto romano, fu nominato il 18 settembre 1845 professore presso la Pontificia Università e le sue lezioni riscossero grande successo tra gli studenti. Di ferma fede cattolica, ma di sentimenti liberali, fu favorevole all’atteggiamento assunto da Pio IX nei primi due anni di pontificato, ma ben presto si rese conto dei limiti delle riforme governative e criticò vivacemente la prudenza del governo pontificio in materia di riforme e, in particolare, la legge sulla libertà di stampa che giudicò insufficiente. Fu eletto deputato di Ferrara il 18 giugno 1848, e si fece notare per i suoi interventi in favore della concessione della parità di diritti agli israeliti scrivendo anche un opuscolo, La questione israelita, dedicato a d’Azeglio che per primo aveva sollevato la questione. Pronunciò inoltre discorsi contro l’inerzia del governo nei giorni in cui Ferrara veniva minacciata dagli austriaci. Convintosi che a causa delle reciproche rivalità, i principi regnanti in Italia non avrebbero mai stretto un’alleanza in funzione antiaustriaca, rassegnò le dimissioni da deputato. Ritornato a Ferrara, fece parte della magistratura cittadina che il 6 maggio 1849 si rifiutò di riconoscere la restaurazione del governo pontificio. Abrogata dal nuovo delegato pontificio la parità concessa agli israeliti, Borsari non esitò a prendere apertamente posizione contro il nuovo provvedimento. Fu per questo che il Consiglio di censura l’1 aprile 1850 lo dichiarò decaduto dalla cattedra universitaria e da ogni altro impiego. Dopo la guerra del 1859 fu chiamato da D’Azeglio, commissario governativo per le Romagne, a diventare ministro di Grazia e Giustizia. Rifiutò, accettando il posto di consigliere di Corte d’appello a Bologna dove fu anche professore di diritto civile e deputato per il collegio di Argenta (1860).

Camillo Laderchi (Faenza 1800 - Ferrara 1867), fu da subito favorevole a un graduale accordo tra religione e libertà, tra sentimento religioso e sentimento patrio, tra dottrina della Chiesa e libere istituzioni. Laderchi, nobile faentino, aderì in gioventù alla Carboneria, finendo presto nelle mani della polizia austriaca. Durante i processi di Milano del 1821, per inesperienza e paura, fece dichiarazioni che costarono la vita a un suo professore dell’Università di Pavia, Adeodato Ressi. Conseguita la laurea in giurisprudenza a Bologna, si trasferì a Ferrara. Nella sua città d’elezione, per il suo schietto cattolicesimo e per la moderazione dei suoi principi liberali, ottenne l’insegnamento di Diritto Romano e di Filosofia del Diritto all’Università. I suoi svariati interessi culturali e il prestigio guadagnato negli ambienti culturali nazionali lo misero in contatto con eminenti personalità della cultura cattolico-liberale italiana ed europea (Manzoni, Pellico, d’Azeglio, Montalembert, Overbeck). Laderchi si professava liberale e non mancava di sottolineare i vincoli che limitavano la democrazia del suo tempo (l’aristocrazia del censo, delle capacità, della nascita) e ad auspicare il superamento di questi limiti nel progressivo allargamento dell’elemento democratico in seno al governo delle nazioni. Solo il cattolicesimo, per Laderchi, poteva sconfiggere questo cancro. La stessa legge civile riusciva positiva solo se prendeva le mosse dalla religione cattolica, unica sorgente da cui può derivare il bene supremo, in una prospettiva di rinnovamento cristiano delle coscienze, alimentato dalla religione che diventa regolatrice della società. Quanto ai rapporti tra Stato e Chiesa, la condizione ottimale era, per Laderchi, quella di uno Stato che ponga alla base della sua legislazione la libertà e l’eguaglianza dei culti. In questa condizione, la Chiesa cattolica, spogliata della protezione altre volte concessale, aveva bisogno soltanto di quella libertà che è diritto comune di ogni cittadino, a qualunque culto appartenga. Camillo Laderchi visse una vita ispirata ai princìpi cristiani riassunti nella consapevolezza che essi dovessero conciliarsi con le istanze più vive del liberalismo italiano ed europeo, sulla scia del grande insegnamento del romanticismo cristiano del Manzoni.

Dopo la nascita dello Stato unitario, in campo cattolico emerse la figura di Giovanni Grosoli (Carpi 1859 - Assisi 1937) che avviò a Ferrara una serie di iniziative importanti a livello assistenziale e politico. Grazie a questo impegno, Grosoli si meritò la stima del pontefice che lo insignì di importanti attestati d’onore. Presidente del comitato regionale romagnolo dell’Opera dei congressi e dei comitati cattolici (1891-1892 e 1896-1902), si distinse in questo ambito come promotore di iniziative nel settore giornalistico e in quello creditizio. Nel gennaio 1895, aveva promosso a Ferrara la pubblicazione del periodico «La Domenica dell’operaio»; ma, soprattutto, alla collaborazione di Grosoli con Giovanni Acquaderni, coi cardinali Mauri e Svampa si deve la nascita, nel 1896, del quotidiano bolognese «L’Avvenire», che nel 1902 mutò testata in «L’Avvenire d’Italia». Il nuovo quotidiano cattolico si distinse per una linea non più intransigente ma votata a un’opera di mediazione e di incontro tra le varie istanze del campo cattolico, con toni più disponibili alla collaborazione con le istituzioni liberali. Grosoli fu anche l’artefice della costituzione, a Ferrara, di casse rurali e opere di assistenza ai contadini e ai piccoli proprietari, che trovarono un importante strumento finanziario nel Piccolo Credito romagnolo. Si rompeva così il monopolio delle banche popolari, mettendo a disposizione dei cattolici un organismo destinato ad affermarsi e rafforzarsi. Grosoli fu poi fondamentale per portare i cattolici ferraresi alla guida dell’amministrazione cittadina. Entrato per la prima volta in Consiglio comunale nel 1895 con 2 consiglieri cattolici, nel 1899 fu eletto insieme ad altri 5 cattolici, divenuti 9 nel 1902. Questi successi trovarono conferma nelle elezioni che si susseguirono fino al 1920, portando infine alla guida del Comune una coalizione clerico-moderata, nella quale appariva determinante il ruolo dei cattolici. Dal punto di vista ideale, Grosoli fu molto attento ai fermenti sociali che animavano i gruppi giovanili legati al movimento della democrazia cristiana guidato da Romolo Murri. In particolare va sottolineata l’azione di mediazione tesa a superare i contrasti giudicati pericolosi per l’unità e la compattezza del movimento cattolico. Questa sua posizione e il prestigio crescente che si era guadagnato in seno alle organizzazioni cattoliche convinsero Leone XIII a nominarlo presidente dell’Opera dei congressi. Fu in questo contesto che Grosoli promosse il leale riconoscimento dell’Unità nazionale e della monarchia sabauda, un atteggiamento che ribaltava la linea dell’intransigentismo cattolico. Egli, in realtà, prefigurava un orientamento che esprimeva non tanto le aspirazioni delle correnti democratico-cristiane, quanto gli indirizzi che di lì a poco avrebbero trovato spazio e successo attraverso la formula del clerico-moderatismo.

LR, 2011

Bibliografia

Luciano Chiappini, Il movimento cattolico a Ferrara, «Annali del Liceo-ginnasio Ariosto», 1974, pp. 184-190; Movimento cattolico italiano tra la fine dell’800 ed i primi anni del ’900: il Congresso di Ferrara del 1899, Ferrara, Istituto di storia contemporanea del movimento operaio e contadino, 1977; Amerigo Baruffaldi, Neoguelfismo ferrarese. Istanze cattolico-liberali nella vita e nell’opera di Camillo Laderchi, «Ferrara. Voci di una città», 7, dicembre 1997; Luciano Chiappini, Werther Angelini, Amerigo Baruffaldi, La chiesa di Ferrara nella storia della città e del suo territorio, secoli XV-XX, Ferrara, Corbo, 1997; Renato Cirelli, Metamorfosi, non estinzione del cattolicesimo politico a Ferrara, «Cultura e identità», 6, luglio-agosto 2010, pp. 83-85; Andrea Rossi, 1900-2010. L’estinzione del cattolicesimo politico a Ferrara, «Cultura e identità», 5, maggio-giugno 2010, pp. 75-81; Id., Una stagione difficile, in Il sindacato socialista e cattolico nel Ferrarese, Ferrara, il globo, 2001; Id., Dall’acqua alla terra, in Storia di Comacchio nell’età contemporanea, Ferrara, Este Edition, 2005.


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