Rossella Fabbri

Rossella Fabbri

Rossella Fabbri ha conseguito la laurea con lode in Storia d'Europa nel 2008 presso l'Università di Bologna con una tesi in Storia moderna dal titolo "Socialdemocrazia tedesca e socialisti italiani di fronte alla questione contadina: il significato dell'interpretazione marxista sulla guerra dei contadini del 1525" (relatore prof. Valerio Marchetti). Presso il medesimo ateneo ha conseguito successivamente il Master in comunicazione storica per il quale ha realizzato, in collaborazione con altri studenti, il documentario storico "Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica".

Venerdì, 02 Dicembre 2011 14:34

Industria

Il processo di industrializzazione del Ferrarese si realizzò in ritardo rispetto ad altre zone dell’Italia settentrionale. In un contesto economico eminentemente basato sull’agricoltura, lo sviluppo del settore era ostacolato dalla assenza di qualificate classi mercantili e imprenditoriali, dalla quasi assoluta mancanza di fonti energetiche e di strutture idonee al trasporto delle materie prime e dei prodotti lavorati, dalla scarsità di scuole professionali per un’adeguata formazione tecnica e industriale.

Le statistiche napoleoniche testimoniavano una modesta presenza di attività manifatturiere nel capoluogo, esclusivamente rivolte a soddisfare il fabbisogno del piccolo mercato urbano e di pochi centri limitrofi; grave ostacolo all’espansione commerciale era poi il pessimo stato in cui versavano le vie di comunicazione. I laboratori artigianali si limitavano a una conceria di pelli, una fabbrica di rosolio, una saponeria, una bottega di cappelli e qualche pastificio. Era poi segnalata, non senza un certo disappunto, l’assenza di stabilimenti per la lavorazione della canapa, prodotta in grandi quantità e con ottimi risultati qualitativi nel Ferrarese e soprattutto nel Centese. La più importante realtà manifatturiera si trovava a Comacchio, dove circa trecento persone erano impegnate, almeno quattro mesi l’anno, nelle attività di cottura e marinatura delle anguille che, insieme all’estrazione del sale marino, avrebbero caratterizzato per tutto il XIX secolo l’economia della cittadina lagunare, evolvendosi progressivamente dalla dimensione artigianale ad un più maturo statuto industriale.

Agli inizi dell’Ottocento comparvero i primi sporadici opifici a ridosso del Po e del Volano, principali vie fluviali che garantivano l’approvvigionamento idrico e la facilità di trasporto delle merci. L’esperienza più significativa di questa fase fu quella del saponificio sorto a Pontelagoscuro nel 1812 per iniziativa del triestino Carlo Luigi Chiozza. Il cavaliere Luigi Turchi, entrato come dipendente, diventò ben presto comproprietario dello stabilimento e ne fu direttore per circa quarant’anni, durante i quali la ditta raggiunse i più maturi risultati. L’attività proseguì fino agli anni Venti del Novecento con un grande successo coronato dalle esposizioni internazionali e da un raggio di esportazioni in tutti i continenti, senza che venisse mai meno la natura familiare dell’azienda, pur intessuta di elementi capitalistici che le garantirono sempre alti livelli di competitività sul mercato.

Fino agli anni Quaranta il quadro economico ferrarese rimaneva pressoché costante, con modeste attività manifatturiere e qualche novità: una fabbrica di vetri e cristalli del piemontese Giovanni Battista Brondi e una di cremor tartaro (un agente lievitante) fondata nel 1829 da Costantino Bottoni. Realtà industriali più significative sorsero a partire dalla metà del secolo, articolandosi principalmente nella meccanizzazione di attività artigianali legate all’agricoltura e nello sviluppo manifatturiero dell’industria di trasformazione delle produzioni primarie, spesso ancora legata ad una dimensione artigianale. Nel 1847 sorse un mulino a vapore per la macinazione dei cereali nel borgo di San Luca, a circa un chilometro dalla porta Reno; frutto di una società cui aderivano Giuseppe Devoto e Giovan Battista Borromei, esso divenne operativo nel 1856 e presto la responsabilità della dirigenza fu lasciata a Pietro Bergami che arricchì lo stabilimento con macchinari della ditta Schlegel, officine e un panificio. Nonostante l’efficienza e la buona organizzazione garantite dagli eredi, l’attività molitoria dell’edificio si estinse alla fine dell’Ottocento. Nel 1857 fu inaugurato, in località Quacchio, il canapificio della società in accomandita Agricolo-Industriale fondata dal conte Achille Magnoni e dal professor Massimiliano Martinelli; dotato di macchine provenienti dalle officine Schlegel di Milano e dalla ditta Roberts-Mc Adam di Belfast, ebbe buoni ma effimeri risultati che provocarono il rapido fallimento dell’impresa.

Mentre si manifestavano questi primi tentativi di insediamento industriale di piccola dimensione, il territorio ferrarese entrava nell’epoca delle travolgenti trasformazioni fondiarie e produttive indotte dalla grande bonifica meccanica che, con l’applicazione su larga scala delle macchine a vapore, strappò al dominio delle acque vastissime aree. I nuovi latifondi disponibili a basso costo attirarono velocemente gli interessi delle grandi società capitalistiche che ne intuirono le possibilità di investimento e di sfruttamento industriale connesso alla trasformazione in loco dei principali prodotti agricoli. Per tutta la seconda metà dell’Ottocento gli interessi imprenditoriali si spostarono nei terreni liberi ad ovest della città, “fuori la Porta Po”, dove notevoli erano i vantaggi offerti agli opifici dalla presenza dello scalo ferroviario. Trovarono qui insediamento, a partire dagli anni Settanta dell’Ottocento, le fornaci Hoffman dei fratelli Zamorani, alle quali nel 1900 si affiancò uno stabilimento ceramico con notevoli macchinari, la cui laboriosa ed efficiente attività proseguì, tra fasi alterne, sino alla fine degli anni Venti del secolo successivo. Il settore dei laterizi era d’altronde piuttosto rilevante se, nell’ultimo trentennio dell’Ottocento, si registrava la presenza di fornaci anche a Copparo, Migliarino, Argenta, Cento, Sant’Agostino, Codigoro, Lagosanto e Portomaggiore.

Nel contesto economico ferrarese tardo ottocentesco fu importante il ruolo dell’industria tessile. Due erano gli opifici cittadini che, dagli anni Settanta, con una manodopera quasi esclusivamente femminile, raggiunsero notevoli risultati: la laneria e setificio Reggio e il maglificio Hirsch. Entrambi producevano articoli di qualità destinati alla vendita su tutto il territorio nazionale e all’estero. Il successo più lusinghiero nel settore spettava tuttavia alla canapa, il cui mercato interno ed internazionale in espansione fu la vera novità dell’economia ferrarese. Nella seconda metà dell’Ottocento si affermò, accanto alle tradizionali attività di filatura e tessitura della fibra, la fabbricazione di spaghi e cordami per la marineria, l’agricoltura, gli imballaggi, i materassi, le sellerie e i calzaturifici. Grande importanza ebbe sicuramente il canapificio Sinz che, aperto nel 1873 nell’attuale via San Giacomo di fronte alla stazione ferroviaria, fu per oltre cinquant’anni la più importante fabbrica di manifattura canapicola della città. Dopo una grave crisi negli anni 1911-13, l’attività si trascinò verso un periodo molto difficile, coerentemente con la fase di recessione del mercato nazionale della canapa negli anni Venti e Trenta per l’arrivo di fibre più concorrenziali. Lo sviluppo dell’industria canapicola avvenne in misura più intensa nel Centese, dove decisiva fu l’attività del Linificio Canapificio Nazionale detto “Al Fabricon”, sorto nei primi anni del Novecento, per iniziativa del cavaliere Callisto Govoni, un pioniere nel settore. La canapa trovò qui il suo habitat ideale e, per l’ottima resistenza e morbidezza, fu coinvolta in un grande flusso di esportazioni che, giungendo grazie al “canalino” sino al porto di Venezia, si irradiava verso Germania, Inghilterra e Impero asburgico.

Alla fine dell’Ottocento, accanto al settore tessile, quello saccarifero fu per il Ferrarese il secondo principale ambito di sviluppo industriale. L’introduzione della barbabietola da zucchero nelle campagne modificò sensibilmente l’assetto economico locale e incise profondamente sul rapporto tra la conformazione del territorio e gli insediamenti industriali che si disseminarono in quasi tutta la provincia. Il primo opificio sorse per volontà del piemontese Francesco Cirio a Codigoro nel 1898; seguì, nel settembre 1900, lo Zuccherificio Agricolo Ferrarese, grazie alla laboriosa attività del professor Adriano Aducco che, per superare gli aperti contrasti fra industriali e proprietari terrieri, aveva fondato una cooperativa di agricoltori che lavoravano direttamente il prodotto delle proprie terre. Per iniziativa dei signori Bonora, Massari e Zanardi venne poi eretto, nei pressi della stazione ferroviaria, lo zuccherificio e raffineria Bonora, operativo dal 1901. In pochi anni sorsero gli stabilimenti Schiaffino-Roncallo (1899), la raffineria Ferrarese-Ligure (1901) e lo zuccherificio Gulinelli con le annesse distillerie; ad eccezione di quest’ultimo, tutti gli altri vennero assorbiti nel giro di pochi anni dall’Eridania, confermando la pluriennale saldatura fra il capitale saccarifero genovese e quello agricolo locale.

L’attività saccarifera si intensificò maggiormente a Pontelagoscuro, a ridosso della linea ferroviaria Ferrara-Padova, dove erano garantiti trasporti facili e rapidi, l’ausilio di quelli fluviali e l’approvvigionamento idrico necessario alla lavorazione delle barbabietole. L’ottimale condizione di scalo ferroviario e navale interno consentiva al piccolo paese di svolgere una funzione di interscambio commerciale di primaria importanza per l’economia agraria ferrarese. Investimenti esogeni di ingenti capitali trasformarono rapidamente il villaggio in un polo industriale di livello europeo. Le speranze alimentate dall’industria saccarifera in una prospettiva di miglioramento economico ed occupazionale vennero presto deluse: nel primo decennio del Novecento, il decollo industriale del Ferrarese, limitato al settore saccarifero, era ancora assai lento. L’incapacità di iniziativa economica locale, la mancanza di una solida tradizione industriale e di esperienza tecnico-organizzativa del ceto imprenditoriale, unitamente alla povertà di infrastrutture e alla fuga dei capitali all’esterno della provincia, impedirono al Ferrarese di partecipare al grande progresso che, in età giolittiana, avrebbe interessato l’industria tessile, chimica e meccanica nell’Italia settentrionale.

RF, 2011

Bibliografia

Filippo Maria Deliliers, Cenni statistici della provincia di Ferrara raccolti dalla Camera di commercio, Ferrara, Taddei, 1850; Alessandro Roveri, Dal sindacalismo rivoluzionario al fascismo. Capitalismo agrario e socialismo nel ferrarese (1870-1920), Firenze, La Nuova Italia, 1972, pp. 135-147; Archivio storico dell’Industria Italiana, Le condizioni industriali della provincia di Ferrara 1890, riedizione promossa dall’Unione degli Industriali della provincia di Ferrara, Bologna, Licausi, 1982; Franco Cazzola, Alle origini della prima industrializzazione ferrarese: Pontelagoscuro e il Po, in Il Lago-Scuro Ponte per la Città, a cura di Marica Peron e Giacomo Savioli, Ferrara, Arstudio, 1987, pp. 63-80; Centro Etnografico Ferrarese, Il tempo delle ciminiere. Censimento fotografico del patrimonio storico industriale della provincia di Ferrara. Parte prima: 1800-1920, a cura di Roberto Roda e Giovanni Guerzoni, Padova, Interbooks, 1992.

 

 

Venerdì, 02 Dicembre 2011 14:32

Camera di commercio

La Camera di Commercio di Ferrara venne fondata in epoca napoleonica in conformità alle disposizioni della legge del 26 agosto 1802, con funzioni di giurisdizione commerciale. Si installò nell’ex palazzo vescovile il 26 agosto 1803, in seguito a una lettera del cittadino Ferrarini, commissario governativo presso i tribunali, incaricato di mettere in attività, per il Dipartimento del Basso Po, le due Camere di Commercio di Ferrara e Rovigo. Il Consiglio era composto da cinque membri: Antonio Massari, Angelo Pace Pesaro, Samuele Della Vida, il dottor Munari di Calto e l’avvocato Giovan Battista Fabbri. In seguito alla rinuncia al titolo di presidente da parte del Massari, la carica venne assegnata ad Antonio Bottoni e il nuovo ente fu regolarmente operativo dal 15 novembre 1803.

Avevano obbligo di iscrizione alla Camera: negozianti, cambisti, mercanti e spedizionieri residenti nel Comune o nel circondario giurisdizionale; tutti i proprietari di fabbriche e di manifatture; artigiani capi di bottega o capi mastro; padroni di barche che trasportavano e negoziavano merci lungo i canali e in mare; sensali e mezzani. Il 13 giugno 1806, con un decreto di Napoleone I, in seguito al riordinamento della giustizia civile e penale, la Camera cessò di esercitare funzioni giudiziarie, che divennero prerogativa del Tribunale Commerciale. Seppur privata del ruolo giurisdizionale, la Camera continuò a esercitare la fondamentale funzione di osservatore del contesto socio-economico ferrarese e dei fattori che ne ostacolavano lo sviluppo. Una prima preziosa fonte per conoscere la situazione della provincia in epoca napoleonica fu l’Inchiesta statistica compilata dalla Camera nel 1807. Il documento riconduceva le condizioni dell’agricoltura alla scarsità di braccia, alle decime, all’eccessivo carico tributario e al disordine idraulico. Ciononostante il settore primario rimaneva la principale fonte di ricchezza, mentre poco significativo era l’apporto dato dalle manifatture, concentrate nei due maggiori centri di Ferrara e Comacchio, circondati da una rete di modeste unità. Un dato negativo registrato con dovizia di particolari era costituito dalla precaria condizione delle strade, grave ostacolo al commercio. La Camera auspicava, dunque, una risistemazione idraulica del territorio per garantire un più sicuro controllo delle acque, incoraggiamenti agli agricoltori perché intensificassero le coltivazioni, una maggiore libertà di commercio esterno e interno, che avrebbe consentito una proficua concorrenza, un aumento della produzione e più ampi margini di guadagno. Sottolineando come la popolazione si fosse sempre adoperata per far fronte ai limiti imposti dal clima, dalle acque e dall’ubicazione della provincia, l’ente esortava l’economia locale ad ancorarsi alle certezze che potevano derivarle solo dall’agricoltura e dalle attività ad essa correlate.

Con decreto regio del 27 giugno 1811 l’istituto assunse la nuova denominazione di “Camera di Commercio, Arti e Manifatture”. Oltre alla tutela degli interessi delle categorie commerciali e industriali, si ritrovò attribuite funzioni pubbliche: la raccolta di notizie e dati sulla situazione economica; la rilevazione delle difficoltà che ostacolavano lo sviluppo del commercio e dell’industria; la facoltà di proporre premi a favore degli inventori di macchine; compiti, rinnovati, di giurisdizione commerciale. Installatosi il 29 giugno del 1812, la Camera ebbe presidente Costantino Zani e come vice Anselmo Nagliati. La sollecita attenzione con cui la Camera si impegnava a fornire al governo centrale le informazioni richieste e la scrupolosa cura nel proporre soluzioni in merito erano confermate anche nella fase finale della dominazione napoleonica, nelle relazioni inviate negli anni 1811-14 in risposta alle interrogazioni rivolte dal prefetto su richiesta di Napoleone. In esse era ribadita la natura prettamente rurale dell’economia ferrarese e venivano riportate le difficoltà del decollo di attività imprenditoriali di una certa consistenza: scarseggiavano tuttavia progetti per superare questa condizione di immobilismo. In seguito alla riforma amministrativa e giudiziaria del restaurato Stato pontificio, l’istituto camerale ferrarese venne soppresso il 24 luglio del 1815; tutte le attribuzioni di competenza giudiziario-amministrativa e l’obbligo di tenere corrispondenza con la Legazione e il governo furono trasferite al Tribunale di Commercio.

Sotto il pontificato di Gregorio XVI, con un editto del 31 gennaio 1835 del cardinale Antonio Domenico Gamberini, segretario di Stato per gli Affari Interni, l’ente risorse come “Camera Commerciale di seconda classe”. Presieduto dal legato pontificio, ebbe sede, dal 1840 al 1929, al terzo piano del palazzo comunale. Da questo momento la sua attività si fece sempre più ingente, testimoniata nelle varie relazioni dei membri camerali, che presentarono numerose proposte per il riassetto idroviario della provincia, insieme a progetti per la realizzazione di una strada ferrata che collegasse Ferrara e Pontelagoscuro a Bologna (utile anche per le relazioni commerciali con i porti di Livorno ed Ancona), per l’introduzione di una linea telegrafica in città e iniziative di impegno civile, tra cui l’istituzione di una casa di ricovero per gli “accattoni”. Per suggerire gli strumenti idonei allo sviluppo industriale, la Camera si prodigò nella raccolta di tutte le informazioni sulla produzione agricola annuale e sulle esportazioni di prodotti locali e le importazioni di beni esteri, chiedendo all’autorità governativa che imponesse ai proprietari terrieri la denuncia delle loro derrate ed esortasse gli uffici doganali a rendere conto dei quantitativi di merci importate ed esportate. Un ruolo fondamentale in seno alla Camera fu ricoperto da Filippo Maria Deliliers, segretario dal 1837 al 1850 e autore dei Cenni statistici della provincia di Ferrara, il primo quadro completo dell’economia e della società della provincia. Per tredici anni consigliere relatore comunale, fu poi membro della giunta statistica, promotore della Società Agraria ferrarese e di istituzioni assistenziali. La Camera di commercio promosse inoltre con grande impegno e determinazione la partecipazione di artigiani, piccoli imprenditori e commercianti ferraresi alle esposizioni nazionali e internazionali, già sollecitata dal Ministero del Commercio, Belle Arti, Agricoltura e Industria dello Stato pontificio e, successivamente, dal Ministero del Commercio e dei Lavori Pubblici. Essa si attivò prontamente per corrispondere al meglio alle richieste del potere centrale di Roma, coinvolgendo nell’iniziativa l’Istituto Agrario di Luigi Botter e i vari artigiani e industriali della provincia. La risposta a tale iniziativa fu al di sotto delle aspettative data la sostanziale arretratezza economica del Ferrarese, che però riuscì a non sfigurare nell’esposizione di Londra del 1855 ottenendo grande successo con i prodotti canapicoli.

Nel 1859, in seguito al riordinamento di tutte le Camere esistenti, il dittatore delle Romagne Luigi Carlo Farini istituiva a Ferrara una “Camera di Commercio di prima classe” con funzioni meramente consultive. All’indomani dell’unificazione nazionale si fece immediatamente sentire la necessità di una riorganizzazione camerale su base unitaria. Con la Legge 680 del 1862, l’ente ferrarese assunse la nuova denominazione di “Camera di Commercio e Arti”. Composta da tredici consiglieri, fu propugnatrice dei principi di libertà dei traffici e di ogni iniziativa utile al progresso industriale e commerciale della provincia, tra cui la formazione di scuole per l’istruzione tecnica e professionale. Nuovo presidente fu Francesco Tranz, trasferitosi a Pontelagoscuro nel 1818 per dirigere insieme a Carlo Luigi Chiozza il celebre saponificio. Sindaco del paese, più volte consigliere provinciale e membro del Tribunale di Commercio, rimase alla guida dell’istituto camerale fino al 1869.

Negli anni successivi, le presidenze di Pietro Modoni (1869-1882), Costantino Bottoni e Giuseppe Bresciani (1882) portarono la Camera di Commercio a consolidare la propria funzione di strumento conoscitivo per il governo centrale e di interpretazione dei bisogni della provincia. Dal 1883 al 1898 la carica presidenziale venne ricoperta da Antonio Santini. Presidente dell’arcispedale Sant’Anna, membro della Società di Mutuo Soccorso e dell’Opera Pia Bonaccioli, volse le sue attenzioni soprattutto al progetto di costruzione della darsena e ai lavori per il canale di Burana. Fondamentale, per ricostruire l’andamento generale dell’economia ferrarese di fine secolo, la sua Relazione sulla gestione camerale degli anni 1893-1894. Fonte ricchissima di informazioni sulla produzione principalmente cerealicola e canapicola delle campagne, essa registrava ancora una presenza piuttosto modesta delle attività industriali.

Nei primi anni del XX secolo continuarono gli sforzi dei membri camerali per assecondare qualsiasi iniziativa utile al commercio, mantenendo vivi i contatti con gli organi centrali, le autorità locali e soprattutto con il ceto imprenditoriale, per poter innescare processi di sviluppo nella produzione e nei traffici. Notevole fu l’impegno nei vari ambiti di politica tributaria e doganale, nei settori delle comunicazioni e dei trasporti e nell’insegnamento professionale. L’opera svolta all’interno dei propri uffici fu assidua, come attestano le carte d’archivio conservate in due fondi presso l’Archivio di Stato di Ferrara e presso l’attuale Camera di Commercio: inchieste statistiche, relazioni, verbali, atti amministrativi di varia natura, monografie sull’andamento economico della provincia, informazioni offerte agli enti pubblici e ai privati sugli andamenti e gli indirizzi dei mercati locali.

In seguito alla Legge del 20 marzo 1910, l’istituto assunse la nuova denominazione di “Camera di Commercio e Industria”, ebbe riconosciute maggiori prerogative, ma con limitata autonomia di azione. Nonostante le notevoli difficoltà incontrate nell’attuazione delle proprie proposte, essa riuscì a farsi interprete, in modo costruttivo, delle esigenze del Ferrarese, cercando di ovviare alla carenza di spirito imprenditoriale che, per tutto l’Ottocento, aveva segnato il substrato socio-economico della provincia.

RF, 2011

Bibliografia

Camera di Commercio ed Arti, Regolamento interno della Camera di Commercio ed Arti di Ferrara, Ferrara, Taddei, 1863; Antonio Santini, Relazione della Presidenza della camera di commercio ed arti di Ferrara sulla gestione camerale 1893-1894, Ferrara, Bresciani, 1895; Silvio Ravenna, Cenno storico sulla Camera di Commercio e Industria di Ferrara con notizie e dati statistici sulla particolare struttura economica della Circoscrizione. Relazione sommaria richiesta dal Ministero dell'Economia Nazionale con circolare 105 del 20 aprile 1924, Ferrara, Camera di Commercio e Industria della Provincia di Ferrara, 1924; Roberta Amoroso, La Camera di commercio di Ferrara dall’Età napoleonica all’Unificazione nazionale, tesi di laurea, Università degli studi di Bologna, Facoltà di Economia, Corso di laurea in economia e commercio, a.a. 1994-1995; Anna Maria Stagira, La camera di commercio di Ferrara, in Dizionario biografico dei presidenti delle Camere di commercio italiane (1862-1944), a cura di Giuseppe Paletta, I, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2005, pp. 199-207.

 

Venerdì, 19 Agosto 2011 08:21

Borghesi

Il crescente protagonismo che le classi borghesi stavano assumendo nella società e nella politica ottocentesche si manifestò anche nel Ferrarese. Particolarmente significativo fu inoltre, in un contesto economico a vocazione spiccatamente agricola, il contributo che i ceti non nobiliari diedero allo sviluppo delle attività manifatturiere, dell’artigianato e dei commerci.

Nei primi anni del secolo, nonostante gli importanti cambiamenti nella vita politica e sociale apportati dai francesi dopo due secoli di dominazione pontificia, le condizioni economiche del Ferrarese non erano molto prospere e la fonte principale della ricchezza rimaneva il settore primario. Ciononostante, l’operosità di alcuni esponenti della borghesia cittadina aprì a inediti indirizzi di sviluppo economico: all’interno queste iniziative si collocavano, ad esempio, la conceria di pellame – una delle manifatture di maggior consumo tra la popolazione – di proprietà della famiglia Massari e il saponificio dei signori Pesaro. La vendita dei beni ecclesiastici, le speculazioni commerciali e la maggiore libertà di iniziativa nelle campagne favorirono lo sviluppo e l’ascesa sociale delle famiglie borghesi. Notevole fu il numero dei ferraresi, in particolare ebrei, coinvolti dal 1798 al 1807 nell’acquisto dei beni ecclesiastici nazionalizzati dai francesi: tra i principali, i Massari, i Bottoni, i Leccioli, i Casazza, i Dalla Vida, i Pesaro, i Coen, i Guitti. Ben presto grossi fittavoli, commercianti, professionisti e funzionari della città, come i Cestari, i Donadò, i Fioravanti o i Nagliati, divennero proprietari terrieri a fianco della decadente nobiltà. Di fronte al lento sviluppo industriale, segnato da una notevole arretratezza tecnica rispetto a quanto accadeva nelle province di Modena e Bologna, un’importante occasione di svolgere un ruolo attivo e vigile nella realtà socio-economica si presentò alla borghesia ferrarese con la fondazione, nel 1802, della Camera di Commercio cittadina, istituto fondamentale nello stimolare lo spirito imprenditoriale necessario allo sviluppo delle pur modeste attività economiche del Ferrarese. Nell’epoca della Restaurazione, la provincia era infatti ancora segnata da un’accentuata stagnazione economica e da una decadenza delle attività manifatturiere e dei commerci dovute al ripristino delle barriere doganali, all’approvazione di nuovi dazi di consumo, alla forte concorrenza estera e alla contrazione del mercato interno. Queste criticità determinarono ritardi nella crescita dei settori agricoli e industriali e, di conseguenza, posero ostacoli all’affermazione dei ceti commerciali e al movimento di capitali necessari allo sviluppo industriale.

Ancora alla metà del secolo furono i ceti borghesi a realizzare le prime significative esperienze di attività manifatturiere e commerciali in città e provincia: notevoli la fabbrica di vetri e cristalli del piemontese Giovan Battista Brondi e quella di cremor tartaro (bitartrato di potassio, usato come lievito) fondata nel 1829 da Costantino Bottoni, divenuta la terza per importanza nello Stato pontificio. La più importante realtà si trovava a Pontelagoscuro: il saponificio costruito nel 1812 dal triestino Luigi Chiozza e poi di proprietà del signor Francesco Tranz. L’opificio, divenuto Chiozza e Turchi nel 1870, avrebbe poi registrato, ancora nei primi anni del Novecento, esportazioni in Sud America, negli Stati Uniti, nelle colonie inglesi e perfino in Giappone. La più rilevante novità fu, tuttavia, la straordinaria espansione del mercato della canapa che, grazie alla fervida attività della comunità israelitica ferrarese, fu esportata nel resto della penisola, in Germania, in Inghilterra e nell’Impero asburgico. Prezioso fu in questo ambito il contributo del mercante inglese William Mac Alister che, stabilitosi in città con una propria attività, fece giungere la canapa ferrarese e centese nelle fabbriche di vele e cordami per la marineria britannica, superando ben presto in termini assoluti la produzione bolognese. Grazie all’impegno e alla determinazione ancora profusi dalla Camera di Commercio, la borghesia delle manifatture e dei commerci della città poté inoltre partecipare a mostre e fiere a livello locale e internazionale: le Esposizioni di Londra del 1851 e di Parigi del 1855 portarono su un mercato sempre più ampio e ragguardevole alcuni fra i migliori prodotti della provincia, come le tele da vela e i cordami del centese Giuseppe Padoa (cui fu conferita la medaglia d’oro nel 1851) e le scatole di cremor tartaro lavorate da Costantino Bottoni e Benedetto Samuel Finzi Magrini di Ferrara.

In occasione delle opere di bonifica degli anni Settanta, significativo fu l’impegno professionale di alcuni illustri esponenti della borghesia: particolarmente importante fu il coinvolgimento di tecnici bonificatori (Stefano Mongini) e ingegneri idraulici (Giovanni Boicelli, Giuseppe Venturini) per il progresso e il perfezionamento delle tecniche impiegate nella sistemazione idraulica del territorio. In seguito ai grandiosi lavori di bonificazione, trasformazione fondiaria e successiva colonizzazione delle “terre nuove”, si fece più urgente la necessità di promuovere il processo di industrializzazione che, sino a quel momento, aveva investito in misura assai modesta la provincia. Accanto ai conti Gulinelli – impegnati, con l’ingegner Pier Alfonso Barbè, nella costruzione del primo zuccherificio ferrarese – si distinsero altri esponenti della borghesia industriale: fra costoro, il Santini, fondatore di una fabbrica di macchinette da caffè e di lampade per i minatori; Giacomo Reggio e i fratelli Hirsch proprietari dei due maggiori maglifici della città. In tali circostanze maturò, sul finire del secolo, l’esperienza assai più rilevante delle fabbriche per la lavorazione della barbabietola da zucchero, che vide protagonisti illustri esponenti della borghesia ferrarese. I primi tentativi furono operati dal professor Adriano Aducco che, nel 1896, impiantò sedici campi sperimentali presso privati proprietari terrieri destando forte interesse presso la società Lombardo-Ligure. Nel 1899 il conte Luigi Gulinelli fece erigere a Pontelagoscuro, con l’aiuto tecnico dell’ingegner Barbè, una fabbrica destinata esclusivamente ai prodotti delle sue terre. Da queste iniziative partì il movimento di estensione della bieticoltura e di creazione di nuovi stabilimenti che fece di Ferrara – dove nel giro di pochi anni si era passati da due a trentatré impianti, di cui cinque in città – la capitale dell’industria saccarifera in Italia. L’ingresso di grandi società nel settore saccarifero, con la tendenza alla concentrazione e alla formazione di monopoli, rese più evidenti le difficoltà con cui dovettero fare i conti l’acuto spirito di iniziativa e la moderna audacia imprenditoriale della borghesia ferrarese nel momento in cui tentava, spesso troppo sola, di indirizzare la provincia di Ferrara verso un moderno sviluppo industriale e commerciale.

Per quanto concerne altre categorie professionali, nel campo della medicina figuravano alcuni importanti nomi della borghesia ferrarese, come quelli di Luigi Baldassari e dei professori Rinaldo Turri e Federico Zuffi; l’ostetrico Carlo Grillenzoni, il dottor Giuseppe Minerbi e il chimico Adolfo Casali. Tra le figure più rappresentative del campo giuridico, invece, comparivano Silvio Pasqualini, Giovanni Martinelli, Leone Ravenna e Silvio Zeni. Anche in campo politico l’importanza che i ceti borghesi assunsero nella realtà ferrarese, nel quadro di un generale rinnovamento delle vecchie gerarchie di classe tradizionali, si rese sempre più manifesta, come si può dedurre osservando le dinamiche relative alla composizione del governo locale. Nel primo Consiglio provinciale del 1860, la maggioranza dei membri deteneva un titolo nobiliare e derivava la propria ricchezza principalmente dalla proprietà terriera (ad esempio i Gulinelli, i Magnoni, gli Aventi, i Massari e i Revedin), mentre pochi erano i rappresentanti delle categorie professionali, principalmente laureati in giurisprudenza (ad esempio Carlo Giustiniani), ingegneri (Francesco Magnoni) e dirigenti industriali (Alessandro Avogli Trotti del saponificio Chiozza e Turchi). A partire dagli anni Ottanta, la nobiltà ferrarese fu sempre meno rappresentata nell’assemblea del Consiglio provinciale, dove viceversa aumentavano gli esponenti delle professioni borghesi, soprattutto avvocati, ingegneri e medici. Iniziava pertanto a sgretolarsi il monopolio politico dei possidenti terrieri. Il connotato della proprietà fondiaria divenne, verso la fine del secolo, sempre meno caratterizzante il gruppo di governo amministrativo: più o meno nettamente, lasciava il posto al capitale culturale e produttivo. Le vicende politiche sempre più vennero gestite dai membri delle professioni borghesi (avvocati, medici, ingegneri), a cui si affiancarono professori universitari e, in misura progressivamente maggiore, rappresentanti dei ceti più intraprendenti della realtà industriale e commerciale ferrarese.

RF, 2011

Bibliografia

I conti Gulinelli: bonificatori-industriali-agricoltori-filantropi, a cura di Deulmo Bombardi, Ferrara, Bombardi, 1932; Teresa Isenburg, Investimenti di capitale e organizzazione di classe nelle bonifiche ferraresi (1872-1901), Firenze, La Nuova Italia, 1971, pp. 159-169; Werther Angelini, La borghesia ferrarese e le idee della Rivoluzione, in Ferrara. Riflessi di una rivoluzione: itinerari nell’occasione della Mostra per il bicentenario della Rivoluzione francese (Ferrara, 11 novembre - 31 dicembre 1989), a cura di Delfina Tromboni, Ferrara, Corbo, 1989, pp. 71-80; Roberta Amoroso, La Camera di commercio di Ferrara dall’Età napoleonica all’Unificazione nazionale, tesi di laurea, Università degli studi di Bologna, Facoltà di Economia, Corso di laurea in economia e commercio, a.a. 1994-95; Michele Nani, Per un profilo del Consiglio provinciale: appunti sul secondo Ottocento (1860-1914), in Terra di provincia, a cura di Delfina Tromboni, Ferrara, Amministrazione provinciale di Ferrara, 2003, pp. 44-54.

Venerdì, 19 Agosto 2011 08:18

Agrari

In un contesto economico a vocazione prettamente agricola, gli agrari ferraresi rivestirono un ruolo fondamentale nell’ambito dei ceti dirigenti locali.

Durante la dominazione napoleonica, essi furono coinvolti in dinamiche piuttosto complesse per i cambiamenti avvenuti nella realtà sociale cittadina e nel territorio circostante. In questa fase venne infatti elaborata una legislazione profondamente innovatrice sulla sistemazione idraulica del territorio e furono posti i fondamenti dei consorzi dei proprietari, con la funzione di tutelare con efficacia le attività agricole. Con l’invasione francese e l’amministrazione della Repubblica Cisalpina, i danni legati alle vicende belliche (leve, confische, requisizioni) crearono forti squilibri nell’economia ferrarese, che si ripercuotevano soprattutto sulle classi lavoratrici. Si ebbero tuttavia anche effetti positivi sulle classi agricole imprenditoriali, per le esportazioni di prodotti locali (cereali e seta greggia) e l’apertura di un mercato più libero dalle restrizioni che avevano caratterizzato le epoche estense e pontificia. Gli esiti dei mutamenti sociali introdotti dall’abolizione dei diritti feudali della nobiltà e dalla confisca e vendita dei beni ecclesiastici avrebbero potuto essere notevoli. Invece il timore del nuovo e la mancanza di spirito progressista e imprenditoriale dei proprietari terrieri – deboli nella gestione e nella conduzione della proprietà e animati piuttosto dal desiderio di pronti guadagni e dal facile ricorso alla speculazione – ritardò gli effetti positivi potenzialmente insiti nelle riforme amministrative ed economiche dell’epoca.

Di fronte al generale prevalere della grande proprietà terriera nobiliare che caratterizzava il mondo delle campagne ferraresi, nei primi due decenni dell’Ottocento iniziava lentamente a cambiare il profilo sociale dei gruppi dirigenti, in seguito all’ascesa dei ceti borghesi che, più intraprendenti dei proprietari nobili, si assicurarono una porzione consistente del mercato fondiario. Nella prima metà del secolo, l’assetto tradizionale della conduzione delle terre da parte dei possidenti fu sollecitato da ingenti trasformazioni, grazie principalmente all’impegno dei nuovi proprietari borghesi. Da un lato il contratto di boaria stava prendendo il sopravvento su ogni altra forma di conduzione e garantiva ai proprietari un’ampia libertà di scelta nell’applicazione di nuove tecnologie; dall’altro pionieri quali Gaetano Recchi e Luigi Botter (fondatore della cattedra di Agraria nel 1841, poi Istituto agrario dal 1846) contribuirono all’introduzione di importanti miglioramenti agronomici, che permisero agli agrari più intraprendenti di intensificare fortemente la produzione delle loro terre e di aumentarne le rendite.

All’indomani dell’unificazione nazionale ebbe inizio una fase di larga partecipazione di capitali bancari e di altre iniziative che aprirono la strada alla trasformazione del mondo agricolo ferrarese. Le grandi opere di bonifica del territorio orientale della provincia, dal 1870 al 1885 sancirono una nuova fase storica, con notevoli modificazioni fondiarie e cambiamenti nei rapporti di proprietà. Spesso animati da intenti speculativi, illustri possidenti approfittarono del “terremoto” finanziario che scosse lo stagnante mercato dei terreni ferraresi per entrare nel circuito delle compravendite fondiarie: il conte Giacomo Gulinelli a Copparo; il marchese Rodolfo Varano, Stefano Graziadei e Giuseppe Pavanelli a Mezzogoro; Angelo Guidetti a Codigoro; il conte Giuseppe Giglioli a Cologna; il conte Luigi Saracco e l’avvocato Levi a Coccanile; l’avvocato Luigi Bottoni a Formignana. Con la vendita di gran parte delle loro proprietà terriere e vallive a società anonime italiane e straniere e a imprenditori provenienti da altre regioni, essi favorirono la penetrazione del capitalismo nelle campagne ferraresi e non contribuirono quindi, se non in maniera esigua, agli investimenti necessari per le imponenti opere di bonifica. Anche capitali stranieri riuscirono a supplire la assai limitata imprenditorialità locale: mentre la congregazione consorziale cercava invano di ottenere l’adesione e il contributo dei proprietari ferraresi, a Londra venne istituita nel 1872 la Ferrarese Land Reclamation Company Limited, con la partecipazione di un solo sottoscrittore italiano, il banchiere fiorentino Giuseppe Robbo.

La grande bonificazione tardo ottocentesca fu dunque un evento di straordinaria importanza per i risvolti sul territorio, sulla società e sull’economia della provincia e mise in luce aspetti rilevanti dell’assetto del capitalismo fondiario e della debolezza dell’imprenditoria agraria ferrarese. Essa segnò anche la polarizzazione all’interno del ceto economico dirigente tra i possidenti locali delle cosiddette “terre vecchie” – dove si consumava la crisi e la trasformazione in senso capitalistico del tradizionale rapporto di boaria – e le grosse aziende non ferraresi sulle “terre nuove”. In pochi decenni, secolari differenze nei rapporti di proprietà e nel paesaggio vennero fortemente attenuate dall’azione livellatrice del capitalismo agrario. Le condizioni economiche e sociali della popolazione agricola subirono una notevole omogeneizzazione, nel quadro di un generale inasprimento delle condizioni di lavoro e di una proletarizzazione delle classi lavoratrici. Se già in precedenza gli agrari, spesso assenteisti, governavano dalla città i loro fondi e non erano in grado di promuovere lo sviluppo sulle terre incolte, né di valorizzare i prodotti delle aree coltivabili, la prima statistica postunitaria, redatta dal prefetto Scelsi nel 1875, ne confermò l’atteggiamento: i possidenti ferraresi mancavano di fiducia nelle grandi imprese, di spirito associativo e di coraggio per rompere con abitudini antiche.

Negli anni Ottanta anche la provincia ferrarese fu attraversata dalla grave crisi agraria europea. Gli effetti della prolungata caduta dei prezzi (specialmente di mais, frumento e canapa) e dei redditi agricoli si ripercossero nei conflitti di interesse e di classe che andarono ad intensificare gli squilibri già esistenti nel settore agricolo e le distorsioni insite nel processo di sviluppo capitalistico della provincia. Per affrontare le difficoltà gli agrari locali seguirono tre strategie: la richiesta di interventi statali a sostegno dell’agricoltura (in questo ambito si inserirono i progetti di appoderamento e la legge Baccarini del 1882 sulle bonifiche); l’adesione al protezionismo doganale per le principali produzioni locali; la costituzione di organismi associativi tra gli agricoltori e lo sviluppo della cooperazione in campo economico e commerciale. L’associazionismo dei possidenti ferraresi si affermò nell’ultimo ventennio dell’Ottocento con la creazione dei consorzi agrari (riunitisi nel 1892 nella Federconsorzi). Derivava anche dalla necessità di costruire un’organizzazione adeguata per la difesa degli interessi padronali contro la massa dei lavoratori, ma manifestò ben presto limiti derivanti dalle divisioni e dalle contraddizioni interne sempre più forti. L’inasprirsi delle conflittualità tra il fronte dei lavoratori delle campagne e i ceti dirigenti (proprietari terrieri e grandi aziende capitalistiche delle “terre nuove”) culminò nella imponente ondata di scioperi che, dal 1897 al 1901, agitò le campagne ferraresi.

L’introduzione della barbabietola da zucchero, con le possibilità di sviluppare un tessuto industriale che potesse risolvere, almeno in parte, i gravi problemi sociali legati all’endemica disoccupazione della provincia, avrebbe offerto notevoli possibilità di guadagno per gli agrari se solo fosse esistita una forte interdipendenza settoriale garantita da una paritetica alleanza fra produttori e trasformatori. Venuta meno la possibilità di creare un’industria saccarifera in mano agli agricoltori locali, grandi società industriali esterne divennero proprietarie di vaste aree territoriali sulle quali impiantarono diversi stabilimenti industriali. Come era avvenuto in occasione delle grandi opere di bonifica, gli agrari ferraresi mostrarono dunque scarsa capacità imprenditoriale di fronte alle prospettive offerte dal nascente settore saccarifero. Tranne qualche isolato caso – il conte Gulinelli fece erigere a Pontelagoscuro uno zuccherificio per la lavorazione del prodotto delle sue terre – le iniziative industriali videro protagonisti investitori esterni.

Fallimentari furono anche i tentativi di creare un sindacato padronale unitario, per l’impossibilità di unificare i diversi settori della borghesia agraria in una struttura accentrata. Sorta nel 1901, la Consociazione agraria della provincia di Ferrara vide fallire, nel primo decennio del XX secolo, i propri progetti e si disarticolò per le spaccature interne e l’incapacità delle grandi aziende di bonifica di creare schemi organizzativi e ideologici comuni alle istanze degli agrari ferraresi, privilegiando una linea d’azione autonoma. Agli inizi del Novecento, i possidenti ferraresi dimostrarono un volto particolarmente reazionario nei confronti dei lavoratori, che continuarono a trattare come manodopera servile. Come testimoniano le parole del prefetto della città nel 1912, l’obiettivo politico del padronato della terra negli anni prebellici fu quello di diminuire il numero dei braccianti, che ritenevano eccedente rispetto ai bisogni reali dell’agricoltura, ma che al di là delle motivazioni tecniche tradiva in realtà il tentativo di garantire la “pace sociale”. Di fronte all’avanzata dei socialisti, gli agrari ferraresi persero progressivamente il controllo dei municipi e nelle campagne dovettero fronteggiare l’azione di un proletariato rurale sempre più combattivo e politicizzato.

RF, 2011

Bibliografia

Pietro Niccolini, L’agricoltura ferrarese. Cenni storici, Ferrara, Stabilimento tipografico ferrarese, 1939; Mario Zucchini, L’agricoltura ferrarese attraverso i secoli. Lineamenti storici, Roma, Giovanni Volpe Editore, 1967, pp. 233-324; Alessandro Roveri, Dal sindacalismo rivoluzionario al fascismo. Capitalismo agrario e socialismo nel ferrarese (1870-1920), Firenze, La Nuova Italia, 1972; Paul R. Corner, Il fascismo a Ferrara 1915-1925, Roma-Bari, Laterza, 1974, pp. 3-31; Patrizia Fracchia, Gli agrari ferraresi: un’imprenditoria «mutilata», «Padania», I, Torino, Rosenberg & Sellier, 1987, pp. 111-122.


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