Francesco D'Urso

Francesco D'Urso

Francesco D'Urso è ricercatore confermato di Storia del diritto medievale e moderno, materia che insegna nel Corso per Operatore dei servizi giuridici presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Ferrara.

Laureato in Giurispredenza, ha conseguito il Dottorato di ricerca in Storia del diritto, delle istituzioni e della cultura giuridica medievale, moderna e contemporanea (Università di Genova). Ha conseguito il Diploma di Archivistica, Paleografia e Diplomatica (Archivio di Stato di Modena).

Svolge attualmente ricerche sul diritto medievale e sulla avvocatura ferrarese nell'Ottocento

Indirizzo e-mail: duf@unife.it

Mercoledì, 14 Dicembre 2011 21:10

Impiegati pubblici

L’Ottocento è il secolo in cui si compie la parabola di un nuovo modello organizzativo del potere pubblico e di una figura nuova, l’impiegato pubblico, che acquisisce gradualmente, spesso anche faticosamente, la sua fisionomia professionale e sociale. L’importanza di questo fenomeno risalta se si pensa che al personale di Stato, enti locali e istituzioni di assistenza è affidato tra l’altro il compito di attuare concretamente, sotto la guida dei governi e delle amministrazioni elettive, gli obiettivi di progresso connessi all’Unità. Anche a Ferrara sono riconoscibili, a un primo sguardo costretto per ora a rimanere in superficie per la scarsità di studi specifici, le stesse tappe fondamentali evidenziate a livello nazionale da un’ampia bibliografia. Solo un’auspicabile indagine sulla ricca documentazione d’archivio (in particolare dell’Archivio storico del Comune), su opuscoli a stampa e giornali locali, permetterà di conoscere meglio i molteplici aspetti – sociali, economici, giuridici e di costume – legati a questa nuova realtà.

Per comprendere la frattura che l’Ottocento ha rappresentato basterà ricordare come le burocrazie di antico regime, basate su un rapporto privatistico di mandato da parte del sovrano, fossero diverse per qualità, oltre che per dimensioni, dalla vera e propria amministrazione nata con la Rivoluzione francese ed esportata da Napoleone, dotata di statuto giuridico autonomo. La breve esperienza del Regno d’Italia di inizio Ottocento fu sufficiente a dischiudere nella ex Legazione ferrarese metodi di governo centralizzati e razionali, sottratti all’intervento sussidiario riservato tradizionalmente ai meccanismi cetuali o corporativi. Consultando i Diari ferraresi compilati in quegli anni da Giulio Mazzolani, in particolare quello del 1812, si vede sfilare un esercito di figure istituzionali impegnate ad amministrare il “Dipartimento del Basso Po”, coadiuvate proprio da un complesso organigramma di impiegati: archivisti, scrittori, tecnici, “ragionati”, commessi di prima e seconda classe, “alunni”, ispettori, protocollisti, “concepisti”, speditori, custodi, cancellieri, inservienti; e poi infermieri, speziali, cuochi e così via. È evidente però che questi impiegati non costituiscono ancora una classe sociale numerosa consapevole della propria forza: uno studio apposito potrebbe svelarci le loro condizioni, ma dobbiamo supporre che pur non vivendo nella miseria appartenessero agli strati inferiori di una società che fino a qualche anno prima era cetuale e tornerà ad esserlo con la Restaurazione; gli impiegati erano insomma esclusi da quelle élite (clero, nobiltà e borghesia professionale) che fino all’Unità guideranno la vita cittadina.

Alcune ricerche sullo Stato pontificio durante la Restaurazione hanno mostrato in linea generale un modello amministrativo primitivo, anche per quel che riguarda il reclutamento, le responsabilità e la retribuzione degli impiegati pubblici. Vari indizi lasciano supporre che Ferrara non facesse eccezione e che il rapporto della burocrazia con molti suoi impiegati fosse basato, come osserva un testimone dell’epoca (Francesco Mayr), sul favore o, peggio, sulla corruzione. Forse proprio per il malcontento verso questo stato di cose numerosi impiegati figuravano nei rapporti di polizia come simpatizzanti delle idee liberali e subirono ritorsioni, in particolare dopo la caduta della Repubblica romana. Solo per breve tempo, all’avvento di Pio IX, il lavoro del personale comunale fu oggetto di tentativi di miglioramento, come dimostrano, ad esempio, la comparsa di una prima regolamentazione (nel 1846) e il progetto complessivo di riforma delle amministrazioni presentato dalle autorità ferraresi nel 1848, esposto e commentato dall’avvocato Giovanni Zuffi, che indicava tra l’altro nell’inadeguata organizzazione il motivo di una certa indolenza degli impiegati. Un clima di ritorsione, ma in senso inverso, si ebbe anche dal 1859 in poi, quando fu istituita una commissione apposita per giudicare gli impiegati comunali meritevoli e quelli arruolati nel passato regime in base a favoritismi.

L’unità d’Italia aprì un capitolo nuovo anche nella storia degli impiegati pubblici ferraresi. Iniziò a costituirsi l’esercito degli impiegati statali, dipendenti delle amministrazioni periferiche come prefettura, questura, tribunali, provveditorato agli studi, intendenza di finanza, genio civile, poste e telegrafi. Nei primi tempi si entrava nell’amministrazione in base a un tirocinio interno (gli “alunni”), senza bisogno di specifica formazione scolastica, e la progressione di carriera avveniva a ruoli chiusi, quando si fosse liberato un posto di livello superiore. Gli impiegati percepivano retribuzioni modeste – una politica di adeguamento fu intrapresa solo dal 1876 – e sottostavano a un sistema ferreo di controlli, censure, obblighi (l’apertura nei giorni festivi, ad esempio). Solo il progressivo aumento dei compiti assunti dallo Stato comportò il formarsi di una burocrazia più preparata e consapevole del proprio ruolo: meriterebbero di essere indagati, con riferimento a Ferrara, la crescita del numero di laureati, i loro avanzamenti di carriera, i rapporti con le élite locali, il loro ruolo negli uffici tecnici. Sarebbe anche interessante verificare l’apertura di questo mondo al lavoro femminile, di solito riservato a mansioni molto specifiche (di assistenza), oppure particolarmente umili.

Al livello degli enti locali le evoluzioni del lavoro impiegatizio, almeno durante la seconda metà dell’Ottocento, sono solo in parte legate alle leggi comunali e provinciali (quella del 1865, che recepiva la legge Rattazzi del 1859, e il Testo Unico del 1889). Alcune categorie di lavoratori, in particolare i maestri e gli addetti sanitari, erano infatti soggetti a normative statali specifiche, che prevedevano un regime più favorevole. Inoltre, la legge conteneva solo una sorta di cornice normativa molto snella sui pubblici dipendenti e lasciava vastissimo potere discrezionale alle amministrazioni, specialmente al Consiglio comunale, per quanto riguardava nomine, retribuzioni, durata dell’impiego, carriere, pensioni e così via. Si tratta di un dato che capovolge completamente la visuale dell’indagatore odierno, abituato a pensare il lavoro pubblico come quello forse meglio tutelato. Quando ad esempio nel 1889 fu incaricata a Ferrara una commissione per il riordino della pianta organica del Comune, essa si pronunciò pubblicamente per la piena libertà, in termini giuridici, di licenziare il personale dei posti da sopprimersi; e criticò l’eccessiva larghezza con cui si era regolamentata in passato la concessione delle pensioni. Analogamente, il regolamento per il personale del dazio del 1885 prevedeva la possibilità di nominare commessi straordinari senza impiego stabile e lasciava all’amministrazione la facoltà di prendere provvedimenti in caso di assenze frequenti, ancorché dovute a malattia. D’altronde, il numero degli impiegati comunali era notevole sin dall’Unità, con una forte incidenza sul bilancio: nel 1861 ammontava a 390 tra impiegati veri e propri e salariati (destinati a compiti esecutivi e attività materiali, come i numerosi cantonieri impegnati nelle strade del forese). Se è vero che molti di loro percepivano stipendi minimi e non godevano del diritto alla pensione, rimanendo ai margini del ‘ceto medio’, altri avevano maggior forza negoziale: si pensi alle figure con specifica preparazione tecnica (segretario comunale, ingegnere capo, economo), sempre più svincolate dagli organi politici e infine selezionate per concorso; o a figure dalla forte rilevanza sociale, quali medici condotti, ostetriche, veterinari, maestri, guardie municipali e campestri, che soprattutto nelle numerose delegazioni del forese erano un riferimento importante per la popolazione. Anche l’identità storica e culturale della municipalità era affidata a quanti lavoravano in enti come la Biblioteca Ariostea, la pinacoteca, le scuole comunali di belle arti e di musica, per non parlare dell’Università cittadina, una delle quattro ‘Università Libere’ italiane, sovvenzionata da Comune e Provincia. La grande libertà delle amministrazioni e la necessità di tenere in equilibrio il bilancio fu pertanto compensata da una certa attenzione verso le richieste provenienti dai settori del pubblico impiego. Già nel 1865, ad esempio, era all’ordine del giorno un riordinamento degli uffici che prevedesse l’aumento degli stipendi, e l’anno seguente veniva nominata una commissione per riformare il regolamento delle pensioni. I maggiori progressi arrivarono però a cavallo tra Otto e Novecento, quando si raggiunse la massima espansione della pianta organica e una regolamentazione completa.

Nel 1908 (l’anno in cui fu emanato il Testo Unico sullo stato giuridico ed economico degli impiegati pubblici) la Giunta municipale propose l’istituzione di una commissione permanente del personale, al cui interno fosse rappresentata anche la “modesta classe degli inservienti ed agenti” (così le Proposte della Commissione Consigliare): era la conseguenza di un fenomeno allora in forte espansione in tutta Italia, il sindacalismo amministrativo. Anche a Ferrara se ne sentirono gli echi, tanto che nel 1913 vide la luce per un breve periodo L’unione. Periodico dell’associazione fra gl’impiegati dell’amministrazione provinciale, dei comuni e delle opere pie della provincia di Ferrara, a dimostrazione che ormai gli impiegati pubblici avevano acquisito consapevolezza della propria forza ma anche delle conquiste che ancora, nonostante tutto, dovevano essere raggiunte.

FDU, 2011

Bibliografia

Pierangelo Schiera, I precedenti storici dell’impiego locale in Italia. Studio storico-giuridico, Milano, Giuffrè, 1971; Aurelio Alaimo, La città assediata. Amministrazione comunale e finanze locali a Ferrara all’inizio del secolo (1900-1915), in Il governo della città nell’età giolittiana, a cura di Cesare Mozzarelli, Trento, Reverdito, 1992, pp. 23-75; Guido Melis, Storia dell’amministrazione italiana. 1861-1993, Bologna, il Mulino, 1996; Saverio Carpinelli, Il lavoro negli enti locali in età liberale, in Le fatiche di Monsù Travet. Per una storia del lavoro pubblico in Italia, a cura di Angelo Varni e Guido Melis, Torino, Rosenberg & Sellier, 1997, pp. 61-79.

Mercoledì, 14 Dicembre 2011 21:07

Criminalità

Ricostruire il quadro della criminalità a Ferrara nel corso dell’Ottocento richiede una scelta metodologica preventiva per stabilire in base a quali criteri accostarsi al tema. Sembrerebbe a prima vista essenziale disporre di dati statistici e quantitativi sul numero dei crimini, sulle tipologie più frequenti, sul numero di indagati e condannati, sulla popolazione carceraria. Notizie precise però sono disponibili solo per la seconda metà dell’Ottocento e i primi del Novecento. La perdita, durante il periodo bellico, del patrimonio archivistico del Tribunale e della Legazione renderebbe per gran parte vano un simile approccio, che presenta di per sé anche altri notevoli limiti: nel corso di un secolo e nel succedersi dei molteplici regimi politici è stata troppo mutevole la definizione stessa di ciò che costituiva crimine, come dimostra bene il fenomeno della criminalità politica; senza contare che può essere stato molto discontinuo e persino discrezionale l’impegno dei giudici e delle polizie. Sembra dunque più appropriato inserire i dati quantitativi, quando siano disponibili, in un più vasto sguardo sul funzionamento complessivo della giustizia penale, che comprenda le scelte di politica criminale compiute da ogni regime politico e i riflessi che ebbero sul territorio ferrarese, in relazione anche allo specifico contesto socio-economico di quest’ultimo.

In epoca napoleonica si sperimentò per la prima volta anche nella ex Legazione un sistema penale basato sui principi di legalità e separazione dei poteri, amministrato da una magistratura autonoma e organizzata in maniera gerarchica. Nel Regno d’Italia Ferrara era sede di una Corte di giustizia civile e criminale, a Bologna vi era la Corte d’appello e a Milano la Cassazione. Questi apparenti progressi mostrarono tutta la loro fragilità nel luglio 1809, quando la città fu assediata da una sommossa di contadini esasperati dalla tassa sul macinato e solo l’arrivo dei francesi disperse gli insorgenti, molti dei quali furono speditamente condannati e giustiziati.

Con la restaurazione pontificia le polizie e i giudici si trovarono a dover fronteggiare il fenomeno dilagante delle sette segrete di vario tipo, che in città attecchirono, pur con orientamenti diversi, negli ambienti borghesi e aristocratici. Se la setta dei concistoriali, fedelissima al pontefice, poteva vantare l’appoggio del cardinal legato, ben diverso fu il trattamento riservato ai carbonari, che arrivarono a contare 300 affiliati. Essi furono costantemente sorvegliati e alcuni vennero incriminati dal governo pontificio o dagli austriaci: ma, mentre la polizia in parte tollerava la setta per le sue attività contro gli austriaci, questi ultimi furono implacabili. Accadde anche che alcuni dei condannati dagli austriaci (il conte Camillo Laderchi, ad esempio) furono reclamati dalla giustizia del papa e poi graziati. Operò infine anche una setta favorevole agli austriaci, detta “ferdinandea”, organizzata dall’influentissimo quanto odiato Flaminio Baratelli.

Tutte queste minacce all’ordine politico nascevano in realtà da un malcontento diffuso e si mescolavano con attività criminose comuni provenienti dal basso. Il quadro economico rimaneva arretrato, la crescita della produzione agricola non era pari all’aumento vertiginoso delle imposte. Si infoltiva quindi il proletariato urbano, mentre nelle campagne le condizioni dei coloni peggioravano. La tardiva costituzione di istituzioni di assistenza (Casa di ricovero, 1848) e l’accesso al credito offerto dalla neonata Cassa di Risparmio non furono certo sufficienti a contrastare le forti tensioni sociali e il fenomeno di una subcultura criminale legata alle necessità materiali della sopravvivenza.

Le risposte legislative a questo stato di cose, arrivate solo dopo diversi progetti di codificazione falliti, si ebbero a seguito dei moti del ’31: il Regolamento sui delitti e sulle pene e il Regolamento organico e di procedura criminale, entrati in vigore nel 1832. Papa Gregorio XVI intensificò anche le disposizioni sulla polizia, ma per un vero regolamento in questo settore si dovrà aspettare il 1850, a seguito dei moti del ’48. Nonostante fossero di discreta fattura, i Regolamenti penali del ’32 si ispiravano a un sistema repressivo inasprito, che affrontava in maniera esemplare i turbamenti più temuti alla pace sociale. La “morte esemplare” colpiva chi compisse alcuni crimini contro la religione, i delitti di lesa maestà, l’omicidio commesso per causa di furto. Quest’ultimo fenomeno, ad esempio, aveva assunto proporzioni preoccupanti anche nel Ferrarese, infestato da bande di malfattori attivi nelle campagne: tra il ’50 e il ’51 una banda guidata da Stefano Pelloni (detto “il Passatore”) seminò il terrore, giungendo a invadere il paese di Consandolo e a uccidere un medico; qualcosa di analogo accadde anche nel 1858. Sempre a partire dal pontificato di Gregorio XVI si intensificarono le misure contro accattoni, oziosi e vagabondi; vennero controllati anche i forestieri e gli spostamenti degli stessi cittadini, sulla base di una politica criminale basata sul puro sospetto. Il Regolamento di procedura sanciva formalmente la separazione fra i poteri, togliendo al delegato pontificio la presidenza del tribunale criminale; ma, d’altro canto, prevedeva un processo di tipo inquisitorio poco garantista, con possibilità di appello per le sole sentenze di condanna a morte.

Il quadro complessivo mostra un’ossessiva sollecitudine nella repressione e intimidazione di tutti coloro che potessero minacciare il potere politico e la proprietà altrui; ma anche una gestione della giustizia tanto severa quanto nel suo complesso poco razionale, spesso paradossale, carente di una qualsivoglia politica criminale di riforme. Alcune famose vicende giudiziarie lo dimostrano. Nel caso Bergando, ad esempio, la cognata di un uomo assassinato nel 1839 venne incolpata sulla base di una testimonianza poco attendibile e fu condannata sotto la pressione popolare e le insistenze dello stesso potere politico. Solo nel 1846 fu assolta definitivamente, quando ormai era impazzita in un manicomio criminale. Oppure, nel 1854 si verificò un episodio di contrabbando di grano verso Trieste, dove dilagava la carestia. Essendo vietata l’esportazione, un ricco commerciante ferrarese organizzò la vendita illegale con la complicità del soprintendente di finanza e dello stesso delegato pontificio, il conte Folicaldi. Quando però a Roma giunsero alcune delazioni anonime, Folicaldi trascinò in giudizio il commerciante e il soprintendente e li fece condannare corrompendo alcuni testimoni, allontanando così ogni sospetto da sé.

Dopo l’Unità, l’adozione di codici modellati su quelli piemontesi continuò a concentrare la politica penale soprattutto sulla durezza della repressione; solo il codice penale del 1889 segnò significativi progressi in senso liberale e garantistico, peraltro non accompagnati da riforme delle norme di polizia e pubblica sicurezza.

A quest’epoca risalgono le prime statistiche sulla criminalità a Ferrara. Analizzandole si ricavano alcune tendenze costanti fino agli inizi del nuovo secolo. In primo luogo, un discreto numero di omicidi, inferiore rispetto alla media italiana, allora la più alta in Europa, ma non trascurabile: fra il 1862 e il 1868, ad esempio, furono 35; nel solo anno 1899 furono sette. I delitti di gran lunga più diffusi erano però quelli contro la proprietà e non era raro che anche gli omicidi o le lesioni personali nascessero a scopo di furto e rapina.

Perdura fino alla fine del secolo il decisivo legame fra l’arretratezza economica, la povertà e la criminalità. Le superstiti Relazioni statistiche dei lavori compiuti dagli uffici giudiziari, presentate annualmente, testimoniano che furti, rapine, truffe e bancherotte erano all’ordine del giorno e costituivano la parte più consistente dei crimini denunciati e perseguiti: tuttavia, nella maggior parte dei casi nascevano in contesti di grande povertà e degrado. La consistente delinquenza minorile, che coinvolgeva ogni anno svariate centinaia di casi, era dovuta sostanzialmente dalla mancanza di industrie. Le bancherotte riguardavano commercianti che esercitavano il commercio al minuto e di generi di prima necessità. A Portomaggiore e Copparo era diffuso il furto della canapa; a Cento e Bondeno quello di polli; a Poggiorenatico e Codigoro di grano e cereali. A Comacchio, soprattutto, non si riuscì mai a fermare il furto di pesce (il fenomeno dei cosiddetti “fiocinini”), originato dalla radicata convinzione che i prodotti delle valli appartenessero alla comunità; molti dei reati contro la pubblica autorità derivavano proprio dalla resistenza alle guardie vallive.

 

FDU, 2012

 

Bibliografia

Dino Pesci, Statistica del Comune di Ferrara compilata sopra documenti ufficiali. Coll’aggiunta di cenni storici intorno a Ferrara, Ferrara, Taddei, 1870; Ferruccio Quintavalle, Un mese di rivoluzione in Ferrara (7 febbraio - 6 marzo 1831), Bologna, Zanichelli, 1900; Italo Marighelli, Un episodio di contrabbando nella Ferrara del 1854, «Ferrara viva», I, 1959, pp. 73-81; Gabriella Santoncini, Ordine pubblico e polizia nella crisi dello Stato pontificio (1848-1850), Milano, Giuffrè, 1981; Isabella Rosoni, Criminalità e giustizia penale nello Stato pontificio del secolo XIX. Un caso di banditismo rurale, Milano, Giuffrè, 1988.

Venerdì, 19 Agosto 2011 14:28

Scienze sociali

L’ultimo scorcio del Settecento rappresenta per Ferrara un momento di svolta, contrassegnato da importanti novità anche nel settore delle scienze giuridiche. Nel nuovo clima determinato dall’arrivo dei francesi e dalla nascita della Repubblica Cispadana venne istituita infatti la prima cattedra in Europa di diritto costituzionale, affidata al versatile giurista, letterato e poligrafo di Lugo Giuseppe Compagnoni (1754-1833). Nonostante il corso fosse svolto solo nel maggio-giugno 1797, ne scaturì il primo manuale di diritto costituzionale, pubblicato quello stesso anno col titolo Elementi di diritto costituzionale democratico. Numerosi sono gli spunti innovativi dell’opera, che al sistema istituzionale dello Stato della Chiesa, basato sulla diseguaglianza e l’oppressione, contrappone l’esaltazione dei diritti di libertà e uguaglianza. Convinto che i fattori identificativi di un popolo siano la lingua e il territorio comune, Compagnoni esorta gli italiani a garantirsi la libertà attraverso l’unione in una sola nazione; caldeggia, sulla scia delle idee francesi, una democrazia rappresentativa in cui soltanto il popolo sia sovrano e i poteri siano separati; prevede un diritto di petizione dei cittadini per ottenere l’emanazione di nuove leggi o la revoca di quelle esistenti (una sorta di referendum); assume una posizione assolutamente contraria alla pena di morte in nome dei diritti individuali inviolabili. Alcune di queste idee furono rilanciate nel 1798 anche nel vivace Circolo costituzionale attivo in città, nel quale si tenevano discorsi pubblici documentati dal «Giornale del Basso Po».

Dopo che negli anni napoleonici l’Università cittadina fu declassata a Liceo, durante la Restaurazione le scienze sociali nel complesso risentirono della sostanziale arretratezza della ricostituita Università pontificia. Mancavano, ad esempio, cattedre di economia politica o filosofia del diritto; lo studio del diritto, in lingua latina secondo le prescrizioni della bolla Quod divina sapientia del 1824, era circoscritto a poche cattedre (di diritto canonico, civile e criminale) e mirava soprattutto alla formazione pratica dei professionisti. Il corpo docente era costituito per lo più da avvocati privi di pubblicazioni scientifiche propriamente giuridiche, animati però da vasti interessi culturali e da un forte impegno civile, come Francesco Mayr (1801-1883) e Camillo Laderchi (1800-1867): entrambi si distinsero per una fitta produzione di pamphlets e opuscoli diretti a orientare l’opinione pubblica in senso liberale, dedicati a questioni quali la libertà di stampa, i rapporti fra Stato e Chiesa, la necessità di riforme istituzionali. A Mayr, in particolare, si deve la fondazione nel 1848 della «Gazzetta di Ferrara. Foglio politico, scientifico, letterario», di orientamento liberale, sul quale molte altre questioni politico-istituzionali furono dibattute dalle migliori intelligenze cittadine.

In questo clima si ebbe qualche indagine economica o statistica solo grazie a studi coltivati individualmente. Oltre alle figure di Filippo Maria Deliliers e Andrea Casazza, entrambi esperti della realtà economica prevalentemente agricola del territorio ferrarese, merita una menzione particolare Gaetano Recchi (1797-1856), teorico della libertà degli scambi e di una lega doganale italiana. Il suo liberismo economico, di matrice romagnosiana, si intesseva sempre di temi politici e aspirazioni nazionalistiche: in questa prospettiva la lega doganale diveniva per lui un primo passo per risolvere i problemi politici dell’Italia e favorire il processo di unificazione nazionale. Anche la sua proposta di istituire una società per la costruzione delle strade ferrate nello Stato pontificio andava nella direzione di creare una rete ferroviaria nel complessivo interesse italiano. Recchi ebbe tra l’altro un ruolo determinante nella fondazione e gestione della Cassa di Risparmio cittadina.

L’unica felice eccezione alla mancanza di approfondimenti scientifici in campo giuridico è rappresentata da Luigi Borsari (1804-1887), sicuramente uno dei maggiori giuristi dell’Ottocento italiano. Avvocato, uomo politico, poi magistrato dopo l’Unità, Borsari insegnò nella facoltà legale ferrarese dal 1845 al 1850, quando fu allontanato, nel clima di repressione successivo agli avvenimenti del ’48-49, per aver sostenuto l’emancipazione degli ebrei in un opuscolo del 1848. Negli anni della sua emarginazione Borsari pubblicò a Ferrara due lavori imponenti: uno dal taglio storico-giuridico su Il contratto d’enfiteusi (1850), comprendente anche un’analisi della peculiare enfiteusi ferrarese; e uno del 1856 sulla giurisprudenza ipotecaria dei diversi Stati italiani, in cui la comparazione era finalizzata alla ricerca di principî generali validi per tutta la penisola. Lasciata Ferrara, Borsari scrisse, oltre al notevole volume Della azione penale (1866), i commentari a diversi Codici (civile, di procedura civile e di commercio) dell’Italia unita. Il taglio esegetico di questi commenti ai testi legislativi è tutt’altro che una passiva esplicazione della volontà del legislatore: formatosi in una terra in cui il diritto romano era rimasto in vigore fino all’Unità come diritto comune, Borsari nei suoi lavori filtra sempre i Codici attraverso i principî della plurisecolare tradizione giuridica italiana. Egli, inoltre, si diceva convinto che la scienza giuridica dovesse coniugarsi con il progresso delle scienze sociali, in vista dell’auspicabile impegno dei giuristi nella gestione della cosa pubblica.

L’Unità d’Italia favorì un salto qualitativo degli studi statistici, ora non più limitati all’ambito agrario. Grazie al censimento del 1861 e alla istituzione nel 1866 degli Uffici comunali di stato civile fu possibile al segretario comunale Dino Pesci pubblicare nel 1869 la Statistica del Comune di Ferrara, col preciso intento di raccogliere scientificamente tutti i dati necessari al miglioramento delle condizioni economiche e amministrative della città; analoga iniziativa si ebbe per la Provincia ad opera del prefetto Giacinto Scelsi nel 1875. Nel frattempo l’Università di Ferrara si andava riorganizzando come “Università libera”, non dipendente dallo Stato ma dal Comune. Ciò portò di fatto a un localismo testimoniato dalla composizione del corpo docente, fortemente legato alla classe politica e al ceto forense cittadino. Emblematiche si possono considerare le figure di Giovanni Martinelli (1841-1919) e Giorgio Turbiglio (1844-1918), entrambi avvocati impegnati nelle istituzioni locali e nel Parlamento nazionale: privo il primo di una precisa collocazione disciplinare, al punto da ricoprire cattedre di materie disparate; penalista il secondo, ma del tutto mancante di produzione scientifica. Fino alla fine del secolo quasi sempre i docenti corrispondono a questo modello, ad eccezione di qualche personaggio poliedrico come il piemontese Ignazio Scarabelli (1842-1914): titolare della cattedra di Economia politica, nel corso degli anni abbandonò il liberismo del suo maestro Francesco Ferrara per avvicinarsi al socialismo. In diversi suoi lavori egli richiamò la necessità di conciliare il progresso economico con la questione sociale delle classi meno abbienti, muovendosi su un terreno comune a diritto, economia e scienza politica.

Solo tra la fine dell’Ottocento e i primissimi anni del Novecento la Facoltà di Giurisprudenza cambiò fisionomia, allentando gradualmente il legame con la classe dirigente locale. Sempre più spesso i docenti furono giovani giuristi chiamati da fuori e ben inseriti nei dibattiti scientifici delle rispettive discipline. Nomi di grande rilievo insegnarono così a Ferrara all’inizio della loro carriera, come i penalisti Vincenzo Manzini e Arturo Rocco, il filosofo del diritto Giorgio del Vecchio, lo storico del diritto Melchiorre Roberti e altri. La Facoltà dette segni di vitalità anche con l’attivazione di un insegnamento di Antropologia criminale nel 1899 e di un corso di Polizia scientifica (1902-1906) volto a formare operatori nel campo della giustizia, nato dalla collaborazione tra medici e giuristi. All’ultimo decennio dell’Ottocento risalgono inoltre le più importanti opere scientifiche di Pietro Sitta (1866-1847), prima che iniziasse la sua intensa carriera politica e come rettore. Economista, Sitta si interessò di statistica, demografia, scienza delle finanze. I suoi contributi più importanti sono però legati alla storia dell’economia ferrarese, in particolare alle istituzioni finanziarie del Ducato estense e alle corporazioni cittadine di arti e mestieri tra Medioevo ed Età moderna.

Fuori dal contesto accademico spicca infine la personalità di Pietro Niccolini (1866-1939), uomo politico dai vasti interessi culturali, che nel principio del XX secolo (1907) pubblicò un importante studio sulla questione agraria nella provincia di Ferrara, analizzandone i complessi aspetti giuridici, economici, sociali e politici.

FDU, 2011

Bibliografia

Emanuele Morselli, Pietro Sitta e le sue opere economiche, Ferrara, SAIG, 1948; Italo Mereu, Giuseppe Compagnoni primo costituzionalista d’Europa, Ferrara, De Salvia, 19722; Luigi Davide Mantovani, Profilo biografico di Gaetano Recchi, in Gaetano Recchi nel bicentenario della nascita, Atti del convegno promosso dall’Accademia delle Scienze di Ferrara, Fondazione Cassa di Risparmio, Ferrara, TLA Editrice, 2000, pp. 9-61; Giovanni Cazzetta, La Facoltà di giurisprudenza nella Libera Università di Ferrara (1860-1942), «Annali di Storia delle Università Italiane», VIII, 2004, pp. 183-211; Francesco D’Urso, Gli avvocati liberali a Ferrara e l’Unità d’Italia, in Avvocati che fecero l’Italia, a cura di Guido Alpa, Gian Savino Pene Vidari, Stefano Borsacchi, Bologna, il Mulino, 2011, pp. 409-435.


Istituto di Storia Contemporanea - vicolo Santo Spirito, 11 - 44121 Ferrara
Telefono e fax: 0532/207343 - email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - sito: http://www.isco-ferrara.com/ - Privacy & Cookies