Costanza Bertolotti

Costanza Bertolotti

Venerdì, 16 Dicembre 2011 22:21

Forme della vita religiosa

Le radici della spiritualità di marca antigiansenistica, che, imperniata sulla pietà eucaristica e sulla devozione mariana, attraverserà l’intero Ottocento ferrarese, affondano nel tardo Settecento. Già l’arcivescovo Alessandro Mattei (1777-1807) caldeggiò la devozione delle Quarantore in Quaresima, in Avvento e nelle principali solennità. Il 24 maggio 1779 incoronò solennemente la venerata immagine della Vergine delle Grazie con una corona aurea donata dal Capitolo della basilica di San Pietro in Roma. Introdusse inoltre la devozione al sacro cuore di Gesù e al cuore addolorato di Maria per il carnevale santificato (che pare abbia avuto inizio nel 1802 nella chiesa di Santo Stefano, per poi diffondersi in altre chiese cittadine). Di questa religiosità ottocentesca, i cui promotori miravano a sottrarre la popolazione all’influenza del pensiero razionalista e all’indifferentismo, rinvigorendone l’afflato religioso, e che costituirà la cifra devozionale dell’ultramontanismo (vedi Chiesa cattolica), uno dei primi e principali esponenti fu a Ferrara l’ex-gesuita Alfonso Muzzarelli (1749-1813), diffusore in Italia della pratica del mese mariano e autore di un testo classico di tale devozione – Il mese di Maria o sia di maggio (Ferrara, 1785) – nonché di un’operetta su Gli ultimi trenta giorni di carnevale santificati dai divoti del Cuore addolorato di Maria, che conobbe numerose edizioni. Da qui si diparte – com’è stato osservato – «una linea che avanza diretta sino almeno a Giovanni Grosoli, ai monsignori Luigi Castellani, Luigi Fiacchi di Ferrara e Concetto Manfrini di Comacchio» (Samaritani).

Entro tale contesto gli arcivescovi Odescalchi (1823-1825) e Filonardi (1826-1834) diedero notevole impulso alle devozioni alla Madonna del Carmelo e alla Madonna del Rosario, alla liturgia delle Quarantore e all’adorazione perpetua del Santissimo Sacramento. Fra le forme di religiosità popolare più diffuse durante l’episcopato del cardinal Della Genga Sermattei (1834-1843) si devono ricordare invece i tridui (tre giorni) di preghiere indirizzate ai santi patroni della diocesi, Giorgio e Maurelio (di cui si conservavano e si conservano tuttora le reliquie), celebrati sia in Cattedrale sia nelle chiese del contado. Volti a propiziare la pioggia indispensabile per le coltivazioni agricole o a scongiurare il pericolo di inondazioni o pestilenze o a ringraziare il Signore per uno scampato pericolo, questi tridui vanno considerati come «espressione della pietà ultramontana a livello locale». A questa stessa temperie sembrano ricondurci le indulgenze concesse con particolare frequenza da Della Genga a quanti fossero intervenuti a quei tridui di preghiera. Il presule mantenne e rafforzò la devozione al Santissimo Sacramento: sia che essa si esplicasse nella processione eucaristica del Corpus Domini e in quella dell’Ottava, sia che si dispiegasse, più frequentemente, nell’esposizione del Santissimo Sacramento nella forma delle Quarantore. Dell’opera del cardinal Della Genga sarà inoltre da ricordare il frequente richiamo ai fedeli perché rispettino il digiuno quaresimale.

Quanto al cardinal Cadolini (1843-1850), promosse forme di spiritualità caratterizzate da un’attitudine di distacco dal mondo e sostanziate di contemplazione, silenzio, ritiro e mortificazione interna ed esterna, ispirate alla mistica sublime di santa Teresa e di san Giovanni della Croce. Ad esse volle improntati alcuni monasteri di clausura di Ferrara. Se a tali forme di spiritualità il presule si era accostato sin dagli anni della giovinezza durante la lunga permanenza a Madrid, esse costituiscono al contempo una delle espressioni più significative della devozione ultramontana, le cui manifestazioni tipiche – il culto mariano, quello del Sacro Cuore di Gesù e del Santissimo Sacramento – Cadolini non mancò di promuovere: l’adorazione perpetua del Santissimo Sacramento venne introdotta in tre monasteri di clausura (in quello delle Carmelitane Scalze di Santa Teresa si protrasse sino al 1867); quanto alla devozione per la Madonna, a prescindere dal culto ferrarese della Madonna delle Grazie, essa si esprimeva in svariate forme, tra cui occorre ricordare la fondazione della Confraternita dell’Immacolato Cuore di Maria. A Cadolini si deve pure l’arrivo a Ferrara delle Suore di Carità, la cui attività si svolse principalmente in ambito assistenziale (ospedali, ricoveri, asili d’infanzia).

La promozione di forme di devozione e pietà popolare che si opponevano al rigorismo giansenista non fu estranea neppure alla cultura e alla spiritualità del cardinal Vannicelli Casoni (1850-1877), il quale alimentò sia la liturgia mariana, sia la pietà eucaristica. Quest’ultima si espresse nella solennità del Corpus Domini – che ricevette nuovo impulso nel 1871 in coincidenza con il settimo centenario del prodigioso sangue venerato nella basilica di Santa Maria in Vado – e nel culto del Sacro Cuore di Gesù, a cui nel 1871 il vescovo consacrò la diocesi. La Madonna fu venerata soprattutto come madre delle Grazie e patrona della città, la cui protezione il vescovo invocò nel 1855 per scongiurare l’epidemia di colera e nel 1872 in occasione della rotta del Po.

Durante l’epidemia del 1855 si verificò una ripresa del ricorso popolare a immagini taumaturgiche: tornò a diffondersi il monogramma di san Bernardino e ripresero vigore la venerazione per il crocifisso di via Cavedone sul fianco della chiesa di Sant’Antonio Abate e quella per l’immagine della Beata Vergine del Buon Consiglio conservata nella chiesa di San Maurelio sin dal 1756. Lo testimoniano alcune targhe in cotto raffiguranti la Beata Vergine, collocate sulle facciate degli edifici per proteggerli dal dilagare del morbo.

Altre importanti testimonianze iconografiche della pietà popolare sono le immagine votive: a riguardo si possono ricordare i dipinti votivi custoditi presso il santuario del Santissimo Crocifisso di San Luca e nella chiesa di San Paolo in corso Porta Reno, oltre alle opere conservate nel convento di Sant’Antonio in Polesine, testimonianza della diffusa devozione alla beata Beatrice d’Este.

Nel 1875 Vannicelli Casoni fondò la Pia Unione della Beata Vergine. Conformandosi alle indicazioni pontificie in materia devozionale, anche il cardinal Giordani (1877-1893) si adoperò per orientare la devozione popolare verso il culto della Madonna, nelle sue espressioni tradizionali dell’Immacolata Concezione, del Rosario, del Carmelo e della patrona Beata Vergine delle Grazie, della cui incoronazione ricorse nel 1879 il centenario. Per ciò che attiene in particolare la devozione alla Madonna del Rosario, dopo la pubblicazione dell’enciclica Octobri Mense adventante (1891), il cardinal Giordani dispose che nelle parrocchie si celebrasse il mese di ottobre. Promosse inoltre i culti di san Giuseppe, «proposto come modello all’inquieto mondo operaio del tempo», e di san Francesco d’Assisi, il quale costituiva, a parere del presule, un modello di un ritorno «all’esatta osservanza della legge cristiana».

Un deciso impulso alle forme più diffuse e frequenti della pietà ultramontana diede anche l’arcivescovo Pietro Respighi (1897-1900): il suo episcopato si segnala in particolare per la riproposizione di pratiche tese a riavvicinare alla Chiesa i ceti popolari minacciati dal materialismo e dall’indifferentismo, tra cui, oltre alle tradizionali devozioni mariane, i pellegrinaggi su luoghi sacri (a Roma nel 1893, a Milano nel 1897, alla basilica di Sant’Antonio a Padova, alla tomba di san Domenico a Bologna e al santuario di Santa Maria in Vado a Ferrara) e la pratica dell’Obolo di San Pietro, che era stata benedetta da Pio IX nel 1871 ed era intesa come omaggio dei fedeli al vescovo di Roma. Monsignor Respighi sostenne inoltre la diffusione del Terz’Ordine francescano, che egli stesso definiva come la «vita cristiana osservata da persone secolari mediante la regola di S. Francesco d’Assisi». La valorizzazione del Terz’Ordine francescano si inseriva a sua volta nel contesto di una valorizzazione del ruolo svolto in seno alla comunità religiosa dal laicato. A tal proposito sarà opportuno ricordare che anche a Ferrara, come in altre aree della penisola, si era consumato nel corso dell’Ottocento il declino delle antiche confraternite e compagnie religiose, cui erano subentrate nuove forme aggregative. Si pensi innanzitutto alla conferenza di San Vincenzo de’ Paoli, la cui azione a Ferrara, negli anni Ottanta dell’Ottocento, si dispiegò attraverso l’Opera di Patronato, l’Opera di San Giovanni di Dio e il Segretariato dei Poveri. Importanti gruppi e sodalizi laicali erano sorti a Ferrara durante l’episcopato di Vannicelli Casoni: l’Opera Pia di Santa Dorotea (1855), L’Opera Pia della Santa Infanzia (1858) e l’Opera Pia dell’Obolo di San Pietro, nonché l’Associazione delle Famiglie Cattoliche, una sezione della Società della Gioventù Cattolica Italiana (1871), e infine la Società Operaia Cattolica di Mutua Carità (1873). Alla fine del secolo il rinnovato dinamismo dei laici in seno alla Chiesa troverà una delle più rilevanti espressioni nell’Opera dei Congressi. La spiritualità ultramontana continuerà a improntare l’Opera. Essa caldeggiò tra l’altro la devozione alla Sacra Famiglia di Nazareth, rivolta principalmente alle madri di famiglia. Presso la chiesa di San Michele a Ferrara prendeva avvio contemporaneamente la devozione a sfondo sociale della Madonna di Pompei, che si diffonderà ampiamente nella diocesi attraverso la pratica della supplica dell’8 maggio.

Di chiara ascendenza ottocentesca fu la spiritualità – imperniata sul culto mariano, del Santissimo Sacramento e del Rosario – che improntò il programma pastorale dell’arcivescovo Giulio Boschi (1900-1919). La vitalità di cui le forme di pietà ultramontana continuavano a godere nei primi decenni del Novecento attestano le operette devozionali di monsignor Luigi Fiacchi: Il S. Cuore di Gesù: considerazioni per il mese di giugno (1911) e Nuove considerazioni per il mese mariano … proposte ai devoti di Maria (1913).

CB, 2011

Bibliografia

Roberto Roda, Arte e religiosità popolare, in Storia illustrata di Ferrara, a cura di Francesca Bocchi, Milano, Nuova Editoriale AIEP, 1989, vol. 3, pp. 673-688; Amerigo Baruffaldi, La Chiesa di Ferrara nell’età del Liberalismo e del Totalitarismo, in La Chiesa di Ferrara nella storia della città e del suo territorio, vol. II, a cura di Luciano Chiappini, Werther Angelini, Amerigo Baruffaldi, Ferrara, Corbo, 1997, pp. 268-443; Antonio Samaritani, Profilo di storia della spiritualità, pietà e devozione nella chiesa di Ferrara-Comacchio, Reggio Emilia, Diabasis, 2004.

Venerdì, 16 Dicembre 2011 22:15

Chiesa cattolica

 

Il 19 febbraio 1797 lo Stato della Chiesa cedeva alla Repubblica francese i territori delle Legazioni pontificie. In luglio Ferrara entrava a far parte della Repubblica Cisalpina e tutta la popolazione fu chiamata a prestare giuramento di fedeltà al nuovo Stato. L’arcivescovo Alessandro Mattei invitò i fedeli a opporre resistenza e fu espulso dal territorio della Repubblica. Rifugiatosi a Roma, il 2 aprile 1800 rinunciava alla sede arcivescovile di Ferrara, di cui rimase amministratore apostolico sino al 1807. Negli anni successivi la Chiesa di Ferrara fu interessata dal programma di ristrutturazione ecclesiastica predisposto dal Ministero per il Culto, nonché dalle clausole del Concordato siglato tra la Repubblica italiana e la Santa Sede il 16 settembre 1803. Quest’ultimo stabiliva tra l’altro che le Chiese vescovili di Mantova, Comacchio, Adria e Verona divenissero suffraganee dell’arcivescovo di Ferrara. L’arcidiocesi fu dunque elevata al rango di sede metropolitana. Il 15 aprile 1806 il governo napoleonico designava arcivescovo di Ferrara monsignor Paolo Patrizio Fava Ghislieri (1807-1822). Egli intrattenne buoni rapporti con l’autorità civile, ciò che gli permise di limitare nella diocesi i danni derivanti da soppressioni e confische. Riuscì a contenere la riduzione del numero delle chiese e a neutralizzare gli effetti del decreto che stabiliva l’abolizione delle confraternite e nel 1808 ottenne la trasformazione della laica Congregazione di Pubblica Beneficenza in una congregazione di carità da lui stesso presieduta.

 

Alla fine del 1813 il ritorno delle truppe austriache nella Bassa padana «incontrò […] vasti consensi fra le popolazioni ferraresi, il cui sentimento religioso era stato profondamente lacerato» dalla dominazione napoleonica (Varni). L’arcivescovo Carlo Odescalchi (1823-1825) proseguì l’opera di rinnovamento spirituale e restaurazione ecclesiastica già intrapresa dal suo predecessore, assicurandosi la cooperazione dei sacerdoti con cura d’anime e intensificando l’azione catechetica e l’insegnamento della dottrina cristiana, volte a sottrarre la popolazione all’imperante laicismo. Nell’intento di difendere il dogma e la morale cattolica, nel 1825 adottò provvedimenti contro la circolazione dei libri proibiti e avocò a sé il controllo su tutte le scuole pubbliche e private d’ogni grado. Il suo successore Filippo Filonardi (1826-1834), pur restando quanto più possibile estraneo alle tensioni sociali e politiche sfociate nei moti carbonari del febbraio 1831, nella sua prima lettera pastorale del 1 agosto 1826 pronunciò una recisa condanna del liberalismo e delle organizzazioni settarie e riconfermò con particolare rigore le norme discriminatorie nei confronti degli ebrei ferraresi (notificazioni del 3 dicembre 1826 e del 30 luglio 1827).

 

Il definitivo allineamento della Chiesa ferrarese ai principi del più rigoroso ultramontanismo (cioè della dottrina che proclamava la subordinazione delle Chiese e dei governi nazionali al romano pontefice e il primato religioso e morale del papa) si ebbe con l’episcopato di Gabriele della Genga Sermattei (1834-1843), i cui provvedimenti risposero a finalità essenzialmente politiche: denunciò l’insidia rappresentata dal razionalismo critico e dal giacobinismo politico (29 giugno 1834), intensificò la vigilanza sulla vita pubblica (circolazione dei libri proibiti, controllo sulla condotta e sulla moralità dei cattolici della diocesi) e, per porre un argine all’indifferentismo religioso, indisse a Ferrara le Sacre Missioni (1837) e sostenne l’Opera di Propagazione della Fede.

 

Nel 1843 il cardinal Ignazio Giovanni Cadolini (1843-1850) assumeva la direzione della diocesi. Eletto papa Pio IX, Cadolini, il quale si era già mostrato incline ad appoggiare il programma neoguelfo delineato nel Primato del Gioberti, manifestò il suo consenso alla svolta impressa dal nuovo pontefice alla politica della Santa Sede, che frattanto accendeva d’entusiasmo i gruppi dirigenti cittadini, animati da slancio innovatore. Allontanatosi successivamente da Gioberti, di cui stigmatizzò la polemica antigesuitica, continuò tuttavia a sostenere un programma di tipo neoguelfo, specialmente dopo l’occupazione di Ferrara da parte degli austriaci (luglio 1847). In quel frangente propose al cardinale legato Ciacchi di patrocinare presso il papa un congresso, cui avrebbero partecipato tutti gli Stati italiani e l’Austria, per la concessione concordata delle più urgenti riforme e si batté al contempo affinché la ventilata lega doganale divenisse una lega politica.

 

Nel contesto della restaurazione inaugurata dal rientro a Roma di Pio IX (aprile 1850), maturò l’elezione ad arcivescovo di Ferrara del cardinal Luigi Vannicelli Casoni (1850-1877), il quale resse la diocesi negli anni della transizione dallo Stato della Chiesa al Regno d’Italia. Dopo il crollo del potere temporale pontificio (1859) e l’annessione di Ferrara al Regno di Sardegna (1860), ripetuti furono i suoi interventi a difesa degli imprescrittibili diritti del Papato e i suoi attacchi nei confronti del nuovo governo e di una legislazione lesiva dei privilegi ecclesiastici. Nel 1862 riuscì a impedire la visita a Ferrara di fra’ Pantaleo (il francescano che si era unito alla spedizione dei Mille), ma nulla poté contro la soppressione delle corporazioni religiose, l’incameramento dei beni ecclesiastici da parte dello Stato e l’obbligatorietà della leva per i chierici. Nel contesto del dissidio tra Stato e Chiesa per il controllo dell’istruzione elementare, rafforzò la direzione della curia sulle scuole elementari cattoliche.

 

Durante il pontificato di Leone XIII (1878-1903) la diocesi di Ferrara fu retta dai cardinali Luigi Giordani (1877-1893), Egidio Mauri (1894-1896) e Pietro Respighi (1897-1900). I tre episcopati presentano tratti sostanzialmente omogenei, a loro volta riconducibili ai temi e ai problemi della Chiesa italiana nell’età leonina: la perdurante polemica contro il razionalismo e il naturalismo filosofico, il revival neoscolastico, la diffusione e il vigore di forme devozione e culto d’ispirazione popolare e ultramontana, la condanna del socialismo e l’elaborazione di una dottrina sociale d’ispirazione cristiana. Giordani rimase sostanzialmente estraneo alle reali condizioni sociali ed economiche della diocesi, come dimostrano le astratte prese di posizione sul socialismo. Ciò contribuisce a spiegare gli esordi stentati dell’Opera dei Congressi, che si trovò a scontare il carattere disorganico e frammentario dell’attività del clero e del laicato, ancora confinato entro i limiti di un’attività essenzialmente caritativo-religiosa. Una nuova stagione si aprì con l’episcopato del cardinal Egidio Mauri, il quale alle «chimeriche ed ingiuste utopie dei socialisti e comunisti» contrapponeva un «socialismo morale» che riducesse «ad accordo fraterno» le «inevitabili disparità delle umane condizioni». Per contendere il campo dell’azione sociale al Partito socialista, Mauri diede grande impulso all’Opera dei Congressi, dei cui progressi fu artefice indiscusso l’avvocato Giovanni Grosoli. Fra il 1894 e il 1896 si tennero a Ferrara due convegni diocesani nonché il terzo convegno regionale dell’Opera dei Congressi: fra i temi più dibattuti quelli attinenti alla cosiddetta economia sociale cristiana e alla costituzione delle Unioni professionali miste, delle Unioni rurali cattoliche, delle Casse rurali e dei Banchi di credito. In tale contesto maturarono le condizioni per la prima partecipazione dei cattolici ferraresi alle elezioni politiche (25 giugno 1895), allorché i cattolici siglarono un accordo con la Società Costituzionale e il Gruppo indipendente dei giovani. La coalizione riportò la vittoria e risultarono eletti otto dei dodici candidati cattolici.

 

Se monsignor Pietro Respighi si astenne dall’intervenire direttamente nel dibattito politico che divampò negli anni del suo episcopato in concomitanza con l’esacerbarsi dello scontro sociale e il moltiplicarsi degli scioperi e delle agitazioni operaie e contadine, la «Domenica dell’Operaio» prendeva posizione a favore di «riforme nel campo economico-sociale in senso cristiano», non disgiunte da un rinnovamento morale e religioso che si giudicava indispensabile al conseguimento dell’«armonia sociale». Nel maggio 1898 le misure repressive adottate dal governo Di Rudinì colpirono anche il settimanale cattolico, nonché il comitato diocesano dell’Opera dei Congressi, sciolto il 22 maggio per disposizione prefettizia. Nell’aprile dell’anno successivo si tenne a Ferrara il XVI Congresso Cattolico Italiano, che vide la definitiva emarginazione delle posizioni murriane e l’affermazione della linea intransigente contraria alla democratizzazione interna dell’organizzazione e a una sua più decisa mobilitazione in campo sociale e politico.

 

Nel 1902 Grosoli assunse la presidenza dell’Opera dei Congressi e nell’intento di emarginare la corrente intransigente, intraprese una manovra di avvicinamento tattico alle posizioni dei democratico-cristiani, i quali avevano frattanto conquistato un certo seguito anche a Ferrara, fomentando l’opposizione nei confronti del nuovo arcivescovo Giulio Boschi (1900-1919). Il 5 settembre 1904 il presule richiamò all’ordine il clero diocesano in occasione di un’assemblea plenaria che vide una netta affermazione della tendenza conservatrice. Nell’ottobre 1908 si celebrava il sinodo diocesano. Le costituzioni sinodali che Boschi promulgò esprimono la piena adesione dell’arcivescovo al programma di restaurazione gerarchica e autoritaria di Pio X e alla crociata antimodernista inaugurata dall’enciclica Pascendi (1907). Nei primi quindici anni del Novecento maggioranze clerico-moderate si affermarono nelle amministrazioni locali in molti centri della provincia. Alle elezioni politiche del 1906 e del 1909 il candidato clerico-moderato Chiozzi riportò la vittoria nel collegio di Portomaggiore, mentre nel 1913, nonostante il patto Gentiloni, nessun candidato clerico-moderato risultò eletto nei quattro collegi elettorali ferraresi.

 

CB, 2011

 

Bibliografia

 

Luciano Meluzzi, Gli arcivescovi di Ferrara, Bologna, 1970; Amerigo Baruffaldi, La Chiesa di Ferrara nell’età del Liberalismo e del Totalitarismo, in La Chiesa di Ferrara nella storia della città e del suo territorio, a cura di Luciano Chiappini, Werther Angelini, Amerigo Baruffaldi, Ferrara, Corbo, 1997, vol. II, pp. 268-443; Angelo Varni, Da Napoleone all’Unità e Movimenti politici e sindacali dall’Unità al Fascismo in Storia illustrata di Ferrara, a cura di Francesca Bocchi, Milano, Nuova Editoriale AIEP, III, 1989, pp. 737-752, 761-763; Amerigo Baruffaldi, Romeo Sgarbanti, Giuseppe Turri, Il movimento cattolico sociale a Ferrara fra ’800 e ’900, Ferrara, Corbo, 1993; Antonio Samaritani, Profilo di storia della spiritualità, pietà e devozione nella chiesa di Ferrara-Comacchio, Reggio Emilia, Diabasis, 2004, pp. 194-229; voci Cadolini Ignazio Giovanni; Giordani Luigi; Grosoli Pironi Giovanni; Mattei, Alessandro, in Dizionario biografico degli italiani.

 

Lunedì, 05 Dicembre 2011 13:23

Clero

A Ferrara il processo di modernizzazione economica, sociale e culturale che prese avvio negli anni della dominazione napoleonica dovette «fare i conti […] con la pertinace resistenza di un clero ostinatamente chiuso dentro le sue forme rituali di guida spirituale e materiale delle popolazioni e ostile a subire controlli da parte dell’autorità civile» (Varni). Tra le rare eccezioni si possono ricordare il sacerdote Giuseppe Compagnoni, il quale ricoprì la carica di segretario generale della Repubblica Cispadana, e monsignor Agostino Peruzzi, che in gioventù si era arruolato nell’esercito della Repubblica Cisalpina e fu successivamente un sostenitore del progetto neoguelfo e delle idee giobertiane. Acerrimo avversario di Gioberti fu invece il minore conventuale Giovanni Maria Caroli (1821-1899), che pubblicò, tra il 1848 e il 1850, una serie di opere polemiche in cui stigmatizzava «il panteismo e il razionalismo giacenti in fondo alle teorie giobertiane», l’identificazione della «civiltà moderna dei parlamenti, dei congressi, dei giornali, dei ministeri democratici e dei giureconsulti colla carità evangelica sovrannaturale» e l’aspirazione a «svolgere e rinnovare» le dottrine e l’organizzazione ecclesiastica.

Dopo l’Unità, stando alla testimonianza di Giuseppe La Farina, «i preti sono potenti quanto prima e si oppongono sfacciatamente al nuovo ordine di cose». Uno degli episodi più significativi di tali sentimenti si verificò nel maggio 1860, allorché alcuni religiosi di San Camillo de’ Lellis riuscirono a sobillare la Brigata Ferrara, composta da volontari romagnoli, veneti e lombardi diretti in Sicilia. Il 2 giugno 1861 in nessuna località della diocesi i preti intervennero alla celebrazione della Festa dello Statuto e in quello stesso anno il clero ferrarese disertò compatto le urne, invitando i fedeli all’astensione. Nei quattro collegi di Ferrara, su 3.725 elettori, i votanti furono soltanto 1.303, pari al 34.9%. Nelle consultazioni del 1865 si ebbe un incremento dei votanti, pur rimanendo la percentuale assai inferiore a quella nazionale (46,8% contro 54%). Nelle elezioni del novembre 1870 l’affluenza non superò il 33,8%, registrando un ulteriore notevole decremento, riconducibile, con ogni probabilità, alle ripercussioni della breccia di Porta Pia.

A fronte della «sostanziale e intransigente compattezza del clero ferrarese» (Samaritani), non mancarono i sacerdoti di sentimenti liberali che plaudettero all’unificazione politica della penisola, auspicando una conciliazione tra Stato e Chiesa. Tra questi don Vincenzo Maria Ferrarini, parroco di San Nicolò d’Argenta, autore nel 1862 di un opuscolo intitolato Il Papa-Re, in cui sosteneva che il pontefice avrebbe dovuto deporre la «temporale dominazione» e «non contrastare i progressi della società». È probabile che anche il parroco di Serravalle, don Angelo Melandri, consentisse con le istituzioni liberali, se è vero che nel 1862 condusse tutti i suoi parrocchiani a votare. Analoghi sentimenti nutrivano don Eugenio Rinaldi, don Cleto Gasperini, don Felice Magnani, don Luigi Zerbinati e don Bartolomeo Ballerini, i quali, a dispetto delle prescrizioni della Santa Sede, presero parte nel 1861 alla Festa dello Statuto. L’anno successivo don Eugenio Rinaldi avrebbe sottoscritto la petizione promossa da padre Carlo Passaglia affinché il papa rinunciasse al potere temporale. Don Rinaldi, don Gasperini, don Magnani, don Zerbinati e don Ballerini erano tutti insegnanti del liceo-ginnasio cittadino e tutti, ciò che è assai significativo, non ferraresi d’origine.

Dopo il 1859 la cultura cattolica ferrarese, bandita dall’Università e dalle istituzioni pubbliche, ha il suo fulcro nel Seminario diocesano. Nei decenni precedenti l’istituzione aveva registrato un progressivo calo delle presenze e conseguenti difficoltà economiche: se nell’anno scolastico 1815-16, quando ancora la Transpadana faceva parte della provincia ferrarese, il seminario contava 136 alunni, nell’anno scolastico 1827-28 vi si ritrovano 46 seminaristi. Ai problemi economici si somma il calo delle vocazioni. Nell’anno scolastico 1843-44 gli alunni che si dedicano allo studio delle scienze sacre sono sette. In quello stesso anno alla Pontificia Università, su un totale di 106 studenti, solo sei sono iscritti alla facoltà teologica. A risollevarne le sorti non contribuirà certo la notificazione emanata nel 1852 dal cardinal Vannicelli Casoni, la quale stabiliva che l’Università non dovesse accettare se non alunni «muniti della fede del battesimo […] come pure di attestato politico il quale rimovesse perfino il lontano sospetto di aver partecipato ad atti sediziosi».

Il rinnovamento morale e spirituale del clero, considerato il presupposto imprescindibile di una riconquista delle masse popolari alla Chiesa che implicava anzitutto una ristrutturazione dell’educazione cristiana e in cui i sacerdoti con cura d’anime avrebbero rivestito un ruolo di primo piano fu, negli anni della restaurazione, una costante preoccupazione dei presuli ferraresi. Il 7 agosto 1828 il cardinal Odescalchi scriveva da Roma al vescovo Filonardi per informarlo che il papa era giunto a conoscenza che «alcuni dei regolari non solo di notte tempo escono dai loro sacri recinti; ma di più, ora travestiti di altro abito ora con la veste stessa del proprio Istituto, fanno lecito intervenire ed assistere non senza scandalo agli spettacoli anche notturni nei pubblici teatri dello Stato». Se Cadolini dettò nel 1844 una sorta di regolamento che stabiliva doveri, obblighi e divieti del clero, Vannicelli Casoni curò la formazione dei parroci (sollecitandone la partecipazione alle «Conferenze del Caso Morale» e la pratica degli esercizi spirituali), mise mano a una ristrutturazione del locale seminario e dell’ordinamento degli studi e nel 1872 istituì presso il Seminario stesso un collegio teologico, che andò a rimpiazzare l’analoga facoltà universitaria, soppressa nel 1859.

Negli anni Settanta, quando si tratterà di contrapporsi a un’istruzione laica che aveva estromesso l’insegnamento della religione dalle scuole, protagonista della riorganizzazione dell’insegnamento della dottrina cristiana a Ferrara sarà monsignor Andrea Ferrari, fondatore e direttore del «Catechismo di Perseveranza» e autore di un Compendio della Dottrina Cristiana (1871) e di un Trattato della religione (1884). Quest’ultima opera riflette il processo di rinnovamento catechetico che il revival della teologia scolastica aveva innescato in molti paesi d’Europa. Alla ripresa della filosofia tomistica, che intendeva contrapporsi al razionalismo dilagante in seno alla stesso mondo cattolico e alle tendenze moderniste e che nel 1879 sarebbe stata sancita da Leone XIII con l’enciclica Aeterni Patris, presero parte gli esponenti più autorevoli e culturalmente preparati del clero ferrarese. Tra il 1874 e il 1875 il cardinal Vannicelli ospitò a Ferrara il padre gesuita Giovanni Maria Cornoldi, uno dei principali esponenti del neotomismo italiano, il quale fondò a Ferrara l’Accademia filosofico-medica di San Tommaso. Tra le personalità di maggior rilievo del clero ferrarese che parteciparono della temperie neotomistica occorre ricordare monsignor Antonio Maria Franchini, canonico della metropolitana di Ferrara, monsignor Giuseppe Taddei, ultimo rettore della Pontificia Università di Ferrara, monsignor Gaetano Cavallini, archivista della Curia e direttore del «Popolo», e don Pietro Merighi, arciprete del Capitolo Metropolitano. Essi furono al contempo i campioni dell’intransigentismo cattolico a Ferrara e i principali fautori delle forme devozionali tipiche della pietà ultramontana. Merighi, in particolare, fu autore di opere letterarie in poesia e prosa, in cui affronta alcuni tra i più gravi problemi del suo tempo, dal pauperismo al protestantesimo alla rivoluzione liberale, e che costituiscono ai nostri occhi preziose testimonianze della cultura e dell’atteggiamento politico e religioso del clero ferrarese nella seconda metà dell’Ottocento. Quest’ultimo appare caratterizzato «dall’incapacità di accompagnare allo spirito combattivo e alacre, alla coerenza con i propri ideali, una cultura in grado di cogliere e di avvertire le ineluttabili evoluzioni del pensiero politico moderno» (Baruffaldi).

Quanto all’azione sociale del clero e del laicato cattolico, essa rimase a lungo confinata a iniziative di carattere caritativo-religioso, coordinate dalla locale conferenza della Società San Vincenzo de’ Paoli. Le prese di posizione dei congressi cattolici di Lucca (1887) e di Vicenza (1887) e la pubblicazione della Rerum Novarum (1891) accostarono i cattolici ferraresi (clero e laicato) a una nuova impostazione del problema sociale ed economico, che contrassegnerà, negli anni Novanta, l’attività dell’Opera dei Congressi. All’inizio del Novecento la tendenza da parte dei dirigenti laici dell’Opera dei Congressi facenti capo a Giovanni Grosoli ad ingerirsi in ambito ecclesiastico e il seguito riscosso dai democratico-cristiani di Murri indussero il nuovo arcivescovo Giulio Boschi (1900-1919) a richiamare all’ordine il clero diocesano, convocando un’assemblea plenaria (5 settembre 1904) che vide l’imporsi della corrente intransigente. Il sinodo diocesano celebrato nell’ottobre 1908 si tradusse in un’ulteriore affermazione della sottomissione del clero all’autorità dell’arcivescovo: le costituzioni promulgate da Boschi in quell’occasione riflettevano la piena adesione della Chiesa di Ferrara al programma di restaurazione gerarchica e autoritaria intrapreso da Pio X, nonché alla crociata antimodernista di cui il movimento democratico-cristiano costituiva uno dei principali bersagli. A fronte di tali sviluppi, mentre si radicavano in provincia l’Unione Popolare e l’Unione Elettorale – frutto della riorganizzazione del movimento cattolico promossa dal pontefice dopo lo scioglimento dell’Opera dei Congressi (30 aprile 1902) – il coinvolgimento del clero e del laicato nella vita politica si sarebbe fatto via via più ampio e più conciliante l’atteggiamento dell’arcivescovo e dalla Curia in rapporto alla partecipazione dei cattolici alle consultazioni elettorali.

CB, 2011

Bibliografia

Amerigo Baruffaldi, La Chiesa di Ferrara nell’età del Liberalismo e del Totalitarismo, in La Chiesa di Ferrara nella storia della città e del suo territorio, a cura di Luciano Chiappini, Werther Angelini, Amerigo Baruffaldi, Ferrara, Corbo, 1997, vol. II, pp. 268-443; Giuseppe Cenacchi, Tomismo e neotomismo a Ferrara, Città del Vaticano, Libreria ed. vaticana, 1975; Lorenzo Paliotto, Il seminario di Ferrara. Notizie e documenti, «Analecta Pomposiana», vol. XXIII, Ferrara, 1998; Angelo Varni, Da Napoleone all’Unità, in Storia illustrata di Ferrara, vol. 3, Milano, Nuova Editoriale AIEP, 1989, pp. 737-752; voci Caroli Gian Francesco Nazareno e Cornoldi Giovanni Maria in Dizionario biografico degli italiani.

 


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